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La Cinica (selettivamente) Redenta: una storia di Natale

C’era una volta una Clarina cui piaceva considerarsi cinica in fatto di Dickens.

In fatto di Canto di Natale in particolare… Oh, sia ben chiaro: CdN le piaceva proprio tanto, e lo rileggeva a ogni Vigilia, e non passava Natale senza guardarne qualche adattamento o rivisitazione, qualsiasi cosa passasse la televisione – e tutti sappiamo come va. Quindi sì, per la Clarina di cui parliamo, come per milioni di altre persone su questo pianeta, non era interamente Natale senza la tradizionale dose di Scrooge, Cratchit, Marley, Spiriti vari e compagnia cantante.

Nondimeno, questa cinica creatura, si compiaceva di essere emotivamente irricattabile. Sì, certo, gran bella storia – ma… resta sempre il fatto, si diceva la Clarina, che a smuovere davvero Scrooge è il terrore di quella tomba abbandonata, nera di fuliggine e licheni, senza nemmeno il resto di un fiore – la tomba che porta il suo nome. È tutta questione della terribile e solitaria morte mostrata dallo Spirito dei Natali a Venire, giusto? La generosità di Scrooge nasce prima di tutto dalla paura, si diceva (e diceva all’eventuale interlocutore) la Clarina – e quindi forse la storia non è poi così edificante: lasciamoci pur ricattare narrativamente a dicembre, ma non perdiamo di vista la fuligginosa natura delle cose e dell’umanità…

Ecco, queste erano le cose che la Clarina si diceva, e come ne era soddisfatta!

Poi… poi venne G., con l’idea di ridurre CdN per la scena. La pur cinica Clarina ne fu ben felice – perché negli anni aveva guardato e riguardato tutti quegli adattamenti, e più di una volta aveva rimuginato su che cosa avrebbe fatto al posto dello sceneggiatore di turno, ed ecco l’occasione. “Il mio Canto di Natale,” si disse la Clarina – e si mise a rimuginare, a tradurre e ad adattare.

Ed è inutile che vi dica che tradurre un testo crea un rapporto singolarissimo tra traduttore e storia, tra traduttore e parole. Non è più solo questione di leggere e rileggere: ci si convive, lo si assorbe, lo si filtra, lo si fa proprio nello sforzo di fare da tramite tra l’autore e il lettore – o, in questo caso, il pubblico. Un’altra lingua, un altro secolo, un colore e una consistenza speciali da rendere in un codice diverso… E per di più qui c’era la questione dell’adattamento teatrale, delle esigenze di una compagnia, di un palcoscenico, di una produzione… Tutta una serie di condizioni molto specifiche.

Insomma, la Clarina ci si mise di buzzo buono, produsse, consegnò, e se ne venne via con un diverso apprezzamento per la storia che pure aveva letto e riletto infinite volte fin dall’infanzia.

“Mi sono commossa,” scrisse G. dopo aver letto l’adattamento – e la Clarina se ne ritrovò inaspettatamente felice, e non diede nemmeno troppo ascolto al suo lato cinico che sussurrava “Ricatto emotivo, manipolazione deliberata delle sacche lacrimali…”

Dopodiché vennero le prove – e venne un Attore malconvinto che dapprincipio aveva l’impressione di trovare “pochino” nel personaggio di Scrooge. Era bidimensionale, diceva. Prima era cattivo e poi diventava buono – così! Suonava proprio come una versione teatral/interpretativa delle ciniche cautele di quando la Clarina era tanto cauta e cinica, nevvero? E, con sua lieve sorpresa, la Clarina si ritrovò a difendere strenuamente il personaggio e la storia. Lo spessore, ella disse, era tutto nel progressivo indurimento di Scrooge, da bambino solitario ad allegro apprendista, a rapace uomo d’affari – di rimpianto in rimorso… e lo speculare, progressivo ammorbidimento nel progredire della storia: allo Scrooge della prima Strofa, quello che non aveva rivisitato i suoi vecchi Natali né visto quelli altrui, non sarebbe importato poi nemmeno troppo di morire solo e illacrimato, giusto?

L’Attore guardò la presunta cinica con qualche stupore e non disse nulla al momento – ma poi rimuginò, maturò idee, lavorò di fino… quando arrivò la prova generale aveva ormai costruito un personaggio così complesso, così sfumato, così ricco, che la Clarina non finiva più di incantarsi. Era forse possibile che tutti avessero sottovalutato un po’ Dickens e la sua storia?

