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Shakeloviana: Il Lato Tagliente Della Morte

CookThe Slicing Edge of Death, di Judith Cook, è uno degli innumerevoli romanzi su Marlowe usciti nel 1993, a quattrocento anni dalla fatale rissa di Deptford… la britannica Cook, giornalista investigativa ed eccellente saggista, aveva una passione per il teatro elisabettiano, e aveva combinato le due cose in questo romanzo – il cui sottotitolo è, significativamente, Who killed Kit Marlowe?

Ora, non so che cosa vi aspettiate voi da un romanzo intitolato con una citazione da un autore, (con tanto di sottotitolo esplicativo, metti mai che sfugga il riferimento) e con il supposto ritratto dell’autore stesso in copertina… Io mi aspetto che l’autore stesso sia il protagonista – nel bene o nel male. Ebbene, nel caso di TSEOD è difficile a dirsi. Il Marlowe della Cook è un uomo sgradevole, insensibile fino alla crudeltà, preoccupato soltanto dei suoi piaceri e della sua fama, livoroso, avido, meschino, vendicativo e sempre ubriaco. A due terzi del libro, deve ancora mostrare un singolo tratto che lo riscatti, le sue opinioni sembrano più tasso alcolico che coraggio intellettuale, e della sua vena poetica tutti gli altri personaggi hanno l’aria di non pensare granché. E non è nemmeno un villain – non foss’altro che per mancanza della più pallida ombra di grandezza.

È chiaro come il giorno che a Ms Cook Marlowe non piace nemmeno un po’ – nemmeno abbastanza da renderlo davvero malvagio, o notevole in qualche modo. Qualcun altro accenna sporadicamente alla sua intelligenza, ma dobbiamo crederci sulla parola, perché non lo si vede comportarsi mai altro che stupidamente. Se leggessi questo libro senza sapere nient’altro di Christopher Marlowe, sarei disposta ad applaudire l’assassino promesso dal sottotitolo. A parte questo, tuttavia, con chi si suppone che m’identifichi in questo romanzo? Tutti (con l’eccezione di Robin Greene, che però si redime parzialmente prima di morire, e Lord Cecil, che ha l’attenuante della ragion di stato) vengono descritti come brave persone, ma gente di contorno. C’è un giovane attore fittizio che sembrerebbe dovere o poter essere il protagonista osservatore ma, quand’anche non fosse così sbiadito e bidimensionale com’è, i tre quarti della storia si svolgono fuori dal suo punto di vista…

Insomma, Judith Cook ha scritto un romanzo, ma si è dimenticata di equipaggiarlo di vari elementi fondamentali – come un personaggio con cui il lettore possa identificarsi e qualche redeeming quality per il protagonista nominale. Chiaramente, lei per prima non può soffrire il suo odioso Marlowe, e non sono davvero in grado di biasimarla – ma allora non posso fare a meno di domandarmi: perché disturbarsi a scrivere un libro su un personaggio del quale si ha una pessima opinione?

Ironicamente, il primo protagonista di Marlowe, Tamerlano il Grande, è un mostro di ambizione, crudeltà e arroganza, ma è ritratto con caratteri di grandezza che, se non lo giustificano, ce lo fanno tuttavia ammirare per pura sovrabbondanza vitale. Direi che il Marlowe di Cook è una specie di negazione di questo meccanismo, se non sospettassi qualcosa di diverso.

Ho tanto idea che, col quadricentenario in vista, qualche editore abbia considerato il curriculum di Ms Cook e le abbia proposto: perché, Judy, non provi a scrivermi un romanzo? Con la tua conoscenza del periodo e dei fatti, che ci vuole?

E in realtà ci sarebbe voluta un’ombra di… non dico di simpatia nei confronti del personaggio – ma magari sarebbe bastata un’ombra di antipatia profonda in meno?

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Shakeloviana: William

william1Dopo che, lunedì scorso, ho parlato dell’opera marloviana di Bedford, N. mi ha scritto segnalandomi qualcosa d’altro.

Anche questo post è qualcosa d’altro, visto che William, opera da camera del compositore svedese B. Tommy Andersson, non l’ho vista affatto – né l’ha vista N. Considerate tutto ciò… well, la segnalazione di una segnalazione. Non credo che sarà un post molto lungo.

Cominciamo col dire che siamo molto lontani da Bedford/Courtney: William è del 2006, su libretto originale (in Svedese) di Hakan Lindquist, e l’unica recensione che ho trovato descrive la musica come sostanzialmente post-moderna. Di sicuro la distribuzione, con un soprano, un tenore e ben sei baritoni, è tutt’altro che tradizionale – e mi vien da domandarmi come se la cavino con tutte quelle voci baritonali… Ma non divaghiamo, e concentriamoci sulla storia.william3

Il protagonista, come il titolo lascia intendere, è Shakespeare – ma Marlowe compare con una certa abbondanza. Dalla sinossi non è chiarissimissimo, ma si direbbe che William, non contento di un’amicizia artistica, sia innamorato del coetaneo più audace e più celebre, e lo segua dappertutto… Right, forse non è  proprio così, ma di sicuro il William di Andersson e Lindquist riesce ad essere nella Compagnia dell’Ammiraglio all’epoca di Tamerlano (anche se questo succede offstage), a Flushing – in tempo per assistere all’arresto di Marlowe come falsario – e anche a Deptford, dove succede quel che sappiamo.

