grillopensante

Gradi di separazione

È una mia teoria che, se è vero che tra due persone qualsiasi al mondo non ci sono mai più di sei gradi di separazione, a Mantova in particolare ce ne siano al massimo due e mezzo. No, davvero: è del tutto impossibile essere presentati a un qualsiasi gruppo di sconosciuti senza trovarli quasi tutti amici di amici di amici, cugini di amici, colleghi di parenti acquisiti, compagni di scuola del farmacista del villaggio, vicini di casa al mare di ex fidanzati di colleghe, nipoti di gente dello stesso villaggio, genitori di compagni di scuola di figli di amici, vigili urbani che vi hanno multati quella volta che… you get the drift – una tinozza davvero piccola.

E non lo so, ma immagino che lo stesso sia vero della maggior parte delle piccole città…

Però è stata quasi una sorpresa scoprire qualcosa di simile in quello che avrei creduto essere un mondo un po’ più largo – vale a dire l’Inghilterra Georgiana.

Si comincia a leggere a proposito del falsario Shakespeariano William Henry Ireland, e oltre a trovare nella sua cerchia vecchie conoscenze come Boswell, Kemble e Sheridan, s’incontra un piccolo esercito di collezionisti, bardolatri, giornalisti e gente del genere.

Poi si viene a leggere dell’archistar Regency Sir John Soane – e si scopre che era consuocero (con scarso entusiasmo) del giornalista James Boaden, personaggio di primo piano della vicenda Ireland. Il che forse non è strano, considerando che Soane era un collezionista e bardolatra a sua volta… Inoltre era buon amico di Turner, incrociò Salieri, il soprano Nancy Storace e Thomas Bowdler (quello che sanitizzò il canone di Shakespeare a beneficio delle famigliole inglesi) durante il Grand Tour, collaborò a restaurare la prigione di Newgate danneggiata durante i Gordon Riots e lavorò per William Pitt*. Oh – e il suo detestabile figlio George, che dopo essersi fatto diseredare finì a campare di traduzioni, romanzi gotici e drammoni (esattamente come il giovane Ireland una quindicina di anni prima), era amico del romanziere Matthew “Monk” Lewis.

E Soane padre era anche stato, in gioventù, allievo dell’architetto George Dance (the Younger)  – che, si scopre leggendo un pochino di lui, era a sua volta amico di Garrick, Angelica Kauffman – e Boswell.

E se ci badate abbiamo chiuso il cerchio, e nominato un sacco di gente dell’Inghilterra artistico-letteraria del tempo – e abbiamo appena scremato la superficie. Con un minimo sforzo, a partire da ciascun nome, potremmo senza dubbio ricostruire una rete molto più fitta di così.

A livelli mantovani.

Ed è vero che stiamo parlando di gente che si muoveva tra il centro e i margini di un ambito piuttosto specifico – o quanto meno di due o tre ambiti specifici contigui – but still. Ricordo vagamente di avere visto, una volta e da qualche parte, una specie di mappa** di contatti, prossimità e influenze letterarie, artistiche e filosofiche attraverso i secoli, che mostrava come certe cose a valle discendessero in modo a volte tortuoso ma riconoscibile da altre a monte… Questo post è una versione molto più limitata e superficiale dello stesso gioco – ma anche solo così ci si fa un’idea del modo in cui circolano idee, legittimazioni reciproche, influenze (più o meno dirette) e mentalità.

Una tinozza molto grande e molto piccola al tempo stesso, nevvero?

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* Ci sono anche una visita a Mantova (dove fece disegni di Palazzo Te) e il progetto della Dulwich Gallery nella scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn – ma siccome non sono connessioni Georgiane in senso stretto, le cito qui sotto – giusto perché non mi so trattenere.

** Se qualcuno ha idea di dove pescarla, la ritroverei molto volentieri.

grillopensante · Poesia

Shakespeare Day

Al volo, solo per dirvi che oggi si festeggiano 456 anni dalla nascita di Shakespeare – o almeno dal suo battesimo, visto come andavano anagraficamente le cose all’epoca.

E allora, a titolo di minimo festeggiamento, vi rimando a un vecchio post sul potere delle parole in tempi bui: narrativa, poesia – no matter.

È una piccola storia che mi piace molto, e forse l’avete già letta quando l’ho postata la prima volta – ma mi pare adatta…

Poesia, ad alta voce, nel buio.

grillopensante · scrittura · teatro

E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

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* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

Digitalia · grillopensante · kindle · tecnologia

Mentre non E-guardavo…?

