elizabethana · Poesia · Vitarelle e Rotelle

Nero, rosso, bianco e giallo

Rosso_Nero_Giallo_e_Bianco.pngRosso, nero, giallo e bianco. Nella sua biografia di Christopher Marlowe, Una Ellis-Fermor dice che non ci sono altri colori che questi quattro, in tutto il Tamburlaine the Great – ovvero Tamerlano il Grande.

Naturalmente, la prima cosa a cui viene da pensare è l’assedio di Damasco. Il primo giorno Tamerlano usa una tenda e bandiere bianche, per significare che ci sarà clemenza per gli abitanti se la città si arrende. Il secondo giorno, tenda e bandiere diventano rosse: Damasco può ancora arrendersi e avere i suoi civili risparmiati, ma non i difensori. Dal terzo giorno in poi, tenda e stendardi neri: non ci sarà più quartiere per nessuno.

E poi bandiere rosse, bianche e nere, e sabbie gialle, e laghi neri di pece, e sangue in quantità (parliamo di una tragedia elisabettiana, dopo tutto), e oro, e colline innevate, e sole, e giaietto, e cavalli candidi… A parte una menzione di zaffiri (che però, secondo Ellis-Fermor, vuole in realtà riferirsi ai diamanti – neri nel tardo ‘500), “nulla indica che Marlowe non fosse daltonico a tutto lo spettro dei colori, con l’eccezione del rosso e del giallo.” Ma ovviamente (e basta leggere l’Ebreo di Malta o Ero e Leandro per convincersene) non si tratta di daltonismo selettivo, bensì di una scelta deliberata.

Ora, scrivere una tragedia intera in uno schema di colori così ristretto richiede guts, perché non bisogna considerare solo i colori citati espressamente, ma anche quelli evocati: troppa insistenza sul cielo o sulle piane erbose, ed ecco che compaiono dell’azzurro e del verde e si finisce fuori tavolozza. Ma Kit Marlowe era un genio, non conosceva la modestia (né letteraria, né otherwise), e a 23 anni era molto padrone dei suoi mezzi – non ancora dei mezzi teatrali, magari, ma di quelli poetici: bianco, nero, giallo e rosso, nient’altro.

Mi pare che sia stato Prosper Merimée a descrivere il Trovatore di Verdi come un impasto di oro, fiele e sangue: non posso fare a meno di pensare che la definizione si adatti perfettamente anche al Tamerlano, cromaticamente e non solo.

E naturalmente non è il genere di cosa che possa passare teatralmente inosservata. Basta la più generica e casuale ricerca su Google Images per vedere come questa combinazione di colori sia diventata una diffusa tradizione registica per il Tamerlano. Viene da chiedersi quando la cosa sia iniziata: prima o dopo Una Ellis-Fermor? E se prima, quando? Per dire, sappiamo che il costume del primo Tamerlano, Ned Alleyn, era decorato di “merletti color rame”. E il rame è una sfumatura di rosso… chissà? L’idea è suggestiva – ma in realtà, nel ‘500 il concetto di regia non esisteva, ed è lecito dubitare.

Ad ogni modo, writing-wise, l’effetto è stupefacente. Viene voglia di sperimentare: scegliere tre o quattro colori e usare solo quelli e le loro sfumature, in tutte le descrizioni, tutte le figure retoriche, tutta l’imagery… Hm. Meglio cominciare con un racconto.

Un racconto breve.

grillopensante

Gradi di separazione

È una mia teoria che, se è vero che tra due persone qualsiasi al mondo non ci sono mai più di sei gradi di separazione, a Mantova in particolare ce ne siano al massimo due e mezzo. No, davvero: è del tutto impossibile essere presentati a un qualsiasi gruppo di sconosciuti senza trovarli quasi tutti amici di amici di amici, cugini di amici, colleghi di parenti acquisiti, compagni di scuola del farmacista del villaggio, vicini di casa al mare di ex fidanzati di colleghe, nipoti di gente dello stesso villaggio, genitori di compagni di scuola di figli di amici, vigili urbani che vi hanno multati quella volta che… you get the drift – una tinozza davvero piccola.