E finalmente venne il debutto, e vennero le platee piene, le liste d’attesa, le repliche aggiunte, gli applausi, gli occhi lustri e i sorrisi felici del pubblico… e ce n’era ben ragione, perché regista e attori tutti, e scenografi e costumisti e illuminotecnici – tutti avevano fatto meraviglie e magie. Tutto questo la Clarina lo vedeva succedere per lo più da dietro le quinte a sinistra, dove si occupava dei cambi veloci. Però tra un cambio e l’altro qualche volta si sporgeva nell’angolo del suggeritore a guardare di sguincio una scena o l’altra – e le pareva tutto molto bello.

Poi una sera, mentre sbirciava appollaiata su un angolo di sedia, con la colonna vertebrale ritorta e il collo tirato, si ritrovò un piccolo, piccolo nodino in gola. Era la scena in cui lo Spirito dei Natali Passati mostra a Scrooge i suoi tristissimi Natali di collegiale, e lui ricorda la consolazione dei compagni immaginari… e l’Attore che era stato dubbioso ora era così triste, così pieno di rimpianto e desiderio per quell’ombra di felicità immaginata e lontana…!

“Ma… che cos’hai lì, che ti brilla sulla guancia?” chiese lo Spirito – e avrebbe potuto chiederlo, in tutta pertinenza, alla Clarina rannicchiata nell’ombra dietro le quinte.

Perché la Clarina, vedete… la Clarina non era davvero più cinica in fatto di Canto di Natale. In altre cose senz’altro – ma non in quella. Non più. E quando, un anno più tardi, venne la ripresa, si scoprì che in platea non c’erano solo volti nuovi, ma molta gente che aveva già visto Canto di Natale e desiderava rivederlo. Perché rasserena, dicevano. Perché riscalda e commuove. Perché è edificante ed è bello… “È uno spettacolo che ha qualcosa di speciale,” disse un’Attrice – e aveva ragione.

E la Clarina, definitivamente conquistata, non più cinica e molto felice, fece un’ideale riverenza allo Spirito di Dickens – non senza desiderare di poter scrivere, un giorno, una cosa capace di illuminare occhi non ancor nati.

 

Natale · teatro

Torna Canto di Natale

Ci siamo! Torna dicembre, e con dicembre torna Dickens, con la sua magica storia di spiriti, ricordi e aridità redenta…

Qualche volta penso a Dickens, che scrive forsennatamente in cerca di riscatto letterario (e finanziario) dopo un insuccesso, – e finisce col cambiare profondamente l’idea del Natale… a parte tutto il resto, Canto di Natale è un monumento alla potenza delle storie. Ma è anche una fiaba che riscalda il cuore, un atto di fiducia nella capacità umana di cambiare e porre rimedio, un inno alla generosità e agli affetti, un’esplorazione dello spirito natalizio…

Oh,  c’è tanto da trovare in Canto di Natale, e Grazia Bettini privilegia questa ricchezza di temi, di storie e di iridescenze, trasformando il piccolo palcoscenico del D’Arco in una lanterna magica in cui la varia umanità di Dickens compone un quadro dietro l’altro – tenera e buffa, arida e rapace, triste e gioiosa. Perché alla fine è proprio questo a fare di Canto di Natale una parabola: in Ebenezer Scrooge, nei Cratchit, nell’allegro Fred, in Bella, nella terribile Sarah Gamp, negli Spiriti, c’è qualcosa di tutti noi.

Venite – o tornate – a vederci, in Teatrino d’Arco, dal 6 dicembre al 6 gennaio… Non restano più molti posti – ma vale la pena di provare qui per la prenotazione online, oppure al numero 0376 325363, dal mercoledì al sabato tra le 17 e le 18.30.

Vi aspettiamo!

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Charlotte, Frances, Rudyard: Relazioni Non Intenzionali

booktiesCapita a volte di leggere qualcosa e riconoscerci l’ombra di qualcosa d’altro.

Una somiglianza nella trama, il profilo di un personaggio, un incidente, un posto… qualcosa che ha l’aria di un’ispirazione o di un omaggio. O a volte di una scopiazzatura – ma questo è un altro discorso.

Forse vi ho già detto di come il Will (Shakespeare) di Robert Brustein in The English Channel a me sembri irresistibilmente simile a quello di Shaw in The Dark Lady of the Sonnets. A parte tutto il resto, lo stesso modo di interrompere se stesso e tutti gli altri per annotare scampoli di conversazione – perché potrebbero tornare buoni…

Solo che tra i precedenti e le influenze del suo play Brustein non cita affatto Shaw.

