Poesia

Settembre, Andiamo…

Volevo postare un po’ di poesia settembrina fin dall’inizio – ma poi fra la riapertura, Prometeo e la scuola, ecco che domani è ottobre, e il post settembrino è diventato un post di congedo.

Ho sempre avuto un debole per settembre, mese di declino dorato e dolce. Sarà un po’ maudlin da parte mia, ma la malinconia della fine dell’estate, il senso di tramonto, il rinfrescarsi della sera, le ombre sempre più lunghe…

In letteratura e in poesia settembre compare spesso – e non potrebbe essere altrimenti, con le sue connotazioni di finalità, di declino, di cose perdute, di tempo che scorre, di presagi d’inverno? Non è un caso né una sorpresa che i poeti, abbiano ricamato su settembre in ogni genere di modo.

Cominciamo con D’Annunzio e i suoi Pastori transumanti, il rito antico e arioso incorniciato da quell’ultimo verso pieno di rimpianto:

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Per Vittorio Sereni Settembre diventa un’agonia quieta e un nonnulla desolata, se non fosse per l’accettazione finale – o pensandoci bene: compresa l’accettazione finale.

Già l’olea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,

di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

Attilio Bertolucci invece dipinge un Settembre luminoso, fresco, dolce e così calmo da non avere nostalgie:

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Mentre Alfonso Gatto, che fin dal danzante titolo Arietta Settembrina sembra promettere un clima più lieve di altri, a partire dalla seonda strofa infila, uno per volta, dei sottili brividi più scuri – quasi a riprodurre la progressione del mese:

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

AI porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Guido Gozzano, in questo scampolo de La Signorina Felicita, fa di settembre l’acquarello teneramente malinconico in cui ricordare la sua schiva innamorata campagnola. L’avvocato è qui che pensa a te, Felicita:

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Questa poesiola di Ettore Berni, settembrina in spirito se non in as many words, è un ricordo delle elementari, che  cito a memoria a trentacinque anni di distanza e con relativa precisione. Fu, credo, la mia introduzione all’idea di irreparabilità dello scorrere del tempo:

Dice al fanciul la rondine:
– Fa freddo, io me ne vo.
Al ritornar dei zeffiri,
amico, tornerò.

Dice la foglia all’albero:
– Fa freddo, io me ne vo.
Quando verran le rondini,
anch’io ritornerò.

E dice il tempo agli uomini:
– Ho fretta, me ne vo.
Gli uccelli e i fior ritornano;
io più non tornerò.

E che dite di un haiku di Soseki, adesso? Non specificamente settembrino – solo autunnale – ma badate alla sensazione di sopresa e di mutamento incombente:

Mentre mi lavo il viso,
nel catino si erge
l’ombra dell’autunno.

E adesso, come sapevate che avrei fatto, passiamo oltremanica e oltreoceano, cominciando con il gaio, coloratissimo September di Helen Hunt Jackson, che combina il più bel clima estivo con l’allegria autunnale – ma badate alle ultime due quartine:

The golden-rod is yellow;
The corn is turning brown;
The trees in apple orchards
With fruit are bending down.
The gentian’s bluest fringes
Are curling in the sun;

In dusty pods the milkweed
Its hidden silk has spun.
The sedges flaunt their harvest,
In every meadow nook;
And asters by the brook-side
Make asters in the brook.

From dewy lanes at morning
The grapes’ sweet odors rise;
At noon the roads all flutter
With yellow butterflies.

By all these lovely tokens
September days are here,
With summer’s best of weather,
And autumn’s best of cheer.

But none of all this beauty
Which floods the earth and air
Is unto me the secret
Which makes September fair.

‘T is a thing which I remember;
To name it thrills me yet:
One day of one September
I never can forget.

Tutt’altra faccenda è il September di Ted Hughes, che disegna l’estate come una stagione senza tempo: è solo con l’autunno che gli orologi riprendono a ticchettare:

We sit late, watching the dark slowly unfold:
No clock counts this.
When kisses are repeated and the arms hold
There is no telling where time is.

