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Dieci Libri – La Lista Bigia

charlie-brown-heavy-bookParlavamo di libri che ci influenzano, ricordate? Libri a cui siamo legati – e avanzavamo il dubbio che questo possa accadere nel bene e nel male… Dove sono quei libri che ci hanno segnati – ma non troppo felicemente? Ebbene, non so voi – ma ecco la mia…

Lista Bigia

1. Il Piccolo Principe. Che devo dire? Ammesso che non sia nata cinica, Saint-Éxupéry mi ci ha resa prima dei quattro anni. E insisto nel dire che nessuna volpe che si rispetti chiederebbe mai di essere addomesticata.

2. La Bambinaia Francese. E non so, magari da piccola Bianca Pitzorno non mi dispiaceva nemmeno del tutto – ma una lettura della sua prima opera di “narrativa adulta” mi è bastata per sviluppare un’allergia violentissima nei confronti dell’anacronismo psicologico.

3. Cristoforo Colombo. E questo a suo modo è bizzarro, considerando quanto di Granzotto adoro l’Annibale… Ma letta a dodici anni per l’ora di narrativa, corredata di uno di quei terribili apparati didattici, questa biografia mi parve della stessa qualità essenziale delle piastrelle di marmo. Non solo m’indusse un’antipatia per il povero Colombo che non ho ancora superato, ma poco mancò che mi alienasse definitivamente dalla lettura delle biografie.

4. Tra gli Orrori del Duemila. Anche di questo ho già parlato. Qui basterà dire che Chelsea Quinn Yarbro fu più efficace di Granzotto: non solo soffrii di incubi per un’estate intera, ma tutt’ora – e sono passati quasi trentacinque anni – non leggo volentieri fantascienza.

5. Gertrud. No, sia chiaro – mi è piaciuto, forse è uno dei miei Hesse preferiti. Però prima di leggere Gertrud ero certa che in un’altra vita avrei suonato in un’orchestra. Dopo Gertrud… be’, non più.

6. L’Eneide. letta male, letta al momento sbagliato, letta in brutta traduzione… non so. O forse è davvero solo questione del Pio Enea… Come che sia, l’Eneide ha scatenato in me un’avversione a Virgilio del tutto irragionevole. C’è voluto Seamus Heaney perché la superassi.

7. Oliver Twist. Letto nell’infanzia, assieme a David Copperfield, in traduzioni condensate e sanitizzate per i fanciulli. La concentrazione di zucchero rischiò di uccidere la potenziale dickensiana che era in me. Di sicuro fece molto per curare qualsiasi residua inclinazione sentimentale mi fosse rimasta dopo il PP. C’è di buono che così, quando molti anni più tardi arrivai a The Old Curiosity Shop, ero abbastanza vaccinata da poter proseguire la lettura nonostante Nell. C’è di cattivo che ancora adesso sono così ossessionata dal terrore di scrivere zuccherosità che fa male a guardarmi. Too_Many_Books_student

8. L’Aristocrazia Bizantina. Questa non so se considerarla un’influenza per il bene o per il male. Una delle letture più aride e pesanti della mia vita – e a me la storia bizantina piace proprio tanto – e il primo libro che abbia consapevolmente abbandonato da adulta. Anche da bambina, devo dire, tendevo a finire tutto quel che iniziavo (con poche eccezioni – Tarzan being one). Il senso di colpa da libro abbandonato era invincibilmente forte… Ci vollero Ronchey e Kazhdan per liberarmene una volta per tutte.

9. Un Americano alla Corte di Re Artù. E perché mai, povero Twain? Ecco, il fatto è che all’epoca soffrivo di medievite. Una forma particolarmente forte. Non c’era altro che il Medio Evo. E mi prendevo sul serio assai, in proposito – in un modo che sarebbe stato imbarazzante se non avessi avuto una decina d’anni. Vederci fare su dell’ironia… well, we were not amused. Da un lato scoprii che, quando si trattava delle mie infatuazioni, il mio senso dell’umorismo si prendeva un giorno di ferie.* Dall’altro, fu l’inizio della fine dell’infatuazione stessa – insieme al Cavaliere Inesistente.

10. Viaggio a Izu. Questo non l’ho letto in senso stretto. L’ho sentito recitare. In un giardino. Al tramonto. E sono certa che la colpa è mia, e non del povero Yasunari Kawabata – ma che devo dire? L’andamento paludoso, la mancanza di struttura e  storia, l’aggraziata rarefazione e, diciamolo, la noia mortale hanno generato in me un’irragionevole quanto invincibile diffidenza nei confronti della letteratura giapponese nel suo complesso. E potrei aggiungere, giusto per contrabbandare qui un undicesimo titolo senza parere, la vicenda parallela de La Casa degli Spiriti – letto per baratto (in cambio di LJ) e all’origine della mia antipatia per la narrativa sudamericana.

