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Lagno di una scrittrice stanziale d’Europa

Che fai Clarina seduta lì? Dimmi, che fai, lamentosa Clarina? Sorgi al mattino e vai, contemplando gli schermi; indi ti posi…

Yes well. Abbiate pazienza.

Il fatto si è che non sto scrivendo abbastanza, non sto scrivendo abbastanza e non sto scrivendo abbastanza. Continua a leggere “Lagno di una scrittrice stanziale d’Europa”

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Qualcosa – qualcosa… la storia del libricino rosso e grigio

È un arnesetto in brossura della Dover Thrift, sottile sottile, con le pagine un po’ ingiallite all’orlo e le mie iniziali timbrate a secco nell’angolo destro in alto del frontespizio… e non mi ricordo da dove arrivi. Continua a leggere “Qualcosa – qualcosa… la storia del libricino rosso e grigio”

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Piccolo Bollettino di Maggio

Oh, guardate: un Piccolo Bollettino! Da quanto tempo non scrivevo un PB di alcun tipo…? Un tempo c’erano i Piccoli Bollettini Notturni, i Piccoli Bollettini Soddisfatti, all’occasione i Piccoli Bollettini Furibondi…

Well, never mind. Questo è un Piccolo Bollettino di Maggio – giusto per vedere come stanno andando le cose. Continua a leggere “Piccolo Bollettino di Maggio”

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Una storia al giorno – di nuovo

Ricordate #StoryADay, Julie Duffy e le 23 storie in 31 giorni?

Una di quelle sfide internettiane, dicevamo l’anno scorso – la cui versione completa richiederebbe di scrivere ogni giorno la prima stesura di un racconto, per tutto maggio. Però poi in realtà si è invitati a stabilire le proprie regole – perché l’idea non è quella di affondare nelle sabbie mobili di un obbiettivo irragionevole, ma piuttosto quella di spingersi “oltre”. E converrete tutti che “oltre” può essere una faccenda molto, molto soggettiva… Continua a leggere “Una storia al giorno – di nuovo”

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E a volte invece no

Oh, ero proprio convinta di riuscirci, sapete?

In fondo non sarebbe stata la prima volta: scadenza incombente, indietro come un carro di refe, scriverescriverescrivere per un certo numero di giorni… E si sa, non lavoro mai così bene come quando sono sotto pressione, giusto?

E dunque, quando all’inizio di gennaio (ugh!) mi sono ritrovata a due settimane dalla scadenza, mi son detta: che sarà mai? Da oggi mi ci metto d’impegno, e…

…E a dire il vero, il giorno in questione l’impegno si è limitato a una rilettura del materiale che avevo pronto. E me ne son venuta via con qualche appunto in più, qualche scintilla di rinnovato fuoco in proposito – e la constatazione che di materiale non ce n’era poi molto.

Hm.

Ma da domani…

E l’indomani mattina c’erano cose irrinunciabili da fare, e ilpomeriggio… dov’è che vanno mai a finire questi pomeriggi invernali? E a sera mi sono seduta al computer, e ho trafficato con i miei appunti, e scritto due versioni di un pezzo, e deciso che potevo tenerle tutte e due – a patto di sviluppare una certa idea in una direzione diversa, e… oh, guarda sono le due e un quarto del mattino!

E via così nei giorni successivi, riducendomi a lavorarci a notte tarda, e trovando una nuova possibilità dietro l’altra, e aggiungendo liste, domande, link, idee da esplorare, punti strutturali da approfondire… tutto fuorché conteggio parole.

Dite la verità: a voi che cosa sembra?

Io non ci ho nemmeno fatto troppo caso, finché le due settimane di tempo non si sono ridotte a poco più di una, e mi sono accorta che avevo ben poco di pronto. Quasi nulla, in realtà. Un’idea che mi piace molto, un sacco di appunti, e un maiuscolo caso di procrastinazione.