E non lo so, ma immagino che lo stesso sia vero della maggior parte delle piccole città…

Però è stata quasi una sorpresa scoprire qualcosa di simile in quello che avrei creduto essere un mondo un po’ più largo – vale a dire l’Inghilterra Georgiana.

Si comincia a leggere a proposito del falsario Shakespeariano William Henry Ireland, e oltre a trovare nella sua cerchia vecchie conoscenze come Boswell, Kemble e Sheridan, s’incontra un piccolo esercito di collezionisti, bardolatri, giornalisti e gente del genere.

Poi si viene a leggere dell’archistar Regency Sir John Soane – e si scopre che era consuocero (con scarso entusiasmo) del giornalista James Boaden, personaggio di primo piano della vicenda Ireland. Il che forse non è strano, considerando che Soane era un collezionista e bardolatra a sua volta… Inoltre era buon amico di Turner, incrociò Salieri, il soprano Nancy Storace e Thomas Bowdler (quello che sanitizzò il canone di Shakespeare a beneficio delle famigliole inglesi) durante il Grand Tour, collaborò a restaurare la prigione di Newgate danneggiata durante i Gordon Riots e lavorò per William Pitt*. Oh – e il suo detestabile figlio George, che dopo essersi fatto diseredare finì a campare di traduzioni, romanzi gotici e drammoni (esattamente come il giovane Ireland una quindicina di anni prima), era amico del romanziere Matthew “Monk” Lewis.

E Soane padre era anche stato, in gioventù, allievo dell’architetto George Dance (the Younger)  – che, si scopre leggendo un pochino di lui, era a sua volta amico di Garrick, Angelica Kauffman – e Boswell.

E se ci badate abbiamo chiuso il cerchio, e nominato un sacco di gente dell’Inghilterra artistico-letteraria del tempo – e abbiamo appena scremato la superficie. Con un minimo sforzo, a partire da ciascun nome, potremmo senza dubbio ricostruire una rete molto più fitta di così.

A livelli mantovani.

Ed è vero che stiamo parlando di gente che si muoveva tra il centro e i margini di un ambito piuttosto specifico – o quanto meno di due o tre ambiti specifici contigui – but still. Ricordo vagamente di avere visto, una volta e da qualche parte, una specie di mappa** di contatti, prossimità e influenze letterarie, artistiche e filosofiche attraverso i secoli, che mostrava come certe cose a valle discendessero in modo a volte tortuoso ma riconoscibile da altre a monte… Questo post è una versione molto più limitata e superficiale dello stesso gioco – ma anche solo così ci si fa un’idea del modo in cui circolano idee, legittimazioni reciproche, influenze (più o meno dirette) e mentalità.

Una tinozza molto grande e molto piccola al tempo stesso, nevvero?

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* Ci sono anche una visita a Mantova (dove fece disegni di Palazzo Te) e il progetto della Dulwich Gallery nella scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn – ma siccome non sono connessioni Georgiane in senso stretto, le cito qui sotto – giusto perché non mi so trattenere.

** Se qualcuno ha idea di dove pescarla, la ritroverei molto volentieri.

scribblemania

Piccolo Bollettino di Maggio

Allora, StoryADayMay: so far, otto storie in dieci giorni.

Storie notturne, spesso – perché poi di giorno ci sono altre cose, come vi ho detto. E storie di cui, nel complesso non sono del tutto insoddisfatta.

Ho anche fatto qualche piccolo esperimento stilistico – anche se devo confessare che, per qualche motivo, ho impiegato diversi giorni a decidere che potevo farlo. Il che tutto sommato non è del tutto una sorpresa, considerando che una certa tendenza a raggomitolarmi nella zona di sicurezza è uno dei motivi che mi hanno spinto a tentare questa follietta.

Ad ogni modo, questo è quanto.