E non è come se non mi rendessi conto che quel che emerge da questa lista è pù che altro l’immagine di una donna irragionevole – ma non so che farci. Le scottature per via di lettura non mi guariscono più… fatemi causa.

E voi, dunque? Ce l’avete una lista bigia, o Lettori? Raccontate…

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* Le cose sono migliorate – ma solo un po’. Provate a fare dello spirito ai danni di Marlowe. O di Annibale. O del Barone Rosso. O di Manfredi di Svevia. O di Alan Breck Stewart. O di Lord Jim. Arrossisco nel dirlo, ma…

angurie

Sei Pensieri Banali Prima Di Colazione

“Sei così preoccupata di non scrivere cose banali,” mi disse una volta A., “ma così preoccupata che fa male a guardarti.”

E non lo so, ma può essere che A. non avesse tutti i torti.

O magari io non lo penso del tutto, ma mi si dice che possa essere così.

Mi si dice che non solo sono dolorosamente intenta a non scrivere banalità, ma ho anche sviluppato uno spirito di crociata nei confronti di quelle che considero le banalità altrui.

Mi si dice che “la fiera delle banalità” sia un’espressione che uso con irritante frequenza. Mi si dice che, conoscendomi a sufficienza, è possibile riconoscerne l’arrivo dal modo in cui levo le sopracciglia. Mi si dice che sto diventando insopportabile in proposito. Mi si dice che le mie promesse di correggermi non suonano convincenti nemmeno da lontano. Mi si dice che, se non la pianto, finirò col diventare bersaglio al lancio di oggetti pesanti.

Per cui, quando Davide Mana di Str– er, strategie evolutive ha lanciato la Giornata del Post Banale, sono stata presa da un attacco di giggles

E ditemi la verità: non è pittoresco avere scritto quasi duecento parole d’introduzione, solo per annunciare che questo è un post banale? Perché questo è, o Lettori, un post banale. 

Sarà pieno come un uovo di banalità. Ne ho promesse sei, giusto? Allora, vediamo… 

1) Il Piccolo Principe è un libro che cambia la vita. La vita vista attraverso lo sguardo puro di un bambino. Semplice solo in apparenza – ma in realtà così profondo e poetico. Un capolavoro assoluto. Tutti dovrebbero leggerlo. Una volta da bambini per la meraviglia, e una volta da adulti per capire veramente il messaggio.

2) Le donne sono educatrici di pace. Le donne hanno uno sguardo altro. Le donne ragionano di pancia, perché sono istintive e generose. Le donne mettono l’amore prima di tutto. Le donne sono il vero sesso forte (gli uomini non hanno idea). Le donne sono solidali. Le donne sanno coniugare forza e dolcezza.

3) Dovremmo imparare tutti a dire quello che abbiamo nel cuore. La spontaneità è tutto. Se tutti seguissimo il nostro cuore, il mondo sarebbe un posto migliore. Non bisogna pensare troppo. I sentimenti sono più importanti.

4) L’arte dev’essere istintiva e spontanea. Le regole uccidono l’ispirazione. Rigore e disciplina uccidono l’ispirazione. Bisogna scrivere quando c’è l’ispirazione. Che orrore i manuali di scrittura. Proust ha scritto la Recherche senza manuali di scrittura. O uno sa scrivere o non lo sa: non è una cosa che s’impara. Bisogna scrivere quello che si sa. Bisogna scrivere quello che si ha dentro. Tutti abbiamo dentro un libro.

5) L’amore vince sempre. L’amore è più forte di tutto il resto. L’amore è quello che tutti vogliamo in realtà – anche quando non lo sappiamo. L’amore è tutto. Romeo e Giulietta è la più bella storia d’amore di sempre. Per amore si rinuncia a tutto/si sopporta tutto/si fa qualsiasi cosa. Non c’è niente di più bello del lieto fine – quando l’amore trionfa.

6) Non c’è gusto a leggere un ebook. Un ebook non è un libro vero. I libri bisogna toccarli, annusarli, sentirli. Il digitale mortifica il libro e il lettore. Nulla di digitale potrà mai sostituire il piacere di un vero libro. E soprattutto, il profumo della carta.

Ecco. Tutte e sei prima di colazione.* Che ci voleva, in fondo?