It is midsummer: the leaves hang big and still:
Behind the eye a star,
Under the silk of the wrist a sea, tell
Time is nowhere.

No clock now needs
Tell we have only what we remember:
Minutes uproaring with our heads

Like an unfortunate King’s and his Queen’s
When the senseless mob rules;
And quietly the trees casting their crowns
Into the pools.

E infine non poteva mancare la mia prediletta Emily Dickinson, con il suo September’s Baccalaureate, bozzetto di una stagione che, con nulla più che piccoli segni e refoli di brezza, insinua nell’animo umano una propensione alla malinconia:

September’s Baccalaureate
A combination is Of Crickets —
Crows — and Retrospects
And a dissembling Breeze
That hints without assuming —
An Innuendo sear
That makes the Heart put up its Fun
And turn Philosopher.

Insomma è così che funziona: la spensieratezza estiva s’incrina e si macchia, noi ci ricordiamo che tutto finisce e ci poetiamo su. Ma se nel processo ci capita d’immalinconirci troppo, ci possiamo consolare con due versi di John Donne:

Né la primavera né la bellezza d’estate hanno la grazia
che ho visto sul viso dell’autunno.

E adesso bisogna aspettare undici mesi prima che ritorni…

Poesia

Buona Pasqua

Uova_cesto.jpgAuguri, o Lettori. Auguri di serenità, per quanto possibile in questo momento dagli orizzonti così scuri e incerti… E a titolo di augurio, qui c’è una Pasqua gozzaniana, grigia e piovosa, ma rischiarata in modo inatteso. Come trovare mistero, meraviglia e chissà, anche speranza nelle minuzie più quotidiane.

Che è poi quello che fanno i poeti, giusto?

Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Salva

Poesia · Vitarelle e Rotelle

Post Versicolore, in cui si parla di Poesia e di Rilevanza

SeamusQuando mi si chiede chi sono i miei poeti preferiti*, in genere rispondo: Seamus Heaney, e poi Emily Dickinson, Kipling, Gozzano.**

E naturalmente Heaney è Heaney – ma oggi lasciate che ci concentriamo sugli altri tre, volete? Per un motivo che è solo tangenzialmente poetico. Emily Dickinson, Kipling e Gozzano – e l’ordine in cui si trovano è dovuto a un paio di ragioni. In primo luogo, in questa successione, i tre nomi suonano quasi come un endecasillabo, e se con questo pensate che io spinga la ricerca del bel suono al limite dell’eccentricità, probabilmente avete ragione. In secondo luogo, questa è la versione dell’elenchino che ha meno probabilità di creare reazioni bizzarre, e ciò si deve a Kipling in seconda posizione. Mi vergogno un po’ ad ammettere che non sempre ho voglia di dibattere sui pregiudizi cristallizzati attorno a Kipling e alla sua opera, ma resta il fatto che, in un elenco di tre elementi, quello in mezzo è destinato ad attrarre meno attenzione.

English: Daguerreotype of the poet Emily Dicki...

È una legge di rilevanza, e non vale soltanto per le serie di tre: il primo elemento colpisce l’attenzione proprio perché arriva per primo, e perché il lettore/interlocutore è portato ad attribuire questa posizione a una ragione specifica. Naturalmente, la ragione non deve necessariamente essere evidente: ci sono carrettate di ragioni legittime per aprire un elenco con un elemento piuttosto che con un altro, inclusa quella pura e semplice d’incuriosire il lettore. La posizione di coda è, semmai, ancora più efficace, perché l’ultimo elemento è quello che più facilmente resterà in mente al lettore, quello che gli sarà temporalmente più vicino una volta girata la pagina o cambiato l’argomento. E’ sempre possibile contrastare questo sbilanciamento ponendo in coda un elemento più debole di quello iniziale. In un certo senso la più celebre Emily Dickinson e il quasi ignoto Guido Gozzano funzionano così – a meno che il nome poco noto non stimoli più curiosità, o che all’altro capo della comunicazione ci sia qualcuno che ama poco ED.

