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Caccia al Tesoro

scavenger-hunt-mapMai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…

E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa.

Dopodiché… qualche volta si trovava, qualche volta no. Qualche volta era proprio solo ostinazione pura, come per le memorie del Barone Rosso, trovate dopo anni di indefesse ricerche, falsi allarmi e delusioni. Altre volte era serendipità: La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie – quando ormai ci avevo rinunciato. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi – con l’aiuto altrui, talvolta. Come il Corradino di Svevia di Salvator Gotta, ricordo d’infanzia apparentemente introvabilissimo, recuperato per me, alla fin fine, da un amico più abile e più ostinato. Altre volte ancora, invece, non ci si riusciva proprio. Nessun grado di cocciutaggine, nessuna serendipità e nessun aiuto bastavano: il libro non si trovava e basta.

E poi fu la rete. E confesso che mi ci volle un po’ prima di fare davvero amicizia con Internet – ma, una volta risvegliata alle sue meraviglie… ah! Immaginate Aladino nella grotta del tesoro, Alice nel Paese delle Meraviglie, Pinocchio in un Paese dei Balocchi senza ripercussioni asinine… Amazon, eBay, il Project Gutenberg, Internet Archive, Google Books, e tutto quanto… All’improvviso non c’era libro, non c’era articolo, non c’era play che fosse impossibile a trovarsi – o quasi.

Il che, a prima vista, parrebbe la fine della caccia al tesoro – ma naturalmente non è così: è solo che le regole del gioco sono cambiate, e la faccenda si è fatta enormemente più vasta, e ci sono così tanti libri in più da cercare… e anche così, i titoli davvero difficili ci sono ancora: la caccia è ancora in corso – eccome.

E sia chiaro: mi piacciono ancora tanto le librerie, i mercatini, le bancarelle – e ho anche fatto amicizia con le biblioteche. Ma vivendo in campagna e leggendo per lo più in Inglese, non c’è quasi giorno in cui, mentre inseguo romanzi dimenticati, fonti primarie e saggi sui corrieri diplomatici nel Rinascimento, non levi peana colmi di gratitudine all’esistenza della Rete.

E voi, o Lettori? Mai giocato a questo genere di gioco? Sono sicura di sì, almeno una volta… do tell!

 

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte I)

Vennesi a parlare, nel corso del ponte, di Alan Breck Stewart.

Sì, Alan – sapete di chi parlo. Sono anni che vi dò il tormento in proposito a intervalli irregolari: il protagonista di fatto del Kidnapped di Stevenson, e il più perfetto personaggio di tutta la letteratura anglosassone secondo Henry James.

Ebbene vennesi a parlarne nel corso del ponte – del romanzo, del personaggio storico, e delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive. E io dicevo che è davvero difficile trovare sullo schermo un Alan come si deve… E ciò accade, ammetto, perché è davvero difficile rendere Alan come si deve.

Voglio dire, Alan entra in scena a secondo atto iniziato, con “una spece di follia danzante negli occhi” che è “allo stesso tempo attraente e allarmante”, un nome regale e i bottoni d’argento. Per di più è un diavolo con una spada in mano e compone ballate impromptu – musica e parole – alla minima provocazione… E volete che uno così non rubi del tutto la scena a quel buon e noioso ragazzo che sarebbe il protagonista eponimo?

Non è facile rendere tutto ciò senza trasformare Alan in una macchietta o senza ingrigirlo per evitare di esagerare – e questo lo ammetto senza riserve. Il che non ha impedito a generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori di provarci – con risultati che definiremo… alterni.

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.

Indeed, va molto peggio una ventina d’anni più tardi, nel 1938, quando ci si mettono in non meno di sette sceneggiatori a macellare la storia di Stevenson, fino a rendere i personaggi pressoché irriconoscibili. Davie Balfour ringiovanisce in un undicenne petulante e insopportabile, e c’è una generica fanciulla corteggiata dall’assai più gravemente generico Alan di Warner Baxter. Ora, questo l’ho visto una volta sola, decenni orsono, e doppiato in Italiano – e quindi dell’accento americano mi posso lamentare soltanto per sentito dire, ma quale che sia il suo accento, Alan non può andarsene attorno con aria blanda e lievemente confusa, giusto?

Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan.

E fin qui a “follia danzante” andiamo maluccio, non trovate? Io sì – al punto che, quando ho scoperto l’esistenza della versione Disney del 1960, e ho letto che Peter O’Toole era nel cast, ho esultato.  Perché se era lì, O’Toole poteva soltanto essere Alan, giusto? Sbagliato – perché Alan era invece Peter Finch… Ora, a me Peter Finch piace, sia chiaro – ma mi sembrava poco adatto, troppo posato… e invece mi sbagliavo ancora, perché Finch ci va vicino: l’avventuriero spudorato e fumantino, la combinazione di buon cuore e leggero squilibrio… Alan, finalmente – o quasi.

Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

E su questa nota un nonnulla deprimente, per oggi ci fermiamo – ma non abbiamo finito affatto. Suvvia, potremmo forse aver finito? Riuscirà la Clarina a trovare l’Alan ideale? Che altro avranno combinato sceneggiatori e registi dopo il 1971? per scoprirlo, non perdete il prossimo episodio di… In Cerca di Alan Breck!

 

 

 

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Prometeo Ritrovato (e Letto)

Semmai ve lo chiedeste, il Roche è arrivato mercoledì scorso, per posta*, con un ISBN diverso da quello del Paulin… D’altronde credo che non si tratti della stessa edizione che ho cercato di procurarmi sull’Isoletta. Questa qui è stata pubblicata nel 1998 dai meravigliosamente nomati Bolchazy-Carducci Publishers, nell’ancor più meravigliosamente nomata Wauconda, Illinois – con le illustrazioni di Thom Kapheim e, a parte quelle e nonostante l’assenza di indicazioni in proposito, l’aria generale della riproduzione di un’edizione più vecchia.

Then again, a ben guardare, carattere e impaginazione hanno un’aria decisamente troppo agée per il 1962, quando uscì questa traduzione – per cui bisogna immaginare che da Bolchazy-Carducci (dove hanno per logo una civetta) siano amanti di un book-design ai limiti dell’antiquario – illustrazioni a parte.

Il Paulin, detto per inciso, è tutt’altra faccenda: Faber & Faber, 1990, liscio e moderno in ogni aspetto… Il che, a voler vedere, rispecchia bene i rispettivi contenuti: Paulin non ha tradotto quanto reinterpretato, tenendo storia e personaggi, ma spostando l’ottica e la rilevanza (e di conseguenza il linguaggio) in un mondo che con le preoccupazioni di Eschilo non ha molto a che fare… o forse sì, in quella maniera in cui certe cose non cambiano attraverso i millenni… diciamo che Paulin si serve del Prometeo di Eschilo per esplorare faccende di tutt’altro tempo. Non del tutto la mia tazza di tè, forse – ma estremamente interessante.

Soprattutto leggendolo a fronte del Roche, che è cavallo d’altro colore. Roche (nato negli anni Venti e cavaliere di San Lazzaro) traduce in una maniera fluida, musicale, intensa – e francamente bellissima. Also, è il genere di traduzione che si preoccupa di gettare ponti attraverso i millenni tra l’Atene dell’Età d’Oro e un pubblico moderno, non in fatto di contenuto, ma di linguaggio: è di un mondo antico che parliamo, o Lettore/spettatore – ma non alieno. Immagino che su un palcoscenico debba essere una meraviglia… e immagino anche che adesso mi metterò a caccia per scoprire dove, come e quando sia stata messa in scena. Tra l’altro, nelle appendici, Roche aggiunge “Qualche Nota sulla Produzione”, che non ho ancora raggiunto se non di sfuggita, ma sembra un buon posto da cui cominciare.

Perché il punto è che questo Prometeo Incatenato è uno dei miei (non sempre ragionevolissimi) sogni registici – e la traduzione di Roche è il genere di testo su cui mi piacerebbe lavorare, il giorno in cui… Il Paulin è tutt’altro: un testo che non mi sognerei mai di usare, per non parlare di una certa frenesia di attualizzazione (la divagazione femminista a proposito di Io?)… però è interessante come esplorazione della rilevanza contemporanea di Prometeo – e verrà buono a sua volta e a suo modo il giorno in cui…

E quindi, ecco. La storia è giunta a termine per ora. I libri sono qui, i misteri sono risolti, le idee sono annotate. Ulteriori sviluppi? Ne riparliamo tra qualche anno.

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* In busta aperta, presumo ispezionata e richiusa con il nastro adesivo… Yes well – gente sospetta, questi lettori di Eschilo transatlantici…

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Prometeo Ricercato

Della mia nuova/vecchia/ricorrente ossessioncella per il mito di Prometeo parleremo un’altra volta. Per oggi quella che ho da raccontarvi è una storia di libri.

Di un libro in particolare, il Prometheus Bound – traduzione da Eschilo di Paul Roche. Di questa traduzione sono venuta a conoscenza attraverso questa bellissima versione animata, e ho deciso che dovevo leggerla per intero.