Oppure la somiglianza che a me pare evidentissima tra la Piccola Principessa di Frances. H. Burnett e la vicenda del piccolo Kipling, così come compare nella sua autobiografia, ne La Luce che si Spense e in Bee Bee Pecora Nera. Voglio dire – e lasciate che vi metta qui una tabella:

SaraPunch

Si nota, non trovate? Si nota un certo qual parallelismo nelle due storie. Epperò poi si scopre che, apparentemente, l’ispirazione per Sara Crewe non ha nulla a che fare con Kipling. Pare avere radici, invece, nella Emma di Charlotte Brontë.

No, non mi sono sbagliata, non volevo dire Jane Austen. C’è una Emma brontiana – solo che è incompiuta e poco sconosciuta. C’è questa ereditiera abbandonata in un collegio… E quindi sì, le somiglianze ci sono – ma come la mettiamo con Kipling? In realtà Sara Crewe (in forma di novella a puntate) e Punch arrivano alle stampe lo stesso anno, il 1888 – e anzi, il primo episodio di Sara precede Punch di qualche mese. Ma Punch è troppo autobiografico perché l’ispirazione possa avere funzionato all’altro modo…

Che bisogna pensarne? Che capita di scrivere la stessa storia senza saperlo – cosa di cui sono dolorosamente consapevole dal giorno in cui ho scoperto che W.S. Maugham aveva già scritto quello che mi piaceva chiamare il mio primo romanzo, molti anni prima di me e molto meglio… Capita. A volta sembra impossibile che non ci sia una corrente di ispirazione, un ramo di parentela, un legame di qualche genere… e invece non c’è.

O meglio, c’è – ma non necessariamente quella che saremmo portati a pensare.

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* Il clima inglese… sì.

** E in realtà, da adulta non posso fare a meno di domandarmi: ma possibile che nessun’altra bambina ne faccia mai parola con i genitori? Insomma, fino a un certo punto Sara è la star del collegio, l’ereditiera dalle romantiche circostanze di cui la direttrice è sempre pronta a parlare agli altri genitori, perché avere una “principessa dei diamanti” tra le allieve è un motivo di vanto. Poi all’improvviso la rimarchevole ragazzina decade a sguattera maltrattata… Nessuna bambina ne racconta a casa? Nessun genitore leva un sopracciglio? Diciannovesimo secolo, I know, but…

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Caccia al Tesoro

scavenger-hunt-mapMai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…

E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa.

Dopodiché… qualche volta si trovava, qualche volta no. Qualche volta era proprio solo ostinazione pura, come per le memorie del Barone Rosso, trovate dopo anni di indefesse ricerche, falsi allarmi e delusioni. Altre volte era serendipità: La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie – quando ormai ci avevo rinunciato. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi – con l’aiuto altrui, talvolta. Come il Corradino di Svevia di Salvator Gotta, ricordo d’infanzia apparentemente introvabilissimo, recuperato per me, alla fin fine, da un amico più abile e più ostinato. Altre volte ancora, invece, non ci si riusciva proprio. Nessun grado di cocciutaggine, nessuna serendipità e nessun aiuto bastavano: il libro non si trovava e basta.

E poi fu la rete. E confesso che mi ci volle un po’ prima di fare davvero amicizia con Internet – ma, una volta risvegliata alle sue meraviglie… ah! Immaginate Aladino nella grotta del tesoro, Alice nel Paese delle Meraviglie, Pinocchio in un Paese dei Balocchi senza ripercussioni asinine… Amazon, eBay, il Project Gutenberg, Internet Archive, Google Books, e tutto quanto… All’improvviso non c’era libro, non c’era articolo, non c’era play che fosse impossibile a trovarsi – o quasi.

Il che, a prima vista, parrebbe la fine della caccia al tesoro – ma naturalmente non è così: è solo che le regole del gioco sono cambiate, e la faccenda si è fatta enormemente più vasta, e ci sono così tanti libri in più da cercare… e anche così, i titoli davvero difficili ci sono ancora: la caccia è ancora in corso – eccome.