Insomma, il meccanismo di fondo del libretto sembra ridursi nel piazzare Will a tutti i punti di svolta della vita di Kit. Se risulti ripetitivo, è difficile a dirsi senza avere letto. Di sicuro diversa dal consueto è l’idea di uno Shakespeare che corteggia Marlowe ai limiti dello stalking. Lo scenario che li vuole amanti è tutt’altro che inedito, ma di solito il corteggiatore/seduttore è Kit.

william2Enfin, l’opera è stata commissionata da Vadstena Akademien, una favolosa istituzione musicale svedese che ha sede in un castello e da un lato incoraggia e coltiva la produzione operistica contemporanea, mentre dall’altro recupera e rappresenta opere (immeritatamente*) dimenticate.

Credo che le fotografie che ho trovato si riferiscano proprio al debutto di William a Vadstena, nell’estate del 2006. Se è così, chapeau alla combinazione di scene minimaliste e bellissimi costumi period. Poi, se davvero si suppone che quello qui sopra sia Sir Francis Walsingham, è possibile che in Svezia si siano lasciati sfuggire qualche minuto, minutissimo particolare** – ma diciamo che son licenze artistiche, o quanto meno sospendiamo il giudizio in attesa di saperne/vederne/sentirne qualcosa di più.

Nel frattempo, thank you, N.

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* La mia teoria sulle opere dimenticate ve l’ho già detta – ma ammetto la possibilità di eccezioni.

** Nel 1592 – l’anno del fracas di Flushing – Sir Francis era, you know, morto da un paio d’anni. Se fosse stato ancora vivo, avrebbe avuto sessant’anni suonati. Se non avesse avuto sessant’anni suonati, è davvero difficile immaginare l’austero e perennemente nerovestito personaggio in questa tenuta elegante, modaiola e vistosetta. Forse le mie fonti confondono Sir Francis con l’assai più giovane cugino Thomas?

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Shakeloviana: (La Morte Di) Kit Marlowe

Scoperta recente – recentissima.

RixeOgni volta che credo di avere esaurito i plays in materia, ne salta fuori un altro… Questa volta, in realtà due in uno – anche se uno non è un play. Ma andiamo con ordine.

Per cominciare, Kit Marlowe’s Death, play in un atto di William Leonard Courtney, pubblicato nel 1908, ma scritto prima. Millenovecentootto significa prima di Leslie Hotson, l’uomo che, scoprendo le carte dell’inchiesta a Deptford e del processo a Ingram Frizer, chiarì dinamica, attori, bizzarrie e improbabilità varie della morte di Marlowe.

Scrivendo prima di questo spartiacque, Courtney aveva un nome – il più mal-trascritto che misterioso Francis Archer – e la tradizione spuria di quello che in altre circostanze si sarebbe chiamato un delitto passionale. Così creò Nan, la dolce cameriera di taverna, e un Archer locandiere, geloso e seccante.

La trama è semplice. Archer, vedovo bilioso e collerico, sposerebbe volentieri la sua giovane cameriera Nan – ma lei non ci sente. È innamorata di uno scavezzacollo di poeta, il celebre Kit Marlowe – che le è sì affezionato, ma ha la testa persa dietro cose più grandi dell’amore di e per una ragazzina di campagna. È il 30 maggio del 1593, e Kit arriva alla locanda con un paio di altri poeti, l’attore Ned Alleyn e il mecenate e amico Thomas Walsingham – ma ci arriva di umor cupo. Non aiuta che i suoi amici gli leggano pezzi del “testamento” di Robert Greene, in cui gli si dà dell’ateo e gli si prospettano terribili punizioni…

Sì, lo so – anch’io, se avessi un amico poeta e umorale, cercherei qualche altra cosa da leggergli, ma in questo play molto si basa su presagi, presentimenti e visioni. Avete presente il senno di poi, quello di cui son pieni i palcoscenici? Ecco. Per cui Kit ha questa vaga impressione di avere già vissuto quel che c’era da vivere, eccetera eccetera. Ed è anche profeticamente certo che un brillante futuro attenda non tanto lui, quanto quel nuovo arrivato, Will Shakespeare da Stratford. Dalle paturnie si riscuote un pochino quando una sconsolata Nan gli annuncia che sta per cedere alle pressioni matrimoniali di Archer. Giammai! Piuttosto che lasciare la semplice ma poetica creatura nelle mani del locandiere, è disposto a sposarla di persona – intanto per finta, con Alleyn che interpreta il sacerdote, e poi si vedrà. Er… sì. Quando Archer irrompe furioso e armato, non sappiamo biasimarlo del tutto, vero? Ma poi volano le coltellate, Kit la prende nelle costole e muore proclamando la bontà delle sue intenzioni verso Nan e qualche rimpianto per una vita mal spesa. Sipario.

