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Il silenzio degl’implumi

Ora, è mia ponderata opinione che gl’implumi siano un pubblico più difficile di altri.

Gl’implumi sono esigenti, poco inclini al compromesso e all’indulgenza, men che frenati da buone vecchie convenzioni come “a teatro non si disturba”, ansiosi di mostrarsi cinici, facili alla noia – e, soprattutto quando sono in branco, se c’è qualcosa che non sanno fare è annoiarsi in silenzio.

Quindi con un pubblico d’implumi non ci sono mezze misure: bisogna catturarli o niente.

Yes well, qualsiasi pubblico va catturato – ma con gl’implumi la necessità è più drastica. Bisogna catturarli presto e tutti, e non mollarli nemmeno per un istante fino al chiudersi del sipario – oppure si rischia di ritrovarsi con un pollaio cicalecciante al posto di una platea…

Ho ricordi di una volta in cui, con gli Histriones, mettemmo in scena il Somnium Hannibalis per le scuole al Monicelli di Ostiglia. Nulla di strano, in teoria: la versione teatrale del SH era nata come progetto didattico, quindi le scuole erano il pubblico naturale. In teoria. All’atto pratico lo avevamo portato in giro per due anni davanti a pubblici adulti, e quando, da dietro il sipario chiuso, cominciammo a sentire quinte elementari e prime medie cicalanti invadere il teatro, ci prese un nonnulla di sconforto collettivo. Ancor più quando, all’abbassarsi delle luci e ai discorsi di circostanza, il cicaleccio non accennò a scemare. Quando andai a prendere il mio posto alla consolle luci, confesso che lo feci con molti misgivings: attori innervositi*, pubblico disinteressato…  ammetterete che non prometteva molto bene.

Invece poi… ah! Tempo la prima scena (innegabilmente una scena ad effetto) e del cicaleccio non c’era più traccia. A quel punto gl’implumi erano presi, convinti, ansiosi di sapere… well, non come andava a finire: erano stati preparati sulla storia di Annibale, quindi lo sapevano già. Ma volevano vedere che cosa succedeva e come succedeva. Erano catturati.

E noi eravamo infinitamente sollevati.

Poi venne la serata di beneficenza natalizia, sempre al Monicelli, con Christmas Joy sciaguratamente infilato fra un cantante di tristissime carole romene e i balli latinoamericani… E c’era anche un coro d’implumi, le Voci Bianche della Corale Verdi, a riempire le prime due file della platea in attesa del loro turno. E (non del tutto incomprensibilmente) i piccoli coristi si stavano annoiando a morte, e parlottavano e ridacchiavano…

“Sarà un disastro,” mormorai a G., l’uomo delle luci, nel sedermi accanto a lui alla consolle. G. lavorava spesso con Hic Sunt Histriones, e mi aveva sentito dire la stessa cosa molte volte, e tendeva a non preoccuparsene affatto – ma persino lui lanciò uno sguardo apprensivo agl’Implumi e levò le sopracciglia. Poi l’atto unico iniziò, e non badai più alle Voci Bianche, fino a quando, mentre respiravo di nuovo dopo un passaggio illuminotecnicamente complicato, G. non mi diede una gomitata.

“Guarda,” sussurrò, accennando con il mento alle prime file di platea. Guardai – e… gl’implumi sedevano in silenzio perfetto, a bocca aperta e occhi sgranati, conquistati dalla storia di Joy, Emma e il loro albero di Natale. Oh dear… ero talmente soddisfatta e sollevata che, nel finale, per poco non feci venire un colpo al povero G. con una variazione estemporanea sulle luci.

E funziona anche con un pubblico implume ma più grande, come scoprii qualche anno dopo a Poggio Rusco, con Shakespeare in Words per le scuole superiori. Di nuovo: un teatro pieno d’implumi borbottanti e non particolarmente interessati, al di là di una mattinata senza lezioni… E penserete che forse, a quel punto, avrei potuto avere più fiducia – ma… well.

E poi, a un certo punto, mi ritrovai dietro le quinte a destra insieme al nostro Bruto, che alzò un indice e si accennò all’orecchio. Ascolta. E io ascoltai, E il silenzio in platea era assoluto. In scena Antonio manipolava la folla – perché Bruto è un uomo d’onore – e gl’implumi non tiravano nemmeno fiato. Di nuovo: catturati.

