Shakespeare · Storia&storie · teatro

Il ritorno dei Sonetti

Eugé, o Lettori! Dopo quasi sei anni di attesa, i Sonetti tornano in scena.  Tornano nella forma di una delle letture di Racconti d’Estate, nel bellissimo cortile di Palazzo d’Arco, con un meraviglioso cast costituito da Diego Fusari, Francesca Campogalliani, Luca Genovesi, Rossella Avanzi e Davide Cantarelli. Tornano incorniciati tra le due più incantevoli fantasie shakespeariane – Ariel e Puck…

E non ho bisogno di dirvi, credo, quanto sono affezionata a questo testo -per tutti i motivi ovvi, e per il delizioso gioco che è stato scriverli…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie in proposito, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia, non credete?

 

Storia&storie · teatro

La Scoperta di Rebecca

Parlavamo di adattamenti teatrali, nevvero? Ed è appena possibile che, quando parlavo di prime armi a proposito del mio fallito tentativo di adattamento di Lord Jim, stessi esagerando un pochino. Perché in realtà…

In realtà avevo undici anni quando scrissi il mio primo adattamento: of all things, Sir Walter Scott. Ivanhoe, per la precisione, in una di quelle sfrondatissime traduzioni illustrate per fanciulli. E figuratevi un po’: non solo finii l’adattamento – ma a furia di insistenza e ricatto emotivo, convinsi i miei compagni di classe a metterlo in scena.

Sì, lo so… ero quel tipo di bambina. Ed ero anche quel tipo di bambina che faceva la regista, sotto la divertita supervisione dell’insegnante di lettere. E per di più volevo assolutamente la parte di Rowena.

Lady Rowena, vedete, era l’eroina nominale, quella carina, con i bei costumi e il lieto fine, e non mi dispiaceva il ragazzino che interpretava l’eroe eponimo… Quindi sì, volevo la parte. A undici anni ero piuttosto… tenace – e per di più, essendo la regista, ero in ingiusto vantaggio rispetto alle altre aspiranti Rowena, che non avevano voce in capitolo in fatto di distribuzione…

Poi naturalmente non arrivammo mai a mettere in scena Ivanhoe. A parte tutto, la mia comprensione di quel che si poteva fare o non fare su un palcoscenico era vaga nella migliore delle ipotesi, e il mio adattamento, oltre ad avere abbastanza personaggi per popolare le Americhe, era piena di battaglie, assedi, cavalcate, tornei… Che posso dire? Avevo undici anni.

Dopo qualche mese di entusiastici progetti e – se ben ricordo – una singola prova, con la fine dell’anno scolastico l’intera faccenda evaporò in nulla, lasciandomi un pochino delusa. E nel corso delle vacanze mi parve bello curare la delusione con l’ennesima rilettura di Ivanhoe – ed è qui che feci un’interessante scoperta: dopo avere fatto il diavolo a quattro per avere la parte di Rowena, all’improvviso trovai che non m’importava granché di lei. È graziosa e alla fine sposa Ivanhoe – ma dopo tutto che cosa fa, oltre a sospirare con aria dolce e aspettare di essere salvata?

Rebecca, invece… Rebecca di York è una guaritrice di tutto punto, è capacissima di prendere iniziative e sa destreggiarsi con la legge. E soprattutto è orgogliosa, piena di dignità nei momenti peggiori e, per quanto innamorata senza speranza, è capace di soffrire in silenzio. Un personaggio molto più complesso e, mi rendevo conto persino allora, molto più interessante da recitare.

E questa è, credo, l’occasione in cui scoprii che il protagonista nominale non è necessariamente il personaggio migliore, e che tridimensionalità e complessità sono molto, molto meglio dei bei costumi e del lieto fine. E ciò va a dimostrare che non si sa mai, vero? Forse la scoperta di Rebecca iniziò come un caso di volpi undicenni e uva acerba – ma finì con l’essere una pietra miliare nella mia preadolescente percezione delle storie e dei personaggi. Se ne può concludere che adattare per il teatro fa bene alla salute – e che, alla lista dei libri che hanno influenzato la mia formazione narrativa, si può aggiungere Ivanhoe, passando per una sfrondatissima traduzione illustrata per fanciulli e un play che non vide mai la luce.

scrittura · teatro · Utter Serendipity

Segni del Destino

Ieri sera ho ricevuto in regalo un segno del destino.