No, non è granché. Gonfio e magniloquente, dominato da un Marlowe tanto profetico e maudlin da essere irritante. Dalla sua, però questo play ha un’idea originale e ragionevolmente interessante. Quando Ned Alleyn insiste per avere un altro di quei ruoli che conquistano il pubblico, Kit rivela che sta scrivendo qualcosa di nuovo: Tito Andronico, che ovviamente resterà incompiuto e finirà per le mani di quel certo provinciale, Will Shakespeare… Considerando quanto “poco Shakespeariano” sia parso per secoli il violentissimo TA, l’idea ha il suo genere di fascino.

E siccome un’opera ci mancava, sono lieta di comunicarvi che da questo play fu tratta anche un’opera – musica e libretto di Herbert Bedford. La musica apparentemente è introvabile, ma il libretto no – e bisogna dire che è peggio del play. Legato alle necessità musicali e narrativamente più semplici del teatro d’opera, Beford sfronda diversi personaggi e il Tito Andronico, infila un balletto del tutto gratuito e (come resistere?) Come live with me and be my love. Aggiungeteci una Nan cassandresca e grandiloquente e un Marlowe innamorato e nient’altro, dei versi ancor più purpurei e legnosamente pseudoelisabettiani della prosa di Courtney, e il disastro è completo. È possibile che la musica riscattasse il libretto, ma non ci giurerei. In my experience, se un’opera lirica esce da tutti i repertori, di solito un motivo c’è. E quindi l’opera l’abbiamo – ma non riesco a credere che sia una meraviglia.

E a questo punto forse no – ma se per caso vi fosse rimasta qualche voglia di leggere il play, lo trovate qui, parte della raccolta Dramas and Diversions, courtesy of the Internet Archive.

 

 

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Shakeloviana: Era Marlowe

WGZIt Was Marlowe – A Story Of The Secret Of Three Centuries, di Wilbur Gleason Zeigler, non è quel che si dice un bel romanzo – ma merita un post perché lo si può considerare il capostipite del marlovianesimo…

Per capirci, i Marloviani sono coloro che sostengono che Will-Shakespeare-Il-Figlio-Del-Guantaio non può, non può, ma proprio non può avere scritto le opere che gli si attribuiscono – e che sono invece farina del sacco di Christopher Marlowe.

Ma, obbietta la persona ragionevole, Marlowe è morto nel 1593: come ha scritto tutto quel che viene fra il giugno del ’93 e il 1616? Ecco, i Marloviani non credono affatto a tutta la faccenda di Deptford – e nel corso dei decenni hanno formulato una serie di teorie in tutta la gamma dall’improbabile al fantapolitico per spiegare la sopravvivenza del loro beniamino…

Ma WGZ merita un occhio di riguardo, perché è stato il primo ad avanzare l’ipotesi nel 1895, decenni prima che Leslie Hotson dissotterrasse dagli archivi dell’English Public Records Office i documenti dell’inchiesta sulla morte di Kit, o che si scoprisse la storia del rapidissimo regio perdono a benefico dell’omicida Frizer…

Ora, chiariamo un punto. Ho già detto che, da un punto di vista accademico, sono agnostica in questa controversia: non soffro di nessun furore iconoclastico ai danni del povero Will, e vi cito la domanda che Robert Brustein, in una sorta di monologo-poscritto al suo play The English Channel, mette in bocca allo spettro dell’attore elisabettiano Richard Burbage: Com’è che voi moderni vi sentite in dovere di credere che chiunque in Inghilterra abbia scritto le opere di Shakespeare – tranne Shakespeare?

Resta il fatto che, dal punto di vista narrativo, identità nascoste, cospirazioni, intrighi e autori fantasma tirano molto più di un uomo un tantino dull che prospera scrivendo meraviglie. E resta anche il fatto che l’inchiesta sulla morte di Marlowe come appare dai documenti ufficiali, è piena di buchi grandi come lo Yorkshire – persino secondo gli affascinanti standard elisabettiani…

Ma nessuno di questi due è il punto: come dicevo prima, nel 1895 Leslie Hotson non era nemmeno nato, e poi WGZ faceva sul serio – sul serissimo, e aveva dato alle sue cogitazioni la forma di un romanzo perché non si sentiva accademicamente qualificato per fare altrimenti.

All’epoca, dovete sapere, già si disquisiva ampiamente sulla scarsa attitudine di Will-Shakespeare-Il-Figlio-Del-Guantaio al ruolo di Bardo, e il nobile, coltissimo Francis Bacon era il possibile Vero Autore prediletto dagli scettici – capitanati dalla fascinosa e non equilibratissima omonima (ma non discendente, credo) Delia Bacon.

WGZ lesse, meditò e scoprì di non essere d’accordo. Come avrebbe potuto un uomo come Bacon non rivendicare il merito di queste opere immortali? In realtà questo non è il più solido degli argomenti, perché all’epoca scrivere teatro era cosa dal poco serio al vagamente disgraceful, e perché alla morte di Bacon, nel 1626, l’immortalità del canone shakespeariano, era ancora tutta da stabilire. Per quanto il First Folio fosse stato pubblicato nel 1623 (decisamente un bel colpo nel fluido ed effimero mondo teatrale del tempo) è verosimile che Bacon preferisse farsi ricordare per ben altro – ma sia come sia: WGZ non era convinto, e si mise a cercare un altro Vero Autore.