E che ci vuol mai? mi sono detta – e mi sono messa in cerca su Amazon, quel Pozzo di San Patrizio, eccetera, eccetera. Ora, la traduzione di Roche risale alla metà degli anni Sessanta – e ogni tanto viene ripubblicata: procurarsene una copia di seconda mano non sembra cosa difficile. In effetti, nel giro di pochi minuti si piazza e conferma un ordine con un bookseller inglese (una decina di sterline tra libro e spedizione…) e l’indomani si riceve la mail di conferma: libro spedito – e vissero tutti felici e contenti.

O forse non proprio. Un paio di giorni e, quando io credo che il mio Roche sia ormai felicemente in viaggio, arriva un’altra mail. Il bookseller m’informa che, all’atto della spedizione, il libro si è rivelato in condizioni tali da renderlo invendibile – ed era l’unica copia. Tante scuse, denaro restituito, ringraziamenti per la pazienza…

Oh, bother! Ma è presto risolto: torno su Amazon, trovo un’altra copia in condizioni ragionevoli da un altro bookseller, ordino, ricevo conferma dell’ordine e poi della spedizione… E dopo un paio di giorni, ci risiamo: all’atto della spedizione, condizioni inaccettabili, una sola copia, cenere sul capo, restituzione, c’è qualche altro libro che voglio invece?

E no, perbacco! Non voglio un altro libro – se avessi voluto un altro libro, avrei ordinato un altro libro. Voglio proprio il Prometheus Bound di Roche, e quindi ne cerco un’altra copia – incidentalmente, l’unica rimasta a un prezzo ragionevole, perché poi ci si arrampica oltre le quaranta sterline… Quindi ordino, guardo con scetticismo le mail di conferma e aspetto col fiato sospeso… E infatti, il terzo giorno dopo la spedizione, ecco che il mio ordine è cancellato.

Questa volta non c’è nemmeno una parola di scuse o di spiegazione: cancellato, e tant’è. Seccata anzichenò, scrivo al bookseller, spiegando che è la terza volta in una settimana che questo capita. Può il bookseller farmi almeno la cortesia di spiegarmi la faccenda? Qualcuno si sta accaparrando tutte le copie affrontabili del Prometheus? C’è una congiura internazionale per irritare i lettori di Eschilo? Una damnatio memoriae (un nonnulla tardiva) del mito di Prometeo?

E il bookseller risponde – pronto e gentile: spiacentissimi, davvero – ma il fatto è che, per motivi misteriosi, il “mio” Roche condivide il codice ISBN con Seize the Fire – sempre Eschilo, ma reinterpretato dal piuttosto incendiario Tom Paulin all’inizio degli anni Novanta… Possono, per farsi perdonare, mandarmi gratuitamente il Paulin?

Rispondo che non hanno nulla da farsi perdonare, e che quindi mi parrebbe giusto pagare il Paulin… ma loro insistono: a causa del doppio ISBN non potrebbero venderlo comunque, e tanto vale che lo abbia qualcuno a cui interessa davvero.

E così ringrazio, accetto – e provo a ordinare un’altra copia del Roche, questa volta Oltretinozza. Ciò accadeva una decina di giorni fa. Il Paulin è arrivato questa mattina, mentre il Roche risulta spedito – ma ho imparato che non vuol dire granché. Vero è che nessuno ha ancora cancellato l’ordine – ma potrebbe voler dire soltanto che chi ha spedito è stato meno attento dei suoi omologhi isolani…

Quindi: riuscirà la Clarina a leggere per intero la traduzione di Roche senza dover accendere un mutuo? Si ritroverà per le mani un altro Paulin? O non si ritroverà per le mani alcunché – grazie alla consueta efficienza di Poste&Telegrafi? E a ben pensarci, se ci fossero proprio le Poste&Telegrafi dietro la congiura antieschilea? E, già che ci siamo, com’è alla fin fine Seize the Fire?

Per saperlo, non perdete il prossimo emozionante episodio di… Prometeo Ricercato!

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L’Opera Secondo Nizza & Morbelli

interior-view-of-the-teatro-alla-scala-in-milan-ca-1830_a-l-9231368-8880731Sì, sì – Sette di Dicembre, apre la Stagione della Scala, Attila, signore in decolleté e tutto. Io stasera l’Attila non lo vedo, perché sono a teatro – ma me lo faccio registrare e poi vedremo.

Per ora, abbiatevi Nizza&Morbelli. C’è questa scena di Due Anni Dopo, in cui i Moschettieri, prigionieri alla Bastiglia, vengono sottoposti alla tortura dell’Opera – e non si può dire che funzioni, ma l’effetto è rimarchevole. Sottoposti ai “magnifici gorgheggi” di un soprano lirico-drammatico, i nostri si rotolano per terra inebetiti, tanto che è impossibile farli parlare.