E sia chiaro: mi piacciono ancora tanto le librerie, i mercatini, le bancarelle – e ho anche fatto amicizia con le biblioteche. Ma vivendo in campagna e leggendo per lo più in Inglese, non c’è quasi giorno in cui, mentre inseguo romanzi dimenticati, fonti primarie e saggi sui corrieri diplomatici nel Rinascimento, non levi peana colmi di gratitudine all’esistenza della Rete.

E voi, o Lettori? Mai giocato a questo genere di gioco? Sono sicura di sì, almeno una volta… do tell!

 

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte II)

Dove eravamo rimasti? A Michael Caine, ricordate? E con poca soddisfazione… Fin qui l’Alan migliore è stato Peter Finch – che nel 1960 ci va vicino, ma è ancora un pochino carente in fatto di follia danzante.

E dopo la versione Disney segue un’attesa di quasi vent’anni – ma ne vale la pena. Ora, forse non è del tutto giusto paragonare un singolo film a una (mini)serie, non foss’altro che per la durata: è ovvio che, nel corso di vari episodi, sceneggiatori, regista e attori hanno molto più spazio per esplorare una storia e un personaggio. E in effetti è proprio questo che fa la produzione anglo-franco-tedesca del 1978, riuscendo persino a restarsene ragionevolmente fedele al romanzo e al suo seguito Catriona. Alan è David McCallum, forse un po’ carino per il ruolo – ma pressoché perfetto: spavaldo, irritabile, fanciullesco, permaloso, scafato e ingenuo al tempo stesso, con un autentico accento scozzese e l’atteggiamento generale di un galletto da combattimento. E poi si comporta molto, molto bene nella mia scena prediletta. Quando, dopo aver messo in fuga Hoseason e i suoi bravacci, Alan abbraccia uno scombussolato David e gli chiede se non è uno spadaccino con i fiocchi, McCallum è perfetto: pieno di adrenalina, estremamente compiaciuto di se stesso, e un nonnulla matto… ecco la follia danzante, enfin! E a parte questo, mi piace come gli sceneggiatori si siano disturbati a caratterizzare Alan in modi che Stevenson suggerisce o implica. Lo vediamo combattere a Culloden, leggere per diletto, spazientirsi dei giochi politici alla corte in esilio di Bonnie Prince Charlie, inghiottire lealmente le sue malinconie sul destino della causa… Ebbene, signori della giuria, per quanto mi riguarda questo è Alan.

Di certo non è quello di Armand Assante nel film del 1995. Magari ci sono arrivata prevenuta, quando l’amica che mi ha prestato il DVD mi ha avvertita che avrei trovato Alan trasformato nel cugino scozzese di Jack Sparrow… Oh dear. Ho iniziato a guardare con i peggiori pregiudizi – e, quando Alan è entrato in scena dopo un’oretta di divagazioni ben poco stevensoniane, sono inorridita al primo sguardo. So cho appena lamentato la scarsità di follia danzante per parecchie centinaia di parole – ma Assante va decisamente fuoribordo nel ritrarre Alan come un mezzo psicopatico, rozzo e mal lavato.  Non è del tutto improbabile che l’Alan storico fosse qualcuno del genere – ma non è per questo che siamo qui, giusto? Noi vogliamo l’irresistibile spadaccino di Stevenson – ciò che Assante proprio non è.

Va un po’ meglio e non va meglio affatto nell’ultima versione – o almeno l’ultima di cui sappia – quella del 2005 targata BBC, con Iain Glen nei panni di Alan. Premattiamo che Glen non se la cava troppo male, col giusto luccichio negli occhi, un’ombra di malinconia per la causa perduta e una discreta combinazione di signorilità e squilibrio. Peccato che la sua interpretazione si perda in un insieme che ha ben poco a che vedere con Stevenson. Potrei anche sorvolare sul fatto che il tutto sia girato in tratti di Nuova Zelanda che non somigliano affatto alla Scozia, ma che bisogno c’era di armare Catriona di moschetto e trasformarla nella semiselvaggia cugina (o forse sorella adottiva) di Alan? E chi da dove saltano fuori i non meglio precisati malvagi in nero che inseguono i nostri eroi per tutte le (chiaramente non) Highlands? Ninja scozzesi? Entrano tre assassini? Nazgul avanzati? E perché macellare ogni singola scena e battuta di dialogo?

