fenomenologia dello sbregaverze

Lo Sbregaverze: congedo con coda musicale

E così siamo giunti alla fine: cala il sipario sulla Fenomenologia dello Sbregaverze. Chiudiamo, abbiate pazienza, pindareggiando un pochino.

Immaginateli, tutti in fila, ombre scure nella luce di taglio, che s’inchinano con un gran fiorire di cappelli piumati… E dietro di loro, nell’ombra tra le quinte, i loro autori.

Di sicuro non è un caso che diversi di loro abbiano compiuto le loro più o meno memorabili gesta nel XVII Secolo: D’Artagnan, Cyrano, Morgan… Il Seicento, questo secolo pittoresco e tumultuoso, si presta bene. Tutti ne abbiamo quest’idea, non è vero? Intrighi, congiure, galeoni, duelli per uno sguardo storto e via dicendo: il terreno di coltura ideale per gli Sbregaverze.

Gli altri, le orbite eccentriche di questa piccola galassia, in definitiva non si scostano troppo: Crichton alla fine del ‘500, Alan attorno alla metà del Settecento, e Madame Sans-Gène, la più atipica, a cavallo tra Sette e Otto… ma possiamo capire sia lei che Sardou: c’erano una rivoluzione e un impero in corso, parbleu!

Gente di passione triste, figurine ripescate dalla storia per essere cavalieri dell’aspirazione inappagata, campioni di un romanticismo amarognolo, non è strano che non abbiano ispirato più opere? Opere liriche, intendo. Ce ne sono soltanto due, ed eccole qui, a titolo di congedo.

Una è la Madame Sans-Gène di Umberto Giordano, da cui vediamo Catherine intenta a cantarne quattro alle sorelle dell’Imperatore:

E poi il Cyrano de Bergerac di Alfano, in un videino bizzarro che cuce insieme un pezzetto di ouverture, un pezzetto di I Atto e la fine del finale… La regia è un po’ stramba, ma Cyrano è Placido Domingo.

Ecco qui. Finito. Gente che troverebbe posto a mala pena nelle note a pie’ di pagina della Storia, se la Letteratura non ne avesse fatto dei simboli indimenticabili. Chissà che cosa penserebbero il vero Alan, l’autentico Cyrano, il D’Artagnan storico, e Catherine, e il Critonio, e Morgan di queste loro lunghe ombre, silhouettes nere stagliate contro la luce d’oro, come simboli araldici, chi più chi meno perfetto, della sublime incapacità dell’uomo di riconciliarsi alle cose vere?

fenomenologia dello sbregaverze

A volte ritornano

Sì, sì, sì: ancora D’Artagnan. E’ più forte di me, che ci posso fare? E poi sono sicura che Cyrano non se la prende.

200px-Lets_make_love.jpga) Vi ricordate un film dei primissimi Anni Sessanta chiamato “Let’s Make Love”? Be’, a un certo punto Yves Montand (milionario in incognito) dice a Marylin Monroe (attrice molto svampita) di chiamarsi Alexandre Dumas. “Oooh,” cinguetta lei. “Come il tizio che ha scritto I Tre Moschettieri per la MGM! Non sarai mica tu, vero?”

  b) Dalla voce “The Three Musketeers” di Wikipedia (traduzione mia):

Influenza su opere successive

Nel 1939, l’autrice americana Tiffany Thayer pubblicò un romanzo intitolato Three Musketeers (Thayer, 1939). Si tratta di una rinarrazione della storia, ricreata con le parole dell’autrice, fedele alla trama originale, ma raccontata in un ordine differente e con punti di vista ed enfasi differenti rispetto all’originale. Per esempio, il libro si apre con una scena della gioventù di Milady e la storia della sua marchiatura a fuoco, in modo da sviluppare di più il suo personaggio e rendere più credibili e comprensibili le sue azioni e macchinazioni successive. La Thayer ttratta l’aspetto sessuale della storia in modo molto più esplicito rispetto alle traduzioni inglesi dell’originale, ciò che ha creato occasionali episodi di costernazione nei casi in cui il suo libro è finito per errore negli scaffali di letteratura per l’infanzia e nelle biblioteche scolastiche.