E mi viene il sospetto che non sia stato poi così pittoresco girarci attorno per quasi duecento parole. Voleva essere self-deprecating, e invece suona ansioso. Ansioso di mettere in chiaro che io non scrivo banalità. Così ansioso che fa male a guardarmi.

Ci sono ricascata– ehi! Mettete giù gli oggetti pesanti…

Ma no, sul serio: e voi, o Lettori? Che cosa trovate banale – ma banale da slogarsi i bulbi oculari nel levare lo sguardo al cielo?

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* N° 7 in omaggio verso l’ora di cena: Annibale? Ah sì, quello degli ozi di Capua. Il buon Re Riccardo Cuor di Leone. Il cattivo Giovanni Senzaterra. Il cattivissimo Riccardo III.

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Il Piccolo Principe E Io

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryCi sono libri da cui è difficile stare lontani.

O forse sarebbe il caso di dire che certi libri non vogliono starsene lontani – senza un’ombra di riguardo per i nostri sforzi in materia.

Avevo quattro anni quando qualcuno, in un malguidato moto di affetto e zelo, mi regalò una versione illustrata de Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry. Immagino che dovesse sembrare una buona idea al momento – e in effetti mia madre mi dice che si trattava di una bellissima edizione*, con una buona traduzione del testo integrale e illustrazioni molto raffinate.

I miei ricordi in materia sono molto più nebbiosi e molto meno lusinghieri. Ricordo, per esempio,  mia madre che fa qualche tentativo di leggermi la storia – circostanza significativa in sé, perché a quattro anni sapevo leggere e tendevo a fare per conto mio. Ricordo anche un’antipatia per l’ansia di addomesticamento della Volpe. E, per quanto riguarda le raffinate illustrazioni, ricordo il disegno cappelliforme del serpente che ha mangiato un elefante. E soprattutto ricordo una generale impressione che storia e raffinate illustrazioni fossero deprimenti come una domenica pomeriggio di pioggia. il piccolo principe, antoine de saint-exupéry

E quindi, quando in prima media ritrovai il PP nella biblioteca scolastica, mi sentii autorizzata a considerarlo già letto. A dire il vero, gli avrei dato a wide berth anche se non mi ci fossi sentita – cosa che ebbi la cattiva idea di dire, lasciando perplessa un’insegnante di Lettere che si era aspettata di meglio da me… 

Ma se credevo di avere finito con il PP, era chiaro che il PP non aveva finito con me. Dovevo avere dodici o tredici anni quando, un’estate in cui il lavoro non consentiva loro di assentarsi da casa, i miei genitori mi spedirono in montagna con l’Azione Cattolica Ragazzi. Ho un ricordo indelebile dell’istante in cui, sbarcata dal pullman insieme a una cinquantina di altri ragazzini, mi ritrovai davanti al cancello della casa che ci avrebbe ospitati. Tra i pilastri era appeso uno striscione bianco. E sullo striscione bianco era scritto in lettere rosse “Ci guadagno il colore del grano!!” Con due punti esclamativi. Dovete capire: già il fatto di trascorrere due settimane in compagnia di tanti estranei non mi entusiasmava affatto, ma la prospettiva di due settimane di PP era del tutto ghastly. Se avessi potuto, sarei tornata a casa all’istante. Non potevo, e mi toccò indossare magliette con il dannato motto, cantare canzoni in tema, partecipare a infinite riflessioni sulla candida saggezza del PP, l’aridità dell’Uomo d’Affari e la futilità della vita del Geografo, essere zittita ogni volta che provavo a obiettare, giocare a versioni piccoloprincipesche di ogni gioco conosciuto all’umanità animante e animata, scorrazzare per i pendii impersonando baobab e stelle dorate… Poi, come piacque al cielo misericordioso, un sacerdote più dissennato della media condusse l’intera tribù a dissetarsi in un ruscello a valle di un gruppo di case. Essendo figlia di un Alpino, sapevo che era cosa da non farsi – ma nessuno mi diede retta quando lo dissi. L’indomani le cuoche e io eravamo le sole persone in piedi e senza problemi intestinali. Brusca interruzione del campo scuola con cinque giorni di anticipo, precipitoso rientro a casa e, se non altro, mi fu risparmiata la serata finale con canzoni attorno al fuoco e recita, in cui avrei dovuto fare la parte della Volpe – e chiedere istericamente di essere addomesticata, per favore.