Qualche giorno fa, in uno scambio di e-corrispondenza con un amico inglese, si è venuti a ricordare gli albori dell’e-publishing, e la discussione che ne era nata – o, sotto certi aspetti, che non ne era nata affatto.

Ora, è passato un sacco di tempo e non mi aspetto che ve ne ricordiate – ma nei primi anni Dieci Senza Errori di Stumpa era un blog più impegnato e meno lackadaisical di quanto sia adesso, e si occupava con una certa intensità di editoria digitale. Allora scrivevo e leggevo in proposito, andavo a convegni come Librinnovando (che mi par di capire non esista più) e seguivo il dibattito sull’allora presente e futuro dell’editoria… Ero molto presa dalla faccenda, e a un certo punto tenni addirittura un seminario in proposito all’Accademia di Belle Arti di Macerata…

Poi mi sono persa per strada – ma non è questo il punto. Il punto è – e ne ho trovato conferma andando a rileggermi una certa quantità di post scritti all’epoca – che il dibattito sulle potenzialità dell’editoria digitale, pur promettente, all’epoca non dava segno di andare da nessuna parte. Sotto certi aspetti strettamente editoriali, naturalmente si è raggiunto un assestamento: il rapporto tra editore, autore e lettore, il self-publishing, il recupero dei testi fuori stampa, l’editoria on-demand… erano questioni che si dibattevano in ambito anglosassone – ma poco o nulla qui da noi. Adesso mi pare che ci sia, se non altro, uno stato di fatto per tutto questo? In realtà non ne sono certa – perché, come dicevo, non frequento più gli ambienti in cui se ne discute. In realtà, come vanno le cose?

Un altro argomento d’interesse all’epoca era come scuole, biblioteche e istituzioni culturali in generale potessero non solo adattarsi al nuovo stato di cose – ma abbracciarlo e giovarsene. Dei passi si sono indubbiamente fatti – e in questi tempi di scuole e chiuse e biblitoeche inaccessibili se ne vede qu ripresa o un’accelerazione – ma mi chiedo, e davvero non è una domanda retorica: le speranze di rivitalizzazione digitale delle biblioteche che si ventilavano all’epoca si sono realizzate, almeno un pochino?

Ricordo invece con perplessità estrema il fiorire di cose come gli enhancements – di fatto lettura assistita, se lo chiedete a me – e idee di didattica in pillole… Ricordo ebook per bambini in cui si supponeva che l’implume dovesse far tutto fuorché leggere. Ricordo percorsi didattici fatti di approfondimenti video di un paio di minuti. Ricordo ebooks provvisti di colonna sonora e ogni genere di fischietti e campanelli. Ricordo di essermi chiesta con qualche sgomento che genere di lettori potesse uscire da esperimenti del genere… Che destino si riservasse alla soglia di attenzione, all’immaginazione del lettore, alla capacità di estrapolare, alle competenze generali della lettura complessa… Mi par di capire (con qualche sollievo, non lo nego) che gli enhanced ebooks non abbiano preso piede. Ma nei campi dell’infanzia e della scuola?

E infine c’era l’aspetto delle potenzialità narrative del nuovo mezzo. Di questo si parlava meno nei convegni che tra scrittori – ma il fermento c’era: la possibilità di strutture non lineari e non univoche, prima di tutto. L’andamento non cronologico non era una novità – ma forse, forse finalmente c’era il modo di svilupparlo in forme multidimensionali, in cui il lettore si potesse muovere in molteplici direzioni… Erano idee complesse ed eccitanti, la possibilità di integrare forma e contenuto in una vera svolta. Qualcosa di diverso e nuovo… E una volta di più mi devo chiedere: è successo qualcosa in proposito, mentre io non guardavo? Non parlo del singolo esperimento isolato, ma qualcosa di significativo?

Alas, ne devo dubitare un po’. Magari mi sbaglio – e davvero, tutti i punti interrogativi di questo post non sono retorici: domando per sapere. Quel che non mi incoraggia troppo, è lo scambio di mail di cui parlavo prima. C. mi racconta di avere proposto a più di un editore, a suo tempo, questo genere di narrazioni non lineari in formato digitale. E non stiamo parlando di pitches per lettera – C. essendo a sua volta un piccolo editore e bene inserito nell’ambiente. Ma…

È andata a finire che, dopo avere combattuto in infinite riunioni su come applicare gli standard e che cosa farne, ho rinunciato del tutto – perché gli editori sono tra le persone di più scarsa immaginazione che io conosca – e volevano soltanto che gli ebooks fossero il più uguali possibile ai libri stampati. Che occasione perduta!