OperaTortBioletto‘A questo supplizio – dicono N&M in un aside – c’è chi si abbandona motu proprio, pagando fior di lire e facendo la coda per ore fuori dal teatro. Un nostro amico di famiglia, che sa il nome di tutti i tenori prime donne baritoni e bassi (perché quest’anno al Comunale non c’era il baritono Tromboni voleva far le barricate) per i gorgheggi della Dalpiano la farebbe a piedi fino a Bologna, quel depravato!

In fondo, a tutti i famosi appassionati dell’opera lirica, che cos’è che interessa? Le romanze e i duetti che già conoscono a memoria. Il loro solo piacere è di risentirli e gridare alla primadonna che spara l’acuto: “Brrrrrava!”. Ammesso questo, facciamo una proposta che, al solito, nessuno accetterà.

Riassumiamo le opere! Eseguiamo solo i punti salienti. Potrebbe uscire un omino* a velario chiuso, a raccontare in breve come va la faccenda:

“Signore e Signori, a questo punto lei tira fuori un pugnale. Lui fa un salto indietro e dice:
Perché pugnalarmi tu vuoi?/ Il tuo vecchio genitor son io ecc. ecc..

Lei rinfodera il pugnale, facendo considerazioni di vario ordine e, finalmente, canta la romanza del secondo atto”.Operadmd

L’omino rientra, si apre il velario e l’orchestra attacca:

CONTRABBASSI – Zum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

OTTAVINO (accorato) – Piiiiiiiii….

TEODOLINDA (entrando con le treccie** sciolte)

Ahimè figlia sventurata/ di sì tristo genitor… ecc.

OperadNoi qui lo scriviamo. Ma credete che di quello che cantano in palcoscenico, si capisca una parola? Nemmen per sogno! Tenore, basso, baritono e primadonna, non contenti di essere indecifrabili negli assoli, cantano poi a due, a tre, a quattro, con e senza coro, dandosi l’un l’altro sulla voce. Una vera babilonia! E la menano così per ore ed ore. Nel Tristano e Isotta, i due folli amanti si fermano, come una balia e un soldato, sulla panchina a ragionarsela per tutt’un atto. E lui la dice a lei, e lei la dice a lui… (Beh, la fate o non la fate questa passeggiata?) Sapete qual è la conclusione? Che alla fine dello spettacolo si perde il tranvai***. E l’ultim’atto, quando lei muore, che è il punto più bello, non lo puoi ascoltar bene perché non vuoi restar ultimo nella coda al guardaroba. Una bella scocciatura! […]’

Ecco, sì. Se avete amici e parenti melomani, prima di far loro leggere questo post, considerate bene – non tutti i melomani hanno quel simpatico accessorio, un sense of humour, specie quando si viene a parlare di opera****.

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* Decenni prima di Baricco, non so se mi spiego!

** Sic.

*** Sapete, vero, che per la prima parigina del Don Carlos di Verdi, la direzione dell’Opéra volle drastici tagli perché i Parigini non dovessero perdere gli ultimi treni per la periferia? E invece di levare il ridicolo balletto (dininguardi!) si finì col levare quella meraviglia che è il duetto di Carlo e Filippo nel IV Atto. Eh…

**** Se siete melomani voi stessi, non vogliatemene troppo, va’. Confesso che, a suo tempo, il mio Mentore Operistico impiegò del tempo a perdonarmi questa storia…

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Romanzi Rosa e Romance

scarlet_pimpernel.pngRicordo che una decina di anni fa, un’agenzia di analisi del mercato editoriale stabilì che l’avvento dell’e-reader stava modificando in modo consistente le vendite di romanzi rosa: probabilmente non si trattava solo di quello, probabilmente c’entravano anche le mutate politiche editoriali – ma resta il fatto che l’e-reader, privo di copertine comprometttenti, consentiva di leggere romanzi rosa in sicuro anonimato anche in pubblico. Che gli Anglosassoni si vergognassero a leggere romanzi rosa in pubblico non era troppo sorprendente – generale libertà e indifferenza, sì, ma la mentalità protestante è diversa dalla nostra… A un decennietto scarso di distanza mi devo domandare se, quanto, come e dove sia funzioni ancora così. A rendere lievemente buffa la faccenda era ed è, semmai, il fatto che a Ovest della Manica non è così scontato che il romanzo rosa sia al di sotto di ogni possibile livello di decenza narrativa – per non dire letteraria.

