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Stratigrafia Cartaceo-Narrativa

Allora, all’inizio della settimana scorsa ho iniziato a revisionare RtM – e ovviamente la prima cosa da fare è stampare la prima stesura e rileggere il tutto, perché questa non è cosa che si possa fare leggendo sullo schermo.

Ora, Holly Lisle, nel suo corso sulla revisione, raccomanda energicamente di stampare su carta bianca e nuova, per non avere nulla sul retro dei fogli che possa distrarre dal lavoro di revisione. E qui è il punto in cui confesso che, pur tendendo a dar retta a Holly in linea generale, c’è il fatto che la carta, gli alberi, il pianeta… E quindi no, non lo faccio quasi mai: se ho della carta di recupero, la uso – con buona pace di Holly Lisle.

E questa volta di carta di recupero ne avevo davvero parecchia, in seguito al più o meno recente riordino dello studio. Anni e anni di carta di recupero, ben più di quanta ne occorresse per stampare le 182 pagine A4 della stesura in TNR corpo 12, con interlinea 1.5 e nessuna interruzione di pagina tra i capitoli. Centottantadue pagine – un discreto malloppo.

Ma il punto si è che Holly ha ragione, e quel che c’è dietro è un motivo di distrazione non indifferente – soprattutto quando si tratta di anni… no: di decenni di stampe miste assortite. Non vi fate idea di quel che è saltato fuori.

Anzi, ve la fate, perché ve lo dico:

– Scampoli della Fenomenologia dello Squarciacavoli, una delle mie non frequentissime incursioni in campo saggistico, germogliata da una serie di vecchi post qui su SEdS e, in realtà, mai andata da nessuna parte.

– Un paio di storie molto più recenti, due delle dodici scritte a cadenza mensile l’anno scorso.

– Pezzi di una stampa di quello che mi piace chiamare il mio primo tentativo di romanzo, e qui torniamo davvero indietro, considerando che ero ancora all’università. Bisogna dire che la mia stampante dell’epoca fosse alquanto inaffidabile, perché ci sono pagine illeggibili nella più irregolare delle maniere – paragrafi mancanti, righe saltate, file di punti o poco più…

– Il canovaccio della primissima presentazione del mio primo libro pubblicato: Lo Specchio Convesso, back in the day, ebbe un debutto piuttosto grandioso, al Monicelli di Ostiglia, con tanto di attori in costume rinascimentale che recitavano brani…

– Tre copie di una versione piuttosto iniziale del play tratto da Somnium Hannibalis. Una versione ancora abbastanza didattica… quando ero bloccata dall’idea del progetto per le scuole. Non ho idea del perché ne abbia tre copie, considerando che non è affatto quel che poi è andato in scena.

– Le prenotazioni di un albergo a Earl’s Court e di due biglietti al Noël Coward Theatre per Shakespeare in Love – insieme, per qualche motivo, alla prenotazione di una serata della Rassegna Estiva 2020 a Palazzo d’Arco.

– Le didascalie per una mostra iconografica virgiliana a cui ho collaborato per la buona vecchia BorgoCultura.

– Esercitazioni di Economia Politica. Uno degli esami che ho detestato di più all’Università. Si potevano prendere questi pacchi di vecchi esami per esercitarsi… Arrossisco un nonnulla nel confessare che apparentemente non ho nemmeno provato a risolvere un singolo problema.

– Moduli di richiesta per il passaporto e tre copie del modulo per la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Tutti in bianco.

– La prima scena di un play su Clara Bow – stella del cinema muto negli anni Venti. Prima e unica, se ben ricordo. Però forse potrei pensare di andare avanti? La scena richiede lavoro, ma l’idea di fondo non era male…

– Pezzi del Romeo e Giulietta stampato per il primissimo Palcoscenico di Carta, quando eravamo ancora nella libreria Einaudi di Corso Vittorio Emanuele.

– La scaletta annotata per la conferenza sui malvagi di Malvagi, Amici & Amanti, il mio cicletto shakespeariano. Una versione potata e senza letture, by the look of it. Non saprei dire dove e quando.

– Tre pagine di brainstorming per un lavoro di copyediting.

– Pezzetti sparsi di una stesura di Sweet Ned.

