Shakeloviana

Shakeloviana: La Propagazione Della Conoscenza

Rudyard Kipling, the famous novelist was a res...Questa è una storia di Kipling, in cui non appaiono né Shakespeare né Marlowe – ma si parla di baconianesimo, ovvero quella teoria secondo cui le opere di Shakespeare in realtà le avrebbe scritte Francis Bacon

The Propagation Of Knowledge, tecnicamente, appartiene alla serie di storie di Stalky & Co. – storie di scuola abbastanza autobiografiche e piuttosto crudeli, ma non si trova nel libro ononimo, bensì nel ben più tardo e amarissimo Debits And Credits. E a dire la verità, la teoria baconiana – relativamente nuova e molto popolare all’epoca in cui è ambientata la storia – è in parte pretesto narrativo e in parte oggetto di satira.

Stalky, Beetle e M’Turk, adolescenti ed esaminandi, la scoprono per un misto di caso e procrastinazione, e la sperimentano con il loro professore di letteratura, l’irascibile Mr. King. Stratfordiano ortodosso, Mr. King è men che divertito, e distrugge verbalmente la teoria, i suoi sostenitori e il tema in cui M’Turk ha provato a proporla. Non è la prima volta che Mr. King fa uso del suo devastante sarcasmo sui suoi allievi, ma in quest’ultima lavata di capo nostri tre vedono l’occasione per una vendetta con i fiocchi. DebitsAndCredits

Gli esami arrivano, e i ragazzi non solo si fingono baconiani davanti al commissario esterno, ma fingono di essere stati indottrinati in proposito proprio da King. L’idea è quella di far apparire il professore come un propugnatore di teorie strambe, ma si dà il caso che il commissario esterno sia un baconiano convinto, ben lieto di trovare studenti così ferrati in materia… E così la vendetta naufraga – o forse non proprio, perché King riceve un encomio dal commissario, ma lo riceve per la sua apertura nei confronti della teoria baconiana che in realtà disprezza tanto.

E alla fin fine, tanto il baconiano quanto lo stratfordiano sono beffati, in un modo o nell’altro, dai ragazzi cui di chi abbia scritto le opere di Shakespeare non importa un bottone.

As I said, è una storia più o meno shakespeariana, anche se del buon Will non si vede traccia. Incidentalmente, è stato leggendola che ho scoperto l’esistenza della Questione del Vero Autore, ma più che altro Kipling si fa gioco dei fanatici su entrambi i lati della Questione – oltre che della classe insegnante del suo tempo e degli esperti in generale – cosa che rende The Propagation of Knowledge divertente nella maniera mai men che amarognola del Kipling più tardo, e anche la cosa perfetta da citare per diluire l’atmosfera ogni volta che una discussione shakespeariana si fa troppo veemente.

 

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Shakespeare – La Verità Nascosta (Con Molta Cura)

Quest’anno, per una combinazione di ragioni varie e imprevedibili, del Festivaletteratura non ho visto granché. Però, fra una ragione varia&imprevedibile e l’altra, sono riuscita a vedere una proiezione di Shakespeare – The Hidden Truth, il documentario che racconta le peregrinazioni dell’organista norvegese Petter Amundsen e del dottorando e attore shakespeariano Robert Crompton alla ricerca del santo graal della letteratura anglosassone: i manoscritti originali di Shakespeare.

Che comunque non sono stati scritti da Shakespeare.

O forse sì, ma non è che importi tantissimo.

E se la penultima riga non vi ha sorpresi poi troppo, la seconda potrebbe avervi incuriositi.

Perché di gente che sostiene che il canone shakespeariano è stato scritto da qualcuno di diverso c’è tutta una fauna, negli ultimi secoli – ma un Norvegese secondo cui, in fatto di canone shakespeariano, il Vero Autore è l’ultimo dei problemi… be’, questo è abbastanza inconsueto.

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaAllora, vediamo di andare con ordine. Petter Amundsen, che è un organista, un massone e un occultista appassionato di steganografia, la sua carriera di cospirazionista l’ha cominciata da baconiano. Come altri prima di lui, quando si è messo a fare le pulci al First Folio armato di compassi e goniometri, ci ha trovato un subisso di messaggi cifrati, simboli massonici, acrostici e triangoli che puntavano tutti a Sir Francis Bacon.

Ora, noi sappiamo che il buon Bacon è il capofila dei cosiddetti Veri Autori, grazie agli sforzi dell’omonima ma non imparentata Delia Bacon, a metà Ottocento. In genere, l’attribuzione è contestata sulla base dell’abissale diversità di stile tra le opere di Bacon e quelle shakespeariane, per non parlare del fatto che Bacon ha pubblicato molto nel corso della sua vita, con il suo nome e in un’abbondanza che, insieme ai suoi studi e alle sue attività diplomatiche, non doveva lasciargli molto tempo per il teatro… shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

Ma Amundsen sostiene che queste obiezioni non si applicano alla sua teoria, secondo cui poco importa chi abbia scritto tutto quel teatro, perché il punto non è quello. Il punto è l’edizione a stampa del 1623, il First Folio, appunto, di cui potete vedere un bell’e-facsimile qui. Secondo Amundsen, il First Folio contiene una complicata serie d’indizi steganografici e astronomici volti a rivelare Bacon come vero autore e rivelare il misteriosissimo nascondiglio – celato su un’isola canadese – della menorah del Tempio di Gerusalemme e dei manoscritti originali di Shakespeare.

