bieca concorrenza · Spigolando nella rete

Archivio Caltari – Con Una Digressione Sulle Regole

Grazie ad Anna Laura Morello scopro Archivio Caltari, bel blog di scrittura, letture, libri, posti et similia*… Sì, insomma, ancora un po’ di bieca concorrenza.

L’archivio, tutto bianco e minimalista se non fosse per le belle foto, è un arnese collaborativo con tanto di rivista cartacea a fianco, categorie dai nomi tra il quirky e l’evocativo e una quantità di rubriche.

Funny thing, ci sono arrivata quasi per reazione allergica, dopo aver visto su Twitter la segnalazione di un post intitolato “5 regole per scrivere narrativa: P.D. James.” Ora, per qualche motivo, quanto sento parlare delle regole di [nome di celebre autore] il sopracciglio sinistro parte in automatico verso i piani superiori.

Perché? Voyons. In fatto di scrittura trovo che ci siano regole grammaticali e sintattiche (il verbo transitivo regge il complemento oggetto), regole strutturali (una storia necessita di un inizio, un mezzo e una fine), e tutte quelle faccende semidogmatiche derivate dall’evoluzione del linguaggio e dalla forma mentis umana (e occidentale in particolare) di cui la letteratura è figlia ed espressione.

Poi ci sono principi operativi che ricadono nell’ambito del rapporto causa/effetto – e già questi fatico a chiamarli regole, perché si sono imposti e funzionano allo stesso modo del diritto consuetudinario: per provata efficacia e lungo uso. Cose come “Show, don’t tell“, oppure “Specifico è meglio di generico”, o le convenzioni di genere. E principi e convenzioni vengono, stanno finché servono, poi vanno. Pensate al Coro Greco, uscito di moda molti, molti secoli fa, benché sembrasse, back in the day, un accessorio irrinunciabile di qualsiasi lavoro teatrale che aspirasse ad essere tale.

Infine ci sono practicalities, preferenze personali, constatazioni, riti propiziatori, scorciatoie, irrinunciabilità e schegge di cinismo che ciascuno scrittore sviluppa per sé nel corso di molti anni di carriera, eredita dai suoi miti e modelli o sceglie dai manuali di scrittura creativa. 

E sinceramente, se foste (siete) uno scrittore e vi chiedessero quali sono le Dieci Regole Per Scrivere Narrativa, che fareste? Vi mettereste ad enunciare regole propriamente dette? Iniziereste a dire che in principio era l’arco aristotelico…? No, vero? No, e per tutta una serie di buone ragioni, non ultimo il fatto che l’arco aristotelico si trova in ogni manuale decente – e non è questo che si richiede da voi nel corso di un’intervista.

Quindi, molto più probabilmente, mettereste i consumatori di regole a parte di qualche fenomeno pratico, e cerchereste di farlo in uno stile non del tutto dissimile da quello della vostra narrativa.

Ricorda: quando le persone ti dicono che qualcosa non va o che non la capiscono, hanno quasi sempre ragione. Quando ti dicono precisamente ciò che ritengono sbagliato e come sistemarlo, hanno quasi sempre torto,

dice la Regola n° 5 di Neil Gaiman, e non vi pare che sappia di principio empirico dolorosamente cristallizzato in anni di rapporti con lettori beta?

Margaret Atwood, invece, usa ben due dei suoi dieci punti per ricamare ironicamente su un problema che gli scrittori condividono con la NASA:

1 Porta una matita per scrivere in aereo. Le penne perdono inchiostro, ma se la matita si rompe, non puoi temperarla in volo perché non puoi portare coltelli. Quindi: porta due matite.

2 Se entrambe le matite si rompono, puoi dargli una sommaria temperata con una limetta per le unghie di metallo o di vetro.

E, tra parentesi, il punto uno è più saggio di quanto il tono faccia pensare, ma vorrei  vedere le reazioni dell’equipaggio all’applicazione del punto due, in quest’era di aerei dirottati con un temperino… Ma il fatto che MA cominci il suo elenco in questo modo la dice lunga sulla sua fede nelle liste di dieci regole, don’t you think?

Solo apparentemente diverso è il caso di Jeanette Winterson, che invece distilla un trattatello in dieci punti su come combinare umiltà, rigore e autostima – condito con appena un tocco di femminismo.

Ricordate che cosa disse W.S. Maugham di fronte a una domanda in questa vena? Che ci sono tre regole infallibili per la scrittura di un romanzo – sfortunatamente nessuno sa quali siano…

Col che, sia chiaro, non voglio affatto dire che in scrittura non ci siano regole**: le regole ci sono e sono fondamentali. Solo che, sollecitati a dichiarare le proprie in dieci punti, sono pochi gli scrittori che si metteranno a discettare di sintassi del periodo o ingegneria narrativa. Principi, consigli, saggezza distillata, dichiarazioni ideali, pratica spicciola e ogni tanto qualche regola – non Regole.

 

Ma qui scherziamo e giochiamo al rant semantico, e invece io volevo proprio consigliarvi l’Archivio Caltari – i cui post in materia sono una delizia, perché tutti in fila come sono diventano una galleria di istantanee di scrittori (istantanee in words, almeno tanto efficaci quanto le fotografie che li accompagnano). E che è un gran bel blog: seguirò con pari attenzione e diletto.