E questo nel mondo editoriale anglosassone – che ho sempre trovato infinitamente più ricettivo…

Quindi davvero non so – e chiedo: è soltanto una mia impressione o davvero le possibilità, il dibattito, il fermento si sono afflosciati su una frazione di ciò che sarebbe potuto essere? Ha ragione C., e tutto si riduce a un’occasione perduta – almeno dal punto di vista narrativo – mentre non guardavo?

Perché visto da qui, ho l’impressione che l’unica cosa ancora viva sia la battaglia sul profumo della carta, alas…

 

 

grillopensante · teatro

In memoriam: Giorgio Codognola

Credo che in pochi a Mantova non abbiamo almeno un ricordo di aver messo piede in Teatrino d’Arco e trovato Giorgio Codognola. Alla biglietteria o alla consolle, con le sue giacche di tweed e i suoi cardigan – Giorgio era lì, parte del teatro, una colonna della compagnia, l’uomo delle luci e tanto di più.

Giorgio conosceva ogni centimetro quadrato del Teatrino e dei suoi impianti – che aveva in buona parte costruito di persona – dei magazzini, del trovarobato… Volevate una poltrona a schienale alto, un tacchino, un pezzo di siepe? Si chiedeva a Giorgio – e lui sapeva. E discuteva con la puntigliosità di chi ha maturato le idee con l’esperienza. E lavorava, lavorava, lavorava, lavorava – tra un brontolio e l’altro, magari – ma indefesso e generoso. E saltava su come un leone in difesa del palco e degli impianti se facevate qualcosa di maldestro. E preparava sorprese di nascosto…

Come la macchina della neve montata in gran segreto, messa in funzione all’insaputa di tutti per il Canto di Natale del 31 dicembre, sull’ultima battuta dello Spirito del Natale Presente. Se eravate in platea quella sera, forse ci ricordate che, sulla scena, guardiamo in su, stupefatti e incantati… Ricordo di avere sbirciato verso la consolle allora, di avere visto Giorgio così compiaciuto e soddisfatto per la sua meravigliosa sorpresa! E più tardi a cena, da un tavolo all’altro: “Allora, Prezzavento – cosa dici della neve?”

Giorgio mi prendeva bonariamente in giro per la mia tendenza al ritardo,  e aveva una pazienza infinita nello spiegarmi perché un effetto di luci che avevo strologato non poteva funzionare – per poi trovarmi un’alternativa praticabile, ed era una miniera di aneddoti (“…magari ci scrivi un libro!), e faceva un delizioso sugolo, e raccontava la migliore storia di fantasmi di tutta la compagnia.

E mi aveva promesso di iniziarmi ai misteri dell’illuminotecnica… “Uno di questi giorni ci troviamo e cominciamo,” ci si diceva. Uno di questi giorni, come si fa sempre – e quel giorno non è mai venuto, né verrà mai più, perché quasi una settimana fa Giorgio ci ha lasciati, vittima di questo terribile virus che ha cambiato le nostre vite. Non si dovrebbe mai posporre nulla, vero? Mai rimandare. Mai dire “uno di questi giorni…”

Giorgio mancherà tanto. Mancherà alla Compagnia e al Teatro, per tutto il preziosissimo lavoro che faceva – alla luce e nell’ombra – e mancherà a tutti noi come l’amico che era.

Come congedo vi ripropongo la lunga intervista che mi aveva rilasciato in occasione del Settantesimo della Campogalliani. C’è molto di lui in questa chiacchierata sul d’Arco, sulla vita della Compagnia, sulla tecnica, sugli spettacoli, su avventure e disavventure… Davvero: c’è molto di lui. La trovate qui: prima parte e seconda parte.

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La Cinica (selettivamente) Redenta: una storia di Natale

C’era una volta una Clarina cui piaceva considerarsi cinica in fatto di Dickens.

In fatto di Canto di Natale in particolare… Oh, sia ben chiaro: CdN le piaceva proprio tanto, e lo rileggeva a ogni Vigilia, e non passava Natale senza guardarne qualche adattamento o rivisitazione, qualsiasi cosa passasse la televisione – e tutti sappiamo come va. Quindi sì, per la Clarina di cui parliamo, come per milioni di altre persone su questo pianeta, non era interamente Natale senza la tradizionale dose di Scrooge, Cratchit, Marley, Spiriti vari e compagnia cantante.

