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La libertà di non dover scegliere

TimVPer la maggior parte del tempo c’è Pif che, sullo sfondo di un cielo stellato di schermi televisivi multicolori, ci racconta come sia meraviglioso vedere la televisione grazie a Tim.  Il punto è che si può vedere tuttotuttotutto: “una galassia sconfinata” – nientemeno – “fatta di calcio e intrattenimento di ogni tipo” da vedersi a piacere. L’idea, apparentemente, è quella di poter vedere di tutto sempre, comunque e ovunque.

Anche a voi l’idea di questa onnipresenza e onniaccessibilità televisiva sembra più che un po’ inquietante – almeno in potenza? Ma questo è ancor nulla, perché tutti sappiamo che i mezzi sono buoni o cattivi a seconda di come li si usa, e alla fin fine la questione si riduce all’individuale discernimento e all’individuale senso della misura.

Peccato che poi Pif prosegua informandoci in tono estatico che…

“Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover scegliere… Non è fantastico?”

Altro cielo telestellato, musica, logo, informazioni pratiche, fine.

Ecco, appunto: non è fantastico?

Er… no.

Per niente, perché la “libertà di non dover scegliere” ha inevitabilmente degli echi orwelliani da far accapponare la pelle. Ricordate il discernimento individuale di cui si diceva un paio di paragrafi più sopra? Ecco, Tim ci informa allegramente che non abbiamo bisogno di farne uso: le nuove tecnologie ce ne dispensano – e siamo caldamente invitati a gioirne. Honestly, non riesco a guardare questa pubblicità senza pensare a 1984, e voi?Nineteen

E poi in realtà so benissimo che chiunque abbia scritto questa campagna non aveva in mente nulla del genere. Suppongo che l’intenzione fosse proporre un’immagine di spensierato e sconfinato intrattenimento, una sorta di gioioso telebengodi senza patemi. “Noi, a differenza di altri, non poniamo confini al vostro intrattenimento. Non avete bisogno di scegliere perché noi vi offriamo tuttotuttotutto…”

Solo che a questo punto a qualcuno è scivolata la penna e, invece di “Vi offriamo una scelta illimitata”, noi sentiamo “Lasciate che pensiamo per voi, abdicate a una delle fondamentali caratteristiche umane, non affaticatevi a scegliere, divertitevi e basta…” – e non suona terribilmente bene, you know.

E tanto più perché la campagna ha chiaramente qualche pretesa, avendo in cima Tim Berners-Lee, l’apertura celestiale,  idee come quella che ogni bambino possa “inventare la sua scuola”… E se cercate gli spot su YouTube,  li trovate intitolati “Il futuro secondo [il testimonial di turno*]”…

Ecco, imperniare una campagna pubblicitaria su un’idea di futuro ha perfettamente senso per un’azienda come Tim – però è impegnativo. Non è solo questione di quel che si propone, ma anche di come lo si racconta. Bisognerebbe badare alle parole che si usano. Alle implicazioni di quel che si dice. E magari anche al passaggio di tono tra la visione generale e l’offerta di un servizio specifico.

Sennò poi si finisce coll’evocare Orwell, col dare l’impressione di voler anestetizzare neuroni, col risultare inquietanti – e, tanto dal punto di vista del consumatore quanto da quello del marketing, temo che non sia poi così fantastico.

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* E non so, magari sono io – ma qualcun altro ha avuto un certo senso di bathos passando da Berners-Lee a Fabio Fazio?