E poi invece ci sono le altre volte, quelle in cui non ci si riesce proprio, e gl’implumi ciacolano per quanto si faccia, e quel che succede in scena ne soffre, e non sempre si capisce che cosa sia mancato… perché, come dicevasi, gl’implumi sono un pubblico più difficile di altri. Bisogna lavorare duro anche solo per renderli disposti ad ascoltare. Però, quando ci si riesce, quel particolare silenzio è davvero una cosa bella a sentirsi.

 

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* “Loro sono tanti e noi siamo pochini…”

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E in effetti mancava…

Mi si è fatto notare di recente che a Senza Errori di Stumpa mancava una pagina dedicata alle mie attività teatrali…

“Ma no!” ho detto – e invece è proprio vero. Da non dirsi, don’t you think? Tra tutte le cose che potevano mancare, si direbbe che una pagina sulle mie cose rappresentate dovesse essere l’ultima… E invece no. Sarebbe interessante mettersi a rimuginare di cecità selettiva, punti ciechi, cose che diamo talmente per scontate che nemmeno facciamo caso se mancano.

A voi capita mai, o Lettori? Che qualcosa sia talmente fondamentale nella vostra vita e nel vostro modo di pensare, che finite per considerarlo assodato e ovvio – non solo per voi, ma per tutti?

A parte tutto il resto, è apparentabile al rischio che si corre quando si scrive: noi sappiamo esattamente tutto quel che di non detto c’è dietro ogni singola parola. Lo sappiamo ancor più che esattamente, lo sappiamo in quel modo per cui a volte addirittura nemmeno sappiamo consciamente di saperlo. Non ci poniamo nemmeno il problema… Senza considerare che per il lettore non è necessariamente lo stesso. Ed è uno dei motivi per cui servono gli editor: un altro paio d’occhi che non danno per scontato quel che diamo per scontato noi scrivendo.

Ma mi sto perdendo per i prati, ed è inutile che cerchi giustificazioni: quando G. mi ha detto che la pagina non c’era, aveva tutte le regioni di stupirsi. Però adesso la pagina c’è: questa. E devo dire che metterla insieme è stato un interessante esercizio retrospettivo su quante cose e cosette sono andate in scena negli anni…

Consideratela un work in progress – un po’ perché conto di non avere affatto finito di vedere cose mie in scena, e un po’ perché la pagina in questione verrà arricchita un po’ per volta.

Intanto, non si può più dire che la pagina manchi. E grazie mille, G.!

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Tutto sospeso…

Teatro chiuso, scuola di teatro chiusa, eventi in libreria sospesi… Il debutto de Le Donne di Ravensbrück, previsto per l’altra sera, è stato rimandato, così come i rimanenti Lunedì del d’Arco – compreso il mio, che doveva andare in scena questa sera – e il nuovo Palcoscenico di Carta…

Non so voi – ma la mia agenda è una costellazione d’impegni cancellati, sospesi, rimandati sine die. Siamo, d’altronde, in Zona Arancione, questa specie di limbo virale, invitati pressantemente a non muoverci di casa, se non per necessità.

Mi confesso tra i fortunati: teatro a parte, editare, scrivere e tradurre son cose che si fanno tranquillamente da casa – e anzi, si son sempre fatte, nel mio caso di Partitina IVA. Seduti al computer di casa, si può quasi fare finta che non stia succedendo nulla di allarmante, nevvero?  Poi però quel che manca, e che lascia tutto questo tempo vuoto, sono prove, spettacoli, lezioni…

E allora si riordinano libri e carte, s’intacca la To Read List, si tolgono erbacce dal giardino, si accelera sui progetti in corso e se ne riconsiderano di accantonati, si spolvera, si rimugina sull’umana natura, si fanno piani per lo stagno – quando la temperatura consentirà di starsene con le mani nell’acqua fino al gomito…

E poi si attende.

È una strana vita, in molti modi. Chissà che aspetto avrà, vista da una distanza di venti, cinquanta, cent’anni? Come la racconteranno alla prole quelli che adesso sono pargoli in vacanza forzata? Ci sarà l’equivalente di un servizio del TG a dire “Cinquant’anni fa scoppiava l’epidemia di Coronavirus”…? Comparirà affatto nei libri di storia del secolo Ventiduesimo?

