Vitarelle e Rotelle

Alla Ghigliottina!

Mail:

[…C]osa vuol dire che in realtà, in via di principio, propendi per la decapitazione?

RedQueenE ammetto che, detto così, suona decisamente male – ma in realtà è una cosa saggia e sensata.  Una volta superato lo shock. E lo shock, ammetto anche questo, può essere notevole.

Lo so perché la prima volta che qualcuno mi ha consigliato di decapitare quello che avevo scritto, sono scoppiata a piangere. La mia attenuante è che avevo quattordici anni, tenevo da morire al giudizio del mio interlocutore e a doversi decapitare erano quelli che, con il candore degli adolescenti, consideravo i primi tre capitoli del mio primo romanzo.

Ci avevo messo tanta cura, nella mia prima pagina… Tre paragrafi di descrizione di un bosco all’alba, con i raggi del sole nascente, le gocce di rugiada sulle foglie, il cinguettio degli uccelletti, il profumo della resina…

“Decapitalo. Elimina i primi tre paragrafi.”

E giù singhiozzi.

Il fatto è, tuttavia, che una volta smaltita la crisi di pianto, una volta smaltito lo shock, una volta smaltiti i tre paragrafi, mi sono accorta che M.Guillotin aveva ragione. Invece di cominciare con l’alba, i lamponi, la rugiada e l’aria fresca, la mia storia cominciava con il mio protagonista su tutte le furie perché non voleva che il suo precettore se ne andasse.

E indovinate un po’? Era un inizio molto migliore.

Quel romanzo poi non l’ho mai scritto, ma la lezione l’ho imparata. Nove volte su dieci, eliminare la testa (e il termine può indicare una porzione compresa tra la prima frase e il primo capitolo) non è una crudeltà né un atto di misericordia: è la folgorante differenza tra un inizio così così e un inizio travolgente.guillotine

C’è tutta una serie di ragioni, per questo. L’inizio è il punto in cui conosciamo meno la nostra storia, in cui ancora non padroneggiamo la voce narrante, in cui ci stiamo guardando attorno con aria interrogativa, in cui non abbiamo ancora preso confidenza con i nostri personaggi, in cui ci stiamo ancora scaldando, in cui siamo così maledettamente preoccupati di dire un sacco di cose che non diciamo quelle importanti, in cui ci pare di dovere sempre cominciare da un po’ più indietro.

Non ricordo più chi dicesse che l’inizio è l’ultima cosa che si dovrebbe scrivere in un romanzo, ma doveva essere qualcuno di saggio. L’inizio non è una passatoia rossa che conduce verso la storia; l’inizio è la storia stessa che afferra il lettore per il collo e lo inghiotte, con tanta forza da non lasciarlo andare fino alla fatidica paroletta di quattro lettere… È davvero una buona idea scriverlo quando la storia non è ancora ben salda sulle gambe?

Perciò adesso non mi preoccupo più troppo dell’inizio, se non dopo la fine, quando torno indietro e mi ci metto sul serio. Decapito quello che ho scritto, lo rendo più incisivo e vivido che posso, lo trascino in medias res, più spesso che no lo riscrivo daccapo. E poi, naturalmente, decapito ancora.

E spesso è il miglior servizio che posso rendere alle mie storie.

considerazioni sparse

January Blues

JanBluesMa a parte tutto, a voi gennaio piace?

Perché io devo confessare di detestarlo un pochino, gennaio.

Venendo come viene dopo tutta l’attesa decembrina, gennaio è una specie di enorme lunedì mattina cosmico – e a chi è che piace il lunedì mattina?

Insomma, dicembre è un mese di attesa, di preparazione e preparativi, di luce di candela, di agrifogli, di biscotti con le spezie, di carole, di ricordi… Non so voi, ma io non riesco a non investire dicembre di un senso di sipario che si taglia col coltello. Solo che in realtà il sipario non si chiude affatto (e per fortuna!), e poi arriva gennaio, e si resta con l’albero da disfare, le carole da togliere dall’iPod e tutto da ricominciare daccapo. Al freddo. Dopo avere preso quel genere di cattive abitudini che fanno tanto presto a stabilirsi nel corso della più breve delle vacanze…

E poi non è nemmeno questione di vacanze che finiscono. Da diversi anni in qua, a ben vedere, una volta scremati i preparativi, i parenti eccetera, le mie vacanze si riducono a un paio di giorni di letturaletturalettura, prima di tornare al lavoro. Tecnicamente non ho nemmeno più il tempo di prenderle, le cattive abitudini…

E tuttavia.

Un anno nuovo, tutto intero, tutto bianco… Ho detto che è come uscire nel gelo il lunedì mattina, ma c’è anche un po’ di sindrome della pagina bianca. E adesso da dove comincio? Mi dà i brividi il sol pensiero. E allora si fanno buoni propositi, e s’inizia un taccuino nuovo, e ci si compra un maglione rosso, e si spera che nevichi. Ecco, se nevica va bene persino gennaio. Se nevica va bene tutto. Credo di avervi già raccontato di come, all’epoca del mio primo vero e proprio run – un giro di repliche di Di Uomini e Poeti, back nel 2011, una serie di nevicate avesse costretto la compagnia a rimandare la prima… Ebbene, nemmeno questo era stato sufficiente ad appannare il mio entusiasmo per la neve. Se nevica va bene tutto – ma stiamo parlando del Mantovano, you know, dove le nevicate degne del nome sono un’occorrenza men che equinoziale.

