Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Luisa Miller

L’aver fatto debuttare a Roma la Battaglia di Legnano era stata, come abbiamo visto, una benedizione dal punto di vista della censura, ma aveva creato non pochi problemi con la direzione del San Carlo di Napoli, che su Cammarano&Verdi – ma soprattutto su Cammarano – vantava qualche diritto in virtù del contratto del 1845.

Cosicché, con Cammarano minacciato di azione legale e addirittura di carcere, Verdi decise di scrivere un’opera per Flaùto – a inderogabile condizione, si legge in una lettera, che nulla accadesse al povero poeta, già indebitato di suo e padre di cinque. 

E dopo qualche infruttuoso tentativo con L’Assedio di Firenze – che comunque prometteva di diventare non meno pericoloso e censurabile della Battaglia – i due si decisero per Schiller un’altra volta: Kabale und Liebe, sotto il titolo di Luisa Miller.

E francamente non so vedere tutto questo miglioramento rispetto a Firenze o Legnano. Schiller era il tipo di scrittore che non sapeva fare nemmeno la lista della spesa senza farcirla di vagonate di critica sociale e incendiarietà politiche assortite, e Kabale, con la sua vicenda di scontro tra vecchia nobiltà e borghesia emergente, non faceva eccezione.

Ma Cammarano, pover’uomo, aveva già i suoi guai, e così forse non dobbiamo stupirci troppo che annacquasse il tutto in una storia d’amore contrastato in salsa tirolese…

Atto Primo – L’amore.

Tirolo, ameno villaggio, e il coro, guidato dalla contadinella Laura, va a cantare gli auguri di compleanno alla dolce Luisa, figlia dell’ex soldato Miller. Il quale è preoccupato, perché Luisa si è innamorata di uno sconosciuto venuto da fuori – e a lui, come dicesi dalle mie parti con rustica ma efficace espressione, balla un occhio.

Non ha neanche tutti i torti, ma questo noi ancora non lo sappiamo, e Luisa non ci vuole credere. Per convincere il padre gli ripete con sopranile logica che si sono visti appena e già si amano di tenerissimo amore… né noi né il padre siamo terribilmente rassicurati, ma non c’è tempo per agitarsi ulteriormente, perché chi ti compare tra i contadinelli che offrono fiori di campo a Luisa, se non l’innamorato misterioso? Dubbi del padre, felicitazioni del coro, cinguettio dei due giovani – ed è mai possibile che, pur cinguettando d’amore, debbano riuscire a parlar di morte due volte nel giro di otto versi? Che vorrà mai dire? Avrà forse ragione il vecchio Miller, che non sa qual voce infausta entro il suo cor favelli?

Ma lasciamo che Luisa, il suo giovanotto e il coro se ne vadano in chiesa, e guardiamo entrare Wurm, il castellano del conte von Walter. Ora, da uno che di nome fa Verme che cosa possiamo aspettarci? Come minimo, che sia innamorato a sua volta di Luisa e chieda a Miller di convincerla a sposarlo volente o nolente. Ma Miller, padre affettuoso e Schilleriano, inorridisce: e che! un consorte – che poi si deve tenere finché morte non separi – si può scegliere solo in tutta libertà, e Luisa è innamorata di un altro.

Un altro, eh? sibila Wurm. E lo sa Miller che quell’altro si finge un cacciatore, ma in realtà è il figlio del conte von Walter, signore del luogo? E poi il verme se ne va, lasciando Miller a crogiolarsi in uno di quei momenti da io-l’avevo-detto.

Anche noi ce ne andiamo, e seguiamo Wurm al castello, intento a fare la spia con il conte, che non può credere alle sue orecchie. Ma come? Lui si dannerebbe l’anima per vedere felice l’amatissimo figlio, e lo sciagurato ragazzo lo ricambia innamorandosi di una contadinella? E considerando che questo è il XVII Secolo, a noi il conte pare più turbato di quanto la circostanza giustifichi, vero? Be’, prendiamone nota e mettiamo da parte. Ne riparleremo poi.

