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Il Filo di Lucette

Blue_Room_Christmas_treeAvete fatto l’albero di Natale, o Lettori?

Con le lucette? Quelle deliziose minuscole lucette infilate a dozzine e dozzine lungo un filo elettrico? E come capita ogni benedetto anno , avete cominciato con una matassa di filo elettrico e lucette e nel giro di un minuto vi siete trovati con un groviglio che il nodo gordiano in confronto è roba da dilettanti e avete finito per usare del Linguaggio?

Perché è chiaro che i fili di lucette natalizie hanno una vita e un istinto propri, e un carattere che non è dei più amabili. E non so voi ma, per quanto abbia imparato a riporli arrotolati attorno a un cartoncino anziché ammatassati in una scatola, i miei fili di lucette non sanno esimersi dal comportarsi come i canapi da rimorchio di Tre Uomini in Barca…

Sapete come va, no? Per parafrasare Jerome…

V’è qualche cosa di strano e di misterioso nel filo di lucette. L’arrotolate con molta cura e con molta pazienza, come si piegherebbe un paio di calzoni nuovi, e cinque minuti dopo, ripigliandolo, è un pauroso terribile intrico. Io non intendo calunniare nessuno, ma credo fermamente che se si prende un filo di lucette di media grandezza, e si tira ben dritto a traverso un campo, e poi gli si voltano le spalle per trenta secondi, si troverà, a guardarlo di nuovo, tutto in un mucchio in mezzo al pavimento, tutto attorto e legato in nodi, coi due capi perduti, e un’immensa confusione: ci vorrà una buona mezz’ora, e bisognerà sedersi sul tappeto, per imprecare e distrigarlo.

Questa è la mia opinione sui fili di lucette in generale. Naturalmente vi possono essere delle onorevoli eccezioni, non dico di no. Vi possono essere fili di lucette che fanno onore alla loro professione – dei coscienziosi, rispettabili fili di lucette – fili di lucette che non immaginano d’essere lavori a uncinetto da comporsi a coprispalliera nel momento che sono abbandonati a sè stessi. Dico che vi possono essere dei fili così fatti; sinceramente m’auguro che ci siano; ma io non ne ho mai conosciuti.

Il filo di lucette l’avevo preso io poco prima di decorare l’albero. L’avevo arrotolato attentamente e cautamente, legato nel mezzo, e piegato in due, e deposto pianamente su un angolo del tappeto. Poi l’avevo sollevato scientificamente, consegnandolo nelle mani di R. E R. l’aveva preso saldamente, tenendolo lontano da sè, e aveva cominciato delicatamente a svolgerlo come se stesse togliendo la fasciatura a un neonato e, prima d’averne svolto metà, il filo di lucette aveva assunta, più che d’altro, la forma d’uno stuoino mal fatto.

È sempre lo stesso, accade sempre la stessa cosa in relazione col filo di lucette. Chi sta lì a tentare di distrigarlo, pensa che la colpa sia di chi l’ha arrotolato, e chi ha il filo di lucette, quando pensa una cosa, la dice!

“Che ne volevi fare, una rete da pesca? Hai fatto un bel pasticcio! Non potevi arrotolarlo a modo, creatura che non sei altro?”  brontola di tanto in tanto, affaticandosi, e lo mette di piatto sul tappeto, e gli gira intorno per trovarne l’estremità. D’altra parte, quello che l’ha arrotolato pensa che la cagione del danno sia tutta di chi ha tentato di svolgerlo.

“Stava benissimo, quando tu l’hai preso!”  esclama indignato. “Perchè non pensi a quello che fai? Sempre le cose a casaccio. Saresti capace di annodare un palo.”

E si sentono così adirati l’uno verso l’altro che s’impiccherebbero a vicenda col filo di lucette. Passano dieci minuti, e quello sul tappeto emette un latrato e s’infuria, e balla sul filo di lucette, e prova a stenderlo, impadronendosi del primo pezzo che gli capita in mano e tirando. Naturalmente, l’intrico diventa più confuso che mai. Allora l’altro scende dalla scaletta accanto all’albero di Natale e va ad aiutarlo, e l’uno impaccia l’altro, l’altro impedisce l’uno. Entrambi afferrano lo stesso pezzo del filo di lucette, e lo tirano in direzione opposta, e si domandano meravigliati chi è che lo tiene. Alla fine lo scoprono, e poi si voltano per veder che l’albero di Natale se n’è andato da sè e corre dritto verso lo sbarramento…

Er… no. Questo funziona con le barche – non con gli alberi di Natale. Ma dovete ammettere che, per il resto, è una perfetta descrizione. lightsTangled

Con tante scuse a Jerome K. Jerome… E se per caso  vi fosse venuta voglia di rileggere Tre Uomini in Barca durante le vacanze, qui trovate la vecchia traduzione di Silvio Spaventa Filippi su LiberLiber, e qui l’originale, Three Men in a Boat, sul Project Gutenberg.