c) e infine, come potevo non citare Nizza e Morbelli? Spero di non infrangere i diritti di nessuno, se riporto qui l’entrata in scena del loro D’Artagnan che, nottetempo, bussa fragorosamente alla porta della taverna “Al Gatto Melanconico”:

– Olà, apri, cane di un oste, apri, se hai cara la vita!

i_quattro_moschettieri.jpgQuella voce era ben nota. Aveva rintronato secca e tagliente come una lama in tutti i crocicchi, sui ponti, ovunque c’erano il pericolo e la strage. Quella voce apparteneva ad un giovane cavaliere dal cappello piumato, alti stivali alla moschettiera, giustacuore di velluto cremisino, ampio colletto di pizzo d’Anjou, sguardo fiero e lampeggiante, capelli castani, baffi e pizzo stesso colore, altezza m .1.80, torace 90, dentatura sana, segni particolari: un neo sulla guancia destra. Quella voce apparteneva ad un Moschettiere del Re che – pur di nobiltà cadetta – aveva saputo conquistarsi con la spada e la cortesia larga rinomanza a corte: gran danzatore di pavana, goloso bevitore da taverna, appassionato in amore. I cuori  di tutte le donne di Parigi, dalle contesse alle fantesche, dalle trinaie alle forosette battevano per lui (ah, quando passava sul baio nei giorni di parata!)

D’Artagnan, ça va sans dire, non è da solo, ma con i suoi tre sodali. E insieme a loro si presenta cantando così*:

Noi siamo i prodi figli di Dumasse;

della paura, chi se ne impipasse?

Chiunque, non appena ci guardasse,

vedresse che noi siamo i Moschettier.

Dumasse nel romanzo ve lo scrisse

e poi svariate volte ve lo disse

che noi siam Athos, Portos e Aramisse

e il quarto del terzetto è D’Artagnan.

Da Nizza&Morbelli, I Quattro Moschettieri, 1935.

(*La canzone sarebbe da cantarsi sull’aria di “TRE” di Mascheroni, e io ve lo dico per dovere di cronaca, ma quanto a chi fosse Mascheroni e come fosse l’aria di “TRE”… eh!)

E con questo ho chiuso con D’Artagnan. Davvero.

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Mica solo io…

E torniamo ad occuparci di Sbregaverze, dopo questa piccola vacanza impromptu. Ricominciamo segnalando un sito, a dimostrazione del fatto che non sono l’unica a soffrire di questa malattia.

graphics%20web%20page%20art%203.jpgLa gente di questo sito, The Swashbuckling Press, ha una sua idea di Sbregaverze (decisamente più ampia della mia), e fa le cose in grande stile. C’è di tutto un po’, ed è divertente bighellonare di link in link.

Non per caso sulla loro homepage c’è l’immagine che vedete qui a sinistra. E il sottotitolo del sito è tutto un programma: “Questo è il solo modo in cui la storia dovrebbe essere raccontata!”

Ci sono, oltre al resto, varie pagine dedicate a Dumas, ai Moschettieri e al vero D’Artagnan e ci sono indici di libri e di autori di genere più o meno sbregaverzesco. Come molte risorse amatoriali in rete, mescola allegramente lampi di accuratezza storica, speculazioni selvagge, generalizzazioni, costumi in vendita e bizzarrie varie assortite, ma è molto colorato e pieno zeppo di immagini.

Per i finesettimana piovosi e le notti insonni, insieme a una tazza di cioccolata calda e qualche biscotto.

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Guilty as charged

Mi si fa notare che ho postato la foto del monumento ad Alan (in realtà sono le statue di Alan e David sullo Stevenson Monument a Corstorphine, Edimburgo), e non ho fatto nulla del genere per D’Artagnan.

Mi si fa notare che la mia spudorata predilezione per Alan non deve interferire con la completezza iconografica della Fenomenologia dello Sbregaverze.