E, sulla base della sua personale passione e di un innegabile numero di parallelismi, somiglianze, echi e, diciamo così, prestiti, decise che solo un uomo poteva avere scritto le opere di Shakespeare: colui che, senza ombra di dubbio, aveva già scritto in precedenza le opere di Marlowe – ovvero Marlowe stesso. E se tradizione voleva che Marlowe fosse morto nel 1593, WGZ non aveva dubbi: la tradizione sbagliava di grosso. O almeno, poteva sbagliarsi di grosso.

In fondo, che cosa si sapeva della morte in questione? Sì, c’erano numerose fonti indipendenti a confermarla – dalla gente pia che si rallegrava per l’estinzione dell’esecrabile giovanotto, ai fellow poets che lamentavano la scomparsa del giovane genio – ma così contraddittorie! Chi parlava di una rissa da taverna, chi di un duello (il sempre pittoresco, sempre inaffidabile Aubrey voleva Kit ucciso da Ben Jonson nel 1598*), chi della peste…

Anche in quella remota e arcadica era, il 1895, era già chiaro come il sole che non c’è gioia più grande per un romanziere storico di un bel fascio di fonti lacunose&nebulose. Chi avrebbe potuto o voluto bacchettare un romanziere per avere scelto qualche dettaglio dal mucchio e combinato il tutto in una storia?

E così WGZ cucì insieme i (parzialmente inaccurati) nomi di Francis Frizer e Richard Bame**, la (parzialmente accurata) ambientazione in una taverna, una storia d’amore del tutto fittizia (e nemmeno troppo rilevante per la trama, ma bisogna pur far contente le lettrici), le infondate idee secondo cui Marlowe avrebbe recitato nelle sue stesse opere e sarebbe stato ucciso con la sua stessa spada, le sue teorie letterarie – e da tutto ciò cavò It Was MarloweItWasM

Non è una meraviglia, ad essere sinceri. A parte il fatto che Kit uccide un suo sosia invece di esserne assassinato e poi vive nascosto per cinque anni in un palazzo in rovina scrivendo come un matto, WGZ è quel genere di autore che sente la necessità di informarci almeno tre volte per pagina che gli occhi brillanti e la vasta fronte del suo eroe mostrano l’impronta del genio, e che la sua eroina è dotata di bellezza quasi trascendentale. E poi il linguaggio oscilla tra il turgido delle descrizioni e il legnosissimo pseudo-elisabettiano dei dialoghi. E poi non c’è un finale, le coincidenze e le improbabilità abbondano, la peste colpisce e uccide nel giro di un quarto d’ora, gli uomini portano parrucche incipriate, i personaggi si raccontano l’un l’altro l’uso dei tempi per capitoli interi*** e sul tutto aleggia una certa dose di Sindrome della Bambinaia Francese – quella condizione per cui i personaggi di un romanzo storico pensano come gente contemporanea all’autore, che oggidì è un peccato capitale, ma ai tempi di WGZ era solo un esantema non diagnosticato.

Yes, well… Tutt’altro che un capolavoro – e tuttavia ce ne occupiamo perché WGZ, con le sue scarse informazioni, con il suo complessivo fraintendimento della mentalità elisabettiana, e su premesse condizionate dalla bardolatria, coniò una teoria destinata a fare scuola. Praticamente il mito fondante del Marlovianesimo: un’interpretazione narrativa basata su informazioni incomplete, massicce dosi d’immaginazione e un atto di fede. 

Se mai vi pungesse vaghezza di dare un’occhiatina, lo trovate qui.

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* È del tutto vero che Ben Jonson uccise un uomo in duello, ma si trattava di un attore chiamato Gabriel Spencer. D’altronde è del tutto vero che Kit aveva una certa tendenza a ritrovarsi coinvolto in risse e duelli di strada – hence probabilmente la conclusione di Aubrey. E in effetti, volete mettere? Due drammaturghi che si scannano per strada… magari sulla giusta scansione di un pentametro giambico o sulla paternità di una tragedia? Uh… sarà meglio che la pianti qui, prima che questa storia cominci a piacermi troppo.

** Il personaggio di Bame – in realtà Richard Baines, tizio equivoco, accusatore (probabilmente prezzolato) di Marlowe – compare con lo stesso nome, seppure con diversa caratterizzazione, anche in Marlowe, dramma in versi di Josephine Preston Peabody, datato 1901. Si può sempre fare affidamente sull’assoluta inaffidabilità dello spelling elisabettiano, ma JPP condivide con WGZ anche l’idea che Marlowe calcasse le scene. Mi domando se avesse letto il romanzo…

*** Ma proprio capitoli interi in almeno un caso – un lungo dialogo tra Shakespeare, Peele, un avvocato fittizio e poi anche Marlowe, che è un trionfo del metodo Come Tu Ben Sai, Phillips

 

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Shakeloviana: Unauthorised History -The Killing

Abbiamo parlato di romanzi, di teatro, di cinema… oggi è il turno della radio.

radio drama 1The Killing è un radiodramma scritto da Michael Butt per BBC 4. Perché non so se vi stupirà scoprirlo, ma la BBC produce un sacco di radiodrammi, accuratamente suddivisi per genere, per durata, per target… Per esempio, ogni lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì pomeriggio, alle due e un quarto, su BBC 4 è l’ora di Drama Afternoon, tre quarti d’ora di radiodramma di varia natura, a episodi oppure no, di ambientazione contemporanea o storica…

E nell’agosto del Dieci, è stata la volta di Kit Marlowe, e delle fumose circostanze della sua morte a Deptford. Butt ha strutturato la faccenda come se fosse un documentario su un caso criminale irrisolto. C’è un narratore, ci sono dei testimoni che vengono “riascoltati” da quello che potrebbe essere un giornalista d’inchiesta… dopotutto, questo è un documentario immaginario, giusto?