387px-Rudyard_KiplingTutto quello che sta in mezzo a questi due picchi è, per forza di cose, vallata. E sì, lo ripeto, mi vergogno, perché adoro Kipling, e non voglio certo lasciarlo a fondovalle… recupero qualche punto se dico che è più un tentativo di proteggere la mia predilezione che di nasconderla? Parlando seriamente, tuttavia, se il mio pantheon poetico contenesse sei nomi anziché tre, la rilevanza si applicherebbe allo stesso modo, con il primo e l’ultimo poeta in evidenza e tutto ciò che è in mezzo a rischio di oblio. E questo è il motivo per cui inserire nella scrittura lunghi elenchi è sempre a tricky matter: se proprio lo si vuole fare, è meglio essere sicuri di saper bilanciare bene l’allascamento della rilevanza con il peso inerente di ogni singolo elemento.

Guido GozzanoAd ogni modo, certi giorni (o a certa gente) capita che dia risposte diverse. Kipling, Emily Dickinson e Gozzano è come il primo tiro di una forcella d’artiglieria, quando intendo invitare la discussione. Oppure Gozzano, Emily Dickinson e Kipling conta come un crescendo, con l’effetto di far sobbalzare gli interlocutori politically correct. Gozzano in mezzo non lo lascio quasi mai, confesso: sarebbe quasi come non nominarlo affatto, anche se devo ammettere che Emily Dickinson, Gozzano e Kipling ha una sua sonorità non disprezzabile.

Se poi il mio interlocutore se ne infischia dei miei giochini di rilevanza, evita di esclamare inorridito che Kipling era un Bieco Imperialista, Colonialista e Razzista, e si mette a discutere davvero di poeti e di poesia, questa è la reazione ideale.

____________________________________________________________________

* Ebbene sì, c’è ancora gente che ti chiede di punto in bianco chi sono i tuoi poeti preferiti. D’altra parte, ho scoperto stasera che ci sono ancora cinema che replicano i film “a grande richiesta”… la vita è piena di sorprese.

** Yes, well – e Marlowe, e Shakespeare… ma diciamo in contesto non teatral-elisabettiano.

Salva

Salva

Natale

Natale per Iscritto – Parte II

large_a-christmas-carolE poi ci sono le storie completamente natalizie. In genere si tratta di racconti e, nella maggioranza dei casi, di uno tra due schemi collaudati, mututati dalle fiabe: a) qualcuno di malvagio/duro/egoista riceve dimostrazione/prova/spavento e si converte/redime/convince/riscatta/raddolcisce giusto in tempo per Natale; oppure b) qualcuno di innocente e buono viene a trovarsi (o si trova già) nei guai ma poi tutto si risolve, in genere nel corso della notte di Natale. Qualche volta si può anche avere una combinazione di a) e b).

Suona familiare? Potete giurarci: da Canto di Natale alle innumerevoli commedie americane dicembrine, gli autori non fanno altro che combinare una tra le più vecchie e collaudate strutture narrative con questo elemento dall’irresistibile appeal, il Natale. Aggiungete vischio, porporina, l’occasionale intervento superno e il fattore L (come lucciconi), perché non è che gli autori di racconti siano al di sopra di un po’ di ricatto.

Così si può cominciare con il tenero e lievemente oleografico I doni dei Magi, di O. Henry, il cui piccolo conflitto (due giovani sposi squattrinati che non possono permettersi il regalo perfetto per l’amato bene) si risolve in una celebrazione stagionale della generosità dell’amore.gift-magi-o-henry-hardcover-cover-art

Nella più perfetta tradizione del tipo a) s’inserisce il Racconto di Natale di Dino Buzzati, il cui pregio maggiore, secondo me, risiede nell’atmosfera sospesa e misteriosa, a partire da quel meraviglioso palazzo arcivescovile, “tetro e ogivale”, “stillante salnitro dalle pareti”.