E allora mi sono fermata a pensare. Il concorso di cui parliamo è una faccenda sull’Isoletta, a proposito di una forma che per me è in parte nuova e in parte non proprio nuova ma un nonnulla ostica. All’inizio del Terribile Venti mi ero proposta, a titolo di progetto annuale, di dedicarmi alla forma in questione, lavorarci con costanza e produrre qualcosa che si potesse mandare al concorso isolano. Buoni propositi, you know…

E così ho cominciato, e ho seguito qualche corso in proposito su Skillshare e altrove, e ho trovato un’idea che mi piaceva, e quando ho visto che, dopo qualche mese, la faccenda aveva l’aria di non andare da nessuna parte, ho cercato di darmi uno scrollone iscrivendomi a Story A Day, e la cosa ha sortito qualche effetto – e poi naturalmente ci sono stati la stagione estiva a Palazzo d’Arco, e Road to Murder, e il Rumore delle Ali…

Ma l’idea del concorso era sempre lì, e mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo, perché andiamo! Gennaio del Ventuno? Tutto il tempo del mondo.

Well, yes: quando ho consegnato Road to Murder all’editore a fine novembre, persino io mi sono accorta che dicembre (che è dicembre!) e parte di gennaio non erano più tutto il tempo del mondo – ma a quel punto non mi restava più tantissimo da fare. Avevo più o meno tre quarti di prima stesura, si trattava soltanto di finire e strutturare per bene. Fattibile, giusto? Fattibilissimo.

A patto di non decidere all’improvviso che quei tre quarti di prima stesura non andavano più bene. Che mancavano di… qualcosa – qualcosa. Che c’era un’altra idea migliore – completamente nuova e in parte da ricercare – ma perfetta…

Yes, well.

Lo so. Ma siccome ho il buon senso di una meletta acerba, via sull’onda del nuovo entusiasmo, tra una decorazione natalizia e l’altra: ricerche, appunti, freewriting, tempeste cerebrali… Fino a Natale.

Voi scrivete i giorni di Natale? Io no. Ogni tanto, mentre leggoleggoleggo accanto al camino con un gatto sulle ginocchia e una tazza di tè a portata di mano, ci penso, mi sento vagamente in colpa, ma poi non ne faccio nulla.

E poi all’improvviso è stato gennaio (ugh!), e la scadenza incombeva, e io avevo soltanto un’idea e pagine su pagine di appunti e il maiuscolo attacco di procrastinazione…

E probabilmente avrei potuto farcela. Facendo le corse, scrivendo giorno e notte, accantonando tutto il resto. L’ho già fatto in precedenza, giusto? Più di una volta. Con successo. Sono capace di farlo. L’ultima volta che l’ho fatto, ho anche vinto il concorso in questione…

Solo che stavolta non l’ho fatto. Stavolta ho guardato per bene il calendario e le mie pagine di appunti e sondato le profondità del mio attacco di procrastinazione, e rimuginato sul fatto che da un anno lavoro a questa cosa e non vado da nessuna parte – e ho deciso di fermarmi.

Di non forzare la faccenda, di non mandare sull’Isoletta qualcosa di cotto a metà, di cercar di capire perché, quando si tratta di questa particolare forma, sviluppo tutta questa capacità di autosabotaggio. Fine della storia.

Forse, dopo tutto, non ero poi così convinta di riuscirci.

Forse accantonerò il progetto e forse no. Forse è segno che sto maturando e forse invece è un pessimo precedente. Non lo so ancora. Vedremo. Intanto niente concorso – e non so, ma non mi sembra il modo migliore per iniziare l’anno nuovo…

Vedremo.

Ve l’ho mai detto che detesto gennaio?

 

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Di terze stesure, scadenze, e differenze franco-inglesi

Ieri sera, con un giorno di ritardo e una certa sorpresa, ho inserito nel taccuino rosso dedicato a Road to Murder il calendario mensile di novembre – una faccenda che è per metà un ruolino di marcia, e per metà resoconto quotidiano di quel che faccio (o non faccio).