Giusto?…

Chiunque sia costui, lo ascoltiamo fare le sue domande a tutta la gente che era sul posto, che ha visto, che non ha visto, che sa o potrebbe o dovrebbe sapere qualcosa, che non sa nulla, ma può gettare luce sulla credibilità di qualcun altro…

C’è la confusa Mrs Bull, la padrona di casa. C’è il povero Tom Kyd, costretto sotto tortura a incriminare il suo amico. C’è l’allarmante, pericoloso Rob Poley. C’è Ingram Frizer, l’uomo che ha confessato il delitto per legittima difesa… Ma è chiaro che al narratore interessa poco quel che è finito sulle carte dell’inchiesta. È a caccia di qualcosa d’altro. Qualcosa di ben nascosto…BBCkm

Butt ha fatto le cose per bene. La storia è asciutta, il ritmo incalzante, i dialoghi molto efficaci – ma naturalmente questa è radio, e non è soltanto questione di scrittura. E siccome non è radio qualsiasi, ma la BBC, dove il radiodramma è quasi una religione, all’ottima scrittura si accosta una produzione stellare: interpreti intensi, dalle bellissime voci e dalla caratterizzazione sottile*; un’atmosfera sonora da tagliarsi con il coltello; tempi perfetti e silenzi densissimi. Usando nient’altro che svoci, suoni e tempi ben calibrati, Sasha Yevtushenko è riuscito a creare l’impressione di una londra in bianco e nero, nebbiosa e malsicura…

E poi c’è la sorpresa finale.

Ecco, che v’interessi o meno Marlowe, che vi piaccia il radiodramma o non ne abbiate mai ascoltato uno, questo The Killing ve lo consiglio vivissimamente – non foss’altro che come esempio di una storia raccontata assai bene. E se volete provare, lo trovate qui.

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* Nota di merito a Burn Gorman, il cui spiccio Poley trasuda minaccia da ogni sillaba – senza la minima ombra di gigioneria vocale.

 

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Shakeloviana: Inchiostro E Acciaio

Cover of "Ink and Steel: A Novel of the P...Che detto così suona molto come Zaffiro & Acciaio, n’est-ce pas? E invece è tutt’altro. È la prima parte della terza parte (che in realtà, cronologicamente, è la prima-prima parte) delle storie della Promethean Age di Elizabeth Bear.

Hm, mi rendo conto che non suona benissimo – ma il fatto è che è tutto vero. Vediamo un po’. Dopo avere introdotto nel secondo romanzo, Whiskey and Water, un Kit Marlowe reduce dall’inferno e assetato di vendetta, la signora Bear deve averci trovato gusto. Non sarò io a negare che il suo Kit sia un ottimo personaggio, e potete immaginare che sia con una certa soddisfazione che mi sono procurata i due volumi di The Stratford Man. il lungo prequel (orribile, orribile parola!) di ambientazione elisabettiana che ha per protagonisti – indovinate un po’? – Marlowe&Shakespeare.

Ora, rileggendo quel che avevo dedotto da Whiskey and Water sul passato post-mortem di Kit, posso solo formulare due ipotesi: a) non avevo capito un bottone; b) Elizabeth Bear ha saggiamente deciso di non lasciarsi condizionare troppo da quel che era più che sufficiente come backstory in W&W, ma forse avrebbe potuto soffocare una storia di respiro più ampio. E poi in realtà c’è anche l’ipotesi c), in base alla quale backstory e storia si congiungeranno per bene e annoderanno con il fiocchetto quando avrò letto tutto quanto The Stratford Man.

Per ora sono ferma a Ink and Steel, e mi è piaciuto davvero parecchio.

L’idea di fondo è che il Prometheus Club originario, una sorta di società segreta nata al fine di proteggere l’Inghilterra e la regina Bess con mezzi magici, si sia disgregato per rivalità miste assortite. A pagarne il prezzo sono stati prima Sir Francis Walsingham, che però nel 1593 non è poi così morto come tutti credono, e poi Kit Marlowe, poeta di punta del gruppo, maestro nel genere di magia che si pratica con le parole e il teatro. Ma Kit, invece di morire per davvero, viene rapito dalle fate, rimesso in piedi e cooptato in servizio semi-magico, come ufficiale di collegamento tra la fatata Annwn e Londra, dove però non può mai tornare per più di un paio di giorni se ha intenzione di vivere.

Al posto del non proprio defunto ma ormai inservibile Kit, i Walsingham e Burbage reclutano l’ingenuo William Shakespeare, che ha già un sacco di problemi per conto suo, e che dapprincipio non sa proprio dove mettere le mani – e che farà bene ad imparare in fretta…

Il resto è un’affascinante storia di intrighi, nostalgia, tradimenti, bugie, poesia, amore, amicizia e, naturalmente, magia. Il tutto è scritto assai bene, con dei dialoghi favolosi, ambientazioni costruite con incantevole, dettagliatissima cura, e dei personaggi estremamente convincenti – nel bene e nel male.