Chiariamo: il genere va sotto il nome di Romance e comprende una vasta gamma di sottogeneri, a partire dal casto Inspirational Romance di orientamento cristiano, all’Erotic Romance*, passando per lo Young Adult Romance, lo Historical Romance, il Paranormal Romance, la Romantic Suspence e chi più ne ha più ne metta, fino a livelli di segmentazione del mercato che noi, nel nostro candore continentale, fatichiamo a immaginare. Per dire, a giudicare dalle raccomandazioni su siti come BookLemur, di questi tempi vanno fortissimo sotto-sottogeneri che coinvolgono specificamente vampiri, lupi/orsi/draghi/whatnot mannari, mogli su ordinazione, motociclisti, milionari, madri o padri single… georgette-heyer.jpg

Detto questo, la classificazione Romance finisce col coprire, insieme a… er, tutto il resto, anche narrativa che, seppur di genere, per qualità di scrittura e bontà della ricostruzione storica sfugge decisamente all’idea continentale di “romanzo rosa”. Quando ciò avviene lo stesso, ne escono classificazioni editoriali del tutto fuorvianti.

georgetteheyer.jpgÈ il caso, per esempio, di Georgette Heyer, prolificissima autrice inglese di Historical Romance e gialli tra gli Anni Venti e Quaranta. I romanzi della Heyer sono ambientati per lo più durante la Reggenza, con occasionali escursioni nel Cinque, Sei e primo Settecento, e sono pieni di magioni avite, debutti in società, fortune da recuperare, matrimoni da combinare, testamenti irragionevoli, misteri di famiglia, duelli, scambi di persona e improbabili corteggiamenti. Aggiungete una scrittura di qualità altissima, dialoghi sfavillanti, uno humour delizioso, personaggi pieni di personalità, trame varie e complesse e, soprattutto, un’ambientazione storica superlativa e una cura del dettaglio ai limiti dell’incredibile. Questi romanzi sono una miniera di informazioni su costume, società, abitudini, mentalità, espressioni gergali… Oh, il gergo dei ladri londinesi, oh i diversi livelli di accento dello Yorkshire, oh la moda in fatto di nodi alla cravatta e le rivalità tra i valletti personali dei dandies… La pura e semplice ricchezza di dettagli la perfetta naturalezza con cui ogni singolo dettaglio è inserito nella narrazione o nel dialogo sono oggetto d’incanto, di studio e di meraviglia per ogni romanziere storico che si rispetti. E non sto parlando soltanto di acconciature e cerimonie di fidanzamento: la descrizione della battaglia di Waterloo in An Infamous Army è talmente perfetta, nella sua vivida accuratezza, da essere citata con ammirazione dagli storici militari! troops.jpg

E a questo punto capirete che relegare l’incomparabile Georgette nel ghetto di genere della narrativa rosa sarebbe un delitto. La signora è una romanziera storica di prim’ordine (nonché un’umorista finissima), indipendentemente dal fatto che in tutti i suoi romanzi ci siano una o più fanciulle da maritare, e che i finali vedano sempre una richiesta di matrimonio accettata e sigillata con un casto bacio…
Ecco, poi in Italia gli Heyer sono tradotti e pubblicati nella sezione “storica” delle collane Harmony – tradizionalmente associati a scrittura abissale e narrazione atroce** – con conseguenze facili da intuire.

Posso suggerire di azzardare un tentativo? Tenendo presente il fatto che in traduzione si perde molto e che sarebbe meglio leggerli in originale, ignorate lo stigma del genere e leggete almeno un Heyer. In fondo, potete sempre comprarlo su Amazon e poi leggerlo in privato, o scaricarlo sul vostro ereader, o rivestire la copertina imbarazzante… oppure potreste esibire deliberatamente il tutto, e divertirvi a veder sobbalzare il vostro libraio, la famiglia e gli Sbirciatori in treno.

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* Da non confondersi con l’Erotica – tutt’altra faccenda.

** Non è per fare del bieco snobismo di genere – ma siamo onesti: sentiamo “Harmony” o “romanzo rosa” e qual è mai la prima cosa che ci balza in mente? La qualità letteraria? Eh…

 

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Halloween

HalloweenSi va incontro a marzo, dalle vostre parti? In un paese non lontano da qui ci si andava fino a nemmeno tanti anni fa: l’ultima notte di febbraio ci si armava di pentole, coperchi e altri oggetti rumorosi e si camminava per le strade facendo tutto il chiasso possibile “per cacciare via l’inverno”. Era molto divertente, perfettamente pagano e nessuno si scandalizzava granché.