Voi che ne dite, o Lettori? Come credete che apparirà tutto questo, visto da lontano?

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Dimostrazione Scientifica

Image result for writing a card vintage illustrationDice Thomas Mann che “Uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.”

Quante volte, in occasione del consueto regalo di gruppo all’amico che si sposa, vi siete sentiti ingiungere “il biglietto lo scrivi tu!”, con l’implicazione che scrivere meravigliosi, originali, profondi biglietti augurali sia cosa da nulla per lo scrittore (più o meno aspirante) della compagnia?

E poi che succede? Che vi sedete alla scrivania con il dannato biglietto e una penna, fissate il primo e mordete la seconda, scartate idea dopo idea, cacciate il tutto nella borsa e ci pensate e ripensate, e nulla viene. Poi, nel momento meno opportuno, vi viene in mente qualcosa e lo buttate giù, salvo constatare che non vi piace del tutto e che adesso dovete procurarvi un altro biglietto. Allora cominciate a scrivere in brutta copia su un foglio A4, sostituendo verbi e modificando l’ordine degli elementi della frase, disperandovi a ricordare chi diavolo sia l’autore di quella citazione che potrebbe essere perfetta per l’occasione, cercando il giusto equilibrio tra spirito, affetto e sincerità…

“E allora, hai finito?” chiede ogni tanto qualcuno.

E la risposta è no, e allora comincia la pioggia di battute sulla Divina Commedia, voi v’innervosite, stracciate il foglio A4 in coriandoli molto piccoli e dite agli spiritosi che se lo scrivano loro, il biglietto. Seguono, in ordine sparso, ulteriori frecciatine sul temperamento degli artisti, suppliche e hints al fatto che il matrimonio è tra meno di una settimana.

Allora vi rimettete all’opera, producete tre versioni del biglietto d’auguri e, in un sussulto di buon senso, cassate le due più brillanti perché sono troppo brillanti, troppo letterarie per la vita reale.

Così vi resta quella elegante e semplice e affettuosa, quella che farà piacere agli sposi, quella di cui tutti i vostri co-donatori, nel firmare, penseranno “ero capace anch’io!”

E qualcuno ve lo dirà, anche. Ed è vero: qualcosa del genere lo avrebbero saputo scrivere anche loro, e in un decimo del tempo che ci avete messo voi. Qualcosa del genere.

Perché uno scrittore non è chi produce belle parole una dietro l’altra come con ispirata e rigogliosa facilità: lo scrittore cattura, plasma, cesella e intreccia le parole, evitando con ogni cura che la fatica e la tecnica siano evidenti nel risultato finale – ma la fatica e la tecnica ci sono. E disciplina, e rigore e numerose revisioni…

Per questo è più difficile.

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Romanzi Rosa e Romance

scarlet_pimpernel.pngRicordo che una decina di anni fa, un’agenzia di analisi del mercato editoriale stabilì che l’avvento dell’e-reader stava modificando in modo consistente le vendite di romanzi rosa: probabilmente non si trattava solo di quello, probabilmente c’entravano anche le mutate politiche editoriali – ma resta il fatto che l’e-reader, privo di copertine comprometttenti, consentiva di leggere romanzi rosa in sicuro anonimato anche in pubblico. Che gli Anglosassoni si vergognassero a leggere romanzi rosa in pubblico non era troppo sorprendente – generale libertà e indifferenza, sì, ma la mentalità protestante è diversa dalla nostra… A un decennietto scarso di distanza mi devo domandare se, quanto, come e dove sia funzioni ancora così. A rendere lievemente buffa la faccenda era ed è, semmai, il fatto che a Ovest della Manica non è così scontato che il romanzo rosa sia al di sotto di ogni possibile livello di decenza narrativa – per non dire letteraria.