Che posso fare? Arrossisco fino alle orecchie e corro ai ripari. Tanto più che si dà il caso che di statue, D’Artagnan ne abbia più d’una. Per la precisione, ne ha almeno tre:

Maastricht.jpgIl D’Artagnan storico a Maastricht (dove, molto prima di fare trattati, si fece un assedio sanguinoso…)

 

 

 

 

 

 

 

Auch.jpgUn D’Artagnan a scelta a Auch, in Guascogna

 

 

 

 

 

 

 

dartagnan-paris.jpgE il D’Artagnan del romanzo sul monumento a Dumas, a Parigi.

 

 

 

 

 

 

 

Ecco, queste sono le statue di D’Artagnan di cui sono a conoscenza. Qualcuno ne conosce altre? Per quanto ne so, sono tutte posteriori alla pubblicazione del romanzo, per cui è legittimo dubitare: qualcuno si sarebbe disturbato ad innalzare statue al moschettiere, se Dumas non lo avesse immortalato (e sbregaverzizzato) nelle sue opere?

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D’Artagnan: Lo Sbregaverze Soldato

Volete la prova inconfutabile che D’Artagnan è uno sbregaverze? Guardatelo diciottenne, in viaggio verso Parigi, nel primo capitolo de I Tre Moschettieri:

Arrivée.jpgDon Chisciotte pigliava i mulini a vento per giganti e i montoni per eserciti, D’Artagnan prese ogni sorriso per un insulto e ogni sguardo per una provocazione. E così fu ch’egli ebbe sempre il pugno chiuso da Tarbes a Meung e che dieci volte a giorno portò la mano al pomo della spada; tuttavia il pugno non si abbatté su nessuna mascella e la spada non uscì dal fodero. Non che la vista del malavventurato giallo ronzino non facesse spuntare più di un sorriso sul volto dei passanti; ma siccome sopra la rozza tintinnava una spada di misura rispettabile e al di sopra di questa spada fiammeggiava un occhio più feroce  che altero, i passanti reprimevano la loro ilarità o, se l’ilarità aveva il sopravvento sulla prudenza, si sforzavano almeno di ridere da una parte sola, come le maschere antiche. D’Artagnan rimase dunque maestoso e intatto nella propria suscettibilità fino a quella disgraziata città di Meung.*

Visto? C’è proprio tutto: il raffronto con Don Chisciotte, la facilità ad offendersi, la scarsa pecunia**… E anche l’inclinazione a mettersi nei guai: nel paragrafo successivo a quello citato, il nostro giovanotto è già occupato ad accapigliarsi (del tutto per caso) con il malvagio Rochefort; nel corso di una pagina o due è già nei pasticci su vasta scala… e non siamo ancora a metà del I Capitolo.

Quello che succederà dopo lo sappiamo tutti: l’arrivo a Parigi, il colloquio con il signor de Tréville, la triplice sfida a duello… Non è un caso che sia una combinazione di atti di scarsissimo buon senso a procurare a D’Artagnan i suoi tre grandi amici. I quali, a loro volta – ma di questo parliamo poi.

Per ora cominciamo dal fatto che quando Dumas père trovò i settecenteschi Memoirs de D’Artagnan***, il cuore dovette gli fece un triplo salto carpiato con avvitamento. Caspita, dovette dirsi, qui c’è una miniera! Un moschettiere guascone, un secolo pittoresco, una situazione politica tempestosa… che può chiedere di meglio un romanziere? Non molto, in effetti. E l’irrefrenabile Dumas si gettò a pie’ pari nella creazione di una delle più celebri avventure di tutta la letteratura, prendendosi le libertà che servivano per renderla più pittoresca e fiammeggiante che si potesse.

Per esempio, sapete, tutta la faccenda col Cardinale di Richelieu, la storia che tutti noi adoriamo? Be’…no. No davvero.