Otto su dieci – e di fare assai meglio non dispero.

 

scribblemania

Una Storia al Giorno…

Dunque, vi devo dire che sono di corsa.

Sono di corsa perché sto facendo Story A Day May – una di quelle challenges che si trovano su Internet a ogni pie’ sospinto, se volete, ma che a volte sono proprio quello che ci vuole. Abbiamo parlato ripetutamente di procrastinazioni, esitazioni, momenti di sconforto, dubbi, timori, pigrizie, comodi solchi e cose così, cose che frenano l’impulso di scrivere o, at the very least, lo tengono in darsena a galleggiare in languida inutilità. Oh, se ne abbiamo parlato!

E magari si ha anche l’impressione di essere bravini, perché si è scelto un progetto leggermente scomodo, qualcosa che costringe fuori dai confortevoli limiti di ciò che si è già fatto ancora, ancora e ancora. O costringerebbe, se lo si facesse per davvero, anziché riempire pagina dopo pagina di appunti, note ed elucubrazioni.

E badate, non c’è nulla – ma proprio nulla – di male nello strologare per iscritto, anzi… purché gli strologamenti a qualche punto conducano da qualche parte. A qualcosa di scritto. You know, storie.

E se non succede, magari è il momento di sfidarsi a farlo. Darsi una scadenza, vera o artificiale. Un ruolino di marcia.

E stavo vagamente considerando proprio questo quando sono inciampata in Julie Duffy e la sua favolosamente dissennata idea. Una storia al giorno. Per l’intero mese di maggio. Naturalmente la prima reazione è stata una risatina scettica. Figurarsi – una storia al giorno! Assoluta follia… come potrei mai fare una cosa simile? Sono mesi che esito, mugugno, strologo e buridaneggio sul mio nuovo progetto di flash fiction, e tutto quel che ho da mostrare sono due storie e mezza… figurarsi se potrei mai…! Oh do come on! Impensabile. Improponibile. Dissennato. Nemmeno da pensarci.

Epperò…

Certo che…

Magari…

“Regole flessibili”, eh?

Hm…

E se…?

No, no – nemmeno a pensarci. Discorso chiuso. Passiamo oltre.

Anche se…

Oh, wait!

Tre storie la settimana si potrebbero quasi considerare fattibili…

Solo prime stesure…

Se mi ci mettessi di buzzo buono…

Se…

Se…

Se…

E no, perbacco. Nemmeno per idea.

Ok, lo faccio.

Ed eccomi qui. Oggi è il quarto giorno e ho finito la prima stesura della mia quarta storia. Piccole storie, tra le 500 e le 750 parole – ma d’altra parte è proprio quello di cui ho bisogno*. Pratica. Disciplina. Costanza. Perseveranza. Non-procrastinazione.

E naturalmente, proprio il giorno prima che la sfida iniziasse, si è riaperta una questione che avevo quasi data per defunta, e invece è viva, vivissima, e promettentissima, e assai impegnativa… vi farò sapere – per il momento vi dico solo che c’è anche quella, e darà parecchio da fare. Contemporaneamente a Story a Day, naturalmente, perché è così che vanno le cose a questo mondo, giusto? Non prima, non dopo: tutto adesso.

Il che spiega perché, come vi dicevo all’inizio, sono di corsa.

Ah well, tant’è. Sono in ballo – e adesso si balla, che diamine!

E se qualcuno avesse voglia di raccogliere il guanto e aderire alla sfida… perché no? C’è la sfida in sé, ci sono i prompt quotidiani escogitati da seri autori… Avanti, buttatevi: trovate tutto qui.

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* Ma voi potete scrivere altro. Racconti di qualsiasi dimensione, capitoli, scene, poesie… Le regole sono davvero fluide – finché non le avete stabilite.

teatro

Ci siamo!

Ci siamo, sapete?

E con questo plurale intendo noi, l’Accademia Teatrale Campogalliani.