E dico che l’ho fatto con una certa sorpresa perché… novembre! Un mese alla scadenza. Un mese alla consegna. Ancora quasi tutto un mese. Solo un mese… oh dear! Sì, ecco. Sto lavorando sulla terza stesura – in realtà, più che altro, una serie di aggiustamenti e la dannata Montreuil sur Mer – e non so più troppo bene se sono indietro, avanti o a un punto ragionevole…

No, davvero: non lo so più. Va a tratti. Immagino che dipenda dalla quantità di tè assunto, dal meteo, dalla dannata Montreuil…

E sia ben chiaro, non ho nullissima contro Montreuil sur Mer – se non il fatto che in rete non se ne trova una pianta cinquecentesca a nessun patto. O finora io non l’ho trovata e non la trovo, e in fondo dovrei solo capire un paio di cose su come erano rispettivamente piazzate e distribuite cittadina e cittadella… e sapete la cosa peggiore? Che i Francesi non sono di nessun aiuto.

Voglio dire: avete un dubbio su come fossero fatte le navi che nel tardo Cinquecento facevano la spola tra Dover e Calais trasportando merci e qualche passeggero per arrotondare? Vi domandate cose come il tipo di costruzione, il numero di alberi e cose così – e, per quanto cerchiate, trovate ben poco di consclusivo, che sia contemporaneo o moderno? Ebbene, quel che fate è scrivere a qualcuno di inglese o di americano. Può essere uno storico che tiene un blog, il curatore di un museo navale, il webmaster di un sito che traccia le rotte commerciali in età Tudor… Scrivete una piccola mail cortese in cui spiegate il vostro dubbio, raccontate a che punto siete riusciti ad arrivare da soli, e formulate la vostra domanda – e… nel giro di qualche giorno, ecco che arriva la risposta!  Nella più blanda delle ipotesi, vi indirizzano verso qualche libro o archivio online – ma di solito offrono risposte dettagliate o, dove non ce ne sono, ipotesi ragionate. E vi salutano augurandovi buona fortuna per il romanzo e sperando di essere utili… Ed è meraviglioso.

Però funziona solo con gli Anglosassoni.

Provate a fare lo stesso con un museo, un archivio o un’associazione culturale francesi. Provate pure – ma non aspettatevi nulla. Nemmeno una risposta per dire che non vi possono aiutare. E non sto facendo l’anglomane ossessiva – è che, per esperienza diretta e recente, è proprio così. In fairness, dirò che una volta, una ventina abbondante d’anni fa, ho avuto risposta – cartacea e dettagliata – dal Musée des Guerres de Vendée di Cholet. Una volta. Più di vent’anni fa. Fine.

Quindi sì, forse sono un’anglomane ossessiva – ma dopo tutto ho le mie ragioni. Ecco.

E adesso torno alla mia terza stesura, e a cercare notizie sulla Montreuil del tardo Cinquecento, e a cercar di capire se sono indietro, avanti o, dopo tutto, nessuna delle due cose.

Vi farò sapere.

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Stratigrafia Cartaceo-Narrativa

Allora, all’inizio della settimana scorsa ho iniziato a revisionare RtM – e ovviamente la prima cosa da fare è stampare la prima stesura e rileggere il tutto, perché questa non è cosa che si possa fare leggendo sullo schermo.

Ora, Holly Lisle, nel suo corso sulla revisione, raccomanda energicamente di stampare su carta bianca e nuova, per non avere nulla sul retro dei fogli che possa distrarre dal lavoro di revisione. E qui è il punto in cui confesso che, pur tendendo a dar retta a Holly in linea generale, c’è il fatto che la carta, gli alberi, il pianeta… E quindi no, non lo faccio quasi mai: se ho della carta di recupero, la uso – con buona pace di Holly Lisle.

E questa volta di carta di recupero ne avevo davvero parecchia, in seguito al più o meno recente riordino dello studio. Anni e anni di carta di recupero, ben più di quanta ne occorresse per stampare le 182 pagine A4 della stesura in TNR corpo 12, con interlinea 1.5 e nessuna interruzione di pagina tra i capitoli. Centottantadue pagine – un discreto malloppo.