Er… yes.

Tutto si spiega, secondo Amundsen, quando si considera che Bacon era il gran maestro dei Rosa Croce – una specie di ordine segreto – talmente segreto che della sua esistenza si dubita un nonnulla – i cui membri, filosofi e mistici, aspiravano a una “riforma generale dell’Umanità. Con la maiuscola.

E allora Bacon avrebbe scritto il canone shakespeariano* per cominciare a educare l’Umanità – o almeno quella fetta che si trovava a Londra – attraverso il teatro, e nasconderci dentro la mappa del tesoro.

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaE il film mostra Amundsen che conduce per questi sentieri tortuosi Robert Crompton, un giovane studioso shakespeariano inglese, che parte da scettico blu e finisce dubbioso a sondare il fondale cavo di uno stagno sull’isola di Oak Island…

E ammetto che il film è ben fatto, e che la caccia al tesoro diventa appassionante, e che le coincidenze sono numerose. O sembrano numerose – perché, come Robert, non posso fare a meno di pensare che chi cerca coincidenze e segni finisca sempre col trovarne.

Ma…

E probabilmente sapete già che in materia di Authorship Question sono agnostica, per cui non vi stupirà che abbia dei dubbi sulla teoria di Amundsen, vero?

In primo luogo, chiunque abbia scritto le opere di Shakespeare, come sapeva, all’inizio degli anni Novanta del Cinquecento, come scriverle perché le lettere e parole giuste finissero al posto giusto giusto nella versione a stampa in folio nel 1623, per avere tutti quegli acrostici, triangoli massonici e alberi della vita proprio alle varie pagine 53?**shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

E sì, Amudnsen mostra un paio di apparenti errori di impaginazione che fanno pensare all’intento di avere pagina 53 proprio dove serve, ma non posso fare a meno di pensare che servisse qualcosa di più complicato di qualche salto di pagina per incorporare tutti quei messaggi cifrati nel testo. Come lo sapeva il misterioso scrittore?

Mi si obietterà che si poteva sempre modificare il testo ad hoc – ed è vero ed era pratica del tutto comune anche senza preoccupazioni mistico-filosofiche. Ma allora mi chiedo: un confronto con le pubblicazioni precedenti in quarto e in octavo, che cominciarono ad apparire fin dal 1594, e che tendevano ad essere pirateria allo stato puro***, evidenzia modifiche tali – soprattutto in corrispondenza delle pagine incriminate – da supportare l’ipotesi?

E tuttavia, mi resta il dubbio più ingombrante: perché?

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaMenorah a parte, secondo Amundsen, sotto Oak Island sono nascosti i manoscritti originali di Shakespeare, conservati sotto mercurio – ma perché diamine i Rosacroce lo avrebbero fatto?

Immaginiamo che davvero il First Folio contenga la chiave della caccia al tesoro: perché prendersi tutto questo disturbo per nascondere, a mezzo mondo di distanza, i manoscritti di Shakespeare? Perché guardate, per noi sono i manoscritti di Shakespeare – ma per i contemporanei di Bacon erano solo i manoscritti di Shakespeare.

No, davvero – pensateci. All’epoca, il teatro si portava dietro ogni genere di stigma sociale ed era considerato una forma d’arte di largo e rapido consumo, certo non la parte della sua produzione cui un autore consegnava eventuali aspirazioni all’immortalità. La pubblicazione era già un segno di notevole successo, e la pubblicazione in folio era una specie inconsueta di consacrazione per dei testi popolari ed effimeri in natura. E d’altra parte, anche ammesso che fossero veicoli per la riforma universale dei Rosacroce, le opere di Shakespeare non contenevano nulla di così percettibilmente rivoluzionario – o non sarebbero passate al vaglio del Master of Revels.

E dunque, perché disperarsi a tramandarne i manoscritti nascondendoli a mezzo mondo di distanza, protetti e rivelati al tempo stesso da un intrico di indizi contenuti nel loro stesso testo? shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

Insomma: questa gente avrebbe scritto un vasto corpus di opere teatrali per celarvi il segreto dell’ubicazione… del manoscritto originale delle opere stesse? Di bizantina eleganza – ma perché?

Petter Amundsen era presente alla proiezione ma, per le solite varie&imprevedibili ragioni, non sono riuscita a fermarmi per rivolgergli queste domande. Ho intenzione di farlo per iscritto, e vi farò sapere se e come risponderà. 

Intanto, se siete incuriositi, potete cercare particolari, il trailer del documentario e qualche capitolo introduttivo del libro sul blog in Inglese di Amundsen, qui.

 

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* O l’avrebbe commissionato a qualcun altro – magari Shakespeare stesso – ma allora, che ne è degl’indizi che puntano a Bacon come autore?

** E, se vogliamo, come poteva – lui o il suo committente rosacrociano – essere certo che le opere in questione arrivassero mai alla pubblicazione in folio?

*** Le compagnie tenevano i testi sottochiave gelosissimamente, e nessun attore aveva mai il testo completo. La pratica comune degli stampatori era quella di spedire a teatro uno scrivano che buttava giù tutto quel che poteva…