scribblemania

Dirittura di (non) arrivo

Ed ecco che ci risiamo.

No, dico: immaginate di essere a sei settimi di una prima stesura. Penultimo capitolo. Pieno climax. ormai ci siamo quasi, il protagonista ha capito tutto e sta facendo le corse nel tentativo di fermare l’imminente disastro, intanto – e poi risolvere il problema. Poi un capitolo di azione discendente, in cui si annodano gli ultimi nodi e si predispongono cose per il futuro, e poi la fatidica paroletta di tre (o quattro) lettere.

Fine della prima stesura – and glory be.

Solo che non ci siete ancora arrivati. Ma è talmente vicino che lo vedete a portata di mano. Qualche giorno di sforzo concentrato e ci siete. E, siccome a questo punto sapete precisamente dove state andando (nel senso che non solo ne avete una buona idea, ma ormai è tutto predisposto – salvo sorprese maiuscole), che può mai volerci?

Ecco. Avete immaginato tutto questo? E allora ve lo chiedo: che cosa fate a questo punto?

Uno sprint finale, giusto? Serrate il trotto, come un cavallo che annusa di essere prossimo a casa. Vi ci mettete di buzzo buono e finite la benedetta prima stesura prima che si può. E fate così perché siete gente sensata e ragionevole, e ormai manca talmente poco, ed è tutto in discesa… È così che fate, giusto?

Bravi. Io no.

Io, per qualche motivo che non mi so spiegare, quando sono a questa confortevole distanza dalla fine, invece di serrare il passo, rallento. Scrivo di meno, procrastino, rimando, perdo un sacco di tempo a strologare il susseguirsi delle magioni nobiliari lungo il fiume sulla Agas Map, cerco immagini della livrea reale nel 1581, faccio torte, controllo di non avere chiamato troppa gente “Richard”, vado a fare passeggiate domenicali lungo il fiume…

E mentre faccio tutto ciò mi sento in colpa, ogni singolo istante, perché so benissimo che, se solo facessi un po’ sul serio, potrei tranquillamente finire la prima stesura entro settembre. E finire le prime stesure è cosa bella e buona, giusto?

E allora, ditemi voi: perchè diavolo non lo faccio?

“Perché non vuoi separarti dalla tua storia e dalle tue creature?” chiede R.

Ed è una graziosa idea un po’ sentimentale – ma non credo proprio che il punto sia quello, soprattutto perché alla fine della prima stesura non ci si separa da niente e da nessuno. Poi vengono le revisioni, l’editing e tutto quanto… Prima che mi debba separare da Tom e compagnia, farò in tempo a non poterne più di loro.

E quindi? Quindi… who knows? E sono più che un po’ seccata con me stessa…

E intendiamoci: non è orribilmente grave – solo irritante oltre ogni dire. Però è davvero un’irritazione di cui farei a meno.

Idee in proposito, o Lettori? Consigli? Suggerimenti? Parole sagge? Biscotti al cioccolato? Anche voi fate così? O siete di quelli che finiscono gli ultimi capitoli in un unico galoppo scintillante? Do tell!

grillopensante · libri, libri e libri

Dentro un libro

Mentre cercavo la Survey of London di Stow* – che ho ritrovato quasi subito benché non fosse, per qualche motivo, nello scaffale elisabettiano – mi è tornato in mano Buio in Sala, di Camilla Salvago Raggi.

E perché in seguito non abbia mai letto nient’altro di questa signora – romanziera, saggista, poetessa, traduttrice dall’Inglese – proprio non so, perché Buio in Sala (sottotitolato Una serata all’Opera) è assolutamente incantevole. Un caleidoscopio di personaggi raccolti a teatro per un Werther di Massenet cantato da un tenore di culto – e tutti pensano, guardano, ascoltano, fanno scoperte su se stessi, sulla musica e sui massimi sistemi…  Se avete letto i miei Insorti di Strada Nuova forse riconoscerete qualche tipo di parentela ideale.