Il Teatrino è chiuso, ovviamente – spettacoli, incontri, prove e lezioni son sospesi – e non sappiamo come e quando le cose cambieranno…

Ma non per questo ci siamo fermati.

Ciascuno nella nostra clausura, facciamo piani, pensiamo, scriviamo, ci scambiamo idee, esploriamo possibilità… e prepariamo letture.

Venite a trovarci sulla nostra Pagina Facebook e sul nostro Canale YouTube, seguiteci, guardate i nostri video e aspettate con noi il tempo in cui si potrà ricominciare…

Perché ricominceremo. Perché da questo tunnel usciremo – ma in tutta probabilità non usciremo nello stesso mondo da cui ci siamo entrati. E se crediamo con Cyril Hodges che il teatro sia lo strumento attraverso cui l’umanità prova e modella se stessa, allora questo nuovo mondo avrà più che mai bisogno di teatro, non credete?

E noi ci saremo.

Noi ci siamo.

grillopensante · Poesia

Shakespeare Day

Al volo, solo per dirvi che oggi si festeggiano 456 anni dalla nascita di Shakespeare – o almeno dal suo battesimo, visto come andavano anagraficamente le cose all’epoca.

E allora, a titolo di minimo festeggiamento, vi rimando a un vecchio post sul potere delle parole in tempi bui: narrativa, poesia – no matter.

È una piccola storia che mi piace molto, e forse l’avete già letta quando l’ho postata la prima volta – ma mi pare adatta…

Poesia, ad alta voce, nel buio.

gente che scrive · Storia&storie

Charlotte Ritrovata

charlotte bronte, constantin hégerDomani Charlotte Brontë avrebbe compiuto 204 anni… no, non c’è modo al mondo in cui avrebbe potuto compierli, e non è nemmeno una data straordinariamente tonda – ma lasciate che colga l’occasione per raccontarvi una storia, volete?

Allora, dovete sapere che le sorelle Brontë avrebbero voluto aprire la loro scuola per fanciulle nella casa parrocchiale di Haworth.

Non so chi pensassero di poter attirare in un posto così isolato, così malsano, così sperduto tra le brughiere – un posto che, a parte tutto, avrebbero perduto alla morte del loro padre. Tra l’altro, a nessuna delle tre piaceva affatto insegnare… Ma d’altra parte, nessuna delle tre faceva gran conto di sposarsi, c’era l’esigenza di guadagnarsi da vivere e non c’erano molte possibilità aperte per una donna della loro situazione sociale. Scartata l’ipotesi di fare le dame di compagnia, se insegnamento doveva essere, che fosse almeno a casa, e per qualche anno tutta la famiglia fece del suo meglio per considerare The Misses Brontë’s School For Young Ladies un’opzione sensata per il futuro delle ragazze.

Ora, per allettare le young ladies con l’offerta di un buon curriculum di studi, era necessario che le future insegnanti parlassero un Francese non troppo eccepibile – magari perfezionato all’estero. Parigi, la scelta ovvia, dovette sembrare troppo lontana, troppo costosa, troppo risqué – ma c’erano alternative: nel 1842, con la benedizione del Reverendo Patrick e il finanziamento della zia Branwell, Charlotte e Emily partirono per Bruxelles con l’intenzione di studiare il Francese al Pensionnat Héger – dove si pagavano parte della retta insegnando a loro volta Inglese e musica.

All’epoca e nelle circostanze generali, non era cosa di tutti i giorni. Era un passo audace e una maniera di costruirsi un futuro che non molte donne dell’epoca, a parità di circostanze, avrebbero anche solo considerato. Purtroppo  non andò a finire nel modo che tutti si aspettavano. A Bruxelles Emily durò poco – come sempre accadeva quando si cercava di allontanarla da Haworth e dalla sua casa. Era un’allieva molto brillante ma, quando la zia Branwell morì pochi mesi più tardi e si rese necessario tornare in Inghilterra, decise che ne aveva avuto abbastanza. Rivoleva la libertà di scrivere, camminare per miglia nelle brughiere e scrivere to her heart’s content. constantin héger, charlotte brontë

