blog life · Traduzioni

Oggi su Scarabocchi

Oggi su Scarabocchi…

No, ecco – a volte certe cose non andrebbero nemmeno raccontate, ma il fatto è che ho appena scoperto su Facebook quel tasto con l’occhio e, di conseguenza, il fatto che quel che io vedo del mio profilo non è necessariamente quel che vedono gli altri.

E questo, tra parentesi, è il momento in cui mi cospargo di cenere il capo, o J,, per aver mai pensato che il tuo adamantino rifiuto di Whatsapp ti spiaggiasse un po’ fuori dal Ventunesimo Secolo. I mean it: non penserò mai più nulla del genere.  Continua a leggere “Oggi su Scarabocchi”

Storia&storie

Al tramonto delle Pleiadi

Succede, una domenica di febbraio, che A. mi contatti e mi chieda:

…Ha mai approfondito lo studio sull’esatto percorso fatto da Annibale e la sua armata sulle Alpi nel 218 AC, al tramonto delle Pleiadi, un mistero nato già ai tempi di Polibio e che dura a tutt’oggi?

Salta fuori che, in una di quelle vicende prettamente internettiane, A. mi abbia trovata inciampando in un vecchio intervento a un convegno, of all things, di Archeologia Sperimentale. Continua a leggere “Al tramonto delle Pleiadi”

teatro

Sugli effetti del teatro

Ieri sera, dopo avere guardato in streaming il bellissimo Dieci Piccoli Indiani della Campogalliani, ero in quel felice stato di effervescenza in cui mi mette il buon teatro. Quel felice stato per cui mi pare che potrei rivedere subito lo spettacolo in questione. Quel felice stato per cui ho pagine di appunti da prendere in proposito. Quel felice stato per cui le idee – narrative e registiche – germogliano a frotte. Quel felice stato…

“Per cui prendi il volo e poi atterri bruscamente?” ha domandato P., vedendomi svolazzare con una pila di piatti e bicchieri in mano e la testa altrove. Continua a leggere “Sugli effetti del teatro”

anglomaniac · considerazioni sparse · posti

Dopo

Ieri sera, guardando una di quelle cose di viaggio che parlava di (e mostrava) tutta una collezione di meravigliosi giardini tra Somerset, Devon e Dorset, con R. si raggiunta la conclusione che abbiamo una voglia folle di fare un viaggio. Anche un piccolo viaggio. Magari più di un viaggio. Quando si potrà di nuovo… appena si potrà di nuovo… Scommetto che sapete tutti quanti come vanno queste conversazioni.

E naturalmente il passo successivo è stato mettersi a far piani – e adesso, naturalmente, vi metto a parte della piccola lista che ne è uscita.

  • Il Kent. Sono secoli che quest’idea del Kent è in metaforico ballo. Canterbury, naturalmente – dove fatico a credere di non essere mai stata – ma anche Sandwich, il castello di Rochester, posti più piccoli come Scotney, le rovine di Scadbury Manor (la casa di Tom Walsingham), Hightham Mote e ogni genere di giardini… E girare per stradoline di campagna tra le siepi di biancospino, pranzare nei piccoli pub nei villaggi… Questo genere di cose.
  • Ravenna. Yes, well. Sono già stata a Ravenna, più di una volta… ma mai overnight. Adoro Ravenna, con le meraviglie del suo passato bizantino, e voglio tanto scrivere qualcosa di ambientato a Ravenna. E poi quest’anno ci sarà abbondanza di robe dantesche. IL che ci porta a…
  • Firenze. Un altro ritorno – ma da un precedente soggiorno, un paio di anni fa, me ne sono venuta via con una Next Time List che occupa due pagine di moleskine.
  • Spagna. Vago, lo so – ma le idee sono varie e un po’ sparse. Granada, Burgos, Toledo, Valladolid… E poi alcuni posti come Alcalà de Henares, San Yuste, Aranjuez – per motivi narrativi. Come per Ravenna, The Spanish Tale mi ronza in testa da tanto di quel tempo…
  • Mont Saint-Michel. Si può essere stati in Normandia e non avere visto le Mont Saint-Michel? Ebbene, si può. Io l’ho fatto – per motivi che all’epoca erano sensati, e ripromettendomi di tornarci… Solo che da allora sono passati più di vent’anni, per cui forse è il momento di farlo?
  • Delfi. La Grecia in generale, obviously – ma per colpa/merito di Mary Stewart (yes, yes – laugh all you like…) il posto dove voglio assolutamente andare è Delfi, where the gods still walk
  • Londra. Questo non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, in realtà – ma… giusto un anno fa, come oggi, me ne stavo tornando a casa dopo una tre-giorni londinese con gli amici della Campogalliani. L’ultimo viaggio prima della tempesta, proprio mentre l’Isoletta tagliava gli ormeggi dal Continente, e soprattutto, mentre la tempesta iniziava a farsi sentire… Il ritorno a Londra, quando si potrà, segnerà la chiusura di un cerchio.