Ma questo è – o almeno era – qui da noi. I popoli nordici, che hanno inverni più lunghi e notti più buie,  l’inverno cercavano di propiziarselo all’inizio – e con il freddo, il buio e i loro abitanti cercavano di adottare tattiche più prudenti. Visto che elfi e fate (e solo molto più tardi streghe) erano in giro, c’erano soltanto tre cose da fare: accendere fuochi per tenerli lontani, propiziarseli o cercare di carpire loro qualche notiziola sul futuro. Spesso una combinazione delle tre.

oldhallow.jpgNon doveva essere lugubre come suona. Robert Burns, per esempio, racconta di allegre celebrazioni notturne nei villaggi scozzesi. Lo fa in una lunga poesia in uno Scots alquanto stretto, la cui morale è che si accendevano fuochi, si danzava, si beveva in notevole quantità, si facevano giochi di abilità e “incantesimi”, dal cui esito si cercava di capire per lo più il nome del futuro coniuge o la fortuna a venire. I più audaci uscivano dal cerchio di luce del fuoco per sfidare gli esseri magici e, siccome era “la notte in cui le luci fatate danzano sulle colline in fiammeggiante splendore e gli elfi caracollano in sella a corsieri incantati”, poteva capitare di fare brutti incontri. I più, tuttavia, restavano insieme a condividere luce, scherzi, storie, canzoni e alcolici fino all’alba. Tutto molto allegro, con giusto uno hint di minaccia: con il Piccolo Popolo non si scherza – almeno non troppo!

turnip.jpgPiccolo Popolo, the Little Folk*: la tradizione originaria era questa. Le streghe sono un’aggiunta posteriore, mentre i fantasmi sono una specie di estensione. Invitare gli antenati a presiedere a questi riti era già una pratica celtica, che la sovrapposizione della festività cristiana di Ognissanti non fece molto per scoraggiare. Si scavavano lanterne nelle rape per commemorare le anime del purgatorio oppure per tenere lontani gli spiriti malvagi o, più spesso, per entrambi i motivi senza una chiara distinzione. Una volta varcato l’Oceano, le rape vennero sostituite con le zucche, più grosse e più facili da intagliare.

Non ci sono zucche intagliate – e nemmeno rape, se è per questo – in The Legend of Sleepy Hollow, di SleepyHollow.jpgWashington Irving, e tuttavia la festa a casa Van Tassel ha tutte le caratteristiche di una Vigilia di Ognissanti: la sera autunnale, le danze, le decorazioni, le storie di fantasmi, i ragazzi e le ragazze e, naturalmente, il Cavaliere Senza Testa. Non è difficile capire perché sia diventata una lettura classica di Halloween. Di sicuro, il fantasma di questa storia è particolarmente malevolo, ma d’altra parte è possibile che non sia un fantasma affatto**…

Il fatto è che a Sleepy Hollow sono tutti di origine olandese. Fossero stati più celtici, Irving avrebbe potuto aggiungere alla festa qualche gioco come quelli che ancora nel 1912 Mary Blain descrive nel suo Games for Hallowe’en.

A giudicare dai passatempi che Mrs. Blain consiglia alle padrone di casa americane, un secoletto e un oceano non hanno cambiato troppo le cose dai tempi di Burns. Si mangia ancora una mela davanti allo specchio per cogliere il riflesso del futuro marito e si fanno ancora giochi di destrezza e di audacia con il fuoco, sottraendo alle fiamme frutta caramellata e bigliettini con versi e massime***.

Apples.jpgCi sono anche giochi di abilità (come il celebre bobbing for apples, cercar di mordere una mela galleggiante o pendente con le mani legate dietro la schiena), giochi di parole, giochi di memoria e cacce al tesoro, ma la maggior parte sembrano essere incantesimi per leggere il futuro (nome, aspetto, posizione sociale o carattere del futuro coniuge, durata e natura di un amore o matrimonio, ricchezza o povertà…) per mezzo di specchi, mele, semi di mela, pane, farina, noci, acqua, vino, fuoco o movimenti simbolici.

Vale la pena di notare che tra i molti ce n’è uno che prevede di saltare a turno sopra una candela accesa, l’equivalente del salto del falò, questo rito augurale diffuso in tutta l’Europa.

Insomma, nulla di particolarmente originale: una tradizione vecchia come le colline discesa attraverso le generazioni, modificata, spostata di luoghi e di significati e di natura, cristianizzata in parte, cambiata da rito in gioco, codificata, passata attraverso letteratura, cinema e televisione, commercializzata, trascinata di qua e di là dagli oceani, celebrata un po’ a caso. E, come al solito in queste circostanze, tutto si riduce a paure da esorcizzare e domande in cerca di risposta: sotto sotto, l’umanità fa le cose più bizzarre e complicate per le ragioni più semplici, nevvero?

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* Oppure la Gente delle Collline, o la Gente del Crepuscolo – o anche la Brava Gente.