Invece Charlotte tornò a Bruxelles nel gennaio del ’43. Ci tornò perché era innamorata del suo professore – incidentalmente il marito della proprietaria della scuola. Constantin Héger era un’omarino brusco, colto e affascinante, mosso a simpatia nei confronti delle due allieve inglesi – eccentriche, quasi adulte e tanto più intelligenti della scolara belga media. Charlotte, intrecciò con lui un’intensa amicizia intellettuale, s’innamorò (letteralmente) come una scolaretta, visse per un anno al pensionato – solitaria, infelice, tormentata dai sensi di colpa e, quando Mme. Héger ebbe il buon senso di metterla alla porta con tutta la grazia e il tatto possibili, se ne tornò a casa con il cuore a pezzetti molto piccoli e treni merci di materiale da romanzo.

Il suo primo romanzo (prima di Jane Eyre, anche se venne pubblicato solo nel 1857) s’intitolava, guarda caso, The Professor. Protagonista un giovane insegnante (celibe) in una scuola femminile di Bruxelles, che s’innamora (ricambiato) della sua giovane allieva anglo-svizzera, nonostante le beghe della perfida direttice della scuola…

Er… yes, well.

Nel 1853 Charlotte era ancora abbastanza presa dalle sue esperienze di Bruxelles da riscriverle nella forma di Villette, di nuovo una storia di pensionati, allieve e professori in un Belgio appena velato sotto i nomi fittizi. Interestingly, la protagonista inglese Lucy, la consueta orfana che studia Francese, s’innamora di due uomini diversi – il Prof. Paul, modellato su Héger, e un giovane dottore inglese che era il ritratto di George Smith, l’editore di Jane Eyre. Ora, si dà il caso che il giovane e bel George Smith fosse più che un po’ innamorato di Charlotte e, seguendo la stesura di Villette, fu tanto esplicito quanto le convenzioni del tempo lo permettevano nel suggerire a Charlotte di far convolare Lucy e il Dottor John. Ma Charlotte, incrollabile, tenne Lucy fedele al (defunto?) Professor Paul.

Inutile dire che Smith non la prese particolarmente bene.

Ingratitude.jpgPerché vi racconto tutto questo? Perché qualche anno fa, dagli archivi di un museo belga, è (ri)saltato fuori L’Ingratitude, un compito scritto di Charlotte, datato ai primi mesi di Bruxelles, una sorta di favola ispirata a quelle di La Fontaine. Questo genere di dévoir era parte del metodo del Professor Héger, che credeva nello sviluppo per imitazione. Le allieve dovevano scrivere variazioni su brani di scrittori classici, come si vede tanto in The Professor quanto in Villette. Attraverso questo esercizio, sia Frances Henri* che Lucy Snowe rivelano non solo un’abissale superiorità rispetto alle compagne di classe, ma anche un talento fuori dal comune, attirando così l’attenzione dei rispettivi insegnanti.

Molto autobiografico, anche se, a dire il vero, L’Ingratitude, storia di topini senza lieto fine, scritta in un Francese claudicante, non sembra granché ad occhi moderni. È affascinante vedere la giovane Charlotte che cerca le sue gambe narrative in una lingua che non è la sua – pensando anche alle lettere in cui, in anni più tardi, confessava l’influenza dell’insegnamento di Héger non solo sul suo Francese, ma sulla sua scrittura in generale.

C’è da presumere che, se avesse mai aperto la sua scuola, Charlotte avrebbe applicato lo stesso metodo nell’insegnamento del Francese.

Ma The Misses Brontë’s School For Young Ladies non andò mai oltre lo stadio di una bozza di volantino pubblicitario. La mancanza di denaro, la disgrazia famigliare nella forma del riprovevole fratello Branwell (chi avrebbe mandato una figlia a studiare presso la famiglia di un seduttore di donne sposate?), la malattia e la morte si misero di mezzo.

