Shakeloviana

Shakeloviana: Happy Ends

Mass-produced colour photolithography on paper...Hm, d’accordo… Oggi è festa, giusto?

Logica vorrebbe che postassi musica, o cinema, o teatro… Ma è anche lunedì, giorno di Shakeloviana. E allora, sentite: la più spudorata via di mezzo che riesco a immaginare. Vi metto qui uno scampolo di qualcosa di mio. Ve l’avevo detto che era qualcosa di spudorato, giusto?

Happy Ends è un atto unico. Metateatro, fondamentalmente. Scrittura, teatro, significato, aspettative del pubblico, condizionamenti, Théophile Gautier, personaggi che si ribellano e – come forse si può intuire dal titolo – finali.

E Shakespeare, naturalmente. Che dialoga, litiga, si dispera e fa il prepotente con i suoi personaggi e con la posterità.

E quindi, o Lettori, da Happy Ends – un po’ prima della metà, con un po’ più di un terzo della popolazione in scena:

SHAKESPEARE
Non so che farmene di coppie felici, al momento. Mi serve una tragedia. Sono a contratto per una tragedia. Ho ricevuto due sterline e cinquanta d’anticipo per una tragedia. La compagnia del Ciambellano si aspetta una tragedia. E poi, che diavolo, voglio scrivere una tragedia. Qualcosa che dimostri la futilità delle illusioni e degli sforzi umani… Magari, provate a ripassare fra qualche mese, se volete proprio il lieto fine. Adesso come adesso, sono in vena di sciagure multiple e luttuosità miste assortite. A parte tutto il resto, oggigiorno queste cose vanno come il pane.

GIULIETTA
Se è per quello, sono sicura che il vero amore che vince tutto va ancora di più.

ROMEO
Ah, sì, l’amore che vince tutto. Non era quella, la nostra morale?

SHAKESPEARE
Bazzecole: la morale è che alle donne piace piangere a teatro, e allora Will Shakespeare scrive tragedie. Che non finiscono bene.

GIULIETTA
Pensandoci, però, perché non potremmo essere una commedia?

SHAKESPEARE
Perché con le due sterline e cinquanta d’anticipo ci ho già pagato l’affitto, due risme di carta e un paio di scarpe nuove. E perché, pur essendo un genio, proprio non vedo come potrei ambientare una commedia sullo sfondo di una faida tra famiglie.

ROMEO
E se levassi la faida tra famiglie?

SHAKESPEARE
(si prende la testa tra le mani e geme)
Perché? Perché? Perché?

ROMEO
Perché cosa?

MERCUZIO
Non so – ma azzarderei: perché devi pensare che la gente sia disposta a sborsare quattrinelli per vedere te e Giuliotta che amoreggiate e poi convolate a giuste nozze?

GIULIETTA
Senti, mastro Will…

SHAKESPEARE
Che cosa?

GIULIETTA
Pensavo: e se tu scrivessi due finali diversi?

SHAKESPEARE
…E poi?

MERCUZIO
E poi, verso la fine, si sonda l’opinione del pubblico: signore e signori, che cosa preferite che succeda adesso? Pollice verso per lacrime e suicidi incrociati, pollice al cielo per i fiori d’arancio. Votino, votino, prego.

GIULIETTA
To’… Non ci avevo pensato, ma si potrebbe anche fare. Tanto, cosa credi? Voterebbero tutti per il lieto fine.

SHAKESPEARE
Come ho fatto a non pensarci prima? E perché limitarsi a un bivio solo? Consultiamo il pubblico a ogni svolta della trama. Deve Romeo andare alla festa dei Capuleti? Deve Giulietta accettare di ballare con lo sconosciuto? Un genere nuovo. Lo chiamerò “Scegli La Tua Tragedia”.

[…]

GIULIETTA
Che male c’è a voler vivere felici per molti anni?

MERCUZIO
Felici! Ahi ahi ahi ahi ahi!

SHAKESPEARE
Non solo per molti anni, anche felici?

ROMEO
Sennò siamo al punto di prima.

MERCUZIO
Mi sa che voi due non abbiate le idee per niente chiare, fanciulli. La morte, detto fra noi, è l’unico finale veramente sicuro.

SHAKESPEARE
Tutto il resto è aleatorio.

ROMEO
Aleatorio?

MERCUZIO
E dire che c’è stato un momento, un breve momento nell’atto secondo in cui sembravi quasi un ragazzo sveglio. Ah, come l’amore ottunde lo spirito e liquefa la schiena…

[…]

ROMEO
Ma aleatorio come?

MERCUZIO
E soprattutto, nulla lo smuove. Aleatorio. Incerto. Dubbio. Incalcolabile. Voglio dire: non ti uccidi qui e adesso e magari, domani mattina, mentre passeggi per la Piazza delle Erbe, ti cade in testa un cornicione e passi il resto dei tuoi anni a cinguettare come un passero delle Indie Occidentali.

ROMEO
Che cosa sono le Indie Occidentali?

MERCUZIO
Non saprei… Ho detto Indie Occidentali?

SHAKESPEARE
Colpa mia, scusa. Dev’essermi scivolato un anacronismo.

GIULIETTA
E se invece che di passeri e di indie e di cassette ci occupassimo di cose più urgenti? Perché tornando a noi,  basta che mastro Will non ci faccia morire e poi, alla fine, scriva che vivremo felici per molti e molti anni.

SHAKESPEARE
Ah, ma quello non vuol dire niente. È solo una formula convenzionale, dopodiché può andare in qualsiasi modo.