E non ho idea di che genere di successo abbia avuto Buio in Sala – spero sia stato notevole – ma sotto certi aspetti è un po’ una cosa da melomani. Io nel Novantasette, quando uscì e lo lessi, ancora non lo sapevo. Studiavo a Pavia, all’epoca, e l’opera mi piaceva – ma non ci andavo granché. Era qualcosa che coltivavo per lo più a forza di CD e letture di libretti – e l’occasionale spedizione a Mantova o Verona. A piacermi tanto era il modo in cui la faccenda era strutturata: un’opera come prisma di lettura per una carota di umanità.

Un po’ d’anni dopo, tuttavia, il mio melomanissimo Mentore decise che era tempo di passare dai CD alle platee, dando inizio alla mia stagione di pellegrinaggi operistici. Se siete appassionati d’opera, sapete come funziona: ci si sceglie un cantante e lo si segue. Io per un po’ seguii Thomas Hampson, baritono americano che in Italia cantava poco o nulla – e questo portò a un certo numero di blitz ferroviario-musicali in giro per l’Europa… Ah, mais j’étais jeune!**

E quando facevo queste cose, mi capitava abbastanza spesso di pensare a Buio in Sala e alla sua descrizione dell’ambiente che gira intorno all’opera… ma la prima, primissima volta che ciò accadde, fu a Jesi. La mia prima spedizione operistica overnight, in compagnia del Mentore, per l’unica ripresa (che io sappia) del Ruy Blas di Marchetti. L’opera fu quel che fu – ma il ricordo indelebile, è quello dell’attesa che aprissero le porte del Teatro Pergolesi, seduta su un qualcosa di marmo (panchina? Parallelepipedo decorativo?) in compagnia del Mentore, e dell’arrivo – a due, a tre, a singoli – dei melomani. Quelli che si conoscono tutti tra di loro. Quelli che chiamano i cantanti per nome. Quelli che “Ah, ma la Carmen al Liceu, nel Novantuno…”.  Io ero una faccia nuova – oggetto di curiosità blanda e benevola e appena un poco scettica, perché ero un compagnia di un membro piuttosto in alto nel pecking order, ma non si sa mai con questi giovani che iniziano e poi si perdono per strada…

E all’improvviso mi accorsi che ero dentro un libro. Ero dentro Buio in Sala fino all’ultimo dettaglio, con vertiginosa perfezione – tranne l’opera: anziché un Werther a Roma, un Ruy Blas a Jesi – ma chiaramente non importava poi troppo. Il mondo del libro, il colore, l’umanità ritratta… era tutto lì.

Capitano, questi momenti.

Come la sera della prima assoluta di Di Uomini e Poeti al Bibiena. Ad applausi finiti, a cena al ristorante con gli attori e una manciata di ospiti di riguardo. Ero seduta con due attori e una signora dell’Istituto di Cultura Italiana di Dublino (mi par di ricordare), con un calice di vino bianco in mano, e stavo rispondendo a qualche tipo di domanda, e intanto nel chiacchiericcio della sala continuavo a risentire gli applausi di nemmeno un’ora prima, e…

E di nuovo: dentro un libro. Mio, questa volta – o, se non proprio un libro, il mio primo tentativo di romanzo. Una faccenda d’ambientazione teatrale, e questa scena in cui un’autrice debuttante è a cena dopo la prima del suo primo lavoro. Gli attori, il ristorante, il vino bianco, l’eco degli applausi in sottofondo alla conversazione… why, avevo persino un vestito di crêpe di seta grigia – come quello che, anni prima, avevo scritto addosso al mio personaggio! Scelto per la serata senza pensarci minimamente, giuro – ma ci fu un momento in cui mi tornò tutto in mente… ero dentro un libro!

Ecco, dicevo: sono cose che capitano. Un respiro trattenuto, un ombra di vertigine, magari il tipo di sorriso che fa levare un sopracciglio all’interlocutore… No, è tutto a posto. Mi è venuto in mente… ma mi diceva della Carmen al Liceu, nel Novantuno? Chi cantava Micaela…? Ed è tutto passato.

E a voi, o Lettori? Vi è mai capitato di trovarvi per un attimo dentro un libro?