Ma quando arriva il rampollo Rodolfo, che è (ma lo sapevamo già) il moroso di Luisa, il conte finge di nulla e gli annnuncia gaiamente di avere qui pronta da dargli in moglie la cugina Federica, amica d’infanzia, duchessa, ricca, bene introdotta a corte e anche innamorata… che si può volere di più?

Ma io non l’amo, protesta Rodolfo, e non ho ambizioni particolari, non so che farmene di lei…

Il padre rimbrotterebbe, ma eccola che arriva, Federica. E sappiatelo: Federica è bella, buona e virtuosa.* Solo che non è Luisa e, quando conte e coro si ritirano strategicamente per andare a caccia, Rodolfo si affretta a informarla che non può sposarla perché ama un altro.

Non ci aspettavamo che Federica la prendese bene, giusto? Se tu mi pugnalassi, sibila al cugino, ti perdonerei perché ti amo. Ma questo è imperdonabile e me la pagherai.

Hell hath no fury – con quel che segue.**

Ma torniamo a casa Miller, dove Luisa guarda dalla finestra i cacciatori in arrivo dal castello, e si stupisce di non vedere tra loro il suo giovanotto. Chi arriva, invece, è Miller, a svelare l’identità del bugiardo. Luisa, naturalmente, non vuole crederci, ma ecco Rodolfo, che confessa e però giura che il suo cuore appartiene solo e soltanto a Luisa.

Miller chiede, non irragionevolmente, chi proteggerà tutti e tre dall’ira del conte. E Rodolfo comincia a spiegare di avere buon materiale ricattatorio in mano… 

E a noi potrebbe venir da levare un sopracciglio all’idea di un eroe d’opera che ricatta il babbo – ma mentre ancora ci pensiamo, ecco giungere il conte in persona. E appena giunto, chiama Luisa una venduta seduttrice. Luisa semisviene, Rodolfo non passa alle vie di fatto solo perché si tratta di suo padre, ma Miller non soffre di questo genere di compunzioni.

Naturalmente non va molto lontano, perché il conte fa arrestare lui e Luisa.

Se la incarcerate, vado con lei, minaccia Rodolfo.

Il babbo risponde che si accomodi.

Prima di vederla incarcerata, la uccido di mia mano, è la seconda minaccia.

Di nuovo, il babbo risponde che si accomodi.

E tutti pensiamo: adesso minaccia di uccidersi lui, giusto? Perché questo sì che farebbe sobbalzare il conte…

E invece no: visto che proprio non c’è altro modo, Rodolfo sussurra di sapere come il padre sia diventato signore di Walter e se ne  va di corsa. E si vede che era proprio buon materiale, perché il conte cede all’istante e se ne va con i suoi, trascinandosi via Miller, ma lasciando libera Luisa.

Sipario.

Atto Secondo – l’intrigo

Ecco il coro che porta a Luisa pessime nuove: gli uomini del conte stanno portando via suo padre, e non per una gita panoramica… E poi ecco Wurm, che caccia via tutti e spiega a Luisa come stanno le cose: vuole suo padre salvo? E allora, per ordine del conte, che scriva una lettera in cui dice di non avere mai amato Rodolfo, di non averlo mai creduto un povero cacciatore, di averlo sedotto per ambizione, di essere in realtà innamorata di Wurm… E sarà l’amor filiale, sarà che è una mozzarella, ma Luisa cede prima di subito e scrive. Non basta: Wurm le fa giurare di non smentire mai la lettera, e di mostrarsi innamorata di lui davanti alla duchessa Federica.

Luisa non è contenta, ma che può fare, povera ragazza?