Un regalo di compleanno – poi ci si sono messi in mezzo il virus, l’Africa e cose così – composto di due parti: il numero di Topolino uscito tre giorni dopo la mia nascita (perché P. è il tipo di persona che ha questi pensieri deliziosi e whimsical) e poi… il segno del destino.

E il segno del destino è una versione a fumetti di Lord Jim. Opera di Fabio e Stelio Fenzi, supplemento a il Giornalino del 4 agosto del 1993.

Sapevo dell’esistenza di questa cosa e ne ero curiosissima – ma non ero mai riuscita a procurarmene una copia fino a ieri sera, quando P. me l’ha messa tra le mani a titolo, come dicevasi, di regalo di compleanno. E naturalmente poi ieri sera l’ho divorato, e ho finalmente placato la mia curiosità. Nonostante le mie radicate perplessità sul fatto che LJ sia in alcun modo una lettura da fanciulli, devo ammettere che Fabio Fenzi ha fatto un discreto lavoro nel semplificare e smussare la storia senza snaturarla completamente*. Persino il finale… Well, se nella vostra infanzia siete stati lettori de Il Giornalino, saprete anche voi di una certa tendenza a edulcorare il finale negli adattamenti dei classici.** Oddly enough, al desolatissimo finale di LJ Fenzi aggiunge dosi di zucchero radicali ma, tutto sommato, ridotte .

Quindi alla fin fine posso dire che, pur non approvando l’operazione editoriale in sé, inorridisco solo in parte al modo in cui è stata realizzata.

E tutto ciò è molto bello e istruttivo, o Clarina, mi par quasi di sentirvi mugugnare a questo punto, ma non vagare per i prati. Ci hai promesso un segno del destino: in che modo la versione a fumetti di LJ è un segno del destino?

Giusto – il segno del destino. Ebbene, il fatto si è i tempi dell’arrivo sono di una serendipitudine perfetta oltre ogni dire. Proprio qualche giorno fa ho cominciato a dirmi che è tempo di rileggere LJ – perché non lo rileggo da secoli, e perché è ora di rimettere mano all’idea di un adattamento.

Un adattamento, sì. Idea già accarezzata secoli orsono, quando ero una matricoletta alle prime*** armi in fatto di scrittura teatrale e adattamenti. Per cui l’idea all’epoca era dissennatissima, considerando le complessità molteplici e stratificate del testo… E infatti cominciai piena di sacro fuoco – ma mi fermai presto.

Adesso, però…

Adesso è passato un quarto di secolo. Ho scritto molto, in questi anni, adattato molto, studiato e praticato, letto e riletto, pensato… Ogni tanto l’idea tornava a galla, e io la contemplavo un pochino e poi la spingevo di nuovo sotto il pelo dell’acqua. Non ancora. Non ancora.

Fino a qualche giorno fa, quando è riemersa più lucida e compatta. Pronta, forse? E forse sono pronta anche io? E ho cominciato a strologare e buttar giù qualche appunto, e a chiedermi se ho davvero il coraggio di riprovare. Perché a parte il mio legame*** con questo particolare romanzo, c’è il fatto che questa non è una faccenda discussa con un regista e destinata con certezza a uno specifico palcoscenico, e non ho idea se se ne potrà mai fare qualcosa, e a dire il vero non so nemmeno in che lingua farlo, e voglio davvero impelagarmi in una faccenda del genere? E…? E…? E…?

Per cui capite che quando ieri sera P.  mi ha messo in mano il suo regalo… Oh, magari non subitissimo, al di là della sorpresa e della soddisfazione. Ma più tardi, mentre guidavo verso casa nel silenzio della campagna estiva, ho avuto la mia piccola epifania: un segno del destino!

E se volete, si può aggiungere questo: agosto del Novantatre. A poche settimane di distanza dal mio primo malguidato, acerbissimo tentativo di adattamento. Scritto a mano su una vecchia agenda, ascoltando per qualche motivo la Crown of India Suite di Elgar, rannicchiata alla scrivania della mia stanza di collegio a Pavia… E levate pure il sopracciglio, se volete – ma quando suonava la campana della cena mi ritrovavo con le spalle indolenzite dall’intensità del lavoro.