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* O anche non del tutto similia, come questo post sulle cartoline a rilievo del vecchio Corriere dei Piccoli.

** A commento di uno dei post in questione non manca – e come potrebbe? – il peana alla scrittura come Arte Spontanea E Creativa Eccetera Eccetera…

 

grillopensante

Il Fascino Perverso Della Fantascienza

A sei anni, durante una vacanza al mare, approfittai di una distrazione dell’allora Maggiore per sottrargli un Urania intitolato Tra gli orrori del Duemila. Pessima idea. Trent’anni più tardi, ricordo vividamente i terrori notturni generati dallo scenariaccio post-nucleare, e ricordo anche  il povero allora Maggiore che rifilava l’Urania incriminato al figlio quindicenne di amici: “Prestito? No, è tuo e guai a te se lo restituisci – non lo voglio più vedere in vita mia!”

Fu una vacanza molto insonne per tutta la famiglia, e segnò l’inizio del mio pessimo rapporto con la fantascienza. Voglio dire: ci sono voluti anni e una specie di ricatto prima che mi azzardassi ad avvicinarmi a Guerre Stellari (G-U-E-R-R-E S-T-E-L-L-A-R-I!!!), non so contare le notti di sonno che ho perso grazie a Il Pianeta delle Scimmie – quello originale, con Charlton Heston – il solo pensiero di Philip K. Dick mi dà la tachicardia, e non mi sono mai azzardata a leggere Aasimov*. Rendo l’idea?

ddp.jpgPerché poi, visto che le distopie mi angosciano e gli scenari postapocalittici mi tormentano per anni a seguire, io sia in realtà attratta dal genere, è uno di quei misteri che lascio a gente più sveglia di me. Se avessi un briciolo di buon senso, quando mi hanno regalato Gli Dei di Pietra di Jeanette Winterson avrei sorriso con garbo, infilato il libro in uno scaffale molto in alto e fatto del mio meglio per dimenticare che era lì, giusto?

Invece no, l’ho iniziato, giusto per vedere com’era**, ed era notevole. Molto notevole. Così sono andata avanti, trascinata dalla scrittura piena d’increspature e d’ombre***, dal futuro inquietante e plausibile, dalla vena sardonico-disperata di Billie, dalle meravigliose descrizioni dei pianeti leggendari, dal campo di libri/meteoriti perdti nello spazio, dalle pagine di poesia che tappezzano l’astronave del capitano Handsome…

Non l’ho ancora finito – e sì: mi rendo conto di quanto sia ridicolo recensire un libro prima di averlo finito, grazie – e ad essere franchi, ogni volta che lo metto giù e deglutisco il groppo familiare di leggera angoscia mi dico che basta così. A che pro rendermi infelice leggendo una storia che non mi piace nemmeno e che quasi di sicuro finirà col darmi gl’incubi? Anzi, diciamolo: una storia che me li ha già dati?

Risposta a): perché è un libro pensato, costruito e scritto divinamente, pieno di idee brillanti, di poesia inattesa, di spunti aguzzi. La fantastica scena in cui Spike si dichiara spudoratamente a Billie, e la loro comunicazione telepatica si mescola alle spiegazioni di Handsome su come eliminerà i dinosauri dal Pianeta Azzurro, vale da sola il prezzo del libro. Ogni parola conta, pesa e luccica e, a quanto pare, sono disposta a stare male pur di leggere roba scritta così.

Risposta b): perché quei pianeti morti, quei posti abbandonati per sempre, quel vuoto senza confini, l’ipotesi di quel futuro in cui tutto ciò che conosciamo sarà irrecuperabilmente perduto, sono raffigurazioni narrative di certe mie paure profonde, e qualche parte di me pensa che ci siano modi peggiori di una storia per affrontare certe proprie paure profonde. Adesso, per favore, questa non prendetela per più personale di quanto sia: è tutta la Storia che l’umanità si racconta storie spaventose/terrificanti/angoscianti per questo specifico motivo.

Insomma, non sono sicura che finirò Gli Dei Di Pietra, ma ciò non m’impedisce di consigliarlo a chiunque digerisca la fantascienza: per la scrittura, per la traduzione, per le domande su che cosa ci renda esseri umani, per il pianea chiamato Eco… Unico caveat, per la seconda parte non mi prendo responsabilità; per gl’incubi, ho già avvertito.

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* E non cominciamo nemmeno a parlare dei deprimentissimi anime giapponesi in materia. Porto ancora del serio rancore all’ex di un’amica, che anni fa è riuscito ad infliggermi quasi un terzo di Akira contro la mia espressa volontà. Ora, non voglio discutere se Akira sia o meno un capolavoro, dico solo che il genere mi rende molto infelice, e che il B. aveva l’animo del torturatore.

** Ridete pure: in pieno giorno, come se si potessero applicare le stesse tattiche alle storie di fantasmi e alla fantascienza! Certe volte sono puerile.

 *** Bella, bella, bella traduzione di Chiara Spallino Rocca.