Insomma, si direbbe che in un secoletto sceneggiatori, produttori e registi non abbiano imparato granché, quando si tratta di lasciare che Stevenson racconti la sua storia… Verrebbe da pensare che sia ovvio – e non può essere una coincidenza che le versioni più fedeli al romanzo abbiano prodotto gli Alan migliori in Finch e McCallum, eppure… eppure. Malguidati tentativi di restituire a David il centro della scena, la necessità percepita di inserire personaggi femminili e un’ansia di modernizzazione hanno causato molta macelleria ai danni del romanzo, e di Alan in particolare. Chissà, magari fra una decina di anni qualcuno ci riproverà di nuovo – e staremo a vedere che succede.

Nel frattempo, possiamo considerare questa malinconica vicenda come uno studio di quel che, secondo produttori e registi, un pubblico può o non può digerire, apprezzare e volere.

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte I)

Vennesi a parlare, nel corso del ponte, di Alan Breck Stewart.

Sì, Alan – sapete di chi parlo. Sono anni che vi dò il tormento in proposito a intervalli irregolari: il protagonista di fatto del Kidnapped di Stevenson, e il più perfetto personaggio di tutta la letteratura anglosassone secondo Henry James.

Ebbene vennesi a parlarne nel corso del ponte – del romanzo, del personaggio storico, e delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive. E io dicevo che è davvero difficile trovare sullo schermo un Alan come si deve… E ciò accade, ammetto, perché è davvero difficile rendere Alan come si deve.

Voglio dire, Alan entra in scena a secondo atto iniziato, con “una spece di follia danzante negli occhi” che è “allo stesso tempo attraente e allarmante”, un nome regale e i bottoni d’argento. Per di più è un diavolo con una spada in mano e compone ballate impromptu – musica e parole – alla minima provocazione… E volete che uno così non rubi del tutto la scena a quel buon e noioso ragazzo che sarebbe il protagonista eponimo?

Non è facile rendere tutto ciò senza trasformare Alan in una macchietta o senza ingrigirlo per evitare di esagerare – e questo lo ammetto senza riserve. Il che non ha impedito a generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori di provarci – con risultati che definiremo… alterni.

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.

Indeed, va molto peggio una ventina d’anni più tardi, nel 1938, quando ci si mettono in non meno di sette sceneggiatori a macellare la storia di Stevenson, fino a rendere i personaggi pressoché irriconoscibili. Davie Balfour ringiovanisce in un undicenne petulante e insopportabile, e c’è una generica fanciulla corteggiata dall’assai più gravemente generico Alan di Warner Baxter. Ora, questo l’ho visto una volta sola, decenni orsono, e doppiato in Italiano – e quindi dell’accento americano mi posso lamentare soltanto per sentito dire, ma quale che sia il suo accento, Alan non può andarsene attorno con aria blanda e lievemente confusa, giusto?

Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan.

E fin qui a “follia danzante” andiamo maluccio, non trovate? Io sì – al punto che, quando ho scoperto l’esistenza della versione Disney del 1960, e ho letto che Peter O’Toole era nel cast, ho esultato.  Perché se era lì, O’Toole poteva soltanto essere Alan, giusto? Sbagliato – perché Alan era invece Peter Finch… Ora, a me Peter Finch piace, sia chiaro – ma mi sembrava poco adatto, troppo posato… e invece mi sbagliavo ancora, perché Finch ci va vicino: l’avventuriero spudorato e fumantino, la combinazione di buon cuore e leggero squilibrio… Alan, finalmente – o quasi.

Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

E su questa nota un nonnulla deprimente, per oggi ci fermiamo – ma non abbiamo finito affatto. Suvvia, potremmo forse aver finito? Riuscirà la Clarina a trovare l’Alan ideale? Che altro avranno combinato sceneggiatori e registi dopo il 1971? per scoprirlo, non perdete il prossimo episodio di… In Cerca di Alan Breck!

 

 

 

teatro

Horror Tales II – Il Ritorno

E siccome le notti si allungano, Halloween si avvicina e il Velo si assottiglia, noi (ri)proponiamo una serata di storie spaventose, buio e terrori misti assortiti.

Immaginate di svegliarvi… e non svegliarvi affatto – o meglio, voi siete svegli, ma il vostro corpo no, e la famiglia ne trae le peggiori conclusioni…

E immaginate di far da istitutrice a una bambinetta solitaria, con un padre alcolizzato, l’Enciclopedia Britannica e una fantasia morbosa a tenerle compagnia.

E immaginate anche di essere chiusi in manicomio – ancora per una settimana, un’ultima settimana e poi la libertà… ammesso che ci arriviate vivi!