Guido Gozzano ha tentato di non essere convenzionale nel piccolo Il dono di Natale, affidando il ruolo di strumento dell’intervento superno a un giovane ladro dal cuore d’oro (e dall’infanzia infelice). Viene da chiedersi se i due orfanelli “beneficati” non finiranno nei pasticci per tutti quei giocattoli rubati proprio nel negozio accanto, ma non stiamo a cercar peli nell’uovo, giusto? È Natale, dopo tutto… Come pure è Natale in Natale a Ceylon, una delle lettere dalla Cuna del Mondo, in cui il narratore/viaggiatore cerca di non struggersi troppo nella lussureggiante calura cingalese – finché non lo colgono a tradimento le campane della cappella cristiana all’altro capo della valle, e allora come cambierebbe tutte le meravigliose orchidee del suo giardino in prestito per un ramo d’agrifoglio e la neve di Casa, all’altro capo del mondo!

Siamo singolarmente allegri quest’oggi, vero? Ma c’è di peggio. Essendo i Russi il gaio popolo che sono, Checov scardina lo schema per offrirci il desolato Attorno a Natale (solo traduzione inglese, sorry): due anziani genitori analfabeti fanno scrivere una lettera per la figlia sposata di cui non hanno notizie da anni. Nonostante uno scrivano pubblico disonesto e un marito brutale, la figlia segregata riceve la lettera, ma non ci sarà risposta. Non c’è redenzione, non c’è lieto fine, non c’è intervento divino, non ci sono ladruncoli di buon cuore: solo una buona dose di pessimismo slavo e la crudeltà del destino.

matchgirl3Natalizia ma tutt’altro che allegra è anche la Piccola Fiammifferaia – che in teoria appartiene alla categoria b), con la povera orfanella cui capita proprio di tutto, senza che nulla si rislova per il meglio… A meno di voler considerare un lieto fine il meraviglioso albero di Natale che appare nella luce dell’ultimo fiammifero e la nonna defunta che viene a recuperare la defungenda bambina… Be’, immagino che a suo modo sia un lieto fine, con il fattore L a livelli himalayani.

Per proseguire con una nota meno cupa, parliamo di omicidi, volete? Ad Agatha Christie non dispiaceva ambientare qualche storia nel periodo natalizio, ogni tanto. Così al volo me ne vengono in mente almeno due: Il Natale di Poirot, in cui il vecchio capofamiglia avaro e dispotico non ha il tempo di ravvedersi per Natale, visto che viene assassinato. E poi c’è The adventure of the Christmas pudding, un racconto breve di cui non ricordo il titolo tradotto, in cui Poirot viene invitato in una casa di campagna per indagare su una faccenda di rubini rubati e pasticci avvelenati*. Mi ha sempre divertita il fatto che l’intrusione di un investigatore belga nel Natale altrui fosse giustificata con il desiderio dello straniero di vedere “un vero Natale inglese”.

Poi ci sono piccole bizzarrie fiabesche, come lo Schiaccianoci – nella versione tedesca di Hoffmann e in quella francese di Dumas – che secondo me funziona per due terzi. Non so che farci: trovo incantevoli l’attesa, i giocattoli nell’armadio, l’albero di Natale, la festa, il padrino Drosselmayer, i regali meravigliosi, l’incidente con lo Schiaccianoci, il Re dei Topi, la battaglia notturna… Poi si può dire che la storia finisce, perché tutto il viaggio nel regno fatato… mah. Non c’è più nessuna tensione, nessuna attesa, nessun mistero. Ma pazienza – la prima parte è deliziosa. DickensTree2

E finisco con qualcosa che, a rigor di termini, un racconto non è. Dickens scrisse altre cose natalizie oltre ad A Christmas Carol – o quanto meno le scrisse per Natale. Non tutte sono ambientate per Natale, ma A Christmas Tree lo è. Però non è un racconto. È un bozzetto, sono ricordi… Più di tutto, il ricordo dolceamaro di tutti i Natali passati, che nell’immaginazione dello scrittore prende la forma di un abete capovolto che germoglia dal soffitto della sua stanza per fargli compagnia la notte di Natale.