Nondimeno, questa cinica creatura, si compiaceva di essere emotivamente irricattabile. Sì, certo, gran bella storia – ma… resta sempre il fatto, si diceva la Clarina, che a smuovere davvero Scrooge è il terrore di quella tomba abbandonata, nera di fuliggine e licheni, senza nemmeno il resto di un fiore – la tomba che porta il suo nome. È tutta questione della terribile e solitaria morte mostrata dallo Spirito dei Natali a Venire, giusto? La generosità di Scrooge nasce prima di tutto dalla paura, si diceva (e diceva all’eventuale interlocutore) la Clarina – e quindi forse la storia non è poi così edificante: lasciamoci pur ricattare narrativamente a dicembre, ma non perdiamo di vista la fuligginosa natura delle cose e dell’umanità…

Ecco, queste erano le cose che la Clarina si diceva, e come ne era soddisfatta!

Poi… poi venne G., con l’idea di ridurre CdN per la scena. La pur cinica Clarina ne fu ben felice – perché negli anni aveva guardato e riguardato tutti quegli adattamenti, e più di una volta aveva rimuginato su che cosa avrebbe fatto al posto dello sceneggiatore di turno, ed ecco l’occasione. “Il mio Canto di Natale,” si disse la Clarina – e si mise a rimuginare, a tradurre e ad adattare.

Ed è inutile che vi dica che tradurre un testo crea un rapporto singolarissimo tra traduttore e storia, tra traduttore e parole. Non è più solo questione di leggere e rileggere: ci si convive, lo si assorbe, lo si filtra, lo si fa proprio nello sforzo di fare da tramite tra l’autore e il lettore – o, in questo caso, il pubblico. Un’altra lingua, un altro secolo, un colore e una consistenza speciali da rendere in un codice diverso… E per di più qui c’era la questione dell’adattamento teatrale, delle esigenze di una compagnia, di un palcoscenico, di una produzione… Tutta una serie di condizioni molto specifiche.

Insomma, la Clarina ci si mise di buzzo buono, produsse, consegnò, e se ne venne via con un diverso apprezzamento per la storia che pure aveva letto e riletto infinite volte fin dall’infanzia.

“Mi sono commossa,” scrisse G. dopo aver letto l’adattamento – e la Clarina se ne ritrovò inaspettatamente felice, e non diede nemmeno troppo ascolto al suo lato cinico che sussurrava “Ricatto emotivo, manipolazione deliberata delle sacche lacrimali…”

Dopodiché vennero le prove – e venne un Attore malconvinto che dapprincipio aveva l’impressione di trovare “pochino” nel personaggio di Scrooge. Era bidimensionale, diceva. Prima era cattivo e poi diventava buono – così! Suonava proprio come una versione teatral/interpretativa delle ciniche cautele di quando la Clarina era tanto cauta e cinica, nevvero? E, con sua lieve sorpresa, la Clarina si ritrovò a difendere strenuamente il personaggio e la storia. Lo spessore, ella disse, era tutto nel progressivo indurimento di Scrooge, da bambino solitario ad allegro apprendista, a rapace uomo d’affari – di rimpianto in rimorso… e lo speculare, progressivo ammorbidimento nel progredire della storia: allo Scrooge della prima Strofa, quello che non aveva rivisitato i suoi vecchi Natali né visto quelli altrui, non sarebbe importato poi nemmeno troppo di morire solo e illacrimato, giusto?

L’Attore guardò la presunta cinica con qualche stupore e non disse nulla al momento – ma poi rimuginò, maturò idee, lavorò di fino… quando arrivò la prova generale aveva ormai costruito un personaggio così complesso, così sfumato, così ricco, che la Clarina non finiva più di incantarsi. Era forse possibile che tutti avessero sottovalutato un po’ Dickens e la sua storia?

E finalmente venne il debutto, e vennero le platee piene, le liste d’attesa, le repliche aggiunte, gli applausi, gli occhi lustri e i sorrisi felici del pubblico… e ce n’era ben ragione, perché regista e attori tutti, e scenografi e costumisti e illuminotecnici – tutti avevano fatto meraviglie e magie. Tutto questo la Clarina lo vedeva succedere per lo più da dietro le quinte a sinistra, dove si occupava dei cambi veloci. Però tra un cambio e l’altro qualche volta si sporgeva nell’angolo del suggeritore a guardare di sguincio una scena o l’altra – e le pareva tutto molto bello.