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* “Ma è mai possibile che tu stia sempre cercando qualcosa, o Clarina?” E che devo dire? Si direbbe che sia possibilissimo…

** Una volta o l’altra vi racconterò.

anglomaniac · elizabethana · pennivendolerie · romanzo storico

Udite – Udite! (Ovvero, Sapere Books & Io)

Era da un po’ che ogni tanto vi accennavo a un lavoro in corso di ambientazione elisabettiana chiamato TW, nevvero? Quello con l’itinerario smarrito e ritrovato, per capirci. E quello i cui cartoncini sono attualmente sul Narravento. E qualche volta forse ho anche sussurrato che TW prometteva sviluppi…

Ebbene, o Lettori, gli sviluppi ci sono stati – e sono estremamente lieta di annunciarvi che ho firmato un contratto con Sapere Books, una meravigliosa piccola casa editrice… sull’Isoletta!

Stiamo parlando di gialli storici ambientati, tanto per cominciare, nei primi anni Ottanta del Cinquecento – con un pochino di spionaggio aggiunto per buona misura. Il mio protagonista e investigatore, Thomas Walsingham fa il corriere diplomatico per il suo famoso cugino, Sir Francis dello stesso nome, ministro e capo del servizio di spionaggio della regina Elisabetta… È il genere di carriera in cui s’incontrano un sacco di pericoli e di misteri – e Tom avrà il suo bel daffare a risolvere misteri.

È ancora tutto molto all’inizio, e ci vorrà un po’ prima che abbia una data di pubblicazione – ma state pur certi che vi farò sapere. Intanto gioite con me – e qui c’è la mia author page sul sito dell’editore.

scribblemania

In Lode dell’e-Diario

In questo post si parlava dell’occasionale idea randagia che non vi lascia in pace finché non la scrivete da qualche parte, giusto? E in proposito dicevo come in certi casi, quando l’idea è davvero persistente, non ci sia nulla da fare se non questo:

Aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata.

E in realtà dicevo anche altre cose, ma questa è quella fondamentale, e apparentemente ha generato qualche genere di curiosità riguardo a dove si tenga questo genere di arnesi…

Ebbene, a titolo di premessa, lasciatemi citacchiare Kipling: ci sono sessantanove modi di raccogliere gli scampoli randagi, e ciascuno è quello giusto. Una cartella apposita nelle profondità del vostro hard disk, un taccuino dedicato, il taccuino generale, una scatola colma di foglietti, il registratore vocale sul telefono… Negli anni, prima o poi, ho usato e visto usare tutti questi metodi… no, non è vero: il registratore vocale non l’ho mai usato – ma mi si dice che funzioni. Però tenete conto che non stiamo parlando di un appunto volante, bensì di scampoli più o meno estesi. E in tutta franchezza, data la natura umana e la natura delle cose in genere, quando un’idea randagia possiede questo genere di prepotenza, odds are che stiamo parlando di “più estesi”.

Quindi, quel che faccio per lo più, è utilizzare un journaling software. Semmai non lo sapeste, un journaling software, o diario elettronico, è un processore più o meno complicato, con una quantità variabile di campanelli e fischietti – ma invariabilmente provvisto di un sistema interno di datazione. Sennò non sarebbe un diario, giusto? Questo significa che, quando lo aprite, vi apre automaticamente un file datato al giorno corrente, che resta in uso fino alla mezzanotte. Domani ce ne sarà un altro, e ieri ce n’è stato un altro ancora, e così via, e il programma archivia tutto per data. Nella forma base, tutto qui.

E sì, lo so che oggidì non si parla più di software ma di app – però il mio specifico diario elettronico è vecchio come le colline, ed è un software. Si chiama My Simple Friend – che, per essere del tutto sinceri, ho sempre trovato una scelta un po’ così, visto che “simple” si traduce in “semplice” in tutte le sue accezioni, compresa quella di “sempliciotto”…

Ma non si può negare che MSF sia semplice davvero. La pagina bianca, una tabella navigabile per le date in cui si è scritto qualcosa, una spartanissima barra degli strumenti… dei campanelli e fischietti di cui si diceva prima, qui non c’è granché. Le possibilità di formattazione sono ridotte al minimo, e non c’è assolutamente nient’altro.