Buon lavoro con l’albero e i fili di lucette – e buona lettura.

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La Cinica (selettivamente) Redenta: una storia di Natale

C’era una volta una Clarina cui piaceva considerarsi cinica in fatto di Dickens.

In fatto di Canto di Natale in particolare… Oh, sia ben chiaro: CdN le piaceva proprio tanto, e lo rileggeva a ogni Vigilia, e non passava Natale senza guardarne qualche adattamento o rivisitazione, qualsiasi cosa passasse la televisione – e tutti sappiamo come va. Quindi sì, per la Clarina di cui parliamo, come per milioni di altre persone su questo pianeta, non era interamente Natale senza la tradizionale dose di Scrooge, Cratchit, Marley, Spiriti vari e compagnia cantante.

Nondimeno, questa cinica creatura, si compiaceva di essere emotivamente irricattabile. Sì, certo, gran bella storia – ma… resta sempre il fatto, si diceva la Clarina, che a smuovere davvero Scrooge è il terrore di quella tomba abbandonata, nera di fuliggine e licheni, senza nemmeno il resto di un fiore – la tomba che porta il suo nome. È tutta questione della terribile e solitaria morte mostrata dallo Spirito dei Natali a Venire, giusto? La generosità di Scrooge nasce prima di tutto dalla paura, si diceva (e diceva all’eventuale interlocutore) la Clarina – e quindi forse la storia non è poi così edificante: lasciamoci pur ricattare narrativamente a dicembre, ma non perdiamo di vista la fuligginosa natura delle cose e dell’umanità…

Ecco, queste erano le cose che la Clarina si diceva, e come ne era soddisfatta!

Poi… poi venne G., con l’idea di ridurre CdN per la scena. La pur cinica Clarina ne fu ben felice – perché negli anni aveva guardato e riguardato tutti quegli adattamenti, e più di una volta aveva rimuginato su che cosa avrebbe fatto al posto dello sceneggiatore di turno, ed ecco l’occasione. “Il mio Canto di Natale,” si disse la Clarina – e si mise a rimuginare, a tradurre e ad adattare.

Ed è inutile che vi dica che tradurre un testo crea un rapporto singolarissimo tra traduttore e storia, tra traduttore e parole. Non è più solo questione di leggere e rileggere: ci si convive, lo si assorbe, lo si filtra, lo si fa proprio nello sforzo di fare da tramite tra l’autore e il lettore – o, in questo caso, il pubblico. Un’altra lingua, un altro secolo, un colore e una consistenza speciali da rendere in un codice diverso… E per di più qui c’era la questione dell’adattamento teatrale, delle esigenze di una compagnia, di un palcoscenico, di una produzione… Tutta una serie di condizioni molto specifiche.

Insomma, la Clarina ci si mise di buzzo buono, produsse, consegnò, e se ne venne via con un diverso apprezzamento per la storia che pure aveva letto e riletto infinite volte fin dall’infanzia.

“Mi sono commossa,” scrisse G. dopo aver letto l’adattamento – e la Clarina se ne ritrovò inaspettatamente felice, e non diede nemmeno troppo ascolto al suo lato cinico che sussurrava “Ricatto emotivo, manipolazione deliberata delle sacche lacrimali…”

Dopodiché vennero le prove – e venne un Attore malconvinto che dapprincipio aveva l’impressione di trovare “pochino” nel personaggio di Scrooge. Era bidimensionale, diceva. Prima era cattivo e poi diventava buono – così! Suonava proprio come una versione teatral/interpretativa delle ciniche cautele di quando la Clarina era tanto cauta e cinica, nevvero? E, con sua lieve sorpresa, la Clarina si ritrovò a difendere strenuamente il personaggio e la storia. Lo spessore, ella disse, era tutto nel progressivo indurimento di Scrooge, da bambino solitario ad allegro apprendista, a rapace uomo d’affari – di rimpianto in rimorso… e lo speculare, progressivo ammorbidimento nel progredire della storia: allo Scrooge della prima Strofa, quello che non aveva rivisitato i suoi vecchi Natali né visto quelli altrui, non sarebbe importato poi nemmeno troppo di morire solo e illacrimato, giusto?

L’Attore guardò la presunta cinica con qualche stupore e non disse nulla al momento – ma poi rimuginò, maturò idee, lavorò di fino… quando arrivò la prova generale aveva ormai costruito un personaggio così complesso, così sfumato, così ricco, che la Clarina non finiva più di incantarsi. Era forse possibile che tutti avessero sottovalutato un po’ Dickens e la sua storia?