Ma il punto si è che Holly ha ragione, e quel che c’è dietro è un motivo di distrazione non indifferente – soprattutto quando si tratta di anni… no: di decenni di stampe miste assortite. Non vi fate idea di quel che è saltato fuori.

Anzi, ve la fate, perché ve lo dico:

– Scampoli della Fenomenologia dello Squarciacavoli, una delle mie non frequentissime incursioni in campo saggistico, germogliata da una serie di vecchi post qui su SEdS e, in realtà, mai andata da nessuna parte.

– Un paio di storie molto più recenti, due delle dodici scritte a cadenza mensile l’anno scorso.

– Pezzi di una stampa di quello che mi piace chiamare il mio primo tentativo di romanzo, e qui torniamo davvero indietro, considerando che ero ancora all’università. Bisogna dire che la mia stampante dell’epoca fosse alquanto inaffidabile, perché ci sono pagine illeggibili nella più irregolare delle maniere – paragrafi mancanti, righe saltate, file di punti o poco più…

– Il canovaccio della primissima presentazione del mio primo libro pubblicato: Lo Specchio Convesso, back in the day, ebbe un debutto piuttosto grandioso, al Monicelli di Ostiglia, con tanto di attori in costume rinascimentale che recitavano brani…

– Tre copie di una versione piuttosto iniziale del play tratto da Somnium Hannibalis. Una versione ancora abbastanza didattica… quando ero bloccata dall’idea del progetto per le scuole. Non ho idea del perché ne abbia tre copie, considerando che non è affatto quel che poi è andato in scena.

– Le prenotazioni di un albergo a Earl’s Court e di due biglietti al Noël Coward Theatre per Shakespeare in Love – insieme, per qualche motivo, alla prenotazione di una serata della Rassegna Estiva 2020 a Palazzo d’Arco.

– Le didascalie per una mostra iconografica virgiliana a cui ho collaborato per la buona vecchia BorgoCultura.

– Esercitazioni di Economia Politica. Uno degli esami che ho detestato di più all’Università. Si potevano prendere questi pacchi di vecchi esami per esercitarsi… Arrossisco un nonnulla nel confessare che apparentemente non ho nemmeno provato a risolvere un singolo problema.

– Moduli di richiesta per il passaporto e tre copie del modulo per la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Tutti in bianco.

– La prima scena di un play su Clara Bow – stella del cinema muto negli anni Venti. Prima e unica, se ben ricordo. Però forse potrei pensare di andare avanti? La scena richiede lavoro, ma l’idea di fondo non era male…

– Pezzi del Romeo e Giulietta stampato per il primissimo Palcoscenico di Carta, quando eravamo ancora nella libreria Einaudi di Corso Vittorio Emanuele.

– La scaletta annotata per la conferenza sui malvagi di Malvagi, Amici & Amanti, il mio cicletto shakespeariano. Una versione potata e senza letture, by the look of it. Non saprei dire dove e quando.

– Tre pagine di brainstorming per un lavoro di copyediting.

– Pezzetti sparsi di una stesura di Sweet Ned.

– Un appunto a mano e a pennarello in cui ricordo a me stessa di chiamare Francesco e Simone per la Tempesta. Nove meno un quarto. Anche qui, se ben ricordo, si torna indietro di più di vent’anni.

– Una citazione di P.G. Wodehouse che dice: Non voglio vedere nessuno e non voglio andare da nessuna parte né fare alcunché. Voglio soltanto scrivere.

– Parte di  Di Uomini e Poeti, annotato a pennarello verde.

– L’inizio dei Promessi Sposi, preparato dal Professor Artioli per le letture manzoniane alla UTE. A me era stato assegnato Quel ramo del lago di Como…

– Quello che forse è un articolo sull’ormai dissolta associazione CLIC – stampato, chissà perché, in magenta.

– Una singola pagina di The Red Apple…

Quindi… quindi sì, Holly Lisle ha ragione. Se dicessi che questa carotatura per iscritto dell’ultimo paio di decenni della mia vita non mi ha occasionalmente distratta dalla revisione, mentirei. E però non sono dispiaciuta che sia accaduto. Spero che la distrazione non finisca col nuocere in qualche modo a RtM – ma d’altra parte, come si resiste alla tentazione di un viaggio nel tempo?