Poi una sera, mentre sbirciava appollaiata su un angolo di sedia, con la colonna vertebrale ritorta e il collo tirato, si ritrovò un piccolo, piccolo nodino in gola. Era la scena in cui lo Spirito dei Natali Passati mostra a Scrooge i suoi tristissimi Natali di collegiale, e lui ricorda la consolazione dei compagni immaginari… e l’Attore che era stato dubbioso ora era così triste, così pieno di rimpianto e desiderio per quell’ombra di felicità immaginata e lontana…!

“Ma… che cos’hai lì, che ti brilla sulla guancia?” chiese lo Spirito – e avrebbe potuto chiederlo, in tutta pertinenza, alla Clarina rannicchiata nell’ombra dietro le quinte.

Perché la Clarina, vedete… la Clarina non era davvero più cinica in fatto di Canto di Natale. In altre cose senz’altro – ma non in quella. Non più. E quando, un anno più tardi, venne la ripresa, si scoprì che in platea non c’erano solo volti nuovi, ma molta gente che aveva già visto Canto di Natale e desiderava rivederlo. Perché rasserena, dicevano. Perché riscalda e commuove. Perché è edificante ed è bello… “È uno spettacolo che ha qualcosa di speciale,” disse un’Attrice – e aveva ragione.

E la Clarina, definitivamente conquistata, non più cinica e molto felice, fece un’ideale riverenza allo Spirito di Dickens – non senza desiderare di poter scrivere, un giorno, una cosa capace di illuminare occhi non ancor nati.

 

grillopensante · scrittura

“Il mio non è un libro intelligente…”

Cara Allieva,

in mancanza di termine migliore, ti chiamerò così, visto che hai seguito un mio corso e che mi hai mandato i compiti via email.

Uno dei primi esercizi che avevo assegnato, immagino che te ne ricordi, consisteva nello strutturare una trama attorno a una serie di punti narrativi fissati da me – il più nudo scheletro di una storia iniziatica.

Tu mi hai mandato il tuo lavoro, corredato di questa premessa:

Sto  scrivendo una storia, o per lo meno diciamo che ci sto provando, e l’ho inserita nell’esercizio B della prima lezione. Dalla lettura della trama capirà che si tratta più che altro di una storiellina alla “Federico Moccia” che non di un romanzo impegnativo e intelligente, ma mi piacerebbe comunque sapere cosa ne pensa e se ha dei suggerimenti per migliorarne la struttura.

Confesso che questo mi ha fatto subito levare un sopracciglio. Il destinatario di un’introduzione siffatta non può fare a meno di chiederselo: suppondendo che tu non sia insincera nel valutare il tuo romanzo, se tu stessa lo consideri una storiellina non troppo intelligente, perché credi che dovrebbe interessare a un editore o a un lettore? Certo non giova presentarsi come l’autrice del romanzo del secolo, ma è meglio non scivolare nemmeno nell’eccesso opposto.

Tuttavia, siccome ricordo fin troppo bene il tumultuoso momento delle prime volte in cui si sottopone il proprio lavoro agli occhi di un estraneo dotato di qualche competenza, mi sono ripromessa di darti qualche suggerimento tattico in proposito, ho aperto l’allegato e mi sono applicata alla lettura della sua trama.

La trama è ordinatamente suddivisa all’interno di una tabella, le cui colonne riportano a mo’ d’intestazione i punti del mio esercizio – e questo, alas, è l’unico legame evidente fra la traccia e lo svolgimento. La mia prima reazione è di lieve sconforto: sono stata così criptica e inefficace nell’illustrare trama e struttura? Ho dunque mancato del tutto il bersaglio nel tentare di trasmettere la teoria del punto di svolta in una narrazione? Può darsi, e allora mi cospargo di cenere il capo – ma perdonami se azzardo un’altra ipotesi. Può essere che tu abbia capito benissimo la teoria della lezione, ma poi ti sia lasciata prendere la mano dal desiderio di mostrarmi il tuo lavoro? Se è così, lascia che ti suggersica, la prossima volta, di non avere fretta: prima fai gli esercizi come si deve, mostra che hai capito ciò che dovevi capire, e poi l’insegnante sarà ben lieta di dare un’occhiata al tuo lavoro.

