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Crisi nigerrima.

Sapete quel momento in cui si comincia a chiedersi come si è mai potuto pensare di scrivere una storia del genere?

Quando si ha l’impressione di essersi scritti in un angolo – e di non avere la più pallida idea di come uscirne?

Quando più si strologa e si elucubra, più si ha la sensazione di annodarsi?

Ecco.

scribblemania

PBD

E intanto che si rimette a piovere per l’ennesima volta (ma se non altro tuona almeno un po’…), vi posso dire che oggi è una giornata di conflitto interiore.

E benché ce ne fosse già una certa quantità, ammetto che aggiungerne ancora un po’ e affilare quel che c’è sta producendo tutto un fiorire di interessanti possibilità per la seconda parte – con germogli diretti e collaterali…

So far, so good, Mr. Maass.

E adesso mettiamo da parte i fantasmi per un paio d’ore, mentre mi occupo di acqua salata & inchiostro.

scribblemania

PBN

Stamattina – un po’ sul tardi, ma pur sempre stamattina – mi sono pubblicamente riproposta di provare, for once and for a wonder, a scrivere  di giorno, anziché nel cuore della notte.

Ecco…

Il bilancio della giornata è di 498 parole e una scena finita – il che non sarebbe nemmeno malissimo di per sé, ma di quelle 498 parole 164 sono state scritte ad orari che, con qualche sforzo d’immaginazione, si possono definire diurni. Il resto, be’… Il resto no.

Ecco, non so, ma mi pare che non sia andata proprio strabenissimo, eh?

scribblemania

Piccolo Bollettino Notturno

E no, non è che 213 parole siano un gran progresso, ma:

I. Sono le prime duecentotredici parole da qualche giorno a questa parte, per cui è tutta glassa. E poi…

II. Erano duecentotredici parole piuttosto intense. Credo che trovandosi in un posto buio e freddo, e con la prospettiva di restarci più o meno indefinitamente, per il calore del fuoco si possa avere una nostalgia davvero feroce, don’t you think?

E, a parte questo, qualcosa- qualcosa è sul punto di succedere…

scribblemania

PBN

E vogliamo parlare degli incantevoli momenti in cui, dopo avere deciso che per stasera avete finito, e state facendo tutt’altro, e vi siete convinti a non pensarci più fino a domani mattina, la soluzione vi si presenta alla mente, con l’improvvisa e illuminante qualità di una folgorazione?

Oh, una piccola folgorazione, e anche la soluzione è solo una soluzione, non la Soluzione – ma nondimeno, un attimo fa non eravate poi troppo convinti della chiusura di questa scena e non avevate le idee troppo chiare sulla scena successiva, e all’improvviso ecco che avete chiusura, transizione e direzione per la scena successiva, confezionate in un unico pacco regalo, con tanto di nastro rosso. Be’ magari grigio, nelle circostanze. Con tanto di nastro grigio.

Son soddisfazioni.

Vitarelle e Rotelle

La Consolante Provvisorietà Delle Prime Stesure

Scrivere una prima stesura è come orientarsi a tentoni in una stanza buia, o traudire una conversazione sussurrata, o raccontare una barzelletta senza ricordarsi come va a finire. Non so più chi abbia detto che si scrive più che altro per riscrivere e revisionare, perché è riscrivendo e revisionando che la nostra mente prende piena confindenza con ciò che abbiamo scritto.

E questo era Michael Seidman, citato da Cindy Vallar sulla HNR, un paio di numeri orsono.

Credo che sia qualcosa di terribilmente difficile da imparare, e in tutta probabilità la prima causa di morte letteraria. È difficile, difficile, difficile convincersi che la prima stesura è soltanto una prima stesura, il cui scopo è quello di buttar fuori un ragionevole abbozzo della storia. Per poi lavorarci su. Sistemare la logica, aggiungere folgorazioni, intonare la voce, aggiustare lo schema di colori, il ritmo e i particolare, scuotere la struttura e i meccanismi finché non funzionano alla perfezione – questi sono tutti compiti per la revisione.

E credete, non sto predicando – o, se lo faccio, predico prima di tutto a me stessa, perché per molti anni ho strologato fino alla nausea su ogni virgola della prima stesura e, una volta giunta alla fatidica paroletta di quattro lettere, non sapevo mai indurmi a nulla più di un safari a caccia di errori di battitura, una spolveratina qui, una timida sfrondatina là…

Ma ogni volta che si presentava la necessità – o la possibiltà – di un intervento più energico ripensavo a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica che avevo profuso nella prima stesura, e mi mancava il coraggio.

E questo, ammettendo che alla fatidica paroletta ci fossi arrivata affatto. Non vado per nulla orgogliosa della quantità di inizi che giacciono qua e là nel mio hardware, come ciclopiche ossa in un cimitero degli elefanti. Oh, sono tutte ossa lucidate a cera – talmente lucidate che ogni volta, alla prima difficoltà, al primo intoppo, al primo colpo di noia, ho ripensato a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica eccetera, e mi sono scoraggiata. 

Oppure sono ossa più nature, in cui mi pareva di non trovare la voce e il ritmo e il colore che volevo e, invece di dirmi che per quello c’era tutto il tempo, e avanzare da bravo soldato… indovinate un po’? Mi sono scoraggiata.

E ancora adesso, per quanto sappia che non è così che funziona, faccio una fatica del diavolo a non perdere una sessione di scrittura fissando lo schermo e tambureggiandomi sullo sterno la Marcia Funebre di Chopin con le dita, nell’insana fissazione di trovare la replica perfetta alla battuta del personaggio X.