– Un appunto a mano e a pennarello in cui ricordo a me stessa di chiamare Francesco e Simone per la Tempesta. Nove meno un quarto. Anche qui, se ben ricordo, si torna indietro di più di vent’anni.

– Una citazione di P.G. Wodehouse che dice: Non voglio vedere nessuno e non voglio andare da nessuna parte né fare alcunché. Voglio soltanto scrivere.

– Parte di  Di Uomini e Poeti, annotato a pennarello verde.

– L’inizio dei Promessi Sposi, preparato dal Professor Artioli per le letture manzoniane alla UTE. A me era stato assegnato Quel ramo del lago di Como…

– Quello che forse è un articolo sull’ormai dissolta associazione CLIC – stampato, chissà perché, in magenta.

– Una singola pagina di The Red Apple…

Quindi… quindi sì, Holly Lisle ha ragione. Se dicessi che questa carotatura per iscritto dell’ultimo paio di decenni della mia vita non mi ha occasionalmente distratta dalla revisione, mentirei. E però non sono dispiaciuta che sia accaduto. Spero che la distrazione non finisca col nuocere in qualche modo a RtM – ma d’altra parte, come si resiste alla tentazione di un viaggio nel tempo?

romanzo storico · scribblemania

Piccolo Bollettino Estremamente Soddisfatto

Rejoice with me! Ho finito la prima stesura di Road to Murder!

Poco fa, con un paio di giorni di anticipo sul ruolino… dopo tutto, checché me ne paresse la settimana scorsa, mi sono data una mossa e sono giunta a conclusione. Tra parentesi, è per questo che oggi non ho postato sul serio e vi tocca soltanto questo PBES. E naturalmente tra qualche giorno si ricomincia con una seria campagna di revisioni – ma intanto… well, a dire il vero non scrivo mai la fatidica paroletta in fondo alle prime stesure – ma, se lo facessi, poco fa avrei potuto scriverla.

Ecco.

Volevo mettervi a parte.

Vado a festeggiare… non so con cosa di preciso (i famosi biscotti al cioccolato?) – ma vado a festeggiare.

Come dicevasi all’inizio: gioite con me!

 

scribblemania

Dirittura di (non) arrivo

Ed ecco che ci risiamo.

No, dico: immaginate di essere a sei settimi di una prima stesura. Penultimo capitolo. Pieno climax. ormai ci siamo quasi, il protagonista ha capito tutto e sta facendo le corse nel tentativo di fermare l’imminente disastro, intanto – e poi risolvere il problema. Poi un capitolo di azione discendente, in cui si annodano gli ultimi nodi e si predispongono cose per il futuro, e poi la fatidica paroletta di tre (o quattro) lettere.

Fine della prima stesura – and glory be.

Solo che non ci siete ancora arrivati. Ma è talmente vicino che lo vedete a portata di mano. Qualche giorno di sforzo concentrato e ci siete. E, siccome a questo punto sapete precisamente dove state andando (nel senso che non solo ne avete una buona idea, ma ormai è tutto predisposto – salvo sorprese maiuscole), che può mai volerci?

Ecco. Avete immaginato tutto questo? E allora ve lo chiedo: che cosa fate a questo punto?

Uno sprint finale, giusto? Serrate il trotto, come un cavallo che annusa di essere prossimo a casa. Vi ci mettete di buzzo buono e finite la benedetta prima stesura prima che si può. E fate così perché siete gente sensata e ragionevole, e ormai manca talmente poco, ed è tutto in discesa… È così che fate, giusto?

Bravi. Io no.

Io, per qualche motivo che non mi so spiegare, quando sono a questa confortevole distanza dalla fine, invece di serrare il passo, rallento. Scrivo di meno, procrastino, rimando, perdo un sacco di tempo a strologare il susseguirsi delle magioni nobiliari lungo il fiume sulla Agas Map, cerco immagini della livrea reale nel 1581, faccio torte, controllo di non avere chiamato troppa gente “Richard”, vado a fare passeggiate domenicali lungo il fiume…

E mentre faccio tutto ciò mi sento in colpa, ogni singolo istante, perché so benissimo che, se solo facessi un po’ sul serio, potrei tranquillamente finire la prima stesura entro settembre. E finire le prime stesure è cosa bella e buona, giusto?

E allora, ditemi voi: perchè diavolo non lo faccio?

