Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Il Trovatore (Parte I)

Perdonate, ci risiamo: inconvenienti, impicci e fato avverso hanno decretato che le Librettitudini odierne escano in versione dimezzata e senza illustrazioni.

Ci rifaremo, piacendo alla divinità dei blog, lunedì prossimo. Intanto…

giuseppe verdi, salvadore cammarano, antonio garcia gutierrez, il trovatore, emanuele bardareNon c’è nulla da fare: il Trovatore, che Cammarano cominciò a trarre da un drammone spagnolo appena un mese dopo il debutto veneziano del Rigoletto, comunica un certo qual senso di frenesia.

Sarà anche quest’inizio di gran carriera (benché Verdi ancora non avesse deciso a quale teatro destinare la nuova opera), e poi la morte di Cammarano a libretto quasi completato, e la necessità di far salire in corsa il giovane Emanuele Bardare per gli ultimi ritocchi – ma è anche l’opera in sé.

Scena su scena, melodia su melodia e, francamente, assurdità su assurdità si rincorrono senza posa e senza riguardo veruno per la logica, in un tripudio di torri merlate, valli scoscese, città sotto assedio, agnizioni, vendette, malefici, amori contrastati, battaglie, roghi, veleni, sacrifici, gelosie, e chi più ne ha più ne metta. E quanto precipitoso e quanto illogico sia l’insieme, lo vediamo subito.

Atto Primo – Il Duello

È notte a Saragozza – e tanto vale che vi ci abituiate, perché sarà quasi sempre notte. Al palazzo dell’Aliaferia, per ingannare il tempo mentre il Conte di Luna monta gelosa guardia sotto il verone della nobile Leonora – metti mai che si faccia vivo il Trovatore, l’altro e più fortunato spasimante – il fido Ferrando tiene sveglio un coro maschile raccontando la vera storia di Garzia, germano al nostro conte. E anche noi apprendiamo che da bambino il Conte aveva un fratellino, affatturato e rapito da un’abbietta zingara, fosca vegliarda, poi bruciata al rogo. E la figlia di costei, per vendetta, aveva gettato sulla pira anche il contino rapito. Allora il conte padre era morto di dolore, ma non prima d’ingiungere al figlioletto superstite di continuare a cercare il fratellino.

“Ma non era stato arrostito, o Clarina?”

Così pareva, ma ignoto del cor presentimento suggeriva al padre che forse, forse…

“E allora, perché è morto di dolore?”

E sennò, come faceva il nostro baritono a crescere malaggiustato, con una ricerca/vendetta più grande di lui e mica troppo equilibrato? E comunque, miei cari, se cercate logica narrativa in quest’opera, state freschi.

E non parlo tanto del fatto che la zingara defunta abbia infestato il castello in forma di gufo negli ultimi quindici anni, quanto di come la nobile e bellissima Leonora si sia fatalmente innamorata dell’eroe eponimo dopo averlo a) visto vincere un torneo in armatura nera e scudo senza stemma à la Ivanhoe, e b) averlo sentito cantare da lontano tra gli alberi. E sì, lo so, siamo all’opera ed è così che all’opera la gente s’innamora fino a morirne, but still, si può capire anche il Conte di Luna.

E il Conte arriva un attimo troppo tardi per udire il contenuto del paragrafo precedente in forma di confidenze tra fanciulle, ma giusto in tempo per esserci quando il Trovatore, nascosto tra gli alberelli, comincia a stornellare definendosi deserto sulla terra, col rio destino in guerra

Figurarsi quando, in risposta alle quartine, la stordita di Leonora scende e, in uno di quegli scambi di persona che solo all’opera, si getta tra le braccia del Conte. Essì, il buio, i fari blu, l’agitazione – ma non sono considerazioni che smuovano il Trovatore, che entra in scena al grido di “Infida!”

Triangolo amoroso! Il Conte è furibondo, Leonora supplica, Manrico si rivela anche nemico del Conte nella guerra civile in corso… Sprezzantemente invitato a chiamare le guardie e fare del suo peggio, il Conte sguaina invece la spada, e non è come se Manrico si tirasse indietro. Leonora supplica ancora un po’, ma nessuno le dà troppa retta. I due rivali escono brandendo le spade per battersi offstage, e indovinate che fa Leonora per suggellare il finale d’atto? Ma sviene, of course, mentre cala il sipario.