E tanto negli esercizi quanto nel sottoporre la sinossi del tuo manoscritto, stai bene attenta alla sintassi, alla grammatica, alla battitura. Sono solo esercizi? Vero – ma esercizi in una disciplina le cui basi fondamentali sono proprio sintassi e grammatica. Oggi l’insegnante del corso di scrittura creativa si limita a farti notare la magagna; domani l’editor si chiederà: se non riesce a concordare soggetti e verbi in una sinossi di 250 parole, come può scrivere professionalmente un intero romanzo? Bada, è del tutto possibile che tusappia benissimo come concordare soggetti e verbi, ma allora vuol dire che non ti sei presa la briga di ricontrollare ciò che hai scritto prima di mandarmelo e, nel nostro campo, la sciatteria è un peccato tanto grave quanto una sintassi traballante. Tu e io, cara Allieva, scriviamo: per noi la forma è sostanza, e non dar retta a chi dice il contrario.

Ti ho rispedito l’allegato con qualche annotazione sulla struttura del suo romanzo – facendo notare però che non avevi svolto l’esercizio e che la forma era imprecisa, ripromettendomi una buona chiacchierata di persona dopo la lezione successiva…

Però tu non sei più venuta, né alla lezione successiva né ad alcuna delle altre. Posso solo immaginare che la mia risposta ti abbia offesa e scoraggiata, e me ne dispiace molto. Spero di non averti dissuasa dal coltivare la scrittura. Se non è stato così, se sei decisa a continuare, se fai sul serio, permettimi di offrire qui qualche consiglio che non ho avuto modo di discutere di persona:

* Non minimizzare o disprezzare il tuo lavoro. Mai. Fallo leggere ad altri solo se credi che ne valga la pena – non solo quando è perfetto, ma solo quando è, per lo meno, qualcosa a cui tieni, per cui sei disposta a lavorare, imparare e migliorare. Se pensi davvero il contrario, allora non è qualcosa che dovresti far leggere ad altri.

* Fai quello che ti viene richiesto di fare: un interlocutore deve poter capire che hai capito, altrimenti dialogare diventa difficile e improduttivo. Una volta instaurati dialogo e reciproca comprensione, il resto verrà.

* Non lo ripeterò mai abbastanza: in fatto di scrittura, la forma è sostanza. La migliore delle idee non farà di te una scrittrice, se non la sai trasmettere al lettore in modo chiaro, elegante e avvincente.

* Le critiche fanno male, e credi: non ci si abitua mai. Tuttavia, se vuoi scrivere ed essere letta, abituati all’idea che le critiche verranno sempre. Imparare a distinguere quelle costruttive da quelle gratuite è un primo passo importante.

In conclusione, cara Allieva, scrivere è un’arte, ma è anche un mestiere. Scrivi, leggi, studia, lavora sodo, con passione, con umiltà, con rispetto del lettore.

Ti auguro ogni bene,

Chiara

grillopensante

Sul Linguaggio dei Formaggi Altrui

FromageBleuAllora, riproviamo…

Il post che il Blogo Mannaro mi ha trangugiato l’altro giorno iniziava facendo riferimento a quest’altro post – e in particolare a questo commento di B.

Pensa a come i nostri dirimpettai d’oltralpe abbiano nobilitato il volgarissimo termine di ”formaggio verde” con il ben più armonico ”fromage bleu”.
Decisamente più invitante…

E io ammettevo il carattere tutto sommato più casalingo di “formaggio verde”, e la complessiva durezza del suono – un suono quasi marziale, a ben pensarci… fin troppo marziale per un formaggio? Certo, in confronto, le soffici sillabe transalpine, fromage bleu, si sciolgono in bocca – per rapprendersi di nuovo alquanto se le traduciamo in Inglese: blue cheese. O almeno così funziona per me, sulla base del suono – perché poi, se andiamo a considerare i colori, non posso davvero dire che il verde mi evochi muffe peggiori o più repellenti del blu. Però magari per B. è proprio così, e le venature blu non le fanno affatto la stessa impressione bruttina delle erborinature verdi? E che impressione avrebbe fatto le fromage bleu al piccolo A., che aborriva il formaggio verde ma adorava il gorgonzola?

LanguagePerché il punto, alla fin fine, è il fascino dello strato connotativo del linguaggio – quella rete fittissima di associazioni, iridescenze, echi, implicazioni e riverberi,  che ogni frase, ogni parola, ogni sillaba e ogni suono si portano dietro, attraverso cui si percepisce, filtra e utilizza il linguaggio. Ciascuno di noi possiede ed elabora costantemente una rete del genere – che in parte si sovrappone a quella altrui: l’ambiente a cui apparteniamo, il lavoro che facciamo, i libri che leggiamo, le lingue che parliamo, lo sport che pratichiamo contribuiscono a crearla, in modi che condividiamo con gente della stessa nazionalità, della stessa cultura, della stessa provenienza, che fa lo stesso lavoro, legge gli stessi libri, parla le stesse lingue – in un’infinita varietà di combinazioni individuali e più o meno generali. E a tutto questo va aggiunto il diverso grado di sinestesia (associazione di percezioni sensoriali diverse) che funziona per ciascun individuo…

Fascinating stuff – interessante da esplorare, prezioso per caratterizzare un personaggio o costruire una voce narrante, del pari favoloso e frustrante nel tradurre. Ah, le meraviglie del linguaggio! E dove si finisce per arrivare, partendo da un pezzetto di formaggio, non trovate?