Il protagonista de L’Ingratitude (di cui potete leggere qui l’originale e una Branwell Brontëtraduzione inglese) è un giovane topo ingrato che finisce male per non avere ascoltato i consigli paterni. Niente più di una cautionary tale ma, col senno di poi, la tentazione di vederci un ritrattino di Branwell, che nel 1842 si stava già attivamente mostrando come un inaffidabile caposcarico, è forte.

E chissà se, dopo che Branwell era morto di tisi, laudano e cattivo gin nel 1848, Charlotte ripensasse mai alla fine del suo topolino ingrato. Non è un’idea allegra.

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* “Composition became the breath of her nostrils…” nota William di Frances, che prima di allora aveva giudicato un nonnulla dull.

 

grillopensante · scrittura · teatro

E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

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* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

Digitalia · grillopensante · kindle · tecnologia

Mentre non E-guardavo…?

Qualche giorno fa, in uno scambio di e-corrispondenza con un amico inglese, si è venuti a ricordare gli albori dell’e-publishing, e la discussione che ne era nata – o, sotto certi aspetti, che non ne era nata affatto.

Ora, è passato un sacco di tempo e non mi aspetto che ve ne ricordiate – ma nei primi anni Dieci Senza Errori di Stumpa era un blog più impegnato e meno lackadaisical di quanto sia adesso, e si occupava con una certa intensità di editoria digitale. Allora scrivevo e leggevo in proposito, andavo a convegni come Librinnovando (che mi par di capire non esista più) e seguivo il dibattito sull’allora presente e futuro dell’editoria… Ero molto presa dalla faccenda, e a un certo punto tenni addirittura un seminario in proposito all’Accademia di Belle Arti di Macerata…

Poi mi sono persa per strada – ma non è questo il punto. Il punto è – e ne ho trovato conferma andando a rileggermi una certa quantità di post scritti all’epoca – che il dibattito sulle potenzialità dell’editoria digitale, pur promettente, all’epoca non dava segno di andare da nessuna parte. Sotto certi aspetti strettamente editoriali, naturalmente si è raggiunto un assestamento: il rapporto tra editore, autore e lettore, il self-publishing, il recupero dei testi fuori stampa, l’editoria on-demand… erano questioni che si dibattevano in ambito anglosassone – ma poco o nulla qui da noi. Adesso mi pare che ci sia, se non altro, uno stato di fatto per tutto questo? In realtà non ne sono certa – perché, come dicevo, non frequento più gli ambienti in cui se ne discute. In realtà, come vanno le cose?

Un altro argomento d’interesse all’epoca era come scuole, biblioteche e istituzioni culturali in generale potessero non solo adattarsi al nuovo stato di cose – ma abbracciarlo e giovarsene. Dei passi si sono indubbiamente fatti – e in questi tempi di scuole e chiuse e biblitoeche inaccessibili se ne vede qu ripresa o un’accelerazione – ma mi chiedo, e davvero non è una domanda retorica: le speranze di rivitalizzazione digitale delle biblioteche che si ventilavano all’epoca si sono realizzate, almeno un pochino?

Ricordo invece con perplessità estrema il fiorire di cose come gli enhancements – di fatto lettura assistita, se lo chiedete a me – e idee di didattica in pillole… Ricordo ebook per bambini in cui si supponeva che l’implume dovesse far tutto fuorché leggere. Ricordo percorsi didattici fatti di approfondimenti video di un paio di minuti. Ricordo ebooks provvisti di colonna sonora e ogni genere di fischietti e campanelli. Ricordo di essermi chiesta con qualche sgomento che genere di lettori potesse uscire da esperimenti del genere… Che destino si riservasse alla soglia di attenzione, all’immaginazione del lettore, alla capacità di estrapolare, alle competenze generali della lettura complessa… Mi par di capire (con qualche sollievo, non lo nego) che gli enhanced ebooks non abbiano preso piede. Ma nei campi dell’infanzia e della scuola?