E poi nulla – un piccolo naufragio, perché allora non conoscevo il mestiere. Ma adesso sì. E ci sono persino i segni del destino. Per cui…

Vi saprò dire. Intanto grazie, P. Grazie davvero.

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* A dire il vero non so immaginare le reazioni di un implume interamente digiuno di Conrad. Forse potrei procurarmene uno e sperimentare? O rischierei di bruciarmi un potenziale futuro lettore adulto per LJ? Difficile decisione…

** Magari di questo tipo di politica editoriale discuteremo un’altra volta.

*** Yes, well – anche di questo parleremo, prima o poi.

**** E sì – per i miei standard questo è un post altamente sentimentale. Ecco.

 

 

teatro

Racconti d’Estate a Palazzo d’Arco

Eccoci! Ci siamo!

Ve l’avevamo promesso, ed ecco che torniamo con una rassegna di letture nel bellissimo cortile d’onore di Palazzo d’Arco…

 

Istante di spudorata autopromozione: avete visto che ci sono anche una ripresa dei miei Sonetti e Il Giro del Mondo in Settantadue Giorni, l’avventura di Nellie Bly?

Data la situazione e i pochi posti disponibili, si accede solo con prenotazione, tramite il sito di Palazzo d’Arco. Cliccate il pulsante giallo che dice “Prenota Ora”.

Si ricomincia… vi aspettiamo!

scribblemania

L’Itinerario Perduto

Dov’è l’itinerario?

Dove diavolo è? Dove? Dove? Dove?

L’itinerario è un foglio A4, stampato su entrambi i lati. È una serie di ritagli scansionati da una copia digitale dell’edizione 1553 della Guide des Routes de France di Estienne. Ritagli scansionati, incollati in un documento di Word, stampati, annotati abbondantemente in vari colori… Il foglio è piegato in due e ha un angolo coperto di scarabocchi spiraliformi, dove ho provato alcune penne per vedere se e quanto scrivevano ancora.

Fino a una decina di giorni fa l’itinerario viveva nella piccola pila di libri sul tappeto vicino al divano. Vite quotidiane, una biografia, viaggi e spostamenti nel XVI secolo, diplomazia anglo-francese nel XVI secolo… robe così. E in mezzo una serie di fogli e foglietti pieni di annotazioni – tra cui l’itinerario.

Poi a un certo punto ho preso l’itinerario e l’ho portato in studio per ricalcolare – per l’ennesima volta – gli spostamenti (ore, giorni, leghe, miglia, ore di luce a novembre, cavalli di posta…) tra Halcourt e Parigi. Ho usato l’itinerario e la mappa di Estienne, e ho preso qualche altro appunto, e ho risolto l’apparente problema barando un pochino – e poi…

E poi?

Buona domanda. Dopo avere barato un pochino, non ho più avuto bisogno dell’itinerario – fino a questa mattina. Adesso mi servirebbe proprio… e non lo trovo più. Ho cercato e cercato e cercato, in tutti i posti logici e una certa quantità di posti illogici, e non è da nessuna parte. Ho chiesto soccorso a chiunque abbia girato per casa in questi giorni: tutti ricordano di averlo visto a qualche punto, e nessuno sa dove sia adesso.

E voi direte: dove diamine può nascondersi un foglio A4 piegato in due?

Ecco, il mio timore è che sia stato buttato via per sbaglio… in fondo c’erano quegli scarabocchi sull’angolo, poteva sembrare qualcosa che si butta via, giusto? Oppure potrebbe essersi impigliato tra altre carte… e prima che lo chiediate, sì: ho cercato anche nello scatolone della carta per la raccolta differenziata. Inutile a dirsi, non era nemmeno lì – o non starei scrivendo questo post.