Ma d’altra parte, questa è l’idea, giusto? Quando un’idea randagia mi punge, apro MSF, scrivo finché l’idea randagia non è soddisfatta, e chiudo. Fine. Non devo nemmeno disperarmi troppo a salvare, perché MSF è sorprendemente efficiente in questo, e devo dire che in quasi dodici anni, e pur con il mio pessimo stato di servizio in questo genere di cose, non ho mai perso una riga.*

Sì, quasi dodici anni. Ve l’avevo detto che è vecchio come le colline. Tanto vecchio che, per quanto ne so, non esiste nemmeno più…** Ma non è questo il punto. Basta gugolare qualcosa come “journaling app” per trovare dozzine di possibilità, gratuite o a pagamento, spartane o accessoriatissime, con o senza intricate opzioni di ricerca interna, immagini, promemoria e whatnot… E devo dire che vi consiglio vivamente di procurarvene uno. Uno qualsiasi, a vostro gusto, da usarsi per questo genere di cose.  L’occasionale storia randagia, pezzi del Work in Progress che volete cassare ma non eliminare del tutto Perché Non Si Sa Mai, versioni alternative, strologamenti per iscritto – soprattutto se strologate meglio alla tastiera che su carta… Cose così.

Poi, per quanto mi riguarda, è anche un cuscinetto per la coscienza: quando cedo all’insistenza di un’idea randagia, farlo su MSF mi fa sentire meno in colpa di quanto mi ci sentirei cedendo in posti digitali più strutturati e seri – come Scrivener… ma questo siete autorizzati a considerarlo un pezzetto di eccentricità personale e ignorarlo del tutto. O magari invece siete così anche voi e passate invereconde quantità di tempo a negoziare equilibri tra coscienza, subconscio e istinti procrastinatori… Son cose che ciascuno sa di se stesso, giusto? Non ne parleremo – e, a ogni buon conto, torneremo al consiglio di partenza: procuratevi un diario elettronico.

Ecco, magari assicuratevi che ci sia qualche opzione di ricerca, o almeno la possibilità di etichettare i vostri foglietti per qualcosa che non sia esclusivamente la data – perché questo forse è l’unico vero difetto che ho trovato a MSF. Adesso sto cercando di ovviare con un indice per le cose che mi capita di voler rileggere ogni tanto – ma mi ci è voluto del tempo per decidermi a farlo, e comunque ammetto che non è comodissimo.

Otherwise, però, è come quel cassetto in cui mettete tutte quelle cose che Non Si Sa Mai: comodo, poco impegnativo, ragionevolmente sicuro, divertente a rovistarsi nei pomeriggi piovosi e, all’occasione, niente di meno che una benedizione.

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* A ben pensarci, forse dovrei salvare una copia di tutto in MSF… Forse mi risparmierei un bel po’ di mal di stomaco?

** Qualcuno sa dirmi con più precisione?

angurie · scribblemania

Ritrovato!

Yes well – ho ritrovato l’itinerario.

Vi ricordate dell’itinerario smarrito? Perduto? Svanito nel nulla? Ecco, sabato mattina è saltato fuori.

E da dove, o Clarina? mi par di sentirvi chiedere.

Ecco, si direbbe che, quando dicevo di aver vanamente cercato in tutti i posti logici e in alcuni illogici, ne stessi trascurando uno. Uno talmente sensato, talmente – ma talmente logico che proprio non mi è nemmeno passato per la mente di guardarci.

E non sto facendo del sarcasmo a mie spese, sapete? Il posto era davvero logico, ma tale è la mia abitudine al disordine e alla vaghezza, che quando faccio qualcosa di sensato non mi ci ritrovo più.