E infine c’era l’aspetto delle potenzialità narrative del nuovo mezzo. Di questo si parlava meno nei convegni che tra scrittori – ma il fermento c’era: la possibilità di strutture non lineari e non univoche, prima di tutto. L’andamento non cronologico non era una novità – ma forse, forse finalmente c’era il modo di svilupparlo in forme multidimensionali, in cui il lettore si potesse muovere in molteplici direzioni… Erano idee complesse ed eccitanti, la possibilità di integrare forma e contenuto in una vera svolta. Qualcosa di diverso e nuovo… E una volta di più mi devo chiedere: è successo qualcosa in proposito, mentre io non guardavo? Non parlo del singolo esperimento isolato, ma qualcosa di significativo?

Alas, ne devo dubitare un po’. Magari mi sbaglio – e davvero, tutti i punti interrogativi di questo post non sono retorici: domando per sapere. Quel che non mi incoraggia troppo, è lo scambio di mail di cui parlavo prima. C. mi racconta di avere proposto a più di un editore, a suo tempo, questo genere di narrazioni non lineari in formato digitale. E non stiamo parlando di pitches per lettera – C. essendo a sua volta un piccolo editore e bene inserito nell’ambiente. Ma…

È andata a finire che, dopo avere combattuto in infinite riunioni su come applicare gli standard e che cosa farne, ho rinunciato del tutto – perché gli editori sono tra le persone di più scarsa immaginazione che io conosca – e volevano soltanto che gli ebooks fossero il più uguali possibile ai libri stampati. Che occasione perduta!

E questo nel mondo editoriale anglosassone – che ho sempre trovato infinitamente più ricettivo…

Quindi davvero non so – e chiedo: è soltanto una mia impressione o davvero le possibilità, il dibattito, il fermento si sono afflosciati su una frazione di ciò che sarebbe potuto essere? Ha ragione C., e tutto si riduce a un’occasione perduta – almeno dal punto di vista narrativo – mentre non guardavo?

Perché visto da qui, ho l’impressione che l’unica cosa ancora viva sia la battaglia sul profumo della carta, alas…

 

 

Storia&storie

Fuoco!

0395_light_my_fire.jpgCi sono cose che l’umanità comincia con l’adorare, poi ne fa un simbolo e come tale lo passa in letteratura – il che, a suo modo, è un’altra forma di adorazione più complessa.

Il fuoco appartiene alla categoria a pieno titolo.

Non c’è mitologia che non abbia la sua divinità del fuoco, dall’indù Agni, messaggero divino eternamente giovane che rinasce ogni mattina, all’irlandese Brigit, poetessa e signora delle fiamme alte, dal greco Efesto, protettore dei fabbri, al giapponese Kojin, che protegge i focolari e simboleggia la violenza degli elementi posta al servizio dell’umanità.

I significati simbolici associati al fuoco sono numerosi, positivi e negativi: rinnovamento, purificazione, immortalità, iniziazione, sacrificio, forgiatura, distruzione… basta pensare al mito della Fenice che brucia e rinasce dalle proprie ceneri, a Prometeo che ruba il fuoco agli dei per emancipare almeno un po’ l’umanità, alle fiamme che custodiscono il sonno della valkiria disobbediente, alla colonna di fuoco che guida Mosè e i suoi nell’Esodo, al fuoco inestinguibile di Vesta, alle fiamme della dannazione eterna.

Il fuoco è bello e pericoloso, benefico e distruttore, utile e terrificante: cosa potrebbe essere più adatto a rappresentare la divinità? E poi, essendo il poeta sempre un essere prometeico, il fuoco viene strappato all’esclusiva raffigurazione divina per diventare in letteratura un elemento simbolico della natura e delle azioni umane.

Frate Fuoco, secondo San Francesco, è “bello, et robustoso et forte”, ma qualche decennio più tardi “S’i fosse fuoco arderei l’mondo,” canta quel cattivo soggetto di Cecco Angiolieri, eleggendo le fiamme a segno della sua indole sfrenata. Più o meno negli stessi anni, Dante di fuoco ne sparge per tutto il suo visionario Aldilà: il fuoco del tormento che lambisce “ambo le piote” ai simoniaci, o le lingue di fuoco che avvolgono i consiglieri fraudolenti, le fiamme dei lussuriosi nel Purgatorio e il fuoco mistico e luminoso del Paradiso.