E noi torniamo al castello con Wurm, e lo ascoltiamo mentre, con il conte, si raccontano l’un l’altro come anni prima abbiamo cospirato per assassinare il cugino e predecessore del conte… credevano di avere fatto tutto in gran segreto, ma si direbbe che Rodolfo sappia tutto e non si faccia scrupoli particolari a servirsene… Ci mancava solo questo accidente di Luisa, vero? Né Wurm né il conte si sentono terribilmente sicuri, né si fidano granché l’uno dell’altro…

Ma ecco la duchessa, davanti a cui Wurm trascina Luisa. Le due si squadrano in cagnesco, ma a dire il vero Federica è una cara ragazza, ed è più interessata alla verità che altro, e Luisa, pur gelosa e angosciata, finirebbe col confidarsi, se non fosse per Wurm e il conte che le stanno con il fiato sul collo… Ma alla fine la povera fanciulla riesce ad essere convincente, la duchessa è ingannata e felice, Wurm e il conte esultano.

Intanto, in un giardino pensile del castello (chissà poi perché un giardino pensile…), Rodolfo riceve la famosa lettera per mano di un contadino prezzolato (ma non  volevano tutti un gran bene a Luisa?) e s’infuria e manda a chiamare Wurm. Non è ben chiaro se abbia in mente un duello o un duplice suicidio, ma di sicuro ha due pistole, e Wurm pensa bene di scaricarne una in aria, facendo accorrere tutti – padre compreso.

E al conte bisogna riconoscere qualche sottigliezza, perché, trovando il figlio sconvolto, finge di cedere e di acconsentire alle nozze con Luisa – proprio quando Rodolfo non la vuol più nemmeno sentir nominare. E, con tutto il suo prestigio ristabilito e un’apparenza di generosità, può suggerire pronte nozze con Federica, senza che lo sbigottito Rodolfo tenti nemmeno di ribellarsi.

Atto Terzo

Torniamo a casa Miller, dove Luisa scrive e se ne sta mesta. La lettera è una semiconfessione per Rodolfo, la mestizia si deve alle intenzioni suicide.

Poi, come fa la gente che in realtà non intende suicidarsi davvero, affida la lettera (aperta) al babbo da consegnare. E Miller legge, naturalmente, e se ne resta lì trambasciato e silenzioso, e impiega un’era geologica ad afferrare il senso della lettera, e poi quando lo afferra piange e supplica e dissuade, e Luisa si pente e desiste – a patto di andarsene via. E così, padre e figlia risolvono di andarsene raminghi e poveri dove il destin li porta, magari mendichi, ma insieme. Miller va a schiacciare un pisolo prima della partenza, Luisa prega…

E chi sarà mai lo sconosciuto amnmantellato che entra di soppiatto? E perché versa il contenuto di un’ampolla nella tazza di latte che così convenientemente il direttore di palcoscenico ha preparato sul tavolo? E che sarà mai quella lettera che si trae dalla manica – il tutto senza che Luisa se ne accorga?

Forse stava pisolando anche lei, ma bisogna che l’uomo misterioso si palesi come Rodolfo, la chiami e le metta la lettera sotto il naso perché Luisa dia cenno di essere ancora con noi. E alla domanda se l’abbia scritta lei, la dannata lettera, la poveretta non può fare altro che dir di sì – perché ha giurato, ricordate?

E allora Rodolfo finge di stare poco bene, e di aver bisogno di un sorso di latte (gli ardono, vedete, le fauci…), e beve, e poi fa bere Luisa… E poi, dopo avere sparso un po’ di maledizioni equamente distribuite tra sé stesso, Luisa, il padre e il fato cinico e baro, annuncia di avere avvelenato entrambi.

E magari non è che Luisa accolga la notizia proprio con esultanza, ma il sollievo con cui, sentendosi sciolta in extremis dal giuramento, confessa la verità, è tanto repentino da essere quasi buffo.

Ops…

Adesso sì che Rodolfo vorrebbe averle concesso almeno il beneficio del dubbio…

Il resto è… come dire? Un nonnulla frenetico

Entra Miller, c’è uno scambio triangolare di richieste di perdono e poi Luisa muore – ma questo è ancora nulla, perché a questo punto entra tutto il cast (tranne Federica) per il gran finale, e nel giro di quattro versi quattro, Rodolfo uccide Wurm, maledice ancora una volta il padre e cade morto ai suoi piedi.

“Figlio!” esclama il conte, che non ha avuto il tempo di capire che cosa stia succedendo.