E il fatto è che possiedo ancora il file, nella cartella apposita di TW – o quanto meno i ritagli che lo costituivano. Il problema sono le annotazioni. Settimane e settimane di annotazioni di cui adesso avrei proprio, proprio – ma proprio bisogno. E mi è stato suggerito, quando l’avrò trovato, di fotografarlo per averne, so to say, una copia d’archivio, da tenersi aggiornata ogni volta che aggiungo un appunto. E anzi, già che ci sono, di fare lo stesso con tutti i fogli sparsi relativi a TW. In realtà non so… l’idea in teoria è buona – ma non sono certa di avere la disciplina per fare una cosa del genere, soprattutto considerando la quantità dei fogli sparsi in questione… Ma di sicuro non posso fotografare l’itinerario finché non lo ritrovo, giusto? O, more gloomily, se non lo ritrovo.

Quindi, lasciate che lo chieda ancora – a nessuno in particolare: dove, dove, dove sarà mai l’itinerario?

scribblemania

Il Paravento Narrativo

Dunque, questo post è per M., perché l’idea dapprincipio è stata sua.

Allora, vi ho cripticamente accennato qua e là che sto scrivendo una cosa che per ora chiameremo TW. TW è un romanzo – e, come faccio d’abitudine con i romanzi, quando ho cominciato a far piani e progetti ho messo insieme una scaletta di scene, ho scritto una serie di note sui cartoncini e ho disposto il tutto sul pavimento dello studio. A lavoro fatto, la trama di TW aveva l’aspetto che vedete nella fotografia qui di fianco: un cartoncino per scena, una colonna di cartoncini per capitolo.

E tutti eravamo molto felici – finché non ho avuto la pessima idea di lasciare aperta la porta dello studio, e sia Pru che Tess the Tabby Wonder hanno pensato, ciascuna per proprio conto, di ispezionare per bene quella bizzarra installazione: dopo tutto, che poteva essere, se non un nuovo gioco per i gatti?

Vi potete immaginare il risultato. E non una volta sola.

L’immagine che vedete non vi parrà un gran disastro, ma in realtà è il frutto di un intervento felino particolarmente blando, e per di più interrotto sul nascere. Le altre due volte… let us just say che al momento mi mancava la lucidità per fare fotografie, e che imparare a numerare i cartoncini è stata, a suo tempo, una buona idea. Una gran buona idea. Il genere di idea che salva vite feline…

E poi aggiungeteci una folata di vento all’inizio dell’ultimo temporale, e la difficoltà di girare attorno ai cartoncini con l’aspirapolvere, e un assalto di formiche…

“Forse non dovresti tenerli sul pavimento, i cartoncini…” ha saggiamente suggerito M., dopo avermi ascoltata gemere per l’ennesima volta sulla sorte infelice della mia trama. “Non hai per caso una di quelle lavagnette di sughero?”

E io la lavagnetta di sughero ce l’ho. In fact, ne ho tre. Una è appesa alla parete davanti al mio computer, e le altre due vivono in giro per casa, coperte di cartoncini come quella che vedete qui. “È che sono piccole,” ho detto a M. “Hai visto quanti sono i cartoncini di TW – e grandi, per giunta. Non ci staranno mai tutti…”

M. ha rimuginato un pochino e poi, con l’aria di Archimede Pitagorico, ha offerto la soluzione. “Ma se tu ne incardini insieme due? Così stanno in piedi da sole e hai più spazio, e si può chiudere come una valigetta quando vuoi spostare tutto quanto!” E ha persino offerto l’aiuto del suo consorte per l’aspetto tecnico della faccenda…

Ora, vedete – non è che non fossi grata dell’idea e dell’offerta d’aiuto, né che fossi di umor particolarmente lamentevole al momento… Oh, right: forse invece ero di umore particolarmente lamentevole – ma nondimeno…

“Bellino, M.,” ho detto. “Ma hai mai provato a lavorare con una lavagnetta di sughero? Sono leggerissime e inconsistenti: pur in due, non starebbero mai in piedi mentre qualcuno tenta di fissare o rimuovere i cartoncini con le puntine da disegno… e poi sono davvero bassine, you know… Peccato.”

“Oh…” M. ha mormorato. “Peccato sì. Nemmeno con tre lavagnette – come un paravento?”

Ed è qui che si è accesa la mia lampadina. Un paravento – of course! Il paravento che ricordavo a casa di mia nonna! Un piccolo paravento di metallo – forse più un parafuoco che un paravento? – a cui attaccare i cartoncini con i magneti… perfetto!