“Perché non vuoi separarti dalla tua storia e dalle tue creature?” chiede R.

Ed è una graziosa idea un po’ sentimentale – ma non credo proprio che il punto sia quello, soprattutto perché alla fine della prima stesura non ci si separa da niente e da nessuno. Poi vengono le revisioni, l’editing e tutto quanto… Prima che mi debba separare da Tom e compagnia, farò in tempo a non poterne più di loro.

E quindi? Quindi… who knows? E sono più che un po’ seccata con me stessa…

E intendiamoci: non è orribilmente grave – solo irritante oltre ogni dire. Però è davvero un’irritazione di cui farei a meno.

Idee in proposito, o Lettori? Consigli? Suggerimenti? Parole sagge? Biscotti al cioccolato? Anche voi fate così? O siete di quelli che finiscono gli ultimi capitoli in un unico galoppo scintillante? Do tell!

scribblemania

In Lode dell’e-Diario

In questo post si parlava dell’occasionale idea randagia che non vi lascia in pace finché non la scrivete da qualche parte, giusto? E in proposito dicevo come in certi casi, quando l’idea è davvero persistente, non ci sia nulla da fare se non questo:

Aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata.

E in realtà dicevo anche altre cose, ma questa è quella fondamentale, e apparentemente ha generato qualche genere di curiosità riguardo a dove si tenga questo genere di arnesi…

Ebbene, a titolo di premessa, lasciatemi citacchiare Kipling: ci sono sessantanove modi di raccogliere gli scampoli randagi, e ciascuno è quello giusto. Una cartella apposita nelle profondità del vostro hard disk, un taccuino dedicato, il taccuino generale, una scatola colma di foglietti, il registratore vocale sul telefono… Negli anni, prima o poi, ho usato e visto usare tutti questi metodi… no, non è vero: il registratore vocale non l’ho mai usato – ma mi si dice che funzioni. Però tenete conto che non stiamo parlando di un appunto volante, bensì di scampoli più o meno estesi. E in tutta franchezza, data la natura umana e la natura delle cose in genere, quando un’idea randagia possiede questo genere di prepotenza, odds are che stiamo parlando di “più estesi”.

Quindi, quel che faccio per lo più, è utilizzare un journaling software. Semmai non lo sapeste, un journaling software, o diario elettronico, è un processore più o meno complicato, con una quantità variabile di campanelli e fischietti – ma invariabilmente provvisto di un sistema interno di datazione. Sennò non sarebbe un diario, giusto? Questo significa che, quando lo aprite, vi apre automaticamente un file datato al giorno corrente, che resta in uso fino alla mezzanotte. Domani ce ne sarà un altro, e ieri ce n’è stato un altro ancora, e così via, e il programma archivia tutto per data. Nella forma base, tutto qui.

E sì, lo so che oggidì non si parla più di software ma di app – però il mio specifico diario elettronico è vecchio come le colline, ed è un software. Si chiama My Simple Friend – che, per essere del tutto sinceri, ho sempre trovato una scelta un po’ così, visto che “simple” si traduce in “semplice” in tutte le sue accezioni, compresa quella di “sempliciotto”…

Ma non si può negare che MSF sia semplice davvero. La pagina bianca, una tabella navigabile per le date in cui si è scritto qualcosa, una spartanissima barra degli strumenti… dei campanelli e fischietti di cui si diceva prima, qui non c’è granché. Le possibilità di formattazione sono ridotte al minimo, e non c’è assolutamente nient’altro.

Ma d’altra parte, questa è l’idea, giusto? Quando un’idea randagia mi punge, apro MSF, scrivo finché l’idea randagia non è soddisfatta, e chiudo. Fine. Non devo nemmeno disperarmi troppo a salvare, perché MSF è sorprendemente efficiente in questo, e devo dire che in quasi dodici anni, e pur con il mio pessimo stato di servizio in questo genere di cose, non ho mai perso una riga.*

Sì, quasi dodici anni. Ve l’avevo detto che è vecchio come le colline. Tanto vecchio che, per quanto ne so, non esiste nemmeno più…** Ma non è questo il punto. Basta gugolare qualcosa come “journaling app” per trovare dozzine di possibilità, gratuite o a pagamento, spartane o accessoriatissime, con o senza intricate opzioni di ricerca interna, immagini, promemoria e whatnot… E devo dire che vi consiglio vivamente di procurarvene uno. Uno qualsiasi, a vostro gusto, da usarsi per questo genere di cose.  L’occasionale storia randagia, pezzi del Work in Progress che volete cassare ma non eliminare del tutto Perché Non Si Sa Mai, versioni alternative, strologamenti per iscritto – soprattutto se strologate meglio alla tastiera che su carta… Cose così.