“Ah!” chiosa costernato il coro e, senza por tempo in mezzo, il sipario cala.

Sì, be’, ecco. A dire la verità, di Schiller rimangono qualche nome e, grosso modo, l’intreccio. Cammarano ha sacrificato l’ambientazione cittadina, tedesca e settecentesca, la contrapposizione borghesia-nobiltà, l’aspetto moral-religioso, l’amante del principe, la madre ambiziosa, molto dell’abbondante fuoco e la maggior parte delle non numerosissime sottigliezze dell’originale per sanitizzare il tutto in un’innocua e vaga vicenda d’amore e morte a prova di censura, spinta in un vago e innocuo Seicento tirolese…

In qualche maniera, funzionò. Scrivendola come la scrisse, quasi sotto ricatto e facendo la spola tra Parigi, Busseto, Roma e Napoli, non ci si può aspettare che Verdi componesse con soverchio ardore, e l’opera è musicalmente ineguale. Però così il contratto fu rispettato, il povero Cammarano non fu sbattuto in gattabuia e tutto finì passabilmente bene. Che con questa storia Flaùto e il San Carlo tutto si fossero conquistati la simpatia di Verdi, però, non si può dire: con un’abortita eccezione di cui parleremo, la Luisa è l’ultima opera verdiana a debuttare a Napoli.

 

 

___________________________________________

* Badateci: l’Altro Uomo è un verme, mentre l’Altra Donna è un semiangelo. Rodolfo ha tutte le scelte, e Luisa non ne ha nessuna.

** E no, non l’ha scritto Shakespeare.

 

3 risposte a "Librettitudini Verdiane: Luisa Miller"

  1. Un’opera al sapore di Schiller, quindi, più che un adattamento.
    Ah, questi artisti che prendono un lavoro e poi invece di aderire alla trama lo rifanno completamente lasciandoci solo il titolo!
    😉
    A parte la cretinaggine – che ho sempre considerato tipicamente italiana – dei buoni così buoni che per loro bontà fanno gli interessi dei malvagi a scapito dei propri e di quelli del prossimo…
    Mi piace l’osservazione in nota su come l’eroe (che poi, Rodolfo come eroe è abbastanza scarsino) abbia tutte le opzioni aperte, e l’eroina (ditto), nessuna che sia ragionevole.
    Sembrerebbe confermare l’ipotesi che l’opera sia sostanzialmente un genere misogino – per scrivere l’opera bisogna odiare le donne.
    Farle soffrire per amore, farle maritare male, farle morire peggio… magari di sete alle foci del Mississipi.
    Però cantando.
    😀
    Post estremamente divertente, ho sghignazzato malevolo per tutta la durata.

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  2. Sì, be’, in realtà non è che i personaggi maschili se la passino molto meglio. E a ben pensarci, nemmeno il malvagio medio. Sono pochi davvero i malvagi d’opera che trionfano… è solo che nella maggior parte dei casi i buoni non sono più lì a godere il premio della loro virtù.

    E la morte di sete con vista fiume, you know, è colpa del buon Abate Prévost, prima che dei librettisti…

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  3. Beh, son tragedie – deve andar male per tutti.
    Ma per le donne di solito di più.
    Se ti va bene t’ammazza tuo padre per errore, sennò ti tocca suicidarti dopo aver tradito il tuo amante ed ucciso il tuo spasimante malvagio, o al limite ti suicidi per la vergogna perché tuo marito ha sposato un’altra e tu sei disonorata.
    Ho scordato qualcosa?
    Ah, beh, sì – la protagonista ti tortura a morte per far soffrire l’uomo che tu ami e che ama lei… ma tu la prendi in contropiede e t’ammazzi.
    (sono io, o c’erano UN SACCO di suicidi in queste storie?)
    E se tutto dovesse fallire, c’è sempre comunque la tubercolosi.
    😀
    Ricordo mia mamma, che dell’opera era molto appassionata.
    “È bella?” le chiedevo.
    “Sì, si piange dall’inizio alla fine.”
    Ecco.

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