Perché alla fin fine – oggidì come nella Francia tardottocentesca e nell’America degli anni Quaranta – la cosa più spaventosa è la stessa: nessuno che ascolti!

Quindi… lasciate che vi spaventiamo! Vi aspettiamo in Teatrino mercoledì sera. L’ingresso è gratuito e non si prenota: arrivate per tempo!

grillopensante · scrittura

“Il mio non è un libro intelligente…”

Cara Allieva,

in mancanza di termine migliore, ti chiamerò così, visto che hai seguito un mio corso e che mi hai mandato i compiti via email.

Uno dei primi esercizi che avevo assegnato, immagino che te ne ricordi, consisteva nello strutturare una trama attorno a una serie di punti narrativi fissati da me – il più nudo scheletro di una storia iniziatica.

Tu mi hai mandato il tuo lavoro, corredato di questa premessa:

Sto  scrivendo una storia, o per lo meno diciamo che ci sto provando, e l’ho inserita nell’esercizio B della prima lezione. Dalla lettura della trama capirà che si tratta più che altro di una storiellina alla “Federico Moccia” che non di un romanzo impegnativo e intelligente, ma mi piacerebbe comunque sapere cosa ne pensa e se ha dei suggerimenti per migliorarne la struttura.

Confesso che questo mi ha fatto subito levare un sopracciglio. Il destinatario di un’introduzione siffatta non può fare a meno di chiederselo: suppondendo che tu non sia insincera nel valutare il tuo romanzo, se tu stessa lo consideri una storiellina non troppo intelligente, perché credi che dovrebbe interessare a un editore o a un lettore? Certo non giova presentarsi come l’autrice del romanzo del secolo, ma è meglio non scivolare nemmeno nell’eccesso opposto.

Tuttavia, siccome ricordo fin troppo bene il tumultuoso momento delle prime volte in cui si sottopone il proprio lavoro agli occhi di un estraneo dotato di qualche competenza, mi sono ripromessa di darti qualche suggerimento tattico in proposito, ho aperto l’allegato e mi sono applicata alla lettura della sua trama.

La trama è ordinatamente suddivisa all’interno di una tabella, le cui colonne riportano a mo’ d’intestazione i punti del mio esercizio – e questo, alas, è l’unico legame evidente fra la traccia e lo svolgimento. La mia prima reazione è di lieve sconforto: sono stata così criptica e inefficace nell’illustrare trama e struttura? Ho dunque mancato del tutto il bersaglio nel tentare di trasmettere la teoria del punto di svolta in una narrazione? Può darsi, e allora mi cospargo di cenere il capo – ma perdonami se azzardo un’altra ipotesi. Può essere che tu abbia capito benissimo la teoria della lezione, ma poi ti sia lasciata prendere la mano dal desiderio di mostrarmi il tuo lavoro? Se è così, lascia che ti suggersica, la prossima volta, di non avere fretta: prima fai gli esercizi come si deve, mostra che hai capito ciò che dovevi capire, e poi l’insegnante sarà ben lieta di dare un’occhiata al tuo lavoro.

E tanto negli esercizi quanto nel sottoporre la sinossi del tuo manoscritto, stai bene attenta alla sintassi, alla grammatica, alla battitura. Sono solo esercizi? Vero – ma esercizi in una disciplina le cui basi fondamentali sono proprio sintassi e grammatica. Oggi l’insegnante del corso di scrittura creativa si limita a farti notare la magagna; domani l’editor si chiederà: se non riesce a concordare soggetti e verbi in una sinossi di 250 parole, come può scrivere professionalmente un intero romanzo? Bada, è del tutto possibile che tusappia benissimo come concordare soggetti e verbi, ma allora vuol dire che non ti sei presa la briga di ricontrollare ciò che hai scritto prima di mandarmelo e, nel nostro campo, la sciatteria è un peccato tanto grave quanto una sintassi traballante. Tu e io, cara Allieva, scriviamo: per noi la forma è sostanza, e non dar retta a chi dice il contrario.