C’è voluta una spedizione nella soffitta di mia nonna, e c’è voluta una scatola di piccoli magneti consegnata da Amazon in tempi record – ed ecco a voi… il Paravento Narrativo! Stabile, maneggevole, spazioso, bellino… che si può volere di più? Adesso la trama di TW vive al riparo dai gatti, dal vento, dalle formiche e dall’aspirapolvere – e, al bisogno, può essere spostata tutta in una volta con il minimo sforzo.

Eugé.

Immaginatemi soddisfatta e molto grata a M. per l’idea. Adesso all’arnesetto manca solo un nome. A me non dispiace affatto Biombo, che significa “paravento” in Portoghese – ma M. non vuol sentirne parlare… qualcuno di voi, o Lettori, ha qualche idea alternativa per battezzare il Paravento Narrativo? Il Narravento, forse? O, considerando che forse in realtà è un parafuoco/parascintille, il Narrafuoco? Il Narrascintille?

Ah well, si accettano idee…

 

considerazioni sparse · teatro

Il silenzio degl’implumi

Ora, è mia ponderata opinione che gl’implumi siano un pubblico più difficile di altri.

Gl’implumi sono esigenti, poco inclini al compromesso e all’indulgenza, men che frenati da buone vecchie convenzioni come “a teatro non si disturba”, ansiosi di mostrarsi cinici, facili alla noia – e, soprattutto quando sono in branco, se c’è qualcosa che non sanno fare è annoiarsi in silenzio.

Quindi con un pubblico d’implumi non ci sono mezze misure: bisogna catturarli o niente.

Yes well, qualsiasi pubblico va catturato – ma con gl’implumi la necessità è più drastica. Bisogna catturarli presto e tutti, e non mollarli nemmeno per un istante fino al chiudersi del sipario – oppure si rischia di ritrovarsi con un pollaio cicalecciante al posto di una platea…

Ho ricordi di una volta in cui, con gli Histriones, mettemmo in scena il Somnium Hannibalis per le scuole al Monicelli di Ostiglia. Nulla di strano, in teoria: la versione teatrale del SH era nata come progetto didattico, quindi le scuole erano il pubblico naturale. In teoria. All’atto pratico lo avevamo portato in giro per due anni davanti a pubblici adulti, e quando, da dietro il sipario chiuso, cominciammo a sentire quinte elementari e prime medie cicalanti invadere il teatro, ci prese un nonnulla di sconforto collettivo. Ancor più quando, all’abbassarsi delle luci e ai discorsi di circostanza, il cicaleccio non accennò a scemare. Quando andai a prendere il mio posto alla consolle luci, confesso che lo feci con molti misgivings: attori innervositi*, pubblico disinteressato…  ammetterete che non prometteva molto bene.

Invece poi… ah! Tempo la prima scena (innegabilmente una scena ad effetto) e del cicaleccio non c’era più traccia. A quel punto gl’implumi erano presi, convinti, ansiosi di sapere… well, non come andava a finire: erano stati preparati sulla storia di Annibale, quindi lo sapevano già. Ma volevano vedere che cosa succedeva e come succedeva. Erano catturati.

E noi eravamo infinitamente sollevati.

Poi venne la serata di beneficenza natalizia, sempre al Monicelli, con Christmas Joy sciaguratamente infilato fra un cantante di tristissime carole romene e i balli latinoamericani… E c’era anche un coro d’implumi, le Voci Bianche della Corale Verdi, a riempire le prime due file della platea in attesa del loro turno. E (non del tutto incomprensibilmente) i piccoli coristi si stavano annoiando a morte, e parlottavano e ridacchiavano…

“Sarà un disastro,” mormorai a G., l’uomo delle luci, nel sedermi accanto a lui alla consolle. G. lavorava spesso con Hic Sunt Histriones, e mi aveva sentito dire la stessa cosa molte volte, e tendeva a non preoccuparsene affatto – ma persino lui lanciò uno sguardo apprensivo agl’Implumi e levò le sopracciglia. Poi l’atto unico iniziò, e non badai più alle Voci Bianche, fino a quando, mentre respiravo di nuovo dopo un passaggio illuminotecnicamente complicato, G. non mi diede una gomitata.