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryE tuttavia ero molto giovane e dovevo ancora imparare che il Fato è beffardo e capriccioso, e quando concede di questi near escapes, poi si compiace di esigere il conto in tempi e maniere inaspettati. Magari nella forma di una giovane insegnante di Francese che, con un sorriso di quelli che interferiscono con la navigazione aerea, annuncia a una Quarta Ginnasio: Mais j’ai de bien bonnes nouvelles pour vous! Savez-vous ce que nous allons lire? Le Petit Prince!! E i due punti esclamativi non erano scritti da nessuna parte, ma erano evidenti nel tono. La signora doveva avere un’adorazione per il libro, perché per buona parte dell’anno scolastico ce ne sorbimmo in quantità industriali, scrivemmo riassunti e dialoghi, speculammo sulle motivazioni dei personaggi e sulla profondità del messaggio… Credo che, attorno a Natale, persino le mie compagne cui il principastro piaceva dovessero averne fin sopra le orecchie. Io ero idrofoba – e a maggior ragione perché guai ad avanzare dubbi sulla bellezza, profondità, saggezza e generale perfezione della dannata storia…

Ecco, superata la prima adolescenza, posso dire che non mi sono più capitate massicce esposizioni al PP. Naturalmente non è un titolo che, con il suo status di capolavoro universale e le sue legioni di adoratori, si possa evitare del tutto – ma c’è di buono che, se non altro, ero equipaggiata per discuterne. Equipaggiata per sostenere che si tratta in fondo di una graziosa favoletta dal tono di predica, dalla sconsolante ovvietà e dalla marcata tendenza a sbattere il Messaggio in testa al lettore. Son tesi che ho sostenuto molte volte e spesso sostengo – anche perché, lo confesso, trovo divertenti le reazioni che ottengo facendolo.

Se è impossibile leggere due righe del PP senza immaginare un narratore con l’indice levato e gli occhi tondi e scintillanti di zelo pedagogico, è impossibile anche dar voce ai propri dubbi sul PP senza che qualcuno inorridisca. Ma come? Non ti piace il Piccolo Principe? Ma come può non piacerti il Piccolo Principe? Ed è implicito che dobbiate essere persone dal cuore cinico e duro…

Che posso dire? È interamente possibile che sia fornita di un cuore cinico e duro – ma non è affatto impossibile che troppo PP nei miei più teneri e impressionabili anni abbia avuto la sua parte nell’indurimento. Non il PP in sé, perché in fondo è irragionevole biasimare un libro perché è quel che è. A rendermi cinica è stato il generale atteggiamento di indiscriminata e dogmatica ammirazione, il modo in cui non era ammesso trovarlo men che perfetto e imprescindibile.

Forse, se non mi fosse stato imposto di amarlo**, non avrei sviluppato un’allergia violenta nei confronti del PP, e invece di essere qualcosa cui dedicare rant e un ostacolo che mi rende riluttante a leggere qualunque altra cosa Saint-Exupéry abbia scritto, sarebbe solo una lettura che non ho apprezzato, senza traumi e senza conseguenze.

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* E a posteriori sospetto che dovesse trattarsi di una delle innumerevoli riedizioni della traduzione Anni Quaranta di Nini Bompiani Bregoli, con illustrazioni dell’autore. Non sono in grado di controllare, perché non vedo il libro in questione da decenni – e non ho la minima intenzione di tentare di disseppellirlo dai recessi della soffitta.

** Però vorrei scagionare la donatrice originale e mia madre, che non imposero proprio nulla. Tentarono di farmi apprezzare il PP perché a loro piaceva, ma quando videro che non funzionava, non insistettero né disapprovarono. I problemi cominciarono più tardi…

 

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I Terribili Dieci

“Qual è il libro più brutto che hai letto?” chiede F.

La domanda non mi prende tanto alla sprovvista da non poter rispondere, perché ho il vivido ricordo della tormentosa lettura in questione, ma è inconsueta. Di solito la gente ti chiede qual è il tuo libro preferito, non il più brutto che hai letto. Però la faccenda aveva il suo fascino, e ci ho rimuginato su. Per cui, o F., pur essendo passati diversi mesi dalla fatale conversazione, ecco una risposta più ragionata e meno lapidaria: non tanto i più brutti (perché tutto è relativo, anche se credo che un libro brutto sia un libro brutto), ma quelli che ho detestato con maggiore passione.

1. The Admirable Crichton, di W.H. Ainsworth. Qui è dettagliatamente spiegato perché. Adesso mi limiterò a dire che raramente mi è capitato di leggere una simile accozzaglia di incidenti gratuiti e di personaggi privi di qualsiasi personalità. Come facesse a suo tempo Ainsworth a rivaleggiare con Dickens, non lo capirò mai…

2. La Bambinaia Francese, di Bianca Pitzorno. Che posso dire? Gli anacronismi e il politically correct sono due tra le mie allergie più violente, e questo libro è farcito di atroci anacronismi per amore del politically correct… I’ll leave the math to you. Per di più ha la pretesa di bistrattare Jane Eyre.