Ti ho rispedito l’allegato con qualche annotazione sulla struttura del suo romanzo – facendo notare però che non avevi svolto l’esercizio e che la forma era imprecisa, ripromettendomi una buona chiacchierata di persona dopo la lezione successiva…

Però tu non sei più venuta, né alla lezione successiva né ad alcuna delle altre. Posso solo immaginare che la mia risposta ti abbia offesa e scoraggiata, e me ne dispiace molto. Spero di non averti dissuasa dal coltivare la scrittura. Se non è stato così, se sei decisa a continuare, se fai sul serio, permettimi di offrire qui qualche consiglio che non ho avuto modo di discutere di persona:

* Non minimizzare o disprezzare il tuo lavoro. Mai. Fallo leggere ad altri solo se credi che ne valga la pena – non solo quando è perfetto, ma solo quando è, per lo meno, qualcosa a cui tieni, per cui sei disposta a lavorare, imparare e migliorare. Se pensi davvero il contrario, allora non è qualcosa che dovresti far leggere ad altri.

* Fai quello che ti viene richiesto di fare: un interlocutore deve poter capire che hai capito, altrimenti dialogare diventa difficile e improduttivo. Una volta instaurati dialogo e reciproca comprensione, il resto verrà.

* Non lo ripeterò mai abbastanza: in fatto di scrittura, la forma è sostanza. La migliore delle idee non farà di te una scrittrice, se non la sai trasmettere al lettore in modo chiaro, elegante e avvincente.

* Le critiche fanno male, e credi: non ci si abitua mai. Tuttavia, se vuoi scrivere ed essere letta, abituati all’idea che le critiche verranno sempre. Imparare a distinguere quelle costruttive da quelle gratuite è un primo passo importante.

In conclusione, cara Allieva, scrivere è un’arte, ma è anche un mestiere. Scrivi, leggi, studia, lavora sodo, con passione, con umiltà, con rispetto del lettore.

Ti auguro ogni bene,

Chiara

Storia&storie · teorie · tradizioni

Arcobaleni

Gli arcobaleni sono come il cioccolato e le Olimpiadi: c’è davvero qualcuno a cui non piacciono?

Chi di noi non ha, almeno una volta nella vita, puntato il dito ed esclamato in delizia e meraviglia per questo specifico fenomeno di rifrazione? Chi non ha ammirato i colori, cercando il punto in cui il verde diventa giallo? Chi non ha sorriso, e proposto per scherzo a qualcuno di andare a cercare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno?

Leggenda irlandese, questa, scivolata qui attraverso libri e film – una delle tante, in realtà. Non c’è civiltà, non c’è tradizione, non c’è corpus di miti che non abbia qualcosa da dire in proposito. Non che ci sia da sorprendersi: la relativa eccezionalità, la vivacità visiva, la forma – tutto cospira a fare dell’arcobaleno un simbolo perfetto, non vi pare?

E allora ecco Iride, messaggera divina nell’Iliade, e l’arcobaleno post-diluvio nella Genesi, e le masse di colori che annunciano a Gilgamesh quando gli dei sono d’accordo… Dopodiché, in aggiunta ai colori, c’è la forma: l’arcobaleno è l’arco del dio indù Indra, il ponte celeste degli dei creatori giapponesi, il Bifröst tra i mondi dell’universo nordico, la cintura di Tir, dio del sole e della conoscenza nel mito armeno, l’orlo del mantello del sole per gli indiani Cherokee, e tutta una varietà di serpenti per gli Aborigeni d’Australia, varie culture mesoamericane e gli antichi Estoni.

Va detto che, nelle sue incarnazioni serpentine, l’arcobaleno non è sempre particolarmente benevolo: inafferrabile e capriccioso, ha spesso a che fare con l’imprevedibilità e fondamentale indifferenza del ciclo delle stagioni.

Addirittura, sparse per l’Africa, l’Asia e l’America del Sud, ci sono popolazioni cui l’arcobaleno pare sì un portento – ma uno pessimo, oppure la livrea ingannevole di qualche demone mangiatore di bambini… In certe tribù amazzoniche, all’apparire di un arcobaleno, si nascondono i bambini e gli adulti chiudono la bocca – perché non si sa mai.

Quindi immagino che la risposta alla domanda nel primo paragrafo sia: sì, c’è davvero qualcuno a cui l’arcobaleno non piace…

Non granché in occidente, a dire il vero. Noi l’arcobaleno tendiamo a vederlo – se non più come un portento – come un segno d’incanto, oppure, at the very least, qualcosa di bello. Magari non stabile né duraturo… non ricordo quale signora Woolfiana (Mrs. Dalloway? Mrs. Ramsay?) paragoni la fugacità della vita umana al carattere effimero dell’arcobaleno, mentre Wordsworth ci vede il simbolo di un’intatta capacità di entusiasmo e meraviglia. Quando smetterò d’incantarmi alla vista di un arcobaleno, esclama in My Heart Leaps Up, sarà tempo di morire. John Masefield aggiunge all’elenco l’arcobaleno notturno – come una sorta di chimerica meraviglia, uno dei doni di una vita in mare. Anche Keats assimila l’iride al fascino, alla meraviglia e al mistero del creato – pur se solo per lamentare come la fredda scienza smonti tutto in un blando catalogo di ordinarietà…