“Guarda,” sussurrò, accennando con il mento alle prime file di platea. Guardai – e… gl’implumi sedevano in silenzio perfetto, a bocca aperta e occhi sgranati, conquistati dalla storia di Joy, Emma e il loro albero di Natale. Oh dear… ero talmente soddisfatta e sollevata che, nel finale, per poco non feci venire un colpo al povero G. con una variazione estemporanea sulle luci.

E funziona anche con un pubblico implume ma più grande, come scoprii qualche anno dopo a Poggio Rusco, con Shakespeare in Words per le scuole superiori. Di nuovo: un teatro pieno d’implumi borbottanti e non particolarmente interessati, al di là di una mattinata senza lezioni… E penserete che forse, a quel punto, avrei potuto avere più fiducia – ma… well.

E poi, a un certo punto, mi ritrovai dietro le quinte a destra insieme al nostro Bruto, che alzò un indice e si accennò all’orecchio. Ascolta. E io ascoltai, E il silenzio in platea era assoluto. In scena Antonio manipolava la folla – perché Bruto è un uomo d’onore – e gl’implumi non tiravano nemmeno fiato. Di nuovo: catturati.

E poi invece ci sono le altre volte, quelle in cui non ci si riesce proprio, e gl’implumi ciacolano per quanto si faccia, e quel che succede in scena ne soffre, e non sempre si capisce che cosa sia mancato… perché, come dicevasi, gl’implumi sono un pubblico più difficile di altri. Bisogna lavorare duro anche solo per renderli disposti ad ascoltare. Però, quando ci si riesce, quel particolare silenzio è davvero una cosa bella a sentirsi.

 

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* “Loro sono tanti e noi siamo pochini…”

scribblemania

#StoryADayMay: il bilancio

Ed eccoci qui: il primo di giugno.

Il che significa che maggio è finito – e con maggio #StoryADay. Tempo, quindi, di tirar somme.

Ho scritto una storia al giorno? No, non ho affatto scritto una storia al giorno. Però ne ho scritte 23 in 31 giorni. Considerando che mi ero ripromessa, nell’iniziare la follietta, di scrivere almeno tre storie ogni settimana, posso dire di aver fatto quel che mi proponevo – and then some.

È stata una travolgente galoppata narrativa? Non del tutto – ma non è stato nemmeno un terribile fardello. Voglio dire, all’inizio, sull’onda dell’entusiasmo, ho scritto una (piccola) storia al dì, come dice l’etichetta, con notevole soddifazione. Dopo la prima settimana ho cominciato a saltare un giorno qui e là. Alla fine della seconda settimana non solo stavo bigiando un po’ di più, ma certe volte arrivavo a notte tarda con la storia ancora da scrivere e, francamente, poca voglia di farlo – e persino un certo grado d’impazienza nei confronti dei miei personaggi. In un compromesso tra disciplina e self-bribing, ho finito con lo scrivere una manciatina di storie extraprogetto: una legata a un progetto alternativo e due o tre autoindulgenze. Poi nell’ultima settimana ho ritrovato ritmo e interesse.

E qui farei battute sui cavalli e sull’ultimo tratto di stada, se non fosse che, d’abitudine, faccio piuttosto il contrario, e tendo a rallentare in vista del traguardo… Un momento o l’altro dovrò farmi qualche domanda sul perché di questo fenomeno inconsueto, e sulla particolare natura dello sforzo sostenuto insito in cose come StoryADay – ma non adesso.

Va poi detto che c’era di mezzo l’altro progetto, quello di cui vi ho parlato – e che chiameremo henceforward TW. Ci ho lavorato intensamente e con soddisfazione per tutto il mese. Finché si è trattato di far piani, progetti, scalette e ricerca, TW non ha interferito affatto con la storia quotidiana, ma chiaramente non può essere un caso se l’inizio della scrittura vera e propria ha coinciso con l’allascamento di StoryADay – né può esserlo il fatto che abbia ripreso a produrre una storia al dì quando ho finito la mia tranche di capitoli e sono passata alla revisione… E lasciate che ve lo dica: se questo è un indice della mia capacità di scrivere più di una cosa per volta, non lo definirò il più incoraggiante tra i risultati dell’esperimento.