Atto Secondo – La Gitana

E siamo in un diruto abituro sulla falda di un monte in Biscaglia – siete contenti? Per una volta, è l’alba, e gli zingari occupano il tempo chiedendosi l’un l’altro chi del gitano i giorni abbella… E sapete chi abbella i giorni del gitano? Ma perbacco, è la zingarella! 

E poi, in mezzo a tutta questa joie de vivre, piomba l’allarmante zingara Azucena, con una truce canzone di vecchie zingare mandate al rogo, conti tirannici e vendette da compiere… Non incomprensibilmente, e con l’aria di avere già sentito questa storia più di una volta, il coro si dilegua, lasciando Azucena sola con Manrico che, apprendiamo, è ancora vivo, figlio di Azucena, convalescente di molte ferite, e desideroso di sapere una buona volta chi sia la vecchia arrostita. Azucena ci informa tutti che la vittima nerovestita, discinta e scalza della canzone era sua madre – e nonna di Manrico – e che lei, per vendetta, aveva gettato sulla stessa pira il figlio del conte… suo figlio… il figlio del conte.

“Tuo figlio?” si sbalordisce Manrico. “Ma allora, io chi sono?”

E Azucena, tutta trambasciata, risponde di essersi confusa e svia il discorso e torna ai suoi eterni propositi di vendetta. E noi ci diciamo che non è il genere di dettaglio su cui ci si confonde: non sa di chi era il figlio che ha bruciato? E comunque, se il contino è finito sulle fiamme, non era vendetta sufficiente? Perché, dopo quindici anni, ritiene ancora di doversi vendicare?

Ma questo ce lo domandiamo noi, perché Manrico prende tutto per buono… ma che vogliamo mai? Ha altro per il capo, è tenore, è convalescente… E mica per il duello, sapete? Oh, no: le ferite se le è procurate in battaglia, dopo avere battuto in duello e graziato il Conte.

“E perché mai?” chiede Azucena – più che altro per dar voce alla stessa legittima curiosità da parte nostra. E non lo sa nemmeno lui, ma un istante prima di vibrare il colpo fatale, Manrico ha udito una voce dal cielo intimargli di non ferir.

“Che strano,” mormora la zingara. “Ma la prossima volta…”

E mentre Manrico promette che sì, oh sì, la prossima volta– entra il fido Ruiz, ad annunciare che Leonora, credendolo morto, sta per prendere il velo in quel di Castellor. E Manrico si precipita, nonostante i patemi della mamma, cui pare che il ragazzo non stia ancora abbastanza bene per scapicollarsi a rapir novizie.

E noi, che non abbiamo bisogno di galoppare ventre a terra per lunghi sentieri sconnessi e pietrosi, precediamolo al ritiro in quel di Castellor, dove Leonora intende farsi monaca. E ci giungiamo di notte, tanto per cambiare, e ci troviamo il Conte, deciso a sua volta alle misure drastiche, perché nemmeno il cielo deve aver Leonora, se non la può avere lui…

E mentre Leonora esorta il perplesso Seguito Muliebre a tergere i rai, il Conte esce con un balzo di tra gli alberi rimando giammai! e pronto a strappare a Dio stesso la fanciulla che vuole sua. E Leonora è piena di obiezioni ad essere sottratta al chiostro – obiezioni che si volatilizzano nell’istante in cui dagli alberi esce anche Manrico, che tutti credevano morto.

La gioia, lo sgomento, la furia, il sollievo e lo sconcerto distribuiti per il palco ve li immaginate. Il Conte questa volta dà veramente di matto: possibile che quest’accidenti di Trovatore debba sempre essere tra i piedi? Ma il fatto è che l’accidenti non è venuto solo: si è portato tanti coristi armati da poter sopraffare all’istante il Conte e i suoi quattro gatti.

E sipario…

E per oggi, perdonate, ci femiamo qui. Che ne sarà dei due amanti fuggitivi? Che vuole veramente la zingara? Chi è davvero Manrico? E che farà il Conte? Per saperlo, non perdete la seconda puntata de Il Trovatore, tra sette giorni.