Poi, per quanto mi riguarda, è anche un cuscinetto per la coscienza: quando cedo all’insistenza di un’idea randagia, farlo su MSF mi fa sentire meno in colpa di quanto mi ci sentirei cedendo in posti digitali più strutturati e seri – come Scrivener… ma questo siete autorizzati a considerarlo un pezzetto di eccentricità personale e ignorarlo del tutto. O magari invece siete così anche voi e passate invereconde quantità di tempo a negoziare equilibri tra coscienza, subconscio e istinti procrastinatori… Son cose che ciascuno sa di se stesso, giusto? Non ne parleremo – e, a ogni buon conto, torneremo al consiglio di partenza: procuratevi un diario elettronico.

Ecco, magari assicuratevi che ci sia qualche opzione di ricerca, o almeno la possibilità di etichettare i vostri foglietti per qualcosa che non sia esclusivamente la data – perché questo forse è l’unico vero difetto che ho trovato a MSF. Adesso sto cercando di ovviare con un indice per le cose che mi capita di voler rileggere ogni tanto – ma mi ci è voluto del tempo per decidermi a farlo, e comunque ammetto che non è comodissimo.

Otherwise, però, è come quel cassetto in cui mettete tutte quelle cose che Non Si Sa Mai: comodo, poco impegnativo, ragionevolmente sicuro, divertente a rovistarsi nei pomeriggi piovosi e, all’occasione, niente di meno che una benedizione.

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* A ben pensarci, forse dovrei salvare una copia di tutto in MSF… Forse mi risparmierei un bel po’ di mal di stomaco?

** Qualcuno sa dirmi con più precisione?

angurie · scribblemania

Ritrovato!

Yes well – ho ritrovato l’itinerario.

Vi ricordate dell’itinerario smarrito? Perduto? Svanito nel nulla? Ecco, sabato mattina è saltato fuori.

E da dove, o Clarina? mi par di sentirvi chiedere.

Ecco, si direbbe che, quando dicevo di aver vanamente cercato in tutti i posti logici e in alcuni illogici, ne stessi trascurando uno. Uno talmente sensato, talmente – ma talmente logico che proprio non mi è nemmeno passato per la mente di guardarci.

E non sto facendo del sarcasmo a mie spese, sapete? Il posto era davvero logico, ma tale è la mia abitudine al disordine e alla vaghezza, che quando faccio qualcosa di sensato non mi ci ritrovo più.

Il fatto si è, vedete, che per la prima volta in vita mia ho un taccuino interamente ed esclusivamente dedicato a un singolo progetto. Per ragioni che presto diverranno chiare, questa volta è parsa una buona idea fare così, e procurare un Moleskine rosso.  È anche la prima volta che ho un Moleskine rosso* – ma questa è una faccenda di prime volte sotto più di un aspetto. Al momento la cosa rilevante è che, come tutti i Moleskine, anche il mio taccuino rosso possiede una di quelle tasche a soffietto all’interno della copertina posteriore. Non è un particolare a cui pensi tremendamente spesso. Voi le usate, o Lettori, le tasche posteriori dei Moleskine? Io qualche volta – ma più spesso no.

Anyway sabato mattina, mentre lavoravo a TW, mi è sorta l’esigenza di controllare la collezioncella di citazioni che sto raccogliendo sul taccuino a rovescio. Così l’ho girato, l’ho aperto a rovescio, ho notato distrattamente la tasca, ho trovato la mia citazione e, prima di tornare al diritto del taccuino, mi ha punta la curiosità: che cosa avrò mai qua dentro…? E mentre lo dicevo, mi si è accesa la lampadina. Sta’ a vedere che…

E sì, lo so: voi ci siete arrivati nell’istante in cui ho menzionato la tasca posteriore. Naturalmente l’itinerario era lì. Piegato in quattro anziché in due, con i suoi ritagli di Estienne, le annotazioni, gli sghiribizzi a colori…

L’Eureka Moment è consistito di un piccolo strillo, e di due rapide comunicazioni a R. e M. – a voce e via Whatsapp. Sia R. che M. dapprima hanno esultato con me e poi, separatamente, hanno posto la stessa ottima domanda che vi state ponendo voi adesso.