E finalmente venne il debutto, e vennero le platee piene, le liste d’attesa, le repliche aggiunte, gli applausi, gli occhi lustri e i sorrisi felici del pubblico… e ce n’era ben ragione, perché regista e attori tutti, e scenografi e costumisti e illuminotecnici – tutti avevano fatto meraviglie e magie. Tutto questo la Clarina lo vedeva succedere per lo più da dietro le quinte a sinistra, dove si occupava dei cambi veloci. Però tra un cambio e l’altro qualche volta si sporgeva nell’angolo del suggeritore a guardare di sguincio una scena o l’altra – e le pareva tutto molto bello.

Poi una sera, mentre sbirciava appollaiata su un angolo di sedia, con la colonna vertebrale ritorta e il collo tirato, si ritrovò un piccolo, piccolo nodino in gola. Era la scena in cui lo Spirito dei Natali Passati mostra a Scrooge i suoi tristissimi Natali di collegiale, e lui ricorda la consolazione dei compagni immaginari… e l’Attore che era stato dubbioso ora era così triste, così pieno di rimpianto e desiderio per quell’ombra di felicità immaginata e lontana…!

“Ma… che cos’hai lì, che ti brilla sulla guancia?” chiese lo Spirito – e avrebbe potuto chiederlo, in tutta pertinenza, alla Clarina rannicchiata nell’ombra dietro le quinte.

Perché la Clarina, vedete… la Clarina non era davvero più cinica in fatto di Canto di Natale. In altre cose senz’altro – ma non in quella. Non più. E quando, un anno più tardi, venne la ripresa, si scoprì che in platea non c’erano solo volti nuovi, ma molta gente che aveva già visto Canto di Natale e desiderava rivederlo. Perché rasserena, dicevano. Perché riscalda e commuove. Perché è edificante ed è bello… “È uno spettacolo che ha qualcosa di speciale,” disse un’Attrice – e aveva ragione.

E la Clarina, definitivamente conquistata, non più cinica e molto felice, fece un’ideale riverenza allo Spirito di Dickens – non senza desiderare di poter scrivere, un giorno, una cosa capace di illuminare occhi non ancor nati.

 

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Charlotte, Frances, Rudyard: Relazioni Non Intenzionali

booktiesCapita a volte di leggere qualcosa e riconoscerci l’ombra di qualcosa d’altro.

Una somiglianza nella trama, il profilo di un personaggio, un incidente, un posto… qualcosa che ha l’aria di un’ispirazione o di un omaggio. O a volte di una scopiazzatura – ma questo è un altro discorso.

Forse vi ho già detto di come il Will (Shakespeare) di Robert Brustein in The English Channel a me sembri irresistibilmente simile a quello di Shaw in The Dark Lady of the Sonnets. A parte tutto il resto, lo stesso modo di interrompere se stesso e tutti gli altri per annotare scampoli di conversazione – perché potrebbero tornare buoni…

Solo che tra i precedenti e le influenze del suo play Brustein non cita affatto Shaw.

Oppure la somiglianza che a me pare evidentissima tra la Piccola Principessa di Frances. H. Burnett e la vicenda del piccolo Kipling, così come compare nella sua autobiografia, ne La Luce che si Spense e in Bee Bee Pecora Nera. Voglio dire – e lasciate che vi metta qui una tabella:

SaraPunch

Si nota, non trovate? Si nota un certo qual parallelismo nelle due storie. Epperò poi si scopre che, apparentemente, l’ispirazione per Sara Crewe non ha nulla a che fare con Kipling. Pare avere radici, invece, nella Emma di Charlotte Brontë.

No, non mi sono sbagliata, non volevo dire Jane Austen. C’è una Emma brontiana – solo che è incompiuta e poco sconosciuta. C’è questa ereditiera abbandonata in un collegio… E quindi sì, le somiglianze ci sono – ma come la mettiamo con Kipling? In realtà Sara Crewe (in forma di novella a puntate) e Punch arrivano alle stampe lo stesso anno, il 1888 – e anzi, il primo episodio di Sara precede Punch di qualche mese. Ma Punch è troppo autobiografico perché l’ispirazione possa avere funzionato all’altro modo…

Che bisogna pensarne? Che capita di scrivere la stessa storia senza saperlo – cosa di cui sono dolorosamente consapevole dal giorno in cui ho scoperto che W.S. Maugham aveva già scritto quello che mi piaceva chiamare il mio primo romanzo, molti anni prima di me e molto meglio… Capita. A volta sembra impossibile che non ci sia una corrente di ispirazione, un ramo di parentela, un legame di qualche genere… e invece non c’è.