Ecco. Questa è la mia lista. Quando si potrà. Quando il mondo sarà tornato in asse – e alle sue dimensioni normali. Ed è bello tornare a fare progetti per dopo.

E voi, o Lettori? Dov’è che vorrete andare… dopo?

angurie · blog life

Mai un bigné

È lunedì mattina. Un gelido lunedì mattina di gennaio, ben oltre l’ora della prima tazza di tè, e – buon senso vuole – decisamente troppo presto per la seconda.

La Clarina siede al computer e lavora.  È d’umor bigio anzichenò, per essere sinceri, e confusamente certa che il buon senso sia tra le virtù più sopravvalutate dell’umano divenire. Per di più, non si può dire che siano d’aiuto i sospiri che provengono e provengono e provengono da… well, da nessuna parte in particolare. Continua a leggere “Mai un bigné”

libri, libri e libri

Chi ha paura dell’audiolibro?

Io.

Io sono quella che ha paura degli audiolibri…

Che poi, ovviamente* paura non è la parola giusta, mi serviva solo per il titolo ad effetto. Diciamo piuttosto che per gli audiolibri non riesco ad avere simpatia. Non mi ci trovo, ecco.

E a dire il vero non so spiegare del tutto perché, considerando che sono una persona decisamente uditiva, che ho una passione per le voci e che mi piacciono i radiodrammi… In teoria, ascoltare qualcuno di davvero bravo che mi racconta una storia, magari con l’occasionale effetto sonoro e un po’ di musica per amor dell’atmosfera, dovrebbe essere vicino alla mia idea di perfezione, giusto? Continua a leggere “Chi ha paura dell’audiolibro?”

scribblemania

E a volte invece no

Oh, ero proprio convinta di riuscirci, sapete?

In fondo non sarebbe stata la prima volta: scadenza incombente, indietro come un carro di refe, scriverescriverescrivere per un certo numero di giorni… E si sa, non lavoro mai così bene come quando sono sotto pressione, giusto?

E dunque, quando all’inizio di gennaio (ugh!) mi sono ritrovata a due settimane dalla scadenza, mi son detta: che sarà mai? Da oggi mi ci metto d’impegno, e…

…E a dire il vero, il giorno in questione l’impegno si è limitato a una rilettura del materiale che avevo pronto. E me ne son venuta via con qualche appunto in più, qualche scintilla di rinnovato fuoco in proposito – e la constatazione che di materiale non ce n’era poi molto.

Hm.

Ma da domani…

E l’indomani mattina c’erano cose irrinunciabili da fare, e ilpomeriggio… dov’è che vanno mai a finire questi pomeriggi invernali? E a sera mi sono seduta al computer, e ho trafficato con i miei appunti, e scritto due versioni di un pezzo, e deciso che potevo tenerle tutte e due – a patto di sviluppare una certa idea in una direzione diversa, e… oh, guarda sono le due e un quarto del mattino!

E via così nei giorni successivi, riducendomi a lavorarci a notte tarda, e trovando una nuova possibilità dietro l’altra, e aggiungendo liste, domande, link, idee da esplorare, punti strutturali da approfondire… tutto fuorché conteggio parole.

Dite la verità: a voi che cosa sembra?

Io non ci ho nemmeno fatto troppo caso, finché le due settimane di tempo non si sono ridotte a poco più di una, e mi sono accorta che avevo ben poco di pronto. Quasi nulla, in realtà. Un’idea che mi piace molto, un sacco di appunti, e un maiuscolo caso di procrastinazione.