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Piccolo Bollettino Estremamente Soddisfatto

Rejoice with me! Ho finito la prima stesura di Road to Murder!

Poco fa, con un paio di giorni di anticipo sul ruolino… dopo tutto, checché me ne paresse la settimana scorsa, mi sono data una mossa e sono giunta a conclusione. Tra parentesi, è per questo che oggi non ho postato sul serio e vi tocca soltanto questo PBES. E naturalmente tra qualche giorno si ricomincia con una seria campagna di revisioni – ma intanto… well, a dire il vero non scrivo mai la fatidica paroletta in fondo alle prime stesure – ma, se lo facessi, poco fa avrei potuto scriverla.

Ecco.

Volevo mettervi a parte.

Vado a festeggiare… non so con cosa di preciso (i famosi biscotti al cioccolato?) – ma vado a festeggiare.

Come dicevasi all’inizio: gioite con me!

 

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Dirittura di (non) arrivo

Ed ecco che ci risiamo.

No, dico: immaginate di essere a sei settimi di una prima stesura. Penultimo capitolo. Pieno climax. ormai ci siamo quasi, il protagonista ha capito tutto e sta facendo le corse nel tentativo di fermare l’imminente disastro, intanto – e poi risolvere il problema. Poi un capitolo di azione discendente, in cui si annodano gli ultimi nodi e si predispongono cose per il futuro, e poi la fatidica paroletta di tre (o quattro) lettere.

Fine della prima stesura – and glory be.

Solo che non ci siete ancora arrivati. Ma è talmente vicino che lo vedete a portata di mano. Qualche giorno di sforzo concentrato e ci siete. E, siccome a questo punto sapete precisamente dove state andando (nel senso che non solo ne avete una buona idea, ma ormai è tutto predisposto – salvo sorprese maiuscole), che può mai volerci?

Ecco. Avete immaginato tutto questo? E allora ve lo chiedo: che cosa fate a questo punto?

Uno sprint finale, giusto? Serrate il trotto, come un cavallo che annusa di essere prossimo a casa. Vi ci mettete di buzzo buono e finite la benedetta prima stesura prima che si può. E fate così perché siete gente sensata e ragionevole, e ormai manca talmente poco, ed è tutto in discesa… È così che fate, giusto?

Bravi. Io no.

Io, per qualche motivo che non mi so spiegare, quando sono a questa confortevole distanza dalla fine, invece di serrare il passo, rallento. Scrivo di meno, procrastino, rimando, perdo un sacco di tempo a strologare il susseguirsi delle magioni nobiliari lungo il fiume sulla Agas Map, cerco immagini della livrea reale nel 1581, faccio torte, controllo di non avere chiamato troppa gente “Richard”, vado a fare passeggiate domenicali lungo il fiume…

E mentre faccio tutto ciò mi sento in colpa, ogni singolo istante, perché so benissimo che, se solo facessi un po’ sul serio, potrei tranquillamente finire la prima stesura entro settembre. E finire le prime stesure è cosa bella e buona, giusto?

E allora, ditemi voi: perchè diavolo non lo faccio?

“Perché non vuoi separarti dalla tua storia e dalle tue creature?” chiede R.

Ed è una graziosa idea un po’ sentimentale – ma non credo proprio che il punto sia quello, soprattutto perché alla fine della prima stesura non ci si separa da niente e da nessuno. Poi vengono le revisioni, l’editing e tutto quanto… Prima che mi debba separare da Tom e compagnia, farò in tempo a non poterne più di loro.

E quindi? Quindi… who knows? E sono più che un po’ seccata con me stessa…

E intendiamoci: non è orribilmente grave – solo irritante oltre ogni dire. Però è davvero un’irritazione di cui farei a meno.

Idee in proposito, o Lettori? Consigli? Suggerimenti? Parole sagge? Biscotti al cioccolato? Anche voi fate così? O siete di quelli che finiscono gli ultimi capitoli in un unico galoppo scintillante? Do tell!