Chiariamo: il genere va sotto il nome di Romance e comprende una vasta gamma di sottogeneri, a partire dal casto Inspirational Romance di orientamento cristiano, all’Erotic Romance*, passando per lo Young Adult Romance, lo Historical Romance, il Paranormal Romance, la Romantic Suspence e chi più ne ha più ne metta, fino a livelli di segmentazione del mercato che noi, nel nostro candore continentale, fatichiamo a immaginare. Per dire, a giudicare dalle raccomandazioni su siti come BookLemur, di questi tempi vanno fortissimo sotto-sottogeneri che coinvolgono specificamente vampiri, lupi/orsi/draghi/whatnot mannari, mogli su ordinazione, motociclisti, milionari, madri o padri single… georgette-heyer.jpg

Detto questo, la classificazione Romance finisce col coprire, insieme a… er, tutto il resto, anche narrativa che, seppur di genere, per qualità di scrittura e bontà della ricostruzione storica sfugge decisamente all’idea continentale di “romanzo rosa”. Quando ciò avviene lo stesso, ne escono classificazioni editoriali del tutto fuorvianti.

georgetteheyer.jpgÈ il caso, per esempio, di Georgette Heyer, prolificissima autrice inglese di Historical Romance e gialli tra gli Anni Venti e Quaranta. I romanzi della Heyer sono ambientati per lo più durante la Reggenza, con occasionali escursioni nel Cinque, Sei e primo Settecento, e sono pieni di magioni avite, debutti in società, fortune da recuperare, matrimoni da combinare, testamenti irragionevoli, misteri di famiglia, duelli, scambi di persona e improbabili corteggiamenti. Aggiungete una scrittura di qualità altissima, dialoghi sfavillanti, uno humour delizioso, personaggi pieni di personalità, trame varie e complesse e, soprattutto, un’ambientazione storica superlativa e una cura del dettaglio ai limiti dell’incredibile. Questi romanzi sono una miniera di informazioni su costume, società, abitudini, mentalità, espressioni gergali… Oh, il gergo dei ladri londinesi, oh i diversi livelli di accento dello Yorkshire, oh la moda in fatto di nodi alla cravatta e le rivalità tra i valletti personali dei dandies… La pura e semplice ricchezza di dettagli la perfetta naturalezza con cui ogni singolo dettaglio è inserito nella narrazione o nel dialogo sono oggetto d’incanto, di studio e di meraviglia per ogni romanziere storico che si rispetti. E non sto parlando soltanto di acconciature e cerimonie di fidanzamento: la descrizione della battaglia di Waterloo in An Infamous Army è talmente perfetta, nella sua vivida accuratezza, da essere citata con ammirazione dagli storici militari! troops.jpg

E a questo punto capirete che relegare l’incomparabile Georgette nel ghetto di genere della narrativa rosa sarebbe un delitto. La signora è una romanziera storica di prim’ordine (nonché un’umorista finissima), indipendentemente dal fatto che in tutti i suoi romanzi ci siano una o più fanciulle da maritare, e che i finali vedano sempre una richiesta di matrimonio accettata e sigillata con un casto bacio…
Ecco, poi in Italia gli Heyer sono tradotti e pubblicati nella sezione “storica” delle collane Harmony – tradizionalmente associati a scrittura abissale e narrazione atroce** – con conseguenze facili da intuire.

Posso suggerire di azzardare un tentativo? Tenendo presente il fatto che in traduzione si perde molto e che sarebbe meglio leggerli in originale, ignorate lo stigma del genere e leggete almeno un Heyer. In fondo, potete sempre comprarlo su Amazon e poi leggerlo in privato, o scaricarlo sul vostro ereader, o rivestire la copertina imbarazzante… oppure potreste esibire deliberatamente il tutto, e divertirvi a veder sobbalzare il vostro libraio, la famiglia e gli Sbirciatori in treno.

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* Da non confondersi con l’Erotica – tutt’altra faccenda.

** Non è per fare del bieco snobismo di genere – ma siamo onesti: sentiamo “Harmony” o “romanzo rosa” e qual è mai la prima cosa che ci balza in mente? La qualità letteraria? Eh…

 

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Di Zelo e di Passione

SchoolgirlE. pare aver trovato da divertirsi con il mio post a proposito di emozioni.