E di’ un po’, Clarina: ti è ancora utile?

La risposta è: Assolutamente No.

L’itinerario mi serviva per portare il mio protagonista da Amiens a Calais in modi che fossero tanto interessanti quanto storicamente e geograficamente… Ed è nella natura delle cose che sabato mattina, circa un’ora prima che l’itinerario ricomparisse, Tom sia arrivato a Calais sulla base dell’itinerario ricostruito, e con tanto interesse e tanta plausibilità quanti ne possono servire.

Hence… non so nemmeno troppo di che cosa mi sto lamentando. È una legge di natura che le cose smarrite saltino fuori nel momento in cui non servono più, giusto? Ho fatto senza itinerario. Ho una dimostrazione empirico-aneddotica in più del fatto che sono hopelessly absent-minded. Ho anche una dimostrazione empirico-aneddotica di una cosa saggia che diceva mia nonna: Di Quel Che Non C’è, Si Fa A Meno. Se avessi dedicato alla scrittura il tempo che ho speso a cercare l’itinerario, adesso forse sarei più avanti – ma pazienza.

Quindi adesso l’Itinerario Ritrovato è appuntato sul Narravento, più come trofeo che altro – anche perché Tom e io nel frattempo abbiamo attraversato la Manica e siamo a Dover…

Però mi pareva bello farvelo sapere. Ecco tutto.

Torno a scrivere.

 

 

 

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* E se devo essere del tutto sincera, avrei preferito un rosso un po’ più scuro – ma che bisogna fare?

Ossessioni · scribblemania

A volte…

E niente, a volte va così.

A volte non c’è nulla che tenga – scadenze, programmi, scalette, gente che aspetta… Potete avere in sospeso la faccenda del traghetto Calais-Dover, e il funzionamento del radiogoniometro, e le maree del novembre 1581, e l’ingresso in scena di Bea – ma non c’è niente da fare.

Qualcos’Altro vuol’essere scritto.

E badate bene: Qualcos’Altro non è nemmeno una storia vera e propria – perlomeno non una storia intera con un inizio, un mezzo e una fine. Vi verrebbe magari da dire che non lo è ancora – ma in realtà chances are che non sia destinata ad esserlo mai. Non così com’è, non con questi personaggi, non con questa ambientazione…

Ma Qualcos’Altro non se ne dà pensiero. Non prova nemmeno a suggerire che il suo conflitto, la dinamica tra i personaggi, qualche battuta di dialogo potrebbero tornarvi utili un giorno… e tra l’altro è anche piuttosto vero, a pensarci bene – ma a Qualcos’Altro non importa un bottone. Vuole soltanto essere scritto. Lo vuole, lo vuole, lo vuole fortissimamente, e non smetterà di pungere e mordere finché non cederete.

Potrete provare a concentrarvi sui traghetti rinascimentali e su Bea – ma lasciate che ve lo sussurri: è perfettamente inutile. Qualcos’Altro sarà anche solo una collezione di scene e mezze scene di discutibile coesione – ma ha l’irriducibilità di una remora, e non intende minimamente lasciarvi in pace.

Per cui, se avete un minimo d’esperienza, quando Qualcos’Altro vi piomba addosso, sapete che non c’è nulla da fare: accantonate i traghetti, mandate Bea a prendersi un aperitivo, aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata. E vi avverto: più tentate di resistere, più Qualcos’Altro prenderà forma, colori e dettagli, e più tempo ci vorrà per liberarvene.

E sapete un’altra cosa? In tutta probabilità vi verrà anche benino – il che è ironico, considerando che non ve ne farete mai nulla. Però sarà lì, e l’avrete buttato giù. Consideratelo un esercizio. Un esperimento. Un gioco. L’equivalente scrittorio di un pomeriggio al luna park. Oppure non proprio questo, soprattutto se anche voi detestate i luna park – but you get my drift.