Ma tutto sommato forse Keats si sarebbe potuto risparmiare qualche patema: non è certo di rifrazioni e di prismi e di luce scomposta che Dorothy medita quando cinguetta che Somewhere over the rainbow, il cielo è azzurro e i sogni si avverano. E lo stesso più o meno vale, seppure con una certa dose di sarcasmo, quando Oltretinozza dicono che “non è tutto unicorni e arcobaleni”, per indicare che le cose sono meno ideali di quando appaiano. Né è un caso che la bandiera arcobaleno venga spesso adottata come simbolo di pace e tolleranza e di cambiamento.

E davvero, chi di noi non ha la sua piccola mitologia personale in fatto di arcobaleni? Visti a dozzine prima di un esame risolutivo, o seguiti per gioco con qualcuno, o apparsi doppi a mo’ di ponte in circostanze particolari

Nemmeno il più accanito detrattore può negare che l’arcobaleno, così vivido e inafferrabile, abbia sempre l’aria di dover significare qualcosa. E abbiamo millenni di miti, canzoni, storie, poesie, e istanti d’incanto a provarlo.

teatro

Stagione!

Ci siamo!

O almeno ci siamo quasi: prove generali, ultimi ritocchi a luci e costumi, eccitazione montante… al Teatrino di Palazzo d’Arco sta per aprirsi il sipario sulla Stagione 2019/2010 dell’Accademia Campogalliani!

Sarà una fantastica stagione, tra nuovi spettacoli e riprese di vecchi successi: avrete di che stupirvi, sorridere, riflettere – promesso!

E si comincia sabato 12. Apertura di stagione con Provaci Ancora Dracula – liberamente (e allegramente) tratto dal celebre romanzo di Bram Stoker, con la regia di Maria Grazia Bettini. Chissà se Stoker, mentre scriveva la sua storia di cupi manieri in Transilvania, anemiche fanciulle possedute, sfortunati notai e pipistrelli, immaginava di definire un genere narrativo… Un secolo abbondante più tardi, le avventure vampiresche non si contano – contaminate e rilette in ogni possibile modo… Qui, come suggerisce il titolo, si fa con ironia e un tocco di nonsense.

Dal 6 dicembre al 6 gennaio torna – come suol dirsi, a grande richiestaCanto di Natale, parabola natalizia dickensiana, tradotta e adattata dalla vostra affezionatissima.

Sabato 11 gennaio debutta Processo a Dio, di Stefano Massini – una delle voci principali del teatro contemporaneo. Mario Zolin dirige un dramma duro, lucido e acuto sulla (dis)umanità, sulle implicazioni spirituali e sulla natura di una tragedia epocale. Ed è affascinante vedere come, intrecciando storie e Storia, Massini e Zolin esplorino meccanismi, certezze e bisogni dell’animo umano, domande vecchie di millenni e sempre attuali.

Tra febbraio e marzo poi tornano La Scuola delle Mogli di Molière e gli atti unici Chekoviani di Scherzi d’Amore – due incantevoli spettacoli alla riscoperta di grandi classici. Due secoli, due paesi, due culture, due sense of humour – e due modi diversissimi di raccontare una storia d’amore.

Infine ad aprile un altro atteso ritorno: Il Clan delle Vedove di Ginette Beauvois-Garcin, spassosissimo, brioso e provvisto di un formidabile terzetto di protagoniste.

E poi… e poi c’è molto altro: riprese, ricorrenze, letture, omaggi, i Lunedì e i saggi della nostra Scuola. Ne parleremo di volta in volta. Intanto vi aspettiamo a vedere il nostro nuovo Dracula, a partire da sabato 12, al Teatrino di Palazzo d’Arco.

Oh – e scordavo: c’è una novità! Disponibile sul nostro sito trovate il link alla pagina della prenotazione online – comoda, rapida, accessibile 24 ore su 24! So che comincio a sembrare la pubblicità di un noleggio auto – ma provate e vedrete.

E questo è tutto per ora. Che ne dite? Non sarà una stagione fantastica?