In realtà, di Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, non abbiamo una data di nascita precisa. C’è che lo fa nascere fra il 1611 e il portrait%20B&W%20jpeg.jpg1615, chi fra il 1615 e il 1618… in ogni caso, arrivare a Parigi nel 1625 e arruolarsi immediatamente nei moschettieri gli sarebbe stato un nonnulla difficile. In realtà, arrivò in qualche punto tra il 1630 e il 1640, con la seconda data resa più probabile dal fatto che nel corpo dei Moschettieri ci entrò nel 1644, (quando Richelieu era già defunto) con l’appoggio e la protezione del Cardinale Mazarino. Ma come? Mazarino? Quel Mazarino? Quello di Vent’Anni Dopo? Solo un po’ meno malvagio e molto più spregevole di Richelieu? Ebbene sì: tutta la carriera del D’Artagnan storico si svolse all’ombra del Cardinale italiano, che gli procurò incarichi di prestigio e lo aiutò a comprare il grado di Capitano**** in cambio di una fedeltà a tutta prova. Delusi? Se lo siete, siete in buona compagnia: anche a Dumas dovette sembrare che questa clientela si addicesse poco a un eroe guascone, e così aggiustò date e fatti a suo gusto, per la gioia di generazioni di lettori.

Ammettiamolo: D’Artagnan ci piacerebbe un po’ meno se fosse ossequioso con uno o più cardinali. Perché un’altra caratteristica dello Sbregaverze è quella di essere sempre in maggiore o minore urto con l’Autorità. Quand’anche non sia un fuorilegge per qualche motivo, è però sempre molto ansioso di mostrare che lui non piega la schiena davanti a nessuno, lui. E se questo è uno stereotipo romantico, tanto peggio. O tanto meglio, per dire la verità, perché a chi non piace una buona dose di stereotipi romantici, non foss’altro che nelle domeniche piovose? E quindi ecco che D’Artagnan si batte a duello nonostante la legge lo proibisca, e infilza un consistente numero di guardie del Cardinale (a cominciare dal celebre duello interrotto al convento dei Carmelitani), e alla fin fine vanifica i perfidi piani di Richelieu, che sarà anche malvagio, ma è pur sempre l’uomo più potente di Francia!

Siamo in pieno territorio sbregaverzesco: l’importante è difendere l’onore della regina e non macchiare il proprio, non cercare favori… Potete star certi che, se avesse ragionato così, Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, non sarebbe mai diventato Capitano dei Moschettieri, governatore di Lilla, Maresciallo di Francia in pectore… Forse allora non sarebbe morto all’assedio di Maastricht, ma allora nessuno si sarebbe preoccupato di scrivere le sue memorie fittizie, e Dumas non avrebbe avuto la base storica del suo personaggio più amato e più celebre. Che ci sia un paradosso, qui? Un paradossino, almeno? Ma non divaghiamo: il fatto è che D’Artagnan fu celebre ai suoi tempi. Una celebrità minore ed effimera, ma sufficiente a giustificare la scena del Cyrano de Bergerac in cui un ormai maturo D’Artagnan onora il giovane Cyrano apprezzando la sua chiassata a teatro. Però non è casuale che l’episodio abbia senso alla luce della cronologia immaginaria di Dumas, e non di quella effettiva: a Rostand interessa il D’Artagnan da romanzo, lo Sbregaverze. Che se ne farebbe l’altrettanto Sbregaverze Cyrano dei complimenti di un buon cortigiano? Gioco di specchi, legittimazione letteraria a doppio senso di marcia, cammeo delizioso, omaggio a un autore ammirato… vedete un po’ voi. In ogni caso, questa è la materia di cui son fatti i sogni di un romanziere storico.

dartagnanmusketeers.jpgE per finire, vogliamo omettere del tutto i Moschettieri eponimi? Mais non, parbleu! Anche perché sarebbe un peccato, visto che Athos, Porthos e Aramis sono un raro caso di tre sideckicks al prezzo di uno. Athos, l’eroe romantico e tormentato con funzioni di mentore; Porthos, il gigante ottuso e fedele, permaloso e leale, pronto a seguire il suo Sbregaverze nel fuoco; e Aramis, la voce della ragione (politica), ma anche la mente fina quando serve. E sono storici anche loro, sapete? Dal primo all’ultimo, seppure ampiamente ritoccati: Armand de Sillègues d’Athos, Isaac de Portau e Henri d’Aramitz, tutti moschettieri, prima o poi. Caspiterina, meriterebbero quasi un post della Fenomenologia tutto per loro… Staremo a vedere. E non dimentichiamoci il servitore Planchet, il placido, rassegnato Sancio della situazione, ma sveglio quanto basta. Considerando che ogni moschettiere ha il suo servitore accuratamente coordinato alla personalità del padrone, abbiamo una situazione di sideckics multipli alla seconda. ‘Cidenti, signora Durrels!