O meglio, c’è – ma non necessariamente quella che saremmo portati a pensare.

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* Il clima inglese… sì.

** E in realtà, da adulta non posso fare a meno di domandarmi: ma possibile che nessun’altra bambina ne faccia mai parola con i genitori? Insomma, fino a un certo punto Sara è la star del collegio, l’ereditiera dalle romantiche circostanze di cui la direttrice è sempre pronta a parlare agli altri genitori, perché avere una “principessa dei diamanti” tra le allieve è un motivo di vanto. Poi all’improvviso la rimarchevole ragazzina decade a sguattera maltrattata… Nessuna bambina ne racconta a casa? Nessun genitore leva un sopracciglio? Diciannovesimo secolo, I know, but…

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Caccia al Tesoro

scavenger-hunt-mapMai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…

E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa.

Dopodiché… qualche volta si trovava, qualche volta no. Qualche volta era proprio solo ostinazione pura, come per le memorie del Barone Rosso, trovate dopo anni di indefesse ricerche, falsi allarmi e delusioni. Altre volte era serendipità: La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie – quando ormai ci avevo rinunciato. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi – con l’aiuto altrui, talvolta. Come il Corradino di Svevia di Salvator Gotta, ricordo d’infanzia apparentemente introvabilissimo, recuperato per me, alla fin fine, da un amico più abile e più ostinato. Altre volte ancora, invece, non ci si riusciva proprio. Nessun grado di cocciutaggine, nessuna serendipità e nessun aiuto bastavano: il libro non si trovava e basta.

E poi fu la rete. E confesso che mi ci volle un po’ prima di fare davvero amicizia con Internet – ma, una volta risvegliata alle sue meraviglie… ah! Immaginate Aladino nella grotta del tesoro, Alice nel Paese delle Meraviglie, Pinocchio in un Paese dei Balocchi senza ripercussioni asinine… Amazon, eBay, il Project Gutenberg, Internet Archive, Google Books, e tutto quanto… All’improvviso non c’era libro, non c’era articolo, non c’era play che fosse impossibile a trovarsi – o quasi.

Il che, a prima vista, parrebbe la fine della caccia al tesoro – ma naturalmente non è così: è solo che le regole del gioco sono cambiate, e la faccenda si è fatta enormemente più vasta, e ci sono così tanti libri in più da cercare… e anche così, i titoli davvero difficili ci sono ancora: la caccia è ancora in corso – eccome.

E sia chiaro: mi piacciono ancora tanto le librerie, i mercatini, le bancarelle – e ho anche fatto amicizia con le biblioteche. Ma vivendo in campagna e leggendo per lo più in Inglese, non c’è quasi giorno in cui, mentre inseguo romanzi dimenticati, fonti primarie e saggi sui corrieri diplomatici nel Rinascimento, non levi peana colmi di gratitudine all’esistenza della Rete.

E voi, o Lettori? Mai giocato a questo genere di gioco? Sono sicura di sì, almeno una volta… do tell!

 

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte I)

Vennesi a parlare, nel corso del ponte, di Alan Breck Stewart.

Sì, Alan – sapete di chi parlo. Sono anni che vi dò il tormento in proposito a intervalli irregolari: il protagonista di fatto del Kidnapped di Stevenson, e il più perfetto personaggio di tutta la letteratura anglosassone secondo Henry James.

Ebbene vennesi a parlarne nel corso del ponte – del romanzo, del personaggio storico, e delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive. E io dicevo che è davvero difficile trovare sullo schermo un Alan come si deve… E ciò accade, ammetto, perché è davvero difficile rendere Alan come si deve.

Voglio dire, Alan entra in scena a secondo atto iniziato, con “una spece di follia danzante negli occhi” che è “allo stesso tempo attraente e allarmante”, un nome regale e i bottoni d’argento. Per di più è un diavolo con una spada in mano e compone ballate impromptu – musica e parole – alla minima provocazione… E volete che uno così non rubi del tutto la scena a quel buon e noioso ragazzo che sarebbe il protagonista eponimo?

Non è facile rendere tutto ciò senza trasformare Alan in una macchietta o senza ingrigirlo per evitare di esagerare – e questo lo ammetto senza riserve. Il che non ha impedito a generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori di provarci – con risultati che definiremo… alterni.

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.