E sì, G. – lo so che stai leggendo e sei già preoccupatissima, ma credimi: non devi.  Adesso che Qualcos’Altro è appagato, non solo torno a occuparmi dei traghetti e, cosa che ti sta più a cuore, di Bea et al. – ma ci torno in corsa, con i muscoli sciolti e la mente libera.

Quindi tutto considerato mi sbagliavo: niente pomeriggio al luna park. Una passeggiata in campagna, piuttosto. O una sessione di stretching. O una buona nuotata.

O, se non va bene nemmeno questo perché non siete sportivi, possiamo considerare l’appagamento di Qualcos’Altro come un granello d’incenso bruciato all’altare delle Storie – queste bizzarre, capricciose, inscrutabili divinità minori il cui favore va coltivato con tanta, tanta cura per evitare che si offendano e ci lascino da soli.

scribblemania

L’Itinerario Perduto

Dov’è l’itinerario?

Dove diavolo è? Dove? Dove? Dove?

L’itinerario è un foglio A4, stampato su entrambi i lati. È una serie di ritagli scansionati da una copia digitale dell’edizione 1553 della Guide des Routes de France di Estienne. Ritagli scansionati, incollati in un documento di Word, stampati, annotati abbondantemente in vari colori… Il foglio è piegato in due e ha un angolo coperto di scarabocchi spiraliformi, dove ho provato alcune penne per vedere se e quanto scrivevano ancora.

Fino a una decina di giorni fa l’itinerario viveva nella piccola pila di libri sul tappeto vicino al divano. Vite quotidiane, una biografia, viaggi e spostamenti nel XVI secolo, diplomazia anglo-francese nel XVI secolo… robe così. E in mezzo una serie di fogli e foglietti pieni di annotazioni – tra cui l’itinerario.

Poi a un certo punto ho preso l’itinerario e l’ho portato in studio per ricalcolare – per l’ennesima volta – gli spostamenti (ore, giorni, leghe, miglia, ore di luce a novembre, cavalli di posta…) tra Halcourt e Parigi. Ho usato l’itinerario e la mappa di Estienne, e ho preso qualche altro appunto, e ho risolto l’apparente problema barando un pochino – e poi…

E poi?

Buona domanda. Dopo avere barato un pochino, non ho più avuto bisogno dell’itinerario – fino a questa mattina. Adesso mi servirebbe proprio… e non lo trovo più. Ho cercato e cercato e cercato, in tutti i posti logici e una certa quantità di posti illogici, e non è da nessuna parte. Ho chiesto soccorso a chiunque abbia girato per casa in questi giorni: tutti ricordano di averlo visto a qualche punto, e nessuno sa dove sia adesso.

E voi direte: dove diamine può nascondersi un foglio A4 piegato in due?

Ecco, il mio timore è che sia stato buttato via per sbaglio… in fondo c’erano quegli scarabocchi sull’angolo, poteva sembrare qualcosa che si butta via, giusto? Oppure potrebbe essersi impigliato tra altre carte… e prima che lo chiediate, sì: ho cercato anche nello scatolone della carta per la raccolta differenziata. Inutile a dirsi, non era nemmeno lì – o non starei scrivendo questo post.

E il fatto è che possiedo ancora il file, nella cartella apposita di TW – o quanto meno i ritagli che lo costituivano. Il problema sono le annotazioni. Settimane e settimane di annotazioni di cui adesso avrei proprio, proprio – ma proprio bisogno. E mi è stato suggerito, quando l’avrò trovato, di fotografarlo per averne, so to say, una copia d’archivio, da tenersi aggiornata ogni volta che aggiungo un appunto. E anzi, già che ci sono, di fare lo stesso con tutti i fogli sparsi relativi a TW. In realtà non so… l’idea in teoria è buona – ma non sono certa di avere la disciplina per fare una cosa del genere, soprattutto considerando la quantità dei fogli sparsi in questione… Ma di sicuro non posso fotografare l’itinerario finché non lo ritrovo, giusto? O, more gloomily, se non lo ritrovo.

Quindi, lasciate che lo chieda ancora – a nessuno in particolare: dove, dove, dove sarà mai l’itinerario?

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Il Paravento Narrativo

Dunque, questo post è per M., perché l’idea dapprincipio è stata sua.