ROMEO
(inascoltato)
Io non ho ancora capito la faccenda delle Indie Occidentali…

GIULIETTA
Com’è che se c’è da ucciderci sei il fato onnipotente, e se c’è da lasciarci vivere non puoi farci niente?

SHAKESPEARE
Detto così suona un nonnulla brutale, vero?

GIULIETTA
Non è giusto!

SHAKESPEARE
Dio ci scampi e liberi dal tuo concetto di giustizia. Cacciati in testa che io mi occupo di te solo finché non cala il sipario. Dopodiché posso anche sperare che ti vada tutto bene, in via di principio e se non mi hai fatto irritare troppo – ma non è detto, e non sono io che posso farci qualcosa. Se non vuoi morire, dopo la fine c’è un altro giorno, e poi un altro, e poi ancora.

GIULIETTA
A meno che tu non scriva un seguito.

SHAKESPEARE
(la squadra da capo a piedi, e poi fa lo stesso con Romeo)
Non è che ne abbia una gran voglia.

Eccetera, eccetera, eccetera…

Buon otto di dicembre.

grillopensante

Finali – Un’Altra Volta

Vi ricordate di questo post? Ci si parlava di lieto fine, e di come sia un passatempo cui non indulgo facilmente – perché in linea generale non mi ci riconosco.

Ebbene, in seguito è capitato che Davide Mana riprendesse l’argomento sul suo blog– no, non strategie evolutive, ma l’altro. Quello in Inglese, che si chiama Karavansara*.Se non ci avete mai fatto un salto, è il momento di provare: ne vale decisamente la pena.

Ma fatelo dopo, magari. Per il momento, il punto è che nel suo post su Karavansara, Davide approfondiva la questione del lieto fine e del finale aperto. Perché ogni storia è per forza di cose una sezione, un segmento, una carotatura di una storia più vasta, e si potrebbe dire che nessuna storia finisca mai davvero. Ma, dice Davide, in un certo senso ogni finale aperto è una sorta di lieto fine provvisorio. Le cose sono quel che sono, ma per il momento abbiamo salvato il mondo/rotto l’assedio/conquistato la città/salvato la principessa e va bene così. Domani è un altro giorno… er, no. Wrong story.

E poi neanche troppo sbagliata, a ben pensarci: il finale di Via col Vento è aperto. Un finale triste – per oggi. Dopodiché tutti sappiamo che razza di donna sia Rossella, e già la vediamo asciugarsi gli occhi, pizzicarsi le guance per apparire meno pallida e partire alla riconquista di Rhett Butler con la determinazione di un furetto. Per cui si potrebbe quasi dire che non esiste finale aperto veramente tragico. O finisce bene o, se finisce male, è comunque un male aperto a correzione.

Dopodiché, devo confessare di avere sempre qualche perplessità nei confronti dei finali aperti. È vero, lasciano spazio a sviluppi, ma non permettono quel senso di chiusura e di compimento che, da buona occidentale (in parte inconsapevolmente) tirata su ad Aristotele, mi piace trovare alla fine di una storia. Mi piace che i sipari si chiudano del tutto. Mi piace avere la certezza che ai miei personaggi non capiti nulla di veramente brutto – come mediocrità, demenza senile, disastri nucleari… E per definizione, ogni lieto fine è un finale aperto, per cui…

Ma sto divagando. Quel che volevo dire è che poi Davide ha sollevato la questione del perché. Non tanto del perché scrivere finali tragici, quanto del perché scrivere affatto con la prospettiva pressoché fissa** di un finale tragico. Diceva Davide (e spero che mi perdoni la traduzione):

Ma limitarsi a dire “la vita fa schifo e poi si muore”, e fermarsi lì suona vuoto – almeno per me.
Quel che resta fuori è che si può reagire, si può fare qualcosa prima di morire, e si può fare la differenza. Il singolo potrebbe persino fare la differenza semplicemente cercando di fare la differenza – il che è grandioso.
Se neghiamo tutto questo – se neghiamo all’individuo la possibilità di fare la differenza, di trovarci gusto e di farne trovare agli altri – perché disturbarsi a scrivere?

Già, perché?

Ecco, suppongo di essere una pessimista. Suppongo di avere maturato la convinzione che nessuno ottenga mai davvero quello che vuole. Che non vada a finire bene. Che ci sia sempre un prezzo dannatamente alto – e in genere diversissimo da quello che ci si aspettava – da pagare per qualsiasi cosa. Non è che i miei personaggi non si sforzino di fare la differenza. Ci provano come dannati, e ci trovano gusto – e il fatto che alla fine non funzioni non toglie nulla all’intensità dei loro sforzi. Anzi. Alcuni di loro sanno perfettamente di battersi per cause perdute, ma non per questo si siedono ad aspettare il compiersi del fato crudele. Quel che fanno conta in sé, nonostante le scarse probabilità di successo. E talvolta, per alcuni di loro, conta ancora di più proprio perché le possibilità di successo sono scarsine.

Quindi direi che mi disturbo a scrivere perché, pur essendo pessimista, sostengo fermamente che le scarse possibilità di successo non sono una ragione per smettere di reagire, fare qualcosa, fare la differenza, fare del proprio meglio – e trovarci gusto.

E – spero – farcene trovare ai lettori.

____________________________

Dopodiché, essendo gli scrittori quel che sono, questa faccenda è destinata ad avere uno sbocco teatrale, un’aggiunta a un play metashakespeariano (e, a voler vedere, anche metagautieriano) in cui si tratta di… be’, di lieto fine e di fine non così lieto…

___________________________________

* Sì, con la maiuscola.

** Il che non è del tutto il mio caso. Ogni tanto scrivo anche qualcosa che finisce bene. Bibi, per esempio.