E quindi siamo daccapo: una pagina bianca, di lunedì mattina, al freddo. gennaio,_pattinatori_sul_giacchio

Che poi si sa: una tazza di tè, un’altra, un po’ di duro lavoro ed è fatta. La cosa peggiore è ricominciare. Prima di febbraio non mi ricorderò nemmeno più di questi mooligrubs. È solo questione di rimettersi in moto. Eccetera, eccetera, eccetera.

Certo.

Sicuro.

Come no?

Oh well. Credo che andrò a farmi un’altra tazza di tè.

E chissà, magari nevicherà…

Oggi Tecnica

Inizi

Qual è il punto migliore per cominciare a raccontare una storia? domanda M.

Buona, ottima domanda, e spero di non deludere M. se rispondo che dipende dalla storia che si vuole raccontare, e dal modo in cui la si vuole raccontare. So di avere detto qui che la cosa migliore è sempre cominciare dal principio, ma stavo citando la Regina di Cuori e, come ci si può sempre aspettare dalla Regina di Cuori, è una risposta a trabocchetto. Non è detto che il principio sia sempre la prima cosa che succede, e comunque, qual è di preciso la prima cosa che succede?

In realtà ci sono un sacco di modi per iniziare:

– Dall’inizio, ma proprio dall’inizio. A’ la David Copperfield o, peggio ancora, à la Tristram Shandy, che comincia prima ancora di essere nato. Questo è classico, ma comporta un sacco di backstory. Rischioso.

– Subito prima che qualcosa cambi: giusto il tempo di presentare il protagonista al lettore, e poi bam! lo si caccia fuori (il protagonista, non il lettore) dalla sua placida routine per… oh, non so, salvare il mondo, seguire il Coniglio Bianco, arruolarsi in guerra, o qualche altra cosa interessante. Classico e sempre elegante, a patto di non perdersi troppo nelle presentazioni.

– Subito dopo che qualcosa è cambiato: per capirci, quando lo incontriamo, D’Artagnan ha appena lasciato la casa paterna per cercare fortuna a Parigi. Il conflitto vero e proprio lo deve ancora trovare, ma è già in ballo.

In Medias Res: ovvero, nel bel mezzo del casino, come mi disse una ragazzina durante un laboratorio scolastico. Una delle tecniche più utilizzate, dall’Iliade alla Divina Commedia, a Guerre Stellari. E’ sempre d’effetto quando il sipario si apre e le cose stanno già succedendo. Se da Omero a George Lucas non è mai andata giù di moda, un motivo ci sarà…

– Verso la fine: variazione molto cinematografica del precedente, nota come flashforward. Si mostra al lettore qualcosa di affascinante, vitale e non del tutto chiaro, si arriva a un passo dal climax, si lascia tutto in sospeso (possibilmente con qualcuno appeso per i polpastrelli a un ponte in fiamme) e si torna all’inizio. A questo punto, se si sono fatte le cose per bene, il lettore è catturato, perché vuole sapere come siamo arrivati al ponte in fiamme, se il tizio appeso merita di cavarsela, e se se la cava indipendentemente dai meriti.

– Verso la fine II: questo è davvero rischioso e audace. S’inizia come sopra e poi, invece di tornare all’inizio, si procede a ritroso, scena dopo scena, accompagnando il lettore per mano (“e prima di questo…” “Ma come eravamo arrivati lì?” “Peccato che il pomeriggio precedente…”) fino al punto in cui tutto è cominciato. E solo allora si risolve la piccola questione del ponte in fiamme e del tizio appeso. Dico che è rischioso perché, se non lo si fa in maniera sopraffina, il lettore finisce con lo stancarsi. Più adatto per un racconto o una novella che per un romanzo intero, anyway, con un arco narrativo solido, teso e privo di sottotrame.

– Molto prima dell’inizio: ovvero il celebre e amato flashback. Qualcosa che è successo due giorni, un mese, vent’anni, qualche secolo o un’era geologica prima, qualcosa di cui al momento non si vede bene il significato, ma che diventerà chiaro con il procedere della storia. Fatto come si deve è un buon modo per giocare con le aspettative del lettore.

Ripeto: tutto dipende dal genere di storia, e ancora di più dall’effetto che si vuole ottenere. Non tutte le storie si prestano ad essere iniziate nell’uno o nell’altro modo. Tuttavia, provare tutti gl’inizi possibili per una storia è sempre un esercizio stimolante. Occasionalmente, può anche portare a scoperte inattese su quello che si credeva di raccontare e quello che si racconta in effetti. Qualche piccolo esperimento non nuoce mai.