E poi qualche volta mi rendo conto che non è affatto detto che la battuta di X resti così com’è indefinitamente, e forse se non riesco a trovare una risposta adatta è anche perché quella fettina di dialogo non va bene in generale, e comunque non è un problema che devo risolvere adesso, e allora aggiungo un’annotazione tipo [Y TAGLIA X A FETTINE MOLTO SOTTILI – CONCLUDENDO CON UNO SCONSIDERATO AFFONDO IN CUI NOMINA Z > CONSEGUENZE] e passo oltre. Ci penserò in fase di revisione – ammesso che debba ancora farlo.

E poi, quando arrivo alla revisione, qualche volta il problema si è risolto da sé, qualche volta è superato, qualche volta richiede ulteriori cogitazioni, ma…

Badate a questo, perché è importante – ed è l’acqua calda, I know, eppure vorrei che qualcuno me l’avesse detto prima, e anche adesso che lo so, sentirei il bisogno di incidermelo in fronte*. Dico davvero, badateci:

Il punto è che, quando si arriva a riscrivere e revisionare un nodo lasciato indietro, si è forti di tutto il resto della storia. Si sa che cosa succede dopo. Si sa come va a finire. Si sa dove e come possono germogliare le conseguenze del nodo. E, cosa non indifferente, si ha molta, molta, molta più confidenza con la storia in generale. 

Per cui, a parte tutto il resto e a parità di problema, le probabilità di saperlo risolvere in seconda stesura sono infinitamente superiori a quelle che si avevano prima.

Ecco.

Perché è in revisione che si trova l’interruttore, o ci si avvicina alla gente che sussurra, o ci si ricorda come va a finire la barzelletta. E, a differenza dei narratori di barzellette, si può tornare indietro e raccontarla meglio.

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* Modo di dire che mi piace, ma non posso fare a meno di considerare un po’ scemo, perché una volta che me lo fossi inciso in fronte, non avrei modo di leggermelo. Avrei bisogno di qualcuno che me lo leggesse. Oppure dovrei farlo incidere a rovescio per poterlo leggere allo specchio. Ma c’è anche la possibilità che un’incisione in fronte sia un procedimento abbastanza doloroso da restare memorabile a lungo – insieme alla causa della sua adozione? Ma allora forse basterebbe un’incisione meno elaborata e da qualche altra parte che non fosse la fronte? E lo so, tutto ciò non ha un briciolo di senso e i modi di dire son modi di dire, ma abbiate pazienza: sono convalescente.

elizabethana · scribblemania

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No, non ho scritto un bottone, però ho riletto i primi due capitoli della mia storia di fantasmi che ancora non ha un titolo – ma scrivere tutte le volte che ancora non ha un titolo comincia ad annoiarmi, per cui parliamone come di GK, volete?

Ad ogni modo, ho riletto i due primi capitoli, e sapete una cosa? Non mi dispiacciono affatto. Sono ancora molto crudi e pieni di spigoli vivi, come tutte le prime stesure, ma tutto sommato potrebbe andare molto, molto peggio.

Per cui adesso tutto quel che devo fare è aggiungere altre cinquantamila parole circa e finire la dannata storia, giusto?

Giusto?

scribblemania

Piccolo Bollettino Notturno

Allora, funziona così: divano, gatto*, computer, musica appropriata, tazza di tè (oppure caramelle al latte&miele), e se proprio volete gli effetti speciali, fuoco nel camino.

Non dico che finirete il vostro racconto/romanzo/play/sceneggiatura/articolo/tesi/poema in pentametri trocaici in una singola sessione, però una cosa la garantisco: vi sentirete molto, molto, molto in parte.

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* Il gatto è opzionale. E può sempre darsi che, prima di acciambellarsi sui vostri piedi, cerchi con qualche pervicacia di sloggiare il computer che tenete in grembo e prenderne il posto. Just saying.

scribblemania

PBN

E allora forse scrivere due cose contemporaneamente non è una buona idea.

All’inizio sembrava di sì – o quanto meno sembrava che non fosse un problema, però adesso non sono più così sicura.

Ad ogni modo, Happy Ends procede, seppure un po’ più lentamente del previsto, perché nell’avanzare con la revisione scopro un sacco di cose che si possono fare meglio, e allora…

Con i fantasmi non so. Diciamo a giorni alterni. O forse “a settimane alterne” è una descrizione più accurata dello stato delle cose. Però stasera, durante una sessione di prove particolarmente frustrante, dopo che l’uomo delle luci ci aveva annunciato che non si potevano provare le luci perché l’impianto luci non era in funzione, mi sono seduta in un angolino con un dubbio improvviso, un taccuino e una penna.

Il dubbio è che il middle point che avevo in mente potrebbe non essere il più adatto. Un dubbio un tantino tardivo, visto che al middle point mancano meno di diecimila parole, ma tardi è decisamente meglio che mai. E così ho cominciato a fare liste. Possibili MP, possibili personaggi e luoghi per ciascuna ipotesi, e poi MP, personaggi e luoghi del tutto impossibili, come dice Emma Coats.

Così adesso la mia lista si è ridotta a tre possibilità: quella davvero triste, quella niente affatto triste al momento ma ancor più triste sul lungo periodo e quella aperta a molte possibilità. Mi piacciono tutte e tre, per cui a voler vedere sono incasinata come prima…

Però sono incasinata in un modo che mi piace di più.