Dimentico qualcosa? Ah sì: l’amour. Costanza Bonacieux. Siamo franchi: chi se ne stropiccia di Costanza Bonacieux? Chi si dispiace mai davvero quando muore avvelenata? Risposta: nessuno, e Dumas meno di tutti. Scommetto che l’avvelenamento, oltre a costituire l’ennesima riprova della malvagità di Milady (lei sì che è tosta!) e a dare a D’Artagnan motivi di vendetta personale, è stato un gran sollievo, per l’autore. Costanzina è fuori dai piedi una volta per tutte, et voilà: tre piccioni con una fava! Il che ci porta a identificare ancora un altro elemento caratteristico dello Sbregaverze: l’oggetto del suo amore può essere una donna ideale inseguita (invano) per decenni, un irrilevante plot device, o proprio nessuno. In ogni caso, di rado lo Sbregaverze quaglia in modo significativo. Di certo, nessuno penserebbe che Costanza sia l’influenza fondamentale nella vita di D’Artagnan*****: uno per tutti, tutti per uno, giusto?

Chiudiamo con la fine (la Regina di Cuori sarebbe orgogliosa di me!). In questo, Dumas non si è discostato troppo dalla realtà: dopo una vita da soldato, D’Artagnan muore da soldato, ucciso da una cannonata****** all’assedio di Maastricht. Ma se il vero D’Artagnan morì con il rimpianto di non essere stato creato Maresciallo di Francia, Dumas si prende la libertà di concedere al suo eroe il riconoscimento del Re di Francia. D’Artagnan lo riceve, il prezioso bastone, che va in pezzi sotto la stessa palla di cannone che uccide il fresco Maresciallo: il premio è arrivato, ma è arrivato troppo tardi. Non sia mai che uno Sbregaverze muoia lieto ed appagato, godendo il giusto guiderdone dei suoi servigi: proprio non si fa, che diamine!

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* Edizione Oscar Mondadori del 1970; bella traduzione Anni Cinquanta di Antonio Beltramelli.

** Sì, lo Sbregaverze non naviga mai nell’oro. Il D’Artagnan storico, detto per inciso, non se la cavava poi troppo male, ma sono dettagli.

*** Pubblicati nel 1700 a Colonia da Gatien de Courtilz de Sandras. Dumas lo prese in prestito nella biblioteca di Marsiglia e gli piacque tanto che non lo rese più. Ahi, ahi! Alexandre! Non si fa…

**** Niente di strano, niente d’illegale per l’epoca: in molti eserciti, i gradi da ufficiale si compravano e vendevano ancora fino al XIX Secolo. E costavano anche un’ira, se si voleva un reggimento alla moda.

***** Il D’Artagnan storico divorziò nel 1665 dalla moglie che gli aveva dato due figli. Tutt’altro che inaudito, ma nemmeno del tutto comune per l’epoca.

****** Un colpo di moschetto alla gola, alla realtà. Non so se Dumas ignorasse il particolare o se una palla di moschetto gli sembrasse insufficiente per il suo Moschettiere. Inclino per la seconda ipotesi (anche perché bisognava pur distruggere anche il bastone…)

E per finire, il trailer dell’irresistibile versione cinematografica del 1948. Quanto a fedeltà al testo, dubito che sia peggio di tante altre, ma lo spirito è senz’altro quello giusto. Il technicolor, i duelli che sembrano balletti, il Richelieu di Vincent Pryce… Dumas l’avrebbe adorato!