E allora mi sono fermata a pensare. Il concorso di cui parliamo è una faccenda sull’Isoletta, a proposito di una forma che per me è in parte nuova e in parte non proprio nuova ma un nonnulla ostica. All’inizio del Terribile Venti mi ero proposta, a titolo di progetto annuale, di dedicarmi alla forma in questione, lavorarci con costanza e produrre qualcosa che si potesse mandare al concorso isolano. Buoni propositi, you know…

E così ho cominciato, e ho seguito qualche corso in proposito su Skillshare e altrove, e ho trovato un’idea che mi piaceva, e quando ho visto che, dopo qualche mese, la faccenda aveva l’aria di non andare da nessuna parte, ho cercato di darmi uno scrollone iscrivendomi a Story A Day, e la cosa ha sortito qualche effetto – e poi naturalmente ci sono stati la stagione estiva a Palazzo d’Arco, e Road to Murder, e il Rumore delle Ali…

Ma l’idea del concorso era sempre lì, e mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo, perché andiamo! Gennaio del Ventuno? Tutto il tempo del mondo.

Well, yes: quando ho consegnato Road to Murder all’editore a fine novembre, persino io mi sono accorta che dicembre (che è dicembre!) e parte di gennaio non erano più tutto il tempo del mondo – ma a quel punto non mi restava più tantissimo da fare. Avevo più o meno tre quarti di prima stesura, si trattava soltanto di finire e strutturare per bene. Fattibile, giusto? Fattibilissimo.

A patto di non decidere all’improvviso che quei tre quarti di prima stesura non andavano più bene. Che mancavano di… qualcosa – qualcosa. Che c’era un’altra idea migliore – completamente nuova e in parte da ricercare – ma perfetta…

Yes, well.

Lo so. Ma siccome ho il buon senso di una meletta acerba, via sull’onda del nuovo entusiasmo, tra una decorazione natalizia e l’altra: ricerche, appunti, freewriting, tempeste cerebrali… Fino a Natale.

Voi scrivete i giorni di Natale? Io no. Ogni tanto, mentre leggoleggoleggo accanto al camino con un gatto sulle ginocchia e una tazza di tè a portata di mano, ci penso, mi sento vagamente in colpa, ma poi non ne faccio nulla.

E poi all’improvviso è stato gennaio (ugh!), e la scadenza incombeva, e io avevo soltanto un’idea e pagine su pagine di appunti e il maiuscolo attacco di procrastinazione…

E probabilmente avrei potuto farcela. Facendo le corse, scrivendo giorno e notte, accantonando tutto il resto. L’ho già fatto in precedenza, giusto? Più di una volta. Con successo. Sono capace di farlo. L’ultima volta che l’ho fatto, ho anche vinto il concorso in questione…

Solo che stavolta non l’ho fatto. Stavolta ho guardato per bene il calendario e le mie pagine di appunti e sondato le profondità del mio attacco di procrastinazione, e rimuginato sul fatto che da un anno lavoro a questa cosa e non vado da nessuna parte – e ho deciso di fermarmi.

Di non forzare la faccenda, di non mandare sull’Isoletta qualcosa di cotto a metà, di cercar di capire perché, quando si tratta di questa particolare forma, sviluppo tutta questa capacità di autosabotaggio. Fine della storia.

Forse, dopo tutto, non ero poi così convinta di riuscirci.

Forse accantonerò il progetto e forse no. Forse è segno che sto maturando e forse invece è un pessimo precedente. Non lo so ancora. Vedremo. Intanto niente concorso – e non so, ma non mi sembra il modo migliore per iniziare l’anno nuovo…

Vedremo.

Ve l’ho mai detto che detesto gennaio?

 

Persone

In Memoriam: Egisto Cantarelli

Foto M. Romualdi

Con il suo garbo d’altri tempi, il suo sorriso gentile e la sua pazienza infinita, Egisto Cantarelli vi accoglieva in Teatrino e, magicamente, vi trovava sempre quell’ultima sedia… e se proprio di ultime sedie non ce n’erano più, era dispiaciuto quanto voi, perché non avrebbe mai voluto dover mandare via nessuno.