 

grillopensante

La Legge della Rosa e del Formaggio

RosecQuesto post è per T., che si scandalizza sempre un po’ quando parliamo di forma e di sostanza.

Allora, per inclinazione personale e per professione, ho la massima fiducia nel potere delle parole, e sono pienamente convinta che la forma sia sostanza. Sono persino pronta a dissentire dal Bardo in proposito: dite quel che volete, ma se la rosa si chiamasse polivinilcloruro? Magari profumerebbe allo stesso modo – ma saremmo così desiderosi di annusarla per accertarcene?

Sabato sono entrata in possesso di questo aneddoto: da bambino, A. non poteva nemmeno contemplare l’idea di avvicinarsi a quello che in casa sua si chiamava formaggio verde. Gli faceva proprio ribrezzo, e niente lo aveva mai indotto ad assaggiarlo. Poi un giorno – a casa d’altri, I assume – lo sentì chiamare gorgonzola. Oh, che bel nome quirky, rotondo e cremoso – un nome che, solo a sentirlo, faceva venire l’acquolina in bocca. Il piccolo A. assaggiò, apprezzò, e fu l’inizio di un amore culinario che dura ancora.

Il che sostiene la mia tesi: il formaggio era esattamente lo stesso – ma, sotto un altro nome, il piccolo A. non lo avrebbe mai assaggiato…

E sì, questa è un’idea che mi piace molto, e l’ho infilata anche in Shakespeare in Words – ma restano da considerare due particolari: da un lato, A. avrebbe potuto benissimo assaggiare il formaggio sulla forza del nome e detestarlo con tutte le sue forze; dall’altra, una volta che ci inducessimo ad annusarla, troveremmo la rosa/polivinilcloruro gradevolmente profumata – né più né meno che sotto l’altro nome. Magari, con un nome del genere, non la citeremmo troppo spesso in poesia – ma all’atto pratico e floricolturale le cose non cambierebbero granché, giusto?

CheeseAnni fa sentii una signora di cui non ricordo il nome propugnare appassionatamente l’idea di rinominare le biblioteche – nome freddo, polveroso e poco significativo – come Piazze del Sapere. A sentirla, sembrava che un cambiamento del genere dovesse contribuire a ripopolare le semideserte biblioteche italiane… Del che dubitavo allora e dubito anche adesso. Anche supponendo che,  per la Legge della Rosa e del Formaggio, qualcuno potesse essere indotto dal nuovo nome a varcare la soglia che prima aveva sempre evitato, poi all’interno avrebbe comunque trovato una biblioteca. Per i frequentatori abituali o per chi avesse sperimentato e mancato di apprezzare la biblioteca in precedenza, il nuovo nome non avrebbe significato granché…

Quindi sì, o T: la forma è sostanza – ma questo non vuol dire che possa prenderne il posto; Romeo con un altro nome avrebbe potuto al massimo fuggire con Giulietta e campare facendo… facendo cosa? Non ne ho idea*; e forse A. sarebbe giunto ugualmente al gorgonzola prima o poi e per altre vie. E tuttavia allo stesso modo, la sostanza non può fare a meno della forma. Diciamo la verità: lo mangeresti volentieri il Formaggio con la Muffa?

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* Non è che Romeo mi ispiri molta fiducia. Che avrebbe mai potuto/saputo fare, dovendo provvedere a una moglie e all’eventuale prole senza poter usare l’influenza della sua famiglia? Oh… è una storia quella che vedo davanti a me?

 

 

 

grillopensante · libri, libri e libri

Ad Alta Voce – Una Storia Triste

AAvoceForse – e dico forse, e lo dico sottovoce – quando SEdS mette il broncio perché non lo curo abbastanza, non ha proprio tuttissimi i torti.