** Giusto per la cronaca, il film di Tim Burton è solo vagamente imparentato con la storia originale.

*** Snap-dragon, già popolare in età elisabettiana. E ci si scottava ferocemente e facilmente – ma a quanto pare nessuno lo considerava un grosso problema. Mrs. Blain suggerisce di sparecchiare completamente la tavola prima di giocare a questo gioco, ma a parte questo l’implicazione sembra essere che la fortuna migliore toccherà alla gente più svelta e abile – e gl’imbranati si scottano.

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Di Zelo e di Passione

SchoolgirlE. pare aver trovato da divertirsi con il mio post a proposito di emozioni.

Il divertimento viene da anni di precedenti – in privato e in pubblico – a proposito della mia… anemozionalità narrativa? Sì, immagino che sia una definizione passabile: una certa qualità freddina della mia scrittura, una tendenza a far sobbalzare la gente sostenendo che scrivere non è questione di aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla carta…

“Hai una mentalità da non-fiction,” dice E. “Anche quando scrivi narrativa.”

“Ah, ma in realtà io credo che un eccessio di emozione&passione sia deleterio anche in fatto di non-fiction,” ho detto io. “Ci farò un post.” E questo è il post. E abbia pazienza, E. – ma dobbiamo prenderla da lontano.

Allora, avevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni (mostly) e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo… appassionati.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di emozione&passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

grillopensante · libri, libri e libri

Ad Alta Voce – Una Storia Triste

AAvoceForse – e dico forse, e lo dico sottovoce – quando SEdS mette il broncio perché non lo curo abbastanza, non ha proprio tuttissimi i torti.

Per dire, mi sono appena accorta che nel blog-roll qui di fianco quello intitolato No Blog’s an Island, c’è ancora Ad Alta Voce…

Vi ricordate Ad Alta Voce – il non gruppo di lettura? Quello in cui, anziché leggere tutti lo stesso libro, ciascuno portava e leggeva un brano di qualcosa e poi si discuteva? Era un’idea diversa, che a M, F e me pareva più vivace e più stimolante. Andavamo per esperimenti e tentativi, aggiustando la formula man mano che procedevamo – e a un certo punto decidemmo di darci un tema… e la cosa affascinante era vedere in quanti modi diversi si potesse interpretare e raccontare lo stesso spunto.

Insomma, il nostro progettino ci piaceva proprio, e avevamo un (limitato, admittedly) numero di affezionati lettori, e capitava che gli accostamenti inaspettati stimolassero delle discussioni scintillanti, e scoprivamo un sacco di libri e di autori che senza AAV non avremmo mai scoperto, e ridevamo, pensavamo, ci commuovevamo e mangiavamo un sacco di ottimi biscotti.

Poi… poi cominciarono le magagne.

AdAvIn primo luogo, alla locale associazione dei gruppi di lettura non piacevamo. Non eravamo conformi, you see. Non che ci avessero mai apprezzati particolarmente fin dall’inizio – ma visto che, nonostante i suggerimenti convogliati via bibliotecaria, proseguivamo con la nostra innocua follia, mandarono persino una dirigente del Sistema Bibliotecario Zonale per cercare di ricondurci all’ortodossia. Possibile che proprio non volessimo fare come tutti gli altri, leggere tutti lo stesso libro e parlare di quello? No, proprio non volevamo, perché ci piaceva l’idea dell’apporto individuale, dell’imprevedibilità, dello stimolo inatteso, della scoperta…

Ed è molto possibile che in questo fossimo un nonnulla ingenue, perché le pressioni per omologarci si moltiplicavano… Quando cambiò l’amministrazione comunale, i nuovi assessori non ci bocciarono tout court – ma tentarono di assorbirci nella corrente delle iniziative comunali. E tentarono di farlo, ci crediate o no, accostandoci al gruppo di cucito e ricamo. All’epoca aggiunsi qualche piuma alla mia reputazione di snob dicendo che non avrebbe mai funzionato… Well, per una volta avevo ragione: non funzionò. Alle cucitrici&ricamatrici non interessava un bottone avere a che fare con noi – anzi, ci trattarono per tutta la sera come un’imperiale seccatura, dandoci le spalle e parlando per tutto il tempo. “Magari la prossima volta andrà meglio,” ebbe il coraggio di dire l’assessore. Inutile dirlo, una prossima volta non ci fu.