Benevolo e cortese e sollecito, Egisto presiedeva alla biglietteria con un’attenzione certosina, felice di vedere la platea che si riempiva, felice di accogliere il pubblico – spesso accanto a quell’altra colonna della Campogalliani, Giorgio Codognola – e credo che proprio così lo ricordi tutta Mantova.

Ma Egisto era ben lungi dall’essere solo questo… un amico e una figura paterna per tutti noi in Campogalliani, con una parola buona e acuta per tutti, con la sua dolcezza d’animo, lo sguardo gentile e penetrante, lo humour discreto, la cultura profonda e la capacità di mettere ciascuno a proprio agio. Conversare con lui era sempre una gioia, così come era una gioia vederlo in Teatrino, a fianco della sua Francesca, circondato da figli e nipoti – il patriarca di una bellissima famiglia unita e brillante.

La sua presenza ci rassicurava. Tutti cercavamo la sua sua approvazione, il suo giudizio pacato e sempre lucidissimo. E allora, Egisto? Com’è, Egisto? Funziona, Egisto? … E sapevamo di poter contare su un parere acuto e autorevole e senza compromessi.

Adesso non potremo più chiederglielo.

Egisto ci ha lasciati improvvisamente la mattina del 2 gennaio, scavando un vuoto incolmabile nella vita della sua famiglia, della Compagnia e di tutti noi.  Ci mancherà tanto, e lo ricorderemo in tutto il lavoro a venire.

Ho tanti bei ricordi di lui: la passione comune per l’opera lirica, le parole incoraggianti e le strette di mano, le risate condivise quando raccontava aneddoti della Campogalliani, l’interesse con cui seguiva la mia altra scrittura al di fuori del teatro… Sarà molto dura tornare al d’Arco e non trovarlo. Non trovarlo fisicamente – perché il suo spirito ci sarà sempre.

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Ri-Agrifoglio

Ecco, e allora non so voi – ma il declinare dell’anno, le lunghe ore buie, i libri ricevuti per Natale, l’attrazione irresistibile del divano e del fuoco acceso, tazza dopo tazza di tè natalizio e cose così… Tutto ciò mi rende pigra, pigerrima.

Hence, porterete pazienza, nevvero, se oggi, invece di postare come una brava persona, recupero uno dei post più popolari di sempre su Senza Errori di Stumpa? Nevvero?

Ecco, sì – grazie. Lo apprezzo molto, o comprensivi Lettori. E dunque riecco a voi, l’agrifoglio!

holly_wreath_.jpgPerché diciamolo: certe piante sembrano fatte apposta per invitare a sciami le leggende e i significati simbolici anziché le api – E l’agrifoglio… un sempreverde con le foglie spinose e lustre, infiorescenze bianche e bacche rosse. C’è veramente da stupirsi che già in età pre-cristiana fosse una pianta sacra?

C’è una lacrimevole storia nordica in cui Baldur, il figlio prediletto di Odino, trafitto a morte da una freccia, cade sanguinante su un cespuglio. Per ricompensare il cespuglio che ha offerto a suo figlio l’ultimo abbraccio, Odino lo rende perenne e tramuta in bacche rosse le gocce di sangue di Baldur. Se le spine ci fossero già da prima non è chiaro, nel qual caso il giaciglio non doveva essere comodissimo… Ma l’agrifoglio era anche la pianta dei fulmini di Thor e dei tuoni di Freya. Pare che i cespugli di agrifoglio conducano i fulmini a terra con più facilità di altre piante – e restandone meno danneggiate, e questa era la ragione per cui un tempo, nei paesi del Nord, non c’era casa che non ne avesse uno accanto: una sorta di parafulmine naturale.

Una curiosa e antichissima tradizione vuole che, dal tipo di agrifoglio che viene portato in casa, si possa divinare quale dei coniugi avrà più autorità in casa durante l’anno a venire. Il fatto è che l’agrifoglio è maschio e femmina, e qui le cose si complicano. Secondo la mia fonte austriaca per questa storia, l’agrifoglio femmina è quello con le bacche rosse, più bello e decorativo e quindi scelto quasi invariabilmente, per cui la tradizione sarebbe una specie di omaggio al fatto che è sempre la donna a governare la casa. Questa teoria però mal si concilia con cose come la carola natalizia di origine medievale The Holly And The Ivy, in cui l’agrifoglio è associato all’uomo e l’edera alla donna (e, tra parentesi, l’agrifoglio ha tutti i doni e i vantaggi, ma il tono generale potrebbe anche essere lievemente sarcastico).