Il divertimento viene da anni di precedenti – in privato e in pubblico – a proposito della mia… anemozionalità narrativa? Sì, immagino che sia una definizione passabile: una certa qualità freddina della mia scrittura, una tendenza a far sobbalzare la gente sostenendo che scrivere non è questione di aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla carta…

“Hai una mentalità da non-fiction,” dice E. “Anche quando scrivi narrativa.”

“Ah, ma in realtà io credo che un eccessio di emozione&passione sia deleterio anche in fatto di non-fiction,” ho detto io. “Ci farò un post.” E questo è il post. E abbia pazienza, E. – ma dobbiamo prenderla da lontano.

Allora, avevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni (mostly) e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo… appassionati.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di emozione&passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

Arte Varia · considerazioni sparse

E Altri Specchi Convessi

massysQuando, in un commento a questo post, Artiglio mi ha fatto scoprire il quadro di Quentin Massys “L’Usuraio e Sua Moglie”, mi è venuta voglia di andarmene a caccia di specchi convessi dipinti.

E così ho scoperto che Van Eyck è solo il capostipite di una lunga, lunga discendenza di pittori di specchi convessi. Considerando quello che era riuscito a fare, non è sorprendente. Le potenzialità stilistiche e simboliche di un arnese del genere ne fanno un elemento molto interessante da inserire in un quadro, la specularità affascina da sempre artisti e bambini, gatti e osservatori casuali alike, e la prospettiva incurvata nella superficie di vetro è quel genere di virtuosismo che non può non attrarre un pittore…-campin

E così avevo pensato di dedicare questo post a una galleriola di specchi convessi attraverso i secoli… poi ho scoperto che qualcuno l’ha già fatto – e molto bene. E allora, perdonate la pigrizia agostana,* credo che vi metterò un link a questo bellissimo ed esauriente post su Didatticarte. All’inizio, in realtà, troverete un po’ di teoria, le sculture riflettenti di Anish Kapoor e qualche anamorfosi e poi, a partire dal nostro Jan Van Eyck, una lunga, magnifica cavalcata attraverso la storia dell’arte, inseguendo gli specchi convessi.

Troverete un sacco di meraviglie. Personalmente ho un debole per gli specchi fiamminghi (Campin!) ma non dico che, se me lo permettessero, non porterei a casa anche cose come lo specchio rotondo di George Lambert o Lo Specchio di Orpen…

FurtenagelE a questo punto ho ben poco da aggiungere, se non questo quadro qui a sinistra: Il Pittore Hans Burgkmair e Sua Moglie Anna, di Lukas Furtenagel – anno 1525.

 

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* In realtà è per modo di dire, perché qui si lavoralavoralavora senza sosta, perché Glasgow incombe, e non sono affatto pronta. Non vi ho detto di Glasgow? Oh, ve ne dirò… Adesso, se volete, potete sospirare: “Oh, povera Clarina…”

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Pintereston Pinterestoni…

PinterestPinterest, sì… oh dear.

Sono entrata in Pinterest ai tempi in cui ci si entrava su invito. Non è più così, vero? In realtà non lo so – perché, appunto, ci sono entrata anni e anni fa, su invito di un amico, e con un certo divertito scetticismo.  No, perché davvero: mi si era detto che era terribilmente addictive, ma che poteva esserci mai di così interessante nel raccogliere figurine digitali? Così creai una piccola bacheca chiamata History, Stories, Books and Theatre, ed ero convinta che non sarei mai andata oltre, perché davvero: figurine digitali…?

Pinterest1Un paio di giorni e svariate centinaia di figurine più tardi, Pinterest era diventato il mio nuovo Pozzo delle Ore Perdute. Il giusto contrappasso per il mio divertito scetticismo, immagino.

Ma quando me ne resi conto, era troppo tardi. Cominciai a creare bacheche per libri prediletti, velieri, nevicate cinema muto e altre ossessioni, e poi per cose che ossessioni non erano – dal piccolo artigianato alle combinazioni di colori ai rapaci notturni… E mi sentivo in colpa da matti per tutto il tempo che dedicavo alla cosa – ma nondimeno…

Poi arrivarono le bacheche dedicate al teatro: una per le mie cose rappresentate, una per le luci, una per i costumi, una per le scenografie – e questo cominciava ad avere un’aria un pochino più seria e utile, abbastanza per acquietare un nonnulla la mia coscienza. E intanto il conto delle Ore Perdute lievitava. Pinterest2

E poi fu la volta delle bacheche dedicate alla scrittura: il disastro, la beresina procrastinativa… pincrastinazione? Alas, mi piace avviare una bacheca per ogni nuovo progetto, e mi piace avere un posto dove raccogliere immagini rilevanti, idee visive, suggestioni, links e atmosfere – e tanto più perché, lasciata a me stessa, non sono una persona terribilmente visiva. Il problema è che mi piace un po’ troppo. È terribilmente facile convincersi di star facendo qualcosa di utile writing-wise – e tutti sappiamo dove conduce questa strada, vero?