Sir Francis, Burbage, Robin Goodfellow, il malvagio e sorridente Baines, la regina Bess, la fata Morgana… ma soprattutto i due protagonisti. Shakespeare ha i suoi guai con una Anne Hathaway – che, finalmente e per una volta, non è né bisbetica né lamentosa e appiccicaticcia – con una salute traballante, con un compito che gli sembra inaffrontabile… almeno finché non ci si ritrova in mezzo. Kit è tormentato e pieno di nostalgia di casa, astuto ma capace di sconcertanti ingenuità, ha un filo di complesso del martire, è assai meno cinico di quanto gli piaccia pensare – e finisce sempre col pagare prezzi altissimi per qualsiasi cosa.

Adesso ci vorrà Hell and Earth – anche perché da qualche parte bisogna pur che ci sia un finale – ma fin qui andiamo più che bene.

Al solito, se siete incuriositi, Ink and Steel si trova su Amazon.

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Shakeloviana: Shakespeare In Love (A Teatro)

SilDel film avevamo già parlato, ricordate? E quando ad agosto vi ho accennato all’esistenza della versione teatrale… be’, diciamo che il discorso era meno teorico di quanto potesse sembrare.

As a matter of fact, la settimana scorsa mi sono precipitata a Londra (cinquanta ore compresi i viaggi) per vedere questo nuovo SiL al Noël Coward Theatre. E… ah!

Questo “ah!” corsivato e provvisto di punto esclamativo potete leggerlo come un enorme sospiro di soddisfazione, delizia, nostalgia, intensa felicità teatrale… Perché lo spettacolo è del tutto favoloso, con una regia elegante, spiritosa e piena d’immaginazione, scene, luci e costumi di una semplicità ed efficacia stellari, della meravigliosa musica in scena, una collezione di interpretazioni incantevoli, e un adattamento così intelligente e notevole da meritare un secondo lunedì shakeloviano tutto per sé.

Saggiamente, il regista Declan Donnellan e l’autore Lee Hall non hanno cercato di replicare il film. Hanno preso la deliziosa sceneggiatura di Stoppard&Norman e l’hanno… riportata a teatro. Ed è vero, tecnicamente non era un ri-portarla affatto, considerando che SiL è nato per il cinema – ma è straordinario vedere come, su un palcoscenico, questa storia abbia l’aria di essere tornata a casa, e cambi, e diventi qualcosa d’altro.

Qualcosa, a mio timido avviso, di assolutamente perfetto. Qualcosa che sposta sottilmente il baricentro della storia – in una maniera che a me piace oltre ogni dire. Perché gli ingredienti sono più o meno gli stessi – il giovane Will con il blocco dello scrittore, la bella Viola che vuole poesia, teatro & amore, un affannato Henslowe, la rivalità tra compagnie, lo spregevole Lord Wessex, Romeo e Giulietta…

Ma diventa subito chiaro che sulle tavole di un teatro, dove tutto è più vero e più finto al tempo stesso, le cose sono ben diverse. Fin dall’inizissimo, quando il Will di Tom Bateman tenta disperatamente di comporre il sonetto 18 – e non va da nessuna parte. Fin dalla prima… be’, no – dalla seconda apparizione di una Viola che meno eterea non si potrebbe (Lucy Briggs-Owen). Fin da quando Marlowe (David Oakes) si dimostra capacissimo di poetare senza l’ombra di una musa. Sil2

Ecco, Marlowe.

Alla fin fine, la chiave di volta della diversità dell’adattamento è Kit Marlowe. Il suo ruolo è notevolmente allargato rispetto al film. Kit è l’amico e il confidente di Will, il cyrano ironico che gli suggerisce parte del sonetto 18 sotto il balcone di Viola, è il punto fermo la cui perdita fa maturare il ragazzo – e alla fine è il fantasma che rimette tutto in prospettiva. E la prospettiva, a differenza del film, non è quella della storia d’amore, ma quella del teatro.

Il finale del film è incentrato su Will e Viola, e il loro amore perduto – e il teatro diventa una specie di palliativo per i guai della vita. Questo altro finale è incentrato su Will e Kit, e il teatro – che alla fine è quello che conta per entrambi, e che si nutre della vita.

E così, alla fin fine, questo SiL è teatro nel teatro sul teatro. Un omaggio all’arte confezionato in modo adorabile, con una delle più attraenti e soddisfacenti interazioni Shakespeare-Marlowe che mi sia capitato di vedere. E c’è persino la giga finale…

E non so voi, ma per quanto mi riguarda, non si può volere molto di più.

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Shakeloviana: Christoferus – or Tom Kyd’s Revenge

KydQuesto romanzo ha una premessa inconsueta, una favolosa e individualissima voce narrante, un punto di vista diverso dal solito e un finale così così.