Il fatto si è, vedete, che per la prima volta in vita mia ho un taccuino interamente ed esclusivamente dedicato a un singolo progetto. Per ragioni che presto diverranno chiare, questa volta è parsa una buona idea fare così, e procurare un Moleskine rosso.  È anche la prima volta che ho un Moleskine rosso* – ma questa è una faccenda di prime volte sotto più di un aspetto. Al momento la cosa rilevante è che, come tutti i Moleskine, anche il mio taccuino rosso possiede una di quelle tasche a soffietto all’interno della copertina posteriore. Non è un particolare a cui pensi tremendamente spesso. Voi le usate, o Lettori, le tasche posteriori dei Moleskine? Io qualche volta – ma più spesso no.

Anyway sabato mattina, mentre lavoravo a TW, mi è sorta l’esigenza di controllare la collezioncella di citazioni che sto raccogliendo sul taccuino a rovescio. Così l’ho girato, l’ho aperto a rovescio, ho notato distrattamente la tasca, ho trovato la mia citazione e, prima di tornare al diritto del taccuino, mi ha punta la curiosità: che cosa avrò mai qua dentro…? E mentre lo dicevo, mi si è accesa la lampadina. Sta’ a vedere che…

E sì, lo so: voi ci siete arrivati nell’istante in cui ho menzionato la tasca posteriore. Naturalmente l’itinerario era lì. Piegato in quattro anziché in due, con i suoi ritagli di Estienne, le annotazioni, gli sghiribizzi a colori…

L’Eureka Moment è consistito di un piccolo strillo, e di due rapide comunicazioni a R. e M. – a voce e via Whatsapp. Sia R. che M. dapprima hanno esultato con me e poi, separatamente, hanno posto la stessa ottima domanda che vi state ponendo voi adesso.

E di’ un po’, Clarina: ti è ancora utile?

La risposta è: Assolutamente No.

L’itinerario mi serviva per portare il mio protagonista da Amiens a Calais in modi che fossero tanto interessanti quanto storicamente e geograficamente… Ed è nella natura delle cose che sabato mattina, circa un’ora prima che l’itinerario ricomparisse, Tom sia arrivato a Calais sulla base dell’itinerario ricostruito, e con tanto interesse e tanta plausibilità quanti ne possono servire.

Hence… non so nemmeno troppo di che cosa mi sto lamentando. È una legge di natura che le cose smarrite saltino fuori nel momento in cui non servono più, giusto? Ho fatto senza itinerario. Ho una dimostrazione empirico-aneddotica in più del fatto che sono hopelessly absent-minded. Ho anche una dimostrazione empirico-aneddotica di una cosa saggia che diceva mia nonna: Di Quel Che Non C’è, Si Fa A Meno. Se avessi dedicato alla scrittura il tempo che ho speso a cercare l’itinerario, adesso forse sarei più avanti – ma pazienza.

Quindi adesso l’Itinerario Ritrovato è appuntato sul Narravento, più come trofeo che altro – anche perché Tom e io nel frattempo abbiamo attraversato la Manica e siamo a Dover…

Però mi pareva bello farvelo sapere. Ecco tutto.

Torno a scrivere.

 

 

 

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* E se devo essere del tutto sincera, avrei preferito un rosso un po’ più scuro – ma che bisogna fare?

Ossessioni · scribblemania

A volte…

E niente, a volte va così.

A volte non c’è nulla che tenga – scadenze, programmi, scalette, gente che aspetta… Potete avere in sospeso la faccenda del traghetto Calais-Dover, e il funzionamento del radiogoniometro, e le maree del novembre 1581, e l’ingresso in scena di Bea – ma non c’è niente da fare.

Qualcos’Altro vuol’essere scritto.

E badate bene: Qualcos’Altro non è nemmeno una storia vera e propria – perlomeno non una storia intera con un inizio, un mezzo e una fine. Vi verrebbe magari da dire che non lo è ancora – ma in realtà chances are che non sia destinata ad esserlo mai. Non così com’è, non con questi personaggi, non con questa ambientazione…

Ma Qualcos’Altro non se ne dà pensiero. Non prova nemmeno a suggerire che il suo conflitto, la dinamica tra i personaggi, qualche battuta di dialogo potrebbero tornarvi utili un giorno… e tra l’altro è anche piuttosto vero, a pensarci bene – ma a Qualcos’Altro non importa un bottone. Vuole soltanto essere scritto. Lo vuole, lo vuole, lo vuole fortissimamente, e non smetterà di pungere e mordere finché non cederete.