 

grilloleggente

Fenomenologia dello Sbregaverze

300px-Merton_College_library_hall.jpgUna delle meraviglie dello scrivere narrativa a sfondo storico, è andarsi a pescare un personaggio minore, minorissimo, e farne il nostro protagonista. Si può fare tutt’altro, si può incentrare tutto sulla figura di primo piano (Idi di Marzo di Thornton Wilder ha per eroe Giulio Cesare, Memorie di Adriano della Yourcenar e Io, Claudio di Robert Graves hanno titoli autoevidenti, come pure La Regina Margot di Dumas); oppure si può scegliere un personaggio fittizio e piazzarlo in mezzo a eventi e/o personaggi storici (I Promessi Sposi, per citare un esempio eclatante, ma anche Barnaby Rudge di Dickens, Guerra e Pace di Tolstoj, La Guardia Bianca di Bulgakov…). Entrambe le possibilità hanno dato origine a capolavori ed orroretti, entrambe si prestano a variazioni interessanti, ma non divaghiamo.

La terza via è quella di cui si diceva prima: personaggio minore. Il personaggio minore ha tutta una serie di pregi, in genere. Si sa che è esistito, si sa che ha avuto un ruolo preciso, magari si sa qualcosa dei suoi spostamenti, contatti, vita, morte e miracoli. Molto più facile da situare di un personaggio fittizio… Perché diciamocelo: mettere un segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico/fratello illegittimo fittizio al fianco, diciamo, di Lorenzo de’ Medici, offre senz’altro all’autore un favoloso punto di vista sulla congiura dei Pazzi, ma al tempo stesso stiracchia non poco la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma se invece il nostro segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico fosse esistito veramente, magari citato di straforo in una fonte o due, se sapessimo di lui soltanto che era al posto giusto in una o due occasioni e che aveva un braccio offeso da una caduta da cavallo, avremmo il nostro personaggio, un abbozzo di carattere e tutto lo spazio di manovra che si può desiderare…

E’ così che sono nati parecchi memorabili personaggi letterari. Sto pensando agli esempi da elencare e, per qualche motivo, tutti quelli che mi vengono in mente ricadono sotto una categoria particolare, una categoria del tutto personale, quella dello Sbregaverze.

Piccola precisazione semantica: sbregaverze, purtroppo, non è Italiano. E’ l’italianizzazione di una parola mantovana, composto del verbo sbregare (dialettale per lacerare, rompere, di origine germanica, dice il Dizionario Treccani) e di… be’, tutti sappiamo cosa sia una verza, credo. Dico “purtroppo” perché trovo che sia una parola meravigliosamente espressiva. Se il senso è affine a “rodomonte”, “spaccamonti”, “sbruffone”, “fanfarone”, o “gradasso”, bisogna però ammettere che l’immagine di qualcuno che, per tutta dimostrazione di possanza, spacca delle verze, è meravigliosa.

Non so se abbiate mai provato ad accoltellare una verza… Io sì: certe volte è più facile, certe volte meno, ma in tutti i casi fa un gran rumore.

Ecco, a casa mia il termine Sbregaverze (con la S rigorosamente maiuscola) è scivolato a indicare una certa categoria di personaggi letterari caratterizzati appena sopra le righe, fiammeggianti, barocchi nella costruzione, nelle avventure, nel modo in cui si presentano e parlano di sé. Di sicuro non è dispregiativo e non implica nulla di male sull’efficacia, sull’appeal o sul carattere morale dei personaggi stessi…

Ne ho in mente un certo numero: D’Artagnan e i suoi amici, Cyrano de Bergerac, Alan Breck Stewart, l’Ammirabile Critonio, Madame Sans-Gène, Henry Morgan… tutti esistiti realmente, tutti figure minori del loro tempo, tutti abbondantemente ritoccati dai loro autori a fini narrativi, tutti flamboyants, almeno nella loro versione letteraria. E ciascuno di loro rappresenta una sfaccettatura particolare del genere Sbregaverze.

Sono personaggini, è vero, gente di non troppo conto al loro tempo, cui qualcuno in un altro secolo ha tentato di regalare, con esiti di varia natura, una fettina d’immortalità per iscritto. Comincio a credere che dedicherò un post a ciascuno di loro… Oh, sì! Una galleria di Sbregaverze a seguire…