Allora, vi ho cripticamente accennato qua e là che sto scrivendo una cosa che per ora chiameremo TW. TW è un romanzo – e, come faccio d’abitudine con i romanzi, quando ho cominciato a far piani e progetti ho messo insieme una scaletta di scene, ho scritto una serie di note sui cartoncini e ho disposto il tutto sul pavimento dello studio. A lavoro fatto, la trama di TW aveva l’aspetto che vedete nella fotografia qui di fianco: un cartoncino per scena, una colonna di cartoncini per capitolo.

E tutti eravamo molto felici – finché non ho avuto la pessima idea di lasciare aperta la porta dello studio, e sia Pru che Tess the Tabby Wonder hanno pensato, ciascuna per proprio conto, di ispezionare per bene quella bizzarra installazione: dopo tutto, che poteva essere, se non un nuovo gioco per i gatti?

Vi potete immaginare il risultato. E non una volta sola.

L’immagine che vedete non vi parrà un gran disastro, ma in realtà è il frutto di un intervento felino particolarmente blando, e per di più interrotto sul nascere. Le altre due volte… let us just say che al momento mi mancava la lucidità per fare fotografie, e che imparare a numerare i cartoncini è stata, a suo tempo, una buona idea. Una gran buona idea. Il genere di idea che salva vite feline…

E poi aggiungeteci una folata di vento all’inizio dell’ultimo temporale, e la difficoltà di girare attorno ai cartoncini con l’aspirapolvere, e un assalto di formiche…

“Forse non dovresti tenerli sul pavimento, i cartoncini…” ha saggiamente suggerito M., dopo avermi ascoltata gemere per l’ennesima volta sulla sorte infelice della mia trama. “Non hai per caso una di quelle lavagnette di sughero?”

E io la lavagnetta di sughero ce l’ho. In fact, ne ho tre. Una è appesa alla parete davanti al mio computer, e le altre due vivono in giro per casa, coperte di cartoncini come quella che vedete qui. “È che sono piccole,” ho detto a M. “Hai visto quanti sono i cartoncini di TW – e grandi, per giunta. Non ci staranno mai tutti…”

M. ha rimuginato un pochino e poi, con l’aria di Archimede Pitagorico, ha offerto la soluzione. “Ma se tu ne incardini insieme due? Così stanno in piedi da sole e hai più spazio, e si può chiudere come una valigetta quando vuoi spostare tutto quanto!” E ha persino offerto l’aiuto del suo consorte per l’aspetto tecnico della faccenda…

Ora, vedete – non è che non fossi grata dell’idea e dell’offerta d’aiuto, né che fossi di umor particolarmente lamentevole al momento… Oh, right: forse invece ero di umore particolarmente lamentevole – ma nondimeno…

“Bellino, M.,” ho detto. “Ma hai mai provato a lavorare con una lavagnetta di sughero? Sono leggerissime e inconsistenti: pur in due, non starebbero mai in piedi mentre qualcuno tenta di fissare o rimuovere i cartoncini con le puntine da disegno… e poi sono davvero bassine, you know… Peccato.”

“Oh…” M. ha mormorato. “Peccato sì. Nemmeno con tre lavagnette – come un paravento?”

Ed è qui che si è accesa la mia lampadina. Un paravento – of course! Il paravento che ricordavo a casa di mia nonna! Un piccolo paravento di metallo – forse più un parafuoco che un paravento? – a cui attaccare i cartoncini con i magneti… perfetto!

C’è voluta una spedizione nella soffitta di mia nonna, e c’è voluta una scatola di piccoli magneti consegnata da Amazon in tempi record – ed ecco a voi… il Paravento Narrativo! Stabile, maneggevole, spazioso, bellino… che si può volere di più? Adesso la trama di TW vive al riparo dai gatti, dal vento, dalle formiche e dall’aspirapolvere – e, al bisogno, può essere spostata tutta in una volta con il minimo sforzo.

Eugé.

Immaginatemi soddisfatta e molto grata a M. per l’idea. Adesso all’arnesetto manca solo un nome. A me non dispiace affatto Biombo, che significa “paravento” in Portoghese – ma M. non vuol sentirne parlare… qualcuno di voi, o Lettori, ha qualche idea alternativa per battezzare il Paravento Narrativo? Il Narravento, forse? O, considerando che forse in realtà è un parafuoco/parascintille, il Narrafuoco? Il Narrascintille?