Ora non so voi, ma personalmente non ho mai considerato Thomas Kyd il più interessante tra i drammaturghi elisabettiani: l’idea diffusa è quella dell’Autore Di Un Solo Titolo (The Spanish Tragedy, molto truculenta), una brava e lamentosa persona ai margini del suo ambiente per mancanza di titolo accademico e personalità fiammeggiante, implicato suo malgrado nei guai di Marlowe, indotto ad incriminare il suo più celebre e brillante collega a forza di tortura… non precisamente un eroe da romanzo, vero? E infatti, ammesso che compaia in narrativa o a teatro, tende a comparirci nelle vesti di comprimario dimesso, bilioso e sfortunato. Quello che ha i complessi perché non è andato all’università, quello che ha scritto una singola tragedia di enorme successo e poi più nulla, quello che paga un’amicizia sbagliata con la tortura e poi sparisce nell’oblio.

E invece Robin Chapman cambia le carte in tavola, facendo di Tom Kyd un uomo fascinoso e brillante, un autore di successo, mentore, amico, amante e sodale artistico di Marlowe, traditore involontario sotto i terribili ferri di Topcliffe, e per questo intento a vendicare sé stesso e il defunto Kit. Gli scrittori sono una genia di perfidi manipolatori: la storia di Christoferus non è sempre  del tutto credibile – alla luce delle fonti – ma è così ben raccontata che si chiude volentieri un occhio e ci si lascia trascinare. Fino al finale, un po’ blando, un po’ irrisolto e con qualche libertà storica di troppo. Ecco, magari il finale non è il più piacevole dei risvegli, ma a maggior ragione ci si dispiace di avere finito il libro, dopo trecento e tante pagine trascorse in una magnifica Inghilterra elisabettiana, intensa, dorata e pericolosa, popolata di gente affascinante e infida, retta su una combinazione di menzogne, paura e splendore…

E poi la scrittura… ah, la scrittura. La scrittura è meravigliosa: vivida, piena di luce e ombra, ricca, appagante – miele, velluto e filigrana, per dare un’idea. Ma miele di castagno, quello amarognolo… E sì, d’accordo – mi fermo qui, ma che posso farci se il giusto tipo di scrittura mi manda in visibilio e mi mette i brividini giù per la schiena?

Ma torniamo a noi. In tutto questo, Marlowe? Presente nel lungo flashback che costituisce due buoni terzi del romanzo, è il ragazzo di genio che nasconde l’insicurezza di fondo dietro una maschera di arroganza irriverente. Fiammeggiante, irragionevole e ingenuo, Kit si metterebbe nei guai molto più spesso e molto prima, se non ci fosse Tom a badare a lui… poi naturalmente ci riesce benissimo lo stesso – ma parte dell’interesse della storia sta nel vedere in che modo non sia tutta colpa sua…

Ah, peccato, peccato, cento volte peccato per quel finale che si affloscia – ma anche così, la lettura vale del tutto la pena. E poi si può sempre giocare a “Come L’Avrei Finito Io”…

E se a questo punto siete incuriositi, Christoferus si trova su Amazon.

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Shakeloviana: Shakespeare in Love

WillNon ricordo più dove e quando sia successo – forse a Casa Andreasi – ma mi si è chiesto quanto ci sia di storicamente corretto in Shakespeare in Love. E io ho risposto che è pieno di deliberati anacronismi, ma è proprio questo a renderlo così shakespeariano…

Dunque, cominciamo col dire che per questo film ho un debole delle dimensioni della Cornovaglia – e per varie ragioni. In ordine di crescente importanza: una produzione che è una gioia per gli occhi (citerò soltanto le scene di folla a teatro e l’udienza della Regina a Greenwich), un’azzeccatissima colonna sonora, una serie di incantevoli interpretazioni (Dame Judi Dench, Geoffrey Rush e Rupert Everett, giusto per citarne un paio) e una scrittura intelligente – oltre che astuta.

Sì, c’è la canonica storiellona d’amore intrecciata con Romeo&Giulietta, c’è il detestabile fidanzato imposto, ci sono gli scambi d’identità e quantità industriali di licenze artistiche… però poi Norman e Stoppard innestano sul canovaccio tutta una serie di intricati scambi di ruolo e di genere, di dialoghi scintillanti, di spassosi anacronismi intenzionali (la seduta di Shakespeare dallo psicanalista, Henslowe che dice “lo spettacolo deve andare avanti”…) e di in-jokes letterari, come un giovanissimo John Webster assetato di sangue e Marlowe che suggerisce a Shakespeare la trama di Romeo&Giulietta.*Shakespeare-in-Love-period-drama-fans-16117972-500-300

SiL non è storicamente accurato? Verissimo, e nemmeno pretende di esserlo. Fin dalla prima scena Norman e Stoppard mettono bene in chiaro che abbiamo di fronte un gioco narrativo. Dopodiché il gioco è condotto con ironia e intelligenza, e persino la storiellona d’amore e le aspirazioni artistiche di Viola, a prima vista così convenzionali, lo sono assai di meno se invece di prenderle sul serio le si guarda nella prospettiva delle opere di Shakespeare e della storia del teatro elisabettiano.