Ma oltre a queste connotazioni di contrappasso morale, il fuoco ne assume di più decorative e alphabet-light-writing.jpgdescrittive. Shakespeare, all’inizio dell’Enrico V, fa chiamare al suo prologo una Musa di Fuoco, necessaria a cantare gli eventi grandiosi e tragici che, o Spettatori, state per veder rappresentati. Il fuoco torna spesso in Shakespeare, con tutta la varietà possibile, dal fuoco pallido della luna al fuoco dell’amore – più difficile da spegnere di quanto non lo sia accendere il fuoco vero con la neve. Marlowe usa il fuoco in tutte le sue varietà simboliche e concrete nella maggior parte delle sue tragedie: i suoi personaggi seguono fuochi nel cielo, hanno temperamenti di fuoco e occhi fiammeggianti, muoiono di dolori che bruciano le viscere, incendiano città, palazzi e laghi (sì, laghi), invocano il fuoco alchemico, torturano e sono torturati con ferri incandescenti o vengono bolliti a morte, temono, minacciano e sperimentano le fiamme dell’inferno e portano molto fuoco in battaglia. Amore, peccato, fierezza, ambizione, sfida, orgoglio, bellezza, arte…

Tutto ben lontano dall’estasi febbrile di uno Schiller che, nell’Inno alla Gioia, decrive “noi” come “ebbri di fuoco”, dal fuoco che sussurra e mostra figure, unico e amatissimo compagno del fuochista che accoglie Nell e suo nonno nella dantesca fabbrica del Vecchio Negozio di Curiosità o, per restare con Dickens, dal fuoco che ruggisce allegro in ogni pagina di Canto di Natale. O ancora dal fuoco magico e benevolo in cui si manifesta il Dagda ne La Pietra del Vecchio Pescatore. Passione, gioia, ancora arte, entusiasmo, calore, sicurezza, protezione…

Ci sono metafore meno allegre e fuochi letterari più cupi. Ci sono incendi punitivi e vendicatori come quello appiccato dalla moglie pazza di Rochester in Jane Eyre, come le fiamme selvagge che distruggono il palazzo del tirannico Duca d’Ofena nelle Novelle della Pescara, o come l’ultima rivalsa della signora Danvers ne La Prima Moglie. Ci sono fuochi inquietanti, come quelli su cui si bruciano i libri (e occasionalmente i bibliofili) in Farhenheit 451. E ci sono le battaglie: l’incendio di Mosca in Guerra e Pace, le navi da battaglia in fiamme de Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche, l’assalto alla prigione in Barnaby Rudge. Rabbia, furia incontrollata, vendetta, ferocia, distruzione, arroganza, guerra…

carols_hands.jpgCi sono anche fuochi in musica, come “l’orrendo foco di quella pira” (a tempo di valzerino), o l’autodafè e la “divina fiamma” del Don Carlos, o l’Uccello di Fuoco – che, incidentalmente, è anche una fiaba, la meta magico-mitica delle peregrinazioni di un principe piuttosto stupido. D’altra parte, anche nelle fiabe il fuoco non manca: avete presente, solo per citarne qualche caso, l’Acciarino Magico, il forno della strega di Hansel e Gretel, i fiammiferi della Piccola Fiammiferaia? Oppure, meno canonizzati ma onnipresenti, i fuochi fatui e le anime del purgatorio?

Insomma: religione, mito, fiabe, letteratura – non sembra esserci angolo del paesaggio interiore dell’umanità che resti immune al fascino pericoloso e fiammeggiante del fuoco. Non sarà più una divinità da tanti millenni – ma di sicuro il fuoco arde, ruggisce e illumina ben saldo nell’immaginario umano.