Indeed, va molto peggio una ventina d’anni più tardi, nel 1938, quando ci si mettono in non meno di sette sceneggiatori a macellare la storia di Stevenson, fino a rendere i personaggi pressoché irriconoscibili. Davie Balfour ringiovanisce in un undicenne petulante e insopportabile, e c’è una generica fanciulla corteggiata dall’assai più gravemente generico Alan di Warner Baxter. Ora, questo l’ho visto una volta sola, decenni orsono, e doppiato in Italiano – e quindi dell’accento americano mi posso lamentare soltanto per sentito dire, ma quale che sia il suo accento, Alan non può andarsene attorno con aria blanda e lievemente confusa, giusto?

Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan.

E fin qui a “follia danzante” andiamo maluccio, non trovate? Io sì – al punto che, quando ho scoperto l’esistenza della versione Disney del 1960, e ho letto che Peter O’Toole era nel cast, ho esultato.  Perché se era lì, O’Toole poteva soltanto essere Alan, giusto? Sbagliato – perché Alan era invece Peter Finch… Ora, a me Peter Finch piace, sia chiaro – ma mi sembrava poco adatto, troppo posato… e invece mi sbagliavo ancora, perché Finch ci va vicino: l’avventuriero spudorato e fumantino, la combinazione di buon cuore e leggero squilibrio… Alan, finalmente – o quasi.

Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

E su questa nota un nonnulla deprimente, per oggi ci fermiamo – ma non abbiamo finito affatto. Suvvia, potremmo forse aver finito? Riuscirà la Clarina a trovare l’Alan ideale? Che altro avranno combinato sceneggiatori e registi dopo il 1971? per scoprirlo, non perdete il prossimo episodio di… In Cerca di Alan Breck!

 

 

 

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Prometeo Ritrovato (e Letto)

Semmai ve lo chiedeste, il Roche è arrivato mercoledì scorso, per posta*, con un ISBN diverso da quello del Paulin… D’altronde credo che non si tratti della stessa edizione che ho cercato di procurarmi sull’Isoletta. Questa qui è stata pubblicata nel 1998 dai meravigliosamente nomati Bolchazy-Carducci Publishers, nell’ancor più meravigliosamente nomata Wauconda, Illinois – con le illustrazioni di Thom Kapheim e, a parte quelle e nonostante l’assenza di indicazioni in proposito, l’aria generale della riproduzione di un’edizione più vecchia.

Then again, a ben guardare, carattere e impaginazione hanno un’aria decisamente troppo agée per il 1962, quando uscì questa traduzione – per cui bisogna immaginare che da Bolchazy-Carducci (dove hanno per logo una civetta) siano amanti di un book-design ai limiti dell’antiquario – illustrazioni a parte.

Il Paulin, detto per inciso, è tutt’altra faccenda: Faber & Faber, 1990, liscio e moderno in ogni aspetto… Il che, a voler vedere, rispecchia bene i rispettivi contenuti: Paulin non ha tradotto quanto reinterpretato, tenendo storia e personaggi, ma spostando l’ottica e la rilevanza (e di conseguenza il linguaggio) in un mondo che con le preoccupazioni di Eschilo non ha molto a che fare… o forse sì, in quella maniera in cui certe cose non cambiano attraverso i millenni… diciamo che Paulin si serve del Prometeo di Eschilo per esplorare faccende di tutt’altro tempo. Non del tutto la mia tazza di tè, forse – ma estremamente interessante.

Soprattutto leggendolo a fronte del Roche, che è cavallo d’altro colore. Roche (nato negli anni Venti e cavaliere di San Lazzaro) traduce in una maniera fluida, musicale, intensa – e francamente bellissima. Also, è il genere di traduzione che si preoccupa di gettare ponti attraverso i millenni tra l’Atene dell’Età d’Oro e un pubblico moderno, non in fatto di contenuto, ma di linguaggio: è di un mondo antico che parliamo, o Lettore/spettatore – ma non alieno. Immagino che su un palcoscenico debba essere una meraviglia… e immagino anche che adesso mi metterò a caccia per scoprire dove, come e quando sia stata messa in scena. Tra l’altro, nelle appendici, Roche aggiunge “Qualche Nota sulla Produzione”, che non ho ancora raggiunto se non di sfuggita, ma sembra un buon posto da cui cominciare.

Perché il punto è che questo Prometeo Incatenato è uno dei miei (non sempre ragionevolissimi) sogni registici – e la traduzione di Roche è il genere di testo su cui mi piacerebbe lavorare, il giorno in cui… Il Paulin è tutt’altro: un testo che non mi sognerei mai di usare, per non parlare di una certa frenesia di attualizzazione (la divagazione femminista a proposito di Io?)… però è interessante come esplorazione della rilevanza contemporanea di Prometeo – e verrà buono a sua volta e a suo modo il giorno in cui…

E quindi, ecco. La storia è giunta a termine per ora. I libri sono qui, i misteri sono risolti, le idee sono annotate. Ulteriori sviluppi? Ne riparliamo tra qualche anno.