Ah well, si accettano idee…

 

scribblemania

#StoryADayMay: il bilancio

Ed eccoci qui: il primo di giugno.

Il che significa che maggio è finito – e con maggio #StoryADay. Tempo, quindi, di tirar somme.

Ho scritto una storia al giorno? No, non ho affatto scritto una storia al giorno. Però ne ho scritte 23 in 31 giorni. Considerando che mi ero ripromessa, nell’iniziare la follietta, di scrivere almeno tre storie ogni settimana, posso dire di aver fatto quel che mi proponevo – and then some.

È stata una travolgente galoppata narrativa? Non del tutto – ma non è stato nemmeno un terribile fardello. Voglio dire, all’inizio, sull’onda dell’entusiasmo, ho scritto una (piccola) storia al dì, come dice l’etichetta, con notevole soddifazione. Dopo la prima settimana ho cominciato a saltare un giorno qui e là. Alla fine della seconda settimana non solo stavo bigiando un po’ di più, ma certe volte arrivavo a notte tarda con la storia ancora da scrivere e, francamente, poca voglia di farlo – e persino un certo grado d’impazienza nei confronti dei miei personaggi. In un compromesso tra disciplina e self-bribing, ho finito con lo scrivere una manciatina di storie extraprogetto: una legata a un progetto alternativo e due o tre autoindulgenze. Poi nell’ultima settimana ho ritrovato ritmo e interesse.

E qui farei battute sui cavalli e sull’ultimo tratto di stada, se non fosse che, d’abitudine, faccio piuttosto il contrario, e tendo a rallentare in vista del traguardo… Un momento o l’altro dovrò farmi qualche domanda sul perché di questo fenomeno inconsueto, e sulla particolare natura dello sforzo sostenuto insito in cose come StoryADay – ma non adesso.

Va poi detto che c’era di mezzo l’altro progetto, quello di cui vi ho parlato – e che chiameremo henceforward TW. Ci ho lavorato intensamente e con soddisfazione per tutto il mese. Finché si è trattato di far piani, progetti, scalette e ricerca, TW non ha interferito affatto con la storia quotidiana, ma chiaramente non può essere un caso se l’inizio della scrittura vera e propria ha coinciso con l’allascamento di StoryADay – né può esserlo il fatto che abbia ripreso a produrre una storia al dì quando ho finito la mia tranche di capitoli e sono passata alla revisione… E lasciate che ve lo dica: se questo è un indice della mia capacità di scrivere più di una cosa per volta, non lo definirò il più incoraggiante tra i risultati dell’esperimento.

C’è di buono che, alla fin fine, ho scritto 23 storie in 31 giorni – o quanto meno 23 prime stesure; che, con un po’ di lavoro ulteriore, una buona metà delle 23 storie promette di avere qualche genere di futuro; che ho ritrovato entusiasmo per un progetto che cominciava a perplimermi un pochino; che ho vacillato in un paio di occasioni, ma non ho ceduto; che ho sperimentato un pochino – anche se non quanto avrei potuto; che sono uscita almeno un po’ dalla dannata zona di sicurezza…

All in all, direi che #StoryADay è stata un’interessante e istruttiva esperienza. Adesso, se avessi il minimo briciolo di buonsenso, cercherei di cavalcarne l’onda almeno un po’, continuando a scrivere… che so: due storie la settimana? Poi però sappiamo tutti che non ho buon senso, e TW reclama la mia attenzione, e ci sono altre cose da fare, e… e… e…

E vedremo.

Intanto sono soddisfatta del mio maggio, writing-wise – e se ne riparlerà senz’altro l’anno prossimo.

scribblemania

Piccolo Bollettino di Maggio

Allora, StoryADayMay: so far, otto storie in dieci giorni.

Storie notturne, spesso – perché poi di giorno ci sono altre cose, come vi ho detto. E storie di cui, nel complesso non sono del tutto insoddisfatta.

Ho anche fatto qualche piccolo esperimento stilistico – anche se devo confessare che, per qualche motivo, ho impiegato diversi giorni a decidere che potevo farlo. Il che tutto sommato non è del tutto una sorpresa, considerando che una certa tendenza a raggomitolarmi nella zona di sicurezza è uno dei motivi che mi hanno spinto a tentare questa follietta.

Ad ogni modo, questo è quanto.

Otto su dieci – e di fare assai meglio non dispero.