______________________________________________

* Qui il pudding si fa in casa, ogni anno. Senza veleno. Di solito è molto buono – e nessuno dei miei ospiti è mai morto mangiandone…

 

musica · Natale · Poesia

Vigilia

Natale mi rende sentimentale – la Vigilia ancor di più. La Vigilia mi rende maudlin. E allora vado a recuperare ricordi d’infanzia e vecchie tradizioni – come questa poesia di Gozzano, che – a parte tutto – rende quel tono di fiaba che la notte della Vigilia aveva in anni più innocenti.

La Notte Santa

(Melologo popolare)

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

    Il campanile scocca lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

    Il campanile scocca lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

    Il campanile scoccalentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

    Il campanile scoccalentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

    Il campanile scocca lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

    Il campanile scocca le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

    Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

È nato!

    Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!
Alleluja! Alleluja!


E, nella stessa vena, una carola Anni Sessanta – scritta da Noel Regney, un compositore francese espatriato negli Stati Uniti, e da sua moglie Gloria Shayne Baker, che d’abitudine scriveva canzoni rock:

Said the night wind to the little lamb
Do you see what I see
Way up in the sky little lamb
Do you see what I see
A star, a star
Dancing in the night
With a tail as big as a kite
With a tail as big as a kite

Said the little lamb to the shepherd boy
Do you hear what I hear
Ringing through the sky shepherd boy
Do you hear what I hear
A song, a song
High above the tree
With a voice as big as the sea
With a voice as big as the sea

Said the shepherd boy to the mighty king
Do you know what I know
In your palace wall mighty king
Do you know what I know
A child, a child
Shivers in the cold
Let us bring him silver and gold
Let us bring him silver and gold

Said the king to the people everywhere
Listen to what I say
Pray for peace people everywhere
Listen to what I say
The child, the child
Sleeping in the night
He will bring us goodness and light
He will bring us goodness and light

The child, the child
Sleeping in the night
He will bring us goodness and light

Felice Vigilia a tutti!

Poesia

Genetliaco Gozzaniano

guido gozzano, Vi avevo detto che dicembre sarebbe stato un mese di compleanni letterari, vero? Oggi Guido Gozzano compirebbe 128 anni.

Eccovi dunque qualche link gozzaniano – e non è che ce ne sia un’abbondanza enorme…


Qui c’è la pagina gozzaniana di LiberLiber, con un pochino di biografia, le poesie complete, una raccolta di fiabe e il racconto L’Altare del Passato.

Qui ci sono le poesie complete da leggere online – cominciando dai Colloqui.

Qui c’è Paolo Poli che legge L’Amica di Nonna Speranza.

Enfin, essendo questa la settimana che è, ecco la tenera, malinconica, fiabesca Natale:

La pecorina di gesso, 

sulla collina in cartone,

chiede umilmente permesso

ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina

il lago, freddo e un po’ tetro,

chiuso fra la borraccina,

verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino

nel sogno (pianto e mistero)

c’è accanto a Gesù Bambino,

un bue giallo, un ciuco nero.


E presepi a parte, vale la pena di riscoprire l’amarognolo Guido, con il suo acume di condannato, i suoi rimpianti costruiti in anticipo, i suoi sogni d’idillio campestre – dolci finché restan tali – e la sua scienza quasi proustiana del ricordo.




 

Natale · Poesia

Vigilia

Presepio.png

La pecorina di gesso, 

sulla collina in cartone,

chiede umilmente permesso

ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina

il lago, freddo e un po’ tetro,

chiuso fra la borraccina,

verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino

nel sogno (pianto e mistero)

c’è accanto a Gesù Bambino,

un bue giallo, un ciuco nero.

 

Guido Gozzano, Natale

Buona Vigilia a tutti!