Ma l’ingenuità più sesquipedale da parte nostra fu nel non vedere che quelle cose che a noi piacevano tanto – la discussione vivace, l’imprevedibilità, la scelta e il giudizio indipendenti – piacevano più o meno solo a noi. Nel corso degli anni acquisimmo brevemente e poi perdemmo numerose persone cui non piaceva dover scegliere una lettura da portare, né ascoltare le altrui scelte inaspettate, nè discutere… “Alle persone piace sapere che libro leggere,” ci disse la bibliotecaria, scrollando le spalle di fronte alla nostra tetragona pervicacia. huge.16.83769

Ed è possibile che avesse ragione, a suo modo – perché i gruppi di lettura fioriscono e prosperano in ogni dove, mentre noi… Noi abbiamo rinunciato un paio di anni fa, e Ad Alta Voce non esiste più. Eravamo ridotti a una manciatina di persone – sempre le stesse, ed eravamo sempre in meno a leggere. Oh, passavamo delle piacevoli serata, ma… stagnavamo,  se capite che cosa intendo.

La beffa è che, le due o tre volte in cui ci capitò di portare in giro Ad Alta Voce, i lettori fioccavano, pieni di letture, di idee e di domande… Erano occasioni vivaci e stimolanti. Era quello che ci eravamo illuse di costruire. Poi tornavamo in biblioteca e… plaf!

Quindi no, Ad Alta Voce non esiste più, affossato da… da cosa? A noi piace pensare che sia stato il nostro rifiuto di conformarci e uniformarci – ma forse questa è la versione romantica. Può darsi che ci sia sfuggito qualcosa, che abbiamo sbagliato formula o maniera, che… che… Oh, non so. A due anni di distanza sono ancora alquanto acida in proposito – ma mi piacerebbe sentire che cosa ne pensate, o Lettori.

Avete esperienza di gruppi di lettura? Vi piacciono? Vi interesserebbe un’esperienza come Ad Alta Voce? C’è qualcosa che avremmo potuto fare diversamente?

libri, libri e libri · teatro

Le Armi E L’Uomo

armsmanShawBenché G.B. Shaw sia un altro dei miei numi tutelari, e benché nel corso degli anni abbia letto il suo Le Armi e l’Uomo (Arms and the Man) un’infinità di volte, ho impiegato secoli a rendermi conto che la connessione virgiliana andava più a fondo della citazione nel titolo.

Non tantissimo più a fondo, perché l’interesse di Shaw non risiede, come c’era da aspettarsi, nell’obbedienza al volere del fato e nelle magnifiche sorti e progressive di Roma, ma nel demolire l’idea romantica della guerra – non senza lanciare i consueti strali alla società inglese del suo tempo.

Arms_0592_DCcolour-291x300E tuttavia, state a sentire: figlia di maggiorente fidanzata (con più soddisfazione della madre che del padre) a brillante e bell’eroe di guerra; arriva estraneo fuggiasco e tutt’altro che sentimentale, ben accolto dal padre; estraneo mostra interesse alla fanciulla con disapprovazione della madre; brillante fidanzato rivela tratti assai meno ideali del previsto, ma non è disposto a cedere fanciulla; estraneo si rivela erede (e continuatore) di grandi fortune; estraneo e fanciulla convolano.

Poi naturalmente Shaw arms&manè Shaw. Il tutto è ambientato in Balcani da semi-operetta, durante la fulminea guerra Bulgaro-Serba del 1885, e i personaggi sono molto più inglesi che bulgari. Raina è una Lavinia solo per posizione: romantica, viziata, manipolatrice – maturerà prima del sipario, ma intanto non aspetta certo che altri decidano per lei. Sua madre Caterina è un’Amata senza tragedia, ossessionata dal passare per una signora viennese e dal maritare Raina al bellissimo e affascinante Sergius. Il maggiore Petkoff è un Latino da macchietta, il padre benevolo e non troppo intelligente, del tutto manovrato dalle sue donne, rassegnato a Sergius per amor di pace e vecchia consuetudine, ma pronto a simpatizzare con Bluntschli, l’Enea della situazione, un mercenario svizzero pratico, efficiente e disincantato, l’antitesi del fiammeggiante, deleterio e bel Sergius/Turno.

armsandmandNessuno muore, il duello finale tra i due pretendenti finisce col non farsi, Bluntschli eredita un impero alberghiero, Caterina non si suicida nemmeno un po’ e persino Sergius trova rapidamente un’altra fidanzata (l’ambiziosa servetta Luka), perché questa Arms and the Man, per tagliente e caustica che sia, è una commedia.

Eppure il parallelo è lì, anche se la critica tradizionale sembra ignorarlo allegramente, evidente nella trama, nei personaggi e anche a livello tematico. Se Enea è lo strumento del fato imperscrutabile che cambia le sorti dell’Italia (e del mondo), Bluntschli è l’uomo moderno che rovescia il piccolo mondo balcanico e tradizionale dei Petkoff a colpi di volontà individuale e senso pratico.

E non so – ma adesso mi è venuta voglia di mettere in scena Le Armi e l’Uomo…