In effetti, nei culti druidici di ambito celtico, l’agrifoglio era associato al solstizio d’inverno e al vigore maschile, e già che c’era teneva lontani i demoni. Con l’arrivo dell’inverno, se ne portavano in casa rami e ghirlande a mo’ di evil-detector: si supponeva che gli esseri fatati benevoli venissero a giocare tra le foglie, mentre quelli poco raccomandabili si sentivano tenuti a starsene alla larga. L’agrifoglio era la pianta del Re d’Inverno, a mezza strada tra un’entità fatata e una divinità infera, un gigante bellicoso che regnava per metà dell’anno, incoronato di rosso e armato di un ramo di agrifoglio. Non avrei detto che, spine a parte, fosse un’arma particolarmente efficace, eppure nel Ciclo Arturiano il Re d’Inverno ricompare nella forma del Cavaliere Verde, che sfida a duello Galvano, armato soltanto di quello.

Questo carattere guerresco dell’agrifoglio, insieme alla capacità di scacciare il male, ricompare pari pari nei miti giapponesi, i cui dei ed eroi desiderano la pianta dalle bacche rosse e si forgiano armi prodigiose con il suo legno. O almeno manici di armi prodigiose, come nel caso del Principe Yamato (che comunque non fa una gran bella fine) e Daikoku, che tiene lontani i demoni scuotendo rami di agrifoglio. In Giappone si appendono rami di agrifoglio per buona fortuna, proprio come da questa parte del mondo – a dimostrazione del fatto che certe simbologie sono universali.

Tornando alle usanze celtiche, è in tutta probabilità lì che i Romani pescarono l’agrifoglio per associarlo al culto di Saturno, e il fatto che Plinio il Vecchio consigliasse di piantarne un cespuglio vicino a casa per scacciare gli esseri maligni sembra proprio la ripresa di una tradizione nordica.

Il Cristianesimo assorbì pianta e significati simbolici con giustificabile entusiasmo: abbiamo già detto che l’agrifoglio è scenograficamente perfetto. Secondo una leggenda, l’agrifoglio avrebbe avuto in origine bacche bianche, diventate rosse dopo che i suoi rami furono usati per la corona di spine di Gesù; oppure sarebbe stato deciduo fino a quando durante la fuga in Egitto, la Madonna non pregò Dio di restituire le foglie all’arbusto dietro cui si nascondeva col Bambino Gesù, per nascondere entrambi alla vista dei soldati di Erode. Altre leggende associano l’agrifoglio a una variante del collaudato schema narrativo del Dono del Pastore: in queste storie c’è sempre un pastorello particolarmente povero che giunge alla capanna con un dono vegetale del tutto inadeguato, oppure non ha il coraggio di avvicinarsi per mancanza di dono. A questo punto un intervento miracoloso consente al pastorello di arrivare portando una rarità botanica. Nel caso dell’agrifoglio Gesù Bambino trasforma la corona di alloro del pastorello in una ghirlanda dalle foglie lustre e dalle bacche scarlatte; in una variante sono gli angeli a intervenire, dopo che il pastorello timido si è ferito con le spine dell’agrifoglio.

E se ci badate, con le gocce di sangue abbiamo chiuso il cerchio, tornando a una forma simbolico-narrativa molto simile a quella della storia di Baldur. C’è un che di rassicurante, in questo ritorno dell’umanità alle stesse storie, agli stessi simboli. Si direbbe che, a tutte le latitudini e in tutti i secoli, dopo tutto siamo sempre noi.

Natale

Auguri!

Non c’è molto di felice in questo Natale – ma si può augurare un po’ di serenità, e di luce, e di calore, e di speranza…

 

(E parlando di calore e di speranza, se oggi non l’avete visto, vi ricordo che domani 26 dicembre alle 17 sarà possibile seguire via Zoom una registrazione del nostro Canto di Natale al Teatrino d’Arco. Trovate il link sulla nostra pagina Facebook.)