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* In busta aperta, presumo ispezionata e richiusa con il nastro adesivo… Yes well – gente sospetta, questi lettori di Eschilo transatlantici…

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Prometeo Ricercato

Della mia nuova/vecchia/ricorrente ossessioncella per il mito di Prometeo parleremo un’altra volta. Per oggi quella che ho da raccontarvi è una storia di libri.

Di un libro in particolare, il Prometheus Bound – traduzione da Eschilo di Paul Roche. Di questa traduzione sono venuta a conoscenza attraverso questa bellissima versione animata, e ho deciso che dovevo leggerla per intero.

E che ci vuol mai? mi sono detta – e mi sono messa in cerca su Amazon, quel Pozzo di San Patrizio, eccetera, eccetera. Ora, la traduzione di Roche risale alla metà degli anni Sessanta – e ogni tanto viene ripubblicata: procurarsene una copia di seconda mano non sembra cosa difficile. In effetti, nel giro di pochi minuti si piazza e conferma un ordine con un bookseller inglese (una decina di sterline tra libro e spedizione…) e l’indomani si riceve la mail di conferma: libro spedito – e vissero tutti felici e contenti.

O forse non proprio. Un paio di giorni e, quando io credo che il mio Roche sia ormai felicemente in viaggio, arriva un’altra mail. Il bookseller m’informa che, all’atto della spedizione, il libro si è rivelato in condizioni tali da renderlo invendibile – ed era l’unica copia. Tante scuse, denaro restituito, ringraziamenti per la pazienza…

Oh, bother! Ma è presto risolto: torno su Amazon, trovo un’altra copia in condizioni ragionevoli da un altro bookseller, ordino, ricevo conferma dell’ordine e poi della spedizione… E dopo un paio di giorni, ci risiamo: all’atto della spedizione, condizioni inaccettabili, una sola copia, cenere sul capo, restituzione, c’è qualche altro libro che voglio invece?

E no, perbacco! Non voglio un altro libro – se avessi voluto un altro libro, avrei ordinato un altro libro. Voglio proprio il Prometheus Bound di Roche, e quindi ne cerco un’altra copia – incidentalmente, l’unica rimasta a un prezzo ragionevole, perché poi ci si arrampica oltre le quaranta sterline… Quindi ordino, guardo con scetticismo le mail di conferma e aspetto col fiato sospeso… E infatti, il terzo giorno dopo la spedizione, ecco che il mio ordine è cancellato.

Questa volta non c’è nemmeno una parola di scuse o di spiegazione: cancellato, e tant’è. Seccata anzichenò, scrivo al bookseller, spiegando che è la terza volta in una settimana che questo capita. Può il bookseller farmi almeno la cortesia di spiegarmi la faccenda? Qualcuno si sta accaparrando tutte le copie affrontabili del Prometheus? C’è una congiura internazionale per irritare i lettori di Eschilo? Una damnatio memoriae (un nonnulla tardiva) del mito di Prometeo?

E il bookseller risponde – pronto e gentile: spiacentissimi, davvero – ma il fatto è che, per motivi misteriosi, il “mio” Roche condivide il codice ISBN con Seize the Fire – sempre Eschilo, ma reinterpretato dal piuttosto incendiario Tom Paulin all’inizio degli anni Novanta… Possono, per farsi perdonare, mandarmi gratuitamente il Paulin?

Rispondo che non hanno nulla da farsi perdonare, e che quindi mi parrebbe giusto pagare il Paulin… ma loro insistono: a causa del doppio ISBN non potrebbero venderlo comunque, e tanto vale che lo abbia qualcuno a cui interessa davvero.

E così ringrazio, accetto – e provo a ordinare un’altra copia del Roche, questa volta Oltretinozza. Ciò accadeva una decina di giorni fa. Il Paulin è arrivato questa mattina, mentre il Roche risulta spedito – ma ho imparato che non vuol dire granché. Vero è che nessuno ha ancora cancellato l’ordine – ma potrebbe voler dire soltanto che chi ha spedito è stato meno attento dei suoi omologhi isolani…

Quindi: riuscirà la Clarina a leggere per intero la traduzione di Roche senza dover accendere un mutuo? Si ritroverà per le mani un altro Paulin? O non si ritroverà per le mani alcunché – grazie alla consueta efficienza di Poste&Telegrafi? E a ben pensarci, se ci fossero proprio le Poste&Telegrafi dietro la congiura antieschilea? E, già che ci siamo, com’è alla fin fine Seize the Fire?

Per saperlo, non perdete il prossimo emozionante episodio di… Prometeo Ricercato!