C’è di buono che, alla fin fine, ho scritto 23 storie in 31 giorni – o quanto meno 23 prime stesure; che, con un po’ di lavoro ulteriore, una buona metà delle 23 storie promette di avere qualche genere di futuro; che ho ritrovato entusiasmo per un progetto che cominciava a perplimermi un pochino; che ho vacillato in un paio di occasioni, ma non ho ceduto; che ho sperimentato un pochino – anche se non quanto avrei potuto; che sono uscita almeno un po’ dalla dannata zona di sicurezza…

All in all, direi che #StoryADay è stata un’interessante e istruttiva esperienza. Adesso, se avessi il minimo briciolo di buonsenso, cercherei di cavalcarne l’onda almeno un po’, continuando a scrivere… che so: due storie la settimana? Poi però sappiamo tutti che non ho buon senso, e TW reclama la mia attenzione, e ci sono altre cose da fare, e… e… e…

E vedremo.

Intanto sono soddisfatta del mio maggio, writing-wise – e se ne riparlerà senz’altro l’anno prossimo.

elizabethana · Poesia · Vitarelle e Rotelle

Nero, rosso, bianco e giallo

Rosso_Nero_Giallo_e_Bianco.pngRosso, nero, giallo e bianco. Nella sua biografia di Christopher Marlowe, Una Ellis-Fermor dice che non ci sono altri colori che questi quattro, in tutto il Tamburlaine the Great – ovvero Tamerlano il Grande.

Naturalmente, la prima cosa a cui viene da pensare è l’assedio di Damasco. Il primo giorno Tamerlano usa una tenda e bandiere bianche, per significare che ci sarà clemenza per gli abitanti se la città si arrende. Il secondo giorno, tenda e bandiere diventano rosse: Damasco può ancora arrendersi e avere i suoi civili risparmiati, ma non i difensori. Dal terzo giorno in poi, tenda e stendardi neri: non ci sarà più quartiere per nessuno.

E poi bandiere rosse, bianche e nere, e sabbie gialle, e laghi neri di pece, e sangue in quantità (parliamo di una tragedia elisabettiana, dopo tutto), e oro, e colline innevate, e sole, e giaietto, e cavalli candidi… A parte una menzione di zaffiri (che però, secondo Ellis-Fermor, vuole in realtà riferirsi ai diamanti – neri nel tardo ‘500), “nulla indica che Marlowe non fosse daltonico a tutto lo spettro dei colori, con l’eccezione del rosso e del giallo.” Ma ovviamente (e basta leggere l’Ebreo di Malta o Ero e Leandro per convincersene) non si tratta di daltonismo selettivo, bensì di una scelta deliberata.

Ora, scrivere una tragedia intera in uno schema di colori così ristretto richiede guts, perché non bisogna considerare solo i colori citati espressamente, ma anche quelli evocati: troppa insistenza sul cielo o sulle piane erbose, ed ecco che compaiono dell’azzurro e del verde e si finisce fuori tavolozza. Ma Kit Marlowe era un genio, non conosceva la modestia (né letteraria, né otherwise), e a 23 anni era molto padrone dei suoi mezzi – non ancora dei mezzi teatrali, magari, ma di quelli poetici: bianco, nero, giallo e rosso, nient’altro.

Mi pare che sia stato Prosper Merimée a descrivere il Trovatore di Verdi come un impasto di oro, fiele e sangue: non posso fare a meno di pensare che la definizione si adatti perfettamente anche al Tamerlano, cromaticamente e non solo.

E naturalmente non è il genere di cosa che possa passare teatralmente inosservata. Basta la più generica e casuale ricerca su Google Images per vedere come questa combinazione di colori sia diventata una diffusa tradizione registica per il Tamerlano. Viene da chiedersi quando la cosa sia iniziata: prima o dopo Una Ellis-Fermor? E se prima, quando? Per dire, sappiamo che il costume del primo Tamerlano, Ned Alleyn, era decorato di “merletti color rame”. E il rame è una sfumatura di rosso… chissà? L’idea è suggestiva – ma in realtà, nel ‘500 il concetto di regia non esisteva, ed è lecito dubitare.