Potrete provare a concentrarvi sui traghetti rinascimentali e su Bea – ma lasciate che ve lo sussurri: è perfettamente inutile. Qualcos’Altro sarà anche solo una collezione di scene e mezze scene di discutibile coesione – ma ha l’irriducibilità di una remora, e non intende minimamente lasciarvi in pace.

Per cui, se avete un minimo d’esperienza, quando Qualcos’Altro vi piomba addosso, sapete che non c’è nulla da fare: accantonate i traghetti, mandate Bea a prendersi un aperitivo, aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata. E vi avverto: più tentate di resistere, più Qualcos’Altro prenderà forma, colori e dettagli, e più tempo ci vorrà per liberarvene.

E sapete un’altra cosa? In tutta probabilità vi verrà anche benino – il che è ironico, considerando che non ve ne farete mai nulla. Però sarà lì, e l’avrete buttato giù. Consideratelo un esercizio. Un esperimento. Un gioco. L’equivalente scrittorio di un pomeriggio al luna park. Oppure non proprio questo, soprattutto se anche voi detestate i luna park – but you get my drift.

E sì, G. – lo so che stai leggendo e sei già preoccupatissima, ma credimi: non devi.  Adesso che Qualcos’Altro è appagato, non solo torno a occuparmi dei traghetti e, cosa che ti sta più a cuore, di Bea et al. – ma ci torno in corsa, con i muscoli sciolti e la mente libera.

Quindi tutto considerato mi sbagliavo: niente pomeriggio al luna park. Una passeggiata in campagna, piuttosto. O una sessione di stretching. O una buona nuotata.

O, se non va bene nemmeno questo perché non siete sportivi, possiamo considerare l’appagamento di Qualcos’Altro come un granello d’incenso bruciato all’altare delle Storie – queste bizzarre, capricciose, inscrutabili divinità minori il cui favore va coltivato con tanta, tanta cura per evitare che si offendano e ci lascino da soli.

musica · tradizioni

Abbranca una Perseide – un’operazione nostalgica ♫

Mi si è fatto notare di recente che, con il nuovo corso di SEdS, molte delle tradizioni musicali sono franate a valle…

Guilty as charged, temo – ma visto che quest’anno San Lorenzo* capita proprio in giorno di post, facciamo una cosa vecchia maniera, volete? Che poi, secondo il mio astrofilo di fiducia, la notte migliore è quella del 12 – ma le perseidi sono visibili tra il 10 e il 15…

Anyway, intanto musica – e, nello spirito del ritorno alle origini… Perry Como!

E, giusto per dire, aggiungo un link a un vecchio, vecchio, vecchio post in fatto di stelle cadenti – una cosa dei primordi di SEdS che ancora mi piace abbastanza.

Voi praticate l’annuale caccia alla perseide, o Lettori? Avete musica prediletta in proposito? Tradizioni di famiglia? Ricordi? Aneddoti?

Do tell!

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* E buon onomastico, L.!

libri, libri e libri · teatro

Assassinio Sul Palcoscenico

 

teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworthImmaginate un posto labirintico e pittoresco, pieno di angoli bui e ogni genere di bizzarri attrezzi, popolato di gente temperamentale con tendenza all’egocentrismo che pratica la finzione per mestiere, percorso da rivalità e carrierismo di notevole ferocia… 

Non vi sembra perfetto per quantità industriali di omicidi? 

Be’, siete in buona compagnia: da decenni sembra perfetto a un sacco di giallisti che ambientano le loro storie a teatro e nell’ambiente teatrale…

In realtà dubito che attori, registi e autori teatrali abbiano una tendenza a delinquere superiore alla media. Al momento mi viene in mente soltanto Ben Jonson che uccide Gabriel Spenser in duello – ma ammetto che, essendo successo quattrocento e tanti anni fa, non è terribilmente significativo.

E se vogliamo, anche Marlowe passò un paio di settimane a Newgate per concorso in omicidio (compiuto più o meno per autodifesa da un altro autore teatrale, Thomas Watson), e morì accoltellato in una rissa… ma di nuovo, stiamo parlando di Elisabettiani.