Quindi sì, lo confesso: mi chiamo Chiara, e ho una dipendenza da Pinterest. Lo trovo tanto utile quanto dilettevole, ed è persino diventato parte del mio processo di scrittura – ma non è di nessun aiuto nella mia costante lotta alla procrastinazione.

Ogni tanto ho l’impressione di disintossicarmi, e poi ci ricado. Una nuova bacheca per un motivo o per l’altro, qualche immagine di qua e di là, un’idea cui associare un’immagine… ed ecco che sono ricaduta giù per la tanta del Pinconiglio. È successo di nuovo ieri, per dire – hence questo post.

Non so che dire. Passerà. O non molto. E… non per volervi trascinare lungo sentieri pericolosi – ma, in caso vi siate incuriositi, le mie bacheche sono qui.

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Nevica!

nevicata.jpgE no, in realtà non nevica più – e anzi, sta piovendo – ma ieri… ah, ieri è nevicato per tutto il giorno, ed è stata una di quelle giornate magiche e sospese…

Quindi sì, ho avuto la mia nevicata. La prima vera e propria nevicata da anni a questa parte – e mi ritengo soddisfatta.

Magari lo sarei ancora un nonnulla di più se non ci piovesse subito sopra… ma non cavilliamo, volete? Sono soddisfatta*.

E per dimostrarlo, ecco qui uno scampoletto rilevante di Maxence Fermine:

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.

>E, giacché ci siamo, anche una di quelle cose un pochino nonsense che si pescano girando qua e là per la Rete (o SNFSedSquando qualcuno, conoscendo la vostra ossessione per la neve, ve le segnala)…

Qui trovate un generatore di fiocchi di neve personalizzati. Dovete soltanto inserire un nome, una citazione – o, in realtà, qualsiasi cosa che si scriva in lettere, numeri e simboli – e vedrete comporsi il vostro fiocco di neve… Quello qui di fianco, per esempio, dice “Senza Errori di Stumpa”. And yes, I know – ma non vi fate idea di quanto sia grazioso. E addictive…

Ah well, niente. Così.

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* E in realtà c’è qualcosa nell’impermanenza delle nevicate… Prima o poi dovrò scriverci su qualcosa.

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Segni di Felinità

Questo post è, in buona parte, per M. – cui ho accennato all’esistenza di Solange qualche giorno fa, nel corso di una conversazione che poi ha finito col virare in tutt’altre direzioni… Ma adesso mi è tornato in mente, e per varie ragioni mi pare brutto che M. resti senza Solange più a lungo di così. Per cui, ecco qui.

In generale non vado pazza per i fumetti – ma ci sono eccezioni. Una è questa deliziosa strip americana, 9 Chickweed Lane, di Brooke McEldowney.

New York e dintorni, madre ex insegnante universitaria (ha lasciato la carriera accademica per gestire una fattoria), figlia ballerina classica e pianista, nonna terribile, corteggiatori, amici e parenti… ma il personaggio più favoloso è appunto Solange, la gatta siamese. Anzi, pardon: La Gatta. Tanto da essersi guadagnata una specie di sottoserie tutta sua, Hallmarks of Felinity – vale a dire, più o meno, “Segni di Felinità”.

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E ho detto che questo (rapidissimo) post è per M. – ma in realtà è per chiunque abbia (o abbia mai avuto) un gatto, per chi adora i gatti, per chi detesta i gatti, o un gatto in particolare, e per chiunque si sia mai soffermato a domandarsi che cosa mai stesse passando per la testa di un gatto. Perché, in qualche magico modo, Solange è Tutti i Gatti…