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L’Opera Secondo Nizza & Morbelli

interior-view-of-the-teatro-alla-scala-in-milan-ca-1830_a-l-9231368-8880731Sì, sì – Sette di Dicembre, apre la Stagione della Scala, Attila, signore in decolleté e tutto. Io stasera l’Attila non lo vedo, perché sono a teatro – ma me lo faccio registrare e poi vedremo.

Per ora, abbiatevi Nizza&Morbelli. C’è questa scena di Due Anni Dopo, in cui i Moschettieri, prigionieri alla Bastiglia, vengono sottoposti alla tortura dell’Opera – e non si può dire che funzioni, ma l’effetto è rimarchevole. Sottoposti ai “magnifici gorgheggi” di un soprano lirico-drammatico, i nostri si rotolano per terra inebetiti, tanto che è impossibile farli parlare.

OperaTortBioletto‘A questo supplizio – dicono N&M in un aside – c’è chi si abbandona motu proprio, pagando fior di lire e facendo la coda per ore fuori dal teatro. Un nostro amico di famiglia, che sa il nome di tutti i tenori prime donne baritoni e bassi (perché quest’anno al Comunale non c’era il baritono Tromboni voleva far le barricate) per i gorgheggi della Dalpiano la farebbe a piedi fino a Bologna, quel depravato!

In fondo, a tutti i famosi appassionati dell’opera lirica, che cos’è che interessa? Le romanze e i duetti che già conoscono a memoria. Il loro solo piacere è di risentirli e gridare alla primadonna che spara l’acuto: “Brrrrrava!”. Ammesso questo, facciamo una proposta che, al solito, nessuno accetterà.

Riassumiamo le opere! Eseguiamo solo i punti salienti. Potrebbe uscire un omino* a velario chiuso, a raccontare in breve come va la faccenda:

“Signore e Signori, a questo punto lei tira fuori un pugnale. Lui fa un salto indietro e dice:
Perché pugnalarmi tu vuoi?/ Il tuo vecchio genitor son io ecc. ecc..

Lei rinfodera il pugnale, facendo considerazioni di vario ordine e, finalmente, canta la romanza del secondo atto”.Operadmd

L’omino rientra, si apre il velario e l’orchestra attacca:

CONTRABBASSI – Zum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

OTTAVINO (accorato) – Piiiiiiiii….

TEODOLINDA (entrando con le treccie** sciolte)

Ahimè figlia sventurata/ di sì tristo genitor… ecc.

OperadNoi qui lo scriviamo. Ma credete che di quello che cantano in palcoscenico, si capisca una parola? Nemmen per sogno! Tenore, basso, baritono e primadonna, non contenti di essere indecifrabili negli assoli, cantano poi a due, a tre, a quattro, con e senza coro, dandosi l’un l’altro sulla voce. Una vera babilonia! E la menano così per ore ed ore. Nel Tristano e Isotta, i due folli amanti si fermano, come una balia e un soldato, sulla panchina a ragionarsela per tutt’un atto. E lui la dice a lei, e lei la dice a lui… (Beh, la fate o non la fate questa passeggiata?) Sapete qual è la conclusione? Che alla fine dello spettacolo si perde il tranvai***. E l’ultim’atto, quando lei muore, che è il punto più bello, non lo puoi ascoltar bene perché non vuoi restar ultimo nella coda al guardaroba. Una bella scocciatura! […]’

Ecco, sì. Se avete amici e parenti melomani, prima di far loro leggere questo post, considerate bene – non tutti i melomani hanno quel simpatico accessorio, un sense of humour, specie quando si viene a parlare di opera****.

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* Decenni prima di Baricco, non so se mi spiego!

** Sic.

*** Sapete, vero, che per la prima parigina del Don Carlos di Verdi, la direzione dell’Opéra volle drastici tagli perché i Parigini non dovessero perdere gli ultimi treni per la periferia? E invece di levare il ridicolo balletto (dininguardi!) si finì col levare quella meraviglia che è il duetto di Carlo e Filippo nel IV Atto. Eh…

**** Se siete melomani voi stessi, non vogliatemene troppo, va’. Confesso che, a suo tempo, il mio Mentore Operistico impiegò del tempo a perdonarmi questa storia…

considerazioni sparse · libri, libri e libri

Romanzi Rosa e Romance

scarlet_pimpernel.pngRicordo che una decina di anni fa, un’agenzia di analisi del mercato editoriale stabilì che l’avvento dell’e-reader stava modificando in modo consistente le vendite di romanzi rosa: probabilmente non si trattava solo di quello, probabilmente c’entravano anche le mutate politiche editoriali – ma resta il fatto che l’e-reader, privo di copertine comprometttenti, consentiva di leggere romanzi rosa in sicuro anonimato anche in pubblico. Che gli Anglosassoni si vergognassero a leggere romanzi rosa in pubblico non era troppo sorprendente – generale libertà e indifferenza, sì, ma la mentalità protestante è diversa dalla nostra… A un decennietto scarso di distanza mi devo domandare se, quanto, come e dove sia funzioni ancora così. A rendere lievemente buffa la faccenda era ed è, semmai, il fatto che a Ovest della Manica non è così scontato che il romanzo rosa sia al di sotto di ogni possibile livello di decenza narrativa – per non dire letteraria.