3. Il Soccombente, di Thomas Bernhard. L’esempio classico di qualcosa che non è un romanzo. E insisto: a pagina 5 sappiamo perché il Soccombente si è suicidato, dopodiché Bernhard si gira attorno senza sosta e senza costrutto visibile… E’ possibile che io sia ossessionata dalla fabula, ma mi piace che i romanzi vadano da qualche parte, grazie.

4. Il Piccolo Principe, di A. de Saint-Exupéry. Sì, lo so: questa è un’eresia grossa, e mi attira sempre occhiate colme di orrore. “Ma cooooome? Non ti piace il Piccolo Principeeeee?” Ebbene, no. Non mi piace, ed è una vita che ne sono perseguitata, a partire da uno dei primi libri illustrati avuti in regalo da piccina, per proseguire per un intero campo scuola dell’Azione Cattolica Ragazzi (15 dannati giorni!!), e tutto un quadrimestre della IV Ginnasio… Personalmente lo trovo la fiera della più zuccherosa ovvietà. “Per favore, addomesticami! Ci guadagno il colore del grano…! *Rolls eyes*

5. Il Gabbiano Jonathan Livingstone, di Richard Bach, a cui si potrebbe aggiungere anche Uno, dello stesso autore. Stesso motivo del n° 5: Pace! Amore! Gioia! Oh umanità, vola più alto! Sigh. E non sono nemmeno scritti bene!!

6. Dersu Uzala, di Vladimir K. Arsenev. Questo la maggior parte della gente se lo becca sotto forma di film (A. Kurosawa), ed è già noioso la sua parte. Io ho avuto la fortunaccia di leggere anche il libro da cui il film è tratto: le memorie di un ufficiale russo alle prese con questo Uiguro o Calmucco, o qualunque cosa fosse, che vaga nella tajga e sforna perle di saggezza all’infinito. Nel duplice senso che sembra non esserci limite alle perle stesse, e che Dersu parla come gli Indiani nei film d’un tempo, tipo “adesso Dersu cucinare pesce”.

7. L’Eneide, di Publio Virgilio Marone. Ho un’incapacità congenita di simpatizzare con il pio Enea, che ops… dimentica provvidenzialmente la moglie a Troia, abbandona Didone, si lascia proteggere dalla mammina dea in battaglia al punto che il duello con Turno è al limite dell’omicidio! E tutto con quel fare lesso…

8. Cristoforo Colombo, di Gianni Granzotto. Considerando che il meraviglioso Annibale dello stesso autore è invece uno dei miei livres de chevet, posso solo immaginare che si sia trattato d’incauta esposizione. In fondo, avevo solo dodici anni, e oltre a leggerlo, mi toccava anche fare terrificanti esercizi come “confronta l’atteggiamento della Regina Isabella e di Colombo nel dialogo a pagina 37, ed elenca in due colonne distinte le reazioni positive e negative di ciascuno dei due.” A volte mi chiedo se l’ora di Narrativa non faccia più danni che benefici.

9. Verdi Colline d’Africa, di E. Hemingway. [Ma tanto Addio alle Armi quanto Il Vecchio e il Mare farebbero al caso: H. non è il mio scrittore…] Ne ricordo solo interminabili scene di caccia descritte con sadica indifferenza e altrettanto interminabili dialoghi con il boy africano, il cui sugo era “no, non lo voglio, il maledetto ciai!” Non ho intenzione di rileggere per sincerarmi se ci fosse altro.

10. Il Cavaliere Inesistente, di I. Calvino. Posto che anche Marcovaldo troverebbe posto nella lista, se andassi avanti, devo confessare che in gioventù il mio sense of humour era limitato: quando ho letto questo libro ero in piena medievite, e non l’ho presa bene…

E so che ho detto Dieci, ma posso citare un undicesimo titolo che non appartiene in pieno alla lista? Revolt in the Desert di T.E. Lawrence è davvero un caso di amore/odio. Adoro la storia (un arruffapopoli che si trascina dietro una guerriglia improbabile e compie imprese inaudite), ma detesto di cuore l’egocentrico, presuntuoso, autocelebrativo Lawrence.

Ecco qui. Non sono tanto fortunata da avere detestato solo dieci libri in vita mia, ma questi sono quelli che salgono alla mente per primi. Evidentemente quelli a cui porto più rancore…