E tuttavia, svariati secoli più tardi, nell’epoca d’oro del giallo classico inglese, si sviluppò una considerevole tendenza a far maturare delitti tra le sensibilità arroventate e le scarse inibizioni dei teatranti.teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworth

Cominciamo pure da Agatha Christie, i cui attori – dalla Lady Edgware di Tredici a Tavola al Charles Cartwright di Tragedia in Tre Atti, non sono sempre creature equilibratissime. Badate, non sto dicendo che siano necessariamente assassini – ma di sicuro muovono parecchio la trama a furia di temperamento, ambizioni e mancanza di scrupoli.

Con Ngaio Marsh, poi, non c’è gioco. La signora era una regista e insegnante di teatro, per cui l’ambientazione le riusciva naturale. Tanto che, lo confesso, i gialli della Marsh li leggo, più che per l’indagine, per l’aguzzo ritratto dell’ambiente teatrale. Aguzzo e vario: per citare solo un paio di titoli, se l’allegro e ironico Death at the Dolphin è costruito intorno al sogno di ogni autore teatrale degno del nome (meno l’omicidio, magari…), l’antecedente First Night non risparmia nulla della fatica, delle perfidie e dell’occasionale squallore nascosti dietro le quinte di una produzione. E il più tardo The Light Thickens è talmente dettagliato e vivido nella sua descrizione del lavoro di scena, da essere stato definito “la terza regia della Tragedia Scozzese di Ngaio Marsh”.

Dopodiché non sempre i delitti avvengono tra camerini, boccascena e magazzino degli attrezzi. Nessun romanzo di Josephine Tey è ambientato a teatro (anche se The Man in the Queue inizia davanti a un teatro del West End, e la Christine di A Shilling for Candles è un’attrice), ma Marta Hallard, la grande amica dell’Ispettore Grant, è un’attrice teatrale – e frequenta di conseguenza, cosicché attori, autori, registi e produttori non mancano mai.

teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworthA questo proposito, potrei citare la contemporanea Nicola Upson, che proprio della Tey ha fatto la protagonista della sua serie di gialli. Nel primo volume, An expert in murder, Josephine e l’Ispettore Archie Penrose indagano su due omicidi commessi durante l’ultima settimana di repliche del successone teyano Richard of Bordeaux. Per un motivo o per l’altro, mezza popolazione del teatro si ritrova ad avere mezzo, movente od occasione – e forse la maggiore delizia di questo libro sta nei personaggi modellati su gente come John Gielgud o le sorelle Harris di Motley, autentica fauna del West End anni Trenta.

Quindi, vedete, la tradizione continua ininterrotta ai giorni nostri. Spesso, è  vero, continua nei gialli storici. Qualche volta i protagonisti sono fittizi, come l’ur-direttore di scena elisabettiano Nicholas Bracewell di Edward Marston, o il farmacista settecentesco John Rawlings di Deryn Lake – che teatrante non è, ma a un certo punto della sua carriera si ritrova a investigare sulla morte di un primattore assassinato in scena al Drury Lane. Altre volte, il protagonista/detective è un personaggio storico, come il Tom Nashe di Mike Titchfield, o i (plurale) Kit Marlowe di M.J. Trow e Sarah D’Almeida.

Discorso a parte merita il bellissimo e già citato Mystery Play – La Commedia della Vita di Barry Unsworth, in cui un capocomico tardomedievale e i suoi attori risolvono un omicidio abbandonando la vecchia tradizione teatrale dei Misteri. Francamente, in questo caso, l’omicidio non è del tutto rilevante, se non come indovinello viscerale, cui offrono soluzione l’arte e la conoscenza.

Col che non voglio dire che il filone sia confinato ai secoli passati. Non vi stupirete se confesso di non leggere molti gialli di ambientazione contemporanea, ma basta contare quanti episodi de La Signora in Giallo siano ambientati a teatro e abbiano per vittima o assassino un attore, un autore, un regista, un produttore. O un critico – non dimentichiamoci dei critici. Ed è vero, eravamo tra gli anni Ottanta e Novanta, but still.