Chiariamo: il genere va sotto il nome di Romance e comprende una vasta gamma di sottogeneri, a partire dal casto Inspirational Romance di orientamento cristiano, all’Erotic Romance*, passando per lo Young Adult Romance, lo Historical Romance, il Paranormal Romance, la Romantic Suspence e chi più ne ha più ne metta, fino a livelli di segmentazione del mercato che noi, nel nostro candore continentale, fatichiamo a immaginare. Per dire, a giudicare dalle raccomandazioni su siti come BookLemur, di questi tempi vanno fortissimo sotto-sottogeneri che coinvolgono specificamente vampiri, lupi/orsi/draghi/whatnot mannari, mogli su ordinazione, motociclisti, milionari, madri o padri single… georgette-heyer.jpg

Detto questo, la classificazione Romance finisce col coprire, insieme a… er, tutto il resto, anche narrativa che, seppur di genere, per qualità di scrittura e bontà della ricostruzione storica sfugge decisamente all’idea continentale di “romanzo rosa”. Quando ciò avviene lo stesso, ne escono classificazioni editoriali del tutto fuorvianti.

georgetteheyer.jpgÈ il caso, per esempio, di Georgette Heyer, prolificissima autrice inglese di Historical Romance e gialli tra gli Anni Venti e Quaranta. I romanzi della Heyer sono ambientati per lo più durante la Reggenza, con occasionali escursioni nel Cinque, Sei e primo Settecento, e sono pieni di magioni avite, debutti in società, fortune da recuperare, matrimoni da combinare, testamenti irragionevoli, misteri di famiglia, duelli, scambi di persona e improbabili corteggiamenti. Aggiungete una scrittura di qualità altissima, dialoghi sfavillanti, uno humour delizioso, personaggi pieni di personalità, trame varie e complesse e, soprattutto, un’ambientazione storica superlativa e una cura del dettaglio ai limiti dell’incredibile. Questi romanzi sono una miniera di informazioni su costume, società, abitudini, mentalità, espressioni gergali… Oh, il gergo dei ladri londinesi, oh i diversi livelli di accento dello Yorkshire, oh la moda in fatto di nodi alla cravatta e le rivalità tra i valletti personali dei dandies… La pura e semplice ricchezza di dettagli la perfetta naturalezza con cui ogni singolo dettaglio è inserito nella narrazione o nel dialogo sono oggetto d’incanto, di studio e di meraviglia per ogni romanziere storico che si rispetti. E non sto parlando soltanto di acconciature e cerimonie di fidanzamento: la descrizione della battaglia di Waterloo in An Infamous Army è talmente perfetta, nella sua vivida accuratezza, da essere citata con ammirazione dagli storici militari! troops.jpg

E a questo punto capirete che relegare l’incomparabile Georgette nel ghetto di genere della narrativa rosa sarebbe un delitto. La signora è una romanziera storica di prim’ordine (nonché un’umorista finissima), indipendentemente dal fatto che in tutti i suoi romanzi ci siano una o più fanciulle da maritare, e che i finali vedano sempre una richiesta di matrimonio accettata e sigillata con un casto bacio…
Ecco, poi in Italia gli Heyer sono tradotti e pubblicati nella sezione “storica” delle collane Harmony – tradizionalmente associati a scrittura abissale e narrazione atroce** – con conseguenze facili da intuire.

Posso suggerire di azzardare un tentativo? Tenendo presente il fatto che in traduzione si perde molto e che sarebbe meglio leggerli in originale, ignorate lo stigma del genere e leggete almeno un Heyer. In fondo, potete sempre comprarlo su Amazon e poi leggerlo in privato, o scaricarlo sul vostro ereader, o rivestire la copertina imbarazzante… oppure potreste esibire deliberatamente il tutto, e divertirvi a veder sobbalzare il vostro libraio, la famiglia e gli Sbirciatori in treno.

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* Da non confondersi con l’Erotica – tutt’altra faccenda.

** Non è per fare del bieco snobismo di genere – ma siamo onesti: sentiamo “Harmony” o “romanzo rosa” e qual è mai la prima cosa che ci balza in mente? La qualità letteraria? Eh…