Per dire, mi sono appena accorta che nel blog-roll qui di fianco quello intitolato No Blog’s an Island, c’è ancora Ad Alta Voce…

Vi ricordate Ad Alta Voce – il non gruppo di lettura? Quello in cui, anziché leggere tutti lo stesso libro, ciascuno portava e leggeva un brano di qualcosa e poi si discuteva? Era un’idea diversa, che a M, F e me pareva più vivace e più stimolante. Andavamo per esperimenti e tentativi, aggiustando la formula man mano che procedevamo – e a un certo punto decidemmo di darci un tema… e la cosa affascinante era vedere in quanti modi diversi si potesse interpretare e raccontare lo stesso spunto.

Insomma, il nostro progettino ci piaceva proprio, e avevamo un (limitato, admittedly) numero di affezionati lettori, e capitava che gli accostamenti inaspettati stimolassero delle discussioni scintillanti, e scoprivamo un sacco di libri e di autori che senza AAV non avremmo mai scoperto, e ridevamo, pensavamo, ci commuovevamo e mangiavamo un sacco di ottimi biscotti.

Poi… poi cominciarono le magagne.

AdAvIn primo luogo, alla locale associazione dei gruppi di lettura non piacevamo. Non eravamo conformi, you see. Non che ci avessero mai apprezzati particolarmente fin dall’inizio – ma visto che, nonostante i suggerimenti convogliati via bibliotecaria, proseguivamo con la nostra innocua follia, mandarono persino una dirigente del Sistema Bibliotecario Zonale per cercare di ricondurci all’ortodossia. Possibile che proprio non volessimo fare come tutti gli altri, leggere tutti lo stesso libro e parlare di quello? No, proprio non volevamo, perché ci piaceva l’idea dell’apporto individuale, dell’imprevedibilità, dello stimolo inatteso, della scoperta…

Ed è molto possibile che in questo fossimo un nonnulla ingenue, perché le pressioni per omologarci si moltiplicavano… Quando cambiò l’amministrazione comunale, i nuovi assessori non ci bocciarono tout court – ma tentarono di assorbirci nella corrente delle iniziative comunali. E tentarono di farlo, ci crediate o no, accostandoci al gruppo di cucito e ricamo. All’epoca aggiunsi qualche piuma alla mia reputazione di snob dicendo che non avrebbe mai funzionato… Well, per una volta avevo ragione: non funzionò. Alle cucitrici&ricamatrici non interessava un bottone avere a che fare con noi – anzi, ci trattarono per tutta la sera come un’imperiale seccatura, dandoci le spalle e parlando per tutto il tempo. “Magari la prossima volta andrà meglio,” ebbe il coraggio di dire l’assessore. Inutile dirlo, una prossima volta non ci fu.

Ma l’ingenuità più sesquipedale da parte nostra fu nel non vedere che quelle cose che a noi piacevano tanto – la discussione vivace, l’imprevedibilità, la scelta e il giudizio indipendenti – piacevano più o meno solo a noi. Nel corso degli anni acquisimmo brevemente e poi perdemmo numerose persone cui non piaceva dover scegliere una lettura da portare, né ascoltare le altrui scelte inaspettate, nè discutere… “Alle persone piace sapere che libro leggere,” ci disse la bibliotecaria, scrollando le spalle di fronte alla nostra tetragona pervicacia. huge.16.83769

Ed è possibile che avesse ragione, a suo modo – perché i gruppi di lettura fioriscono e prosperano in ogni dove, mentre noi… Noi abbiamo rinunciato un paio di anni fa, e Ad Alta Voce non esiste più. Eravamo ridotti a una manciatina di persone – sempre le stesse, ed eravamo sempre in meno a leggere. Oh, passavamo delle piacevoli serata, ma… stagnavamo,  se capite che cosa intendo.

La beffa è che, le due o tre volte in cui ci capitò di portare in giro Ad Alta Voce, i lettori fioccavano, pieni di letture, di idee e di domande… Erano occasioni vivaci e stimolanti. Era quello che ci eravamo illuse di costruire. Poi tornavamo in biblioteca e… plaf!

Quindi no, Ad Alta Voce non esiste più, affossato da… da cosa? A noi piace pensare che sia stato il nostro rifiuto di conformarci e uniformarci – ma forse questa è la versione romantica. Può darsi che ci sia sfuggito qualcosa, che abbiamo sbagliato formula o maniera, che… che… Oh, non so. A due anni di distanza sono ancora alquanto acida in proposito – ma mi piacerebbe sentire che cosa ne pensate, o Lettori.

Avete esperienza di gruppi di lettura? Vi piacciono? Vi interesserebbe un’esperienza come Ad Alta Voce? C’è qualcosa che avremmo potuto fare diversamente?