Ad ogni modo, writing-wise, l’effetto è stupefacente. Viene voglia di sperimentare: scegliere tre o quattro colori e usare solo quelli e le loro sfumature, in tutte le descrizioni, tutte le figure retoriche, tutta l’imagery… Hm. Meglio cominciare con un racconto.

Un racconto breve.

grillopensante

Gradi di separazione

È una mia teoria che, se è vero che tra due persone qualsiasi al mondo non ci sono mai più di sei gradi di separazione, a Mantova in particolare ce ne siano al massimo due e mezzo. No, davvero: è del tutto impossibile essere presentati a un qualsiasi gruppo di sconosciuti senza trovarli quasi tutti amici di amici di amici, cugini di amici, colleghi di parenti acquisiti, compagni di scuola del farmacista del villaggio, vicini di casa al mare di ex fidanzati di colleghe, nipoti di gente dello stesso villaggio, genitori di compagni di scuola di figli di amici, vigili urbani che vi hanno multati quella volta che… you get the drift – una tinozza davvero piccola.

E non lo so, ma immagino che lo stesso sia vero della maggior parte delle piccole città…

Però è stata quasi una sorpresa scoprire qualcosa di simile in quello che avrei creduto essere un mondo un po’ più largo – vale a dire l’Inghilterra Georgiana.

Si comincia a leggere a proposito del falsario Shakespeariano William Henry Ireland, e oltre a trovare nella sua cerchia vecchie conoscenze come Boswell, Kemble e Sheridan, s’incontra un piccolo esercito di collezionisti, bardolatri, giornalisti e gente del genere.

Poi si viene a leggere dell’archistar Regency Sir John Soane – e si scopre che era consuocero (con scarso entusiasmo) del giornalista James Boaden, personaggio di primo piano della vicenda Ireland. Il che forse non è strano, considerando che Soane era un collezionista e bardolatra a sua volta… Inoltre era buon amico di Turner, incrociò Salieri, il soprano Nancy Storace e Thomas Bowdler (quello che sanitizzò il canone di Shakespeare a beneficio delle famigliole inglesi) durante il Grand Tour, collaborò a restaurare la prigione di Newgate danneggiata durante i Gordon Riots e lavorò per William Pitt*. Oh – e il suo detestabile figlio George, che dopo essersi fatto diseredare finì a campare di traduzioni, romanzi gotici e drammoni (esattamente come il giovane Ireland una quindicina di anni prima), era amico del romanziere Matthew “Monk” Lewis.

E Soane padre era anche stato, in gioventù, allievo dell’architetto George Dance (the Younger)  – che, si scopre leggendo un pochino di lui, era a sua volta amico di Garrick, Angelica Kauffman – e Boswell.

E se ci badate abbiamo chiuso il cerchio, e nominato un sacco di gente dell’Inghilterra artistico-letteraria del tempo – e abbiamo appena scremato la superficie. Con un minimo sforzo, a partire da ciascun nome, potremmo senza dubbio ricostruire una rete molto più fitta di così.

A livelli mantovani.

Ed è vero che stiamo parlando di gente che si muoveva tra il centro e i margini di un ambito piuttosto specifico – o quanto meno di due o tre ambiti specifici contigui – but still. Ricordo vagamente di avere visto, una volta e da qualche parte, una specie di mappa** di contatti, prossimità e influenze letterarie, artistiche e filosofiche attraverso i secoli, che mostrava come certe cose a valle discendessero in modo a volte tortuoso ma riconoscibile da altre a monte… Questo post è una versione molto più limitata e superficiale dello stesso gioco – ma anche solo così ci si fa un’idea del modo in cui circolano idee, legittimazioni reciproche, influenze (più o meno dirette) e mentalità.

Una tinozza molto grande e molto piccola al tempo stesso, nevvero?

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* Ci sono anche una visita a Mantova (dove fece disegni di Palazzo Te) e il progetto della Dulwich Gallery nella scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn – ma siccome non sono connessioni Georgiane in senso stretto, le cito qui sotto – giusto perché non mi so trattenere.

** Se qualcuno ha idea di dove pescarla, la ritroverei molto volentieri.