Perché alla fin fine, il teatro è sempre quel luogo di buio e luci parimenti artificiali, di illusioni, di corde, di armi non sempre finte, di gelosie, di apparenza che inganna, di false prospettive, di controllo supremo unito all’impulsività più scoperta. E se niente e nessuno è quel che sembra, torno a chiedervelo: c’è dunque posto più adatto a mettere in scena un assassinio?

Storia&storie · teatro

Nellie Bly: Il Giro del Mondo in 72 Giorni

Settantadue, sì – non ottanta.

Quello degli ottanta giorni è Phileas Fogg – e non  lo ha fatto sul serio. O meglio, nel romanzo lo fa eccome – ma è tutta teoria e narrativa: i calcoli di un giornale e l’immaginazione di Jules Verne.

Nellie, invece…

Nellie non è il personaggio di un romanzo – ma potrebbe esserlo.

Elizabeth Cochran(e) aveva 16 anni quando scrisse il suo primo articolo, contestando appassionatamente l’idea che le ragazze fossero fatte solo per la maternità e la casa – impressionando il direttore del Pittsburgh Dispatch, e guadagnandosi il suo primo lavoro da giornalista, sotto uno pseudonimo ispirato a una canzone in voga: Nellie Bly.

A 21 anni, decisa a fare “qualcosa che nessun’altra ragazza aveva mai fatto”, trascorse sei mesi in Messico, scrivendo corrispondenze sulla vita locale e mettendosi nei guai con la dittatura di Porfirio Dìaz per avere difeso la libertà di stampa. Aveva 23 anni quando trascorse dieci giorni sotto copertura in un manicomio per denunciare le condizioni di vita delle malate di mente, e ne aveva 25 quando intraprese il giro del mondo, nell’intento di seguire l’itinerario di Phileas Fogg e batterne il teorico record di ottanta giorni. A chi le diceva che una donna non avrebbe mai potuto compiere da sola un simile viaggio, Nellie rispondeva che niente è impossibile, se si applica la giusta energia nella giusta direzione.

Intrepida, determinata, pratica, piena di curiosità e di buon umore, acuta e ingenua al tempo stesso, Nellie viaggia contro il tempo, per scommessa e per lavoro, per dimostrare che nulla è impossibile a una donna risoluta, e per scoprire il mondo con gli occhi di una ragazza americana del tardo Ottocento.

E sabato sera noi ve la presentiamo, Nellie Bly, in un’altra delle serate di Racconti d’Estate a Palazzo d’Arco. Sarà lei stessa a raccontarvi la sua avventura, in un adattamento del libro che scrisse al suo ritorno – un bestseller all’epoca!

C’è ancora qualche posto –  per lo spettacolo e, volendo, per la visita alle incisioni raffaellesche di Marcantonio Raimondi, eccezionalmente esposte nelle sale del Palazzo. Per informazioni e prenotazioni, potete consultare il sito di Palazzo d’Arco. Cliccate il pulsante giallo “prenota ora” in basso a destra.

Giornalista d’inchiesta, viaggiatrice, paladina delle donne… Venite a conoscere questa straordinaria ragazza, e imbarcatevi con lei per un viaggio intorno al mondo – in settantadue giorni!

Vi aspettiamo a Palazzo.

Shakespeare · Storia&storie · teatro

Il ritorno dei Sonetti

Eugé, o Lettori! Dopo quasi sei anni di attesa, i Sonetti tornano in scena.  Tornano nella forma di una delle letture di Racconti d’Estate, nel bellissimo cortile di Palazzo d’Arco, con un meraviglioso cast costituito da Diego Fusari, Francesca Campogalliani, Luca Genovesi, Rossella Avanzi e Davide Cantarelli. Tornano incorniciati tra le due più incantevoli fantasie shakespeariane – Ariel e Puck…

E non ho bisogno di dirvi, credo, quanto sono affezionata a questo testo -per tutti i motivi ovvi, e per il delizioso gioco che è stato scriverli…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie in proposito, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia, non credete?