Ed è qui, se volete, che veniamo al punto, perché… Consideriamo per bene: se c’è un autore sempre pronto a sacrificare allegramente l’accuratezza storica a beneficio dello spettacolo e della riconoscibilità da parte del suo pubblico, ebbene quello è proprio Shakespeare. Parlo, a titolo di esempio, di cose come la folla antico-romana che esulta gettando in aria i cappelli come una folla del tardo Cinquecento londinese. E non è esattamente quello che fa questo film? Non sono in gioco esattamente gli stessi filtri narrativi? Shakespeare è raccontato qui come Shakespeare stesso avrebbe raccontato uno scrittore di tre secoli prima – e questo sfasamento è una delle tante gioie provviste da Stoppard&Norman.

07_copy1_originalInsomma, tutto s’incastra (o viene fatto incastrare) alla perfezione, tutto luccica e scintilla, tutto scorre senza inciampi dall’inizio al non-proprio-lieto fine… E quindi, se vi aspettavate una crisi anafilattica, temo che dobbiate restare delusi. Sono allergica agli anacronismi, è vero – ma qui non si tratta di trasandatezza né di Sindrome della Bambinaia Francese. Un deliberato uso shakespeariano degli anacronismi è qualcosa con cui posso convivere in piena felicità.

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* Sì, è un particolare che mi piace molto. No, non siete stupiti. E l’unico gripe che ho a proposito del Kit Marlowe di Stoppard&Everett è che lo si vede troppo poco. – e nemmeno di questo vi meravigliate oltremodo, vero?

Shakeloviana

Shakeloviana: La Scuola Della Notte

School_of_Night_Photo_9The School of Night, di Peter Whelan (classe 1931) è uscito nel 1992: due atti in prosa che mescolano sogni premonitori, commedia dell’arte e intrighi politici in una magione di campagna. Il favore della Regina, spie in abbondanza, Walter Ralegh in disgrazia, una moglie gelosa, uno Shakespeare in incognito, accuse di ateismo, assassini prezzolati… c’è davvero tutto e l’acquaio della cucina, in questo play – forse persino troppo.

L’idea di partenza sembra quella di raccogliere a Scadbury, la casa avita di Tom Walsingham, la maggior parte dei personaggi della vita di Kit Marlowe – e siccome siamo avanti nel maggio del 1593, noi sappiamo che la resa dei conti è vicina… Come spesso accade in questo genere di storie, molta della tensione si basa sul fatto che il lettore/spettatore sia consapevole del conto alla rovescia, il che non è un gran problema nel mondo anglosassone, ma devo domandarmi – e non solo a proposito di Whelan: sarebbe altrettanto efficace, questa storia, letta o vista con occhi ignari?School

Oh, well. In realtà, che Kit sia nei guai è evidente fin quasi dall’aprirsi del sipario. Scandalizzatore di professione, esploratore di cose proibite, impaziente e beffardo – ma spaventato. Si credeva più invulnerabile di quanto si scopra, ed è uno shock. La sfrontatezza si rivela presto per una facciata e una tattica difensiva, mentre intorno a lui si infittiscono gli intrighi e le minacce. E al centro di tutto sembra essere l’eponima Scuola della Notte, il gruppo di liberi pensatori, scienziati e stregoni dilettanti che un tempo si riuniva a Durham House sotto l’ala di Sir Walter Raleigh, e i cui membri cominciano a domandarsi con qualche nervosismo se ci si possa fidare davvero di Kit Marlowe…

Shakespeare entra in scena sotto falso nome, come un attore avventizio di molto buon senso e scarsa capigliatura, chiamato Tom Stone. La ragione non è chiarissimissima – e il modo in cui Whelan cerca di girare attorno al fatto che a questo punto in scena ci siano ben tre Thomas/Tom* suona forzatello anzichenò.

Tutto il resto è Kit che si dibatte mentre il passato torna a morderlo, il presente si complica e il futuro si fa viepiù incerto – ma prima deve venire a patti con l’idea che il calcatavole illetterato che non si chiama Tom Stone sia destinato a sorpassarlo in arte e in fama…

SchoolofnightRicordo di avere letto una recensione secondo cui questo dramma non ha le idee chiare – parte teatro e parte dissertazione accademica. Si trattava, detto per inciso, di una recensione americana: le recensioni britanniche ne apprezzano lo spirito brillante, lo humour cinico e la caratterizzazione. Tendo a concordare con i recensori inglesi, con l’eccezione delle caratterizzazioni: Marlowe, spavaldo, diffidente e visionario, è disegnato con cura, ma gli altri personaggi diventano sempre più piatti e generici mano a mano che ci si allontana dal protagonista. Un’altro aspetto bizzarro sono le indicazioni di scena che suggeriscono pensieri, implicazioni e subtesto… Da un punto di vista teatrale è una cosa dannatamente ingombrante – ma non si può negare che dia al testo una certa qualità narrativa, più adatta alla lettura di molti altri lavori teatrali.

E se voleste provarci, e a patto di avere un po’ di pazienza, The School of Night si trova su Amazon.

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* C’è un altro play, di D.E. Lillie – che ancora non sono riuscita a leggere – il cui programma di sala vanta “non meno di tre personaggi di nome Tom”… E in effetti, nella storia di Marlowe c’è una scomoda densità di Tommasi: Thomas Walsingham, Thomas Nashe, Thomas Kyd, Thomas Watson – e sono già quattro. Poi, a voler vedere, ci sarebbero anche Thomas Lodge, Thomas Dekker, Thomas Middleton…