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Ricatto Morale Applicato – La Nuova Frontiera

Qualche mese fa – forse ve ne ricorderete – parlavamo di pubblicità, ricatto morale e famiglia, per dire che di questi tempi occorre contrabbandare i bisogni indotti, e quella vasta fascia di consumatori che sono anche genitori costituisce un pubblico dall’alto tasso di ricattabilità.

Si direbbe che, con l’anno nuovo, i pubblicitari abbiano scoperto un campo nuovo e assai più vasto: l’orgoglio nazionale. Ora, non è che il ricorso alla buona vecchia Italia sia del tutto inedito in pubblicità, ma di solito (a parte gli spot d’occasione del 150° o quelli molto sporadici delle Forze Armate) la si butta sulla genuina unicità del made in Italy, alimentare o meno – come ancora fa, salvandosi con una dose d’ironia, la campagna della Proraso. Avete presente, no? “Copiarci non è impossibile: è inutile.”

Da qualche settimana, invece, sono emersi gli spot che si prendono sul serio.

Unicredit ci presenta una protagonista dall’aria di ragazza della porta accanto che, vedendo in cima a un’asta una bandiera italiana impigliata su se stessa, si toglie scarpe e cappelluccio* e si arrampica a molti metri di altezza. Una volta su, naturalmente, libera la bandiera permettendole di garrire al vento in tutta la sua gloria, e ridiscende a raccogliere il plauso della folla. Folla, badateci, costituita da giovani coppie, manager col telefonino, studenti con gli occhiali, anziane signore, giovanotti in bicicletta… anche se, per una volta, mi pare che non ci siano bambini. “Se sentite il bisogno di azioni concrete,” proclama la Voce Fuori Campo, “partecipate all’aumento di capitale Unicredit.” Fade to primo piano della nostra eroina, che guarda avanti e in alto, con un sorriso colmo di orgogliosa fiducia.

E poi c’è la Fiat, e la Fiat tira fuori i grossi calibri. Nel suo minuto e mezzo c’è proprio tutto: dal marmo di Carrara agli astronauti, dal desiderio di riscatto alla famiglia, da Pulcinella alla catena di montaggio, dalla disoccupazione alla vecchia piazza, dalla bandiera, a Pomigliano d’Arco, allo scatto d’orgoglio – perché non siamo solo quelli della pastasciutta, che diamine! C’è anche un testo fatto di slogan: “noi possiamo scegliere quale Italia essere”, “questo momento è quello di ripartire”, “il talento, la passione, la creatività”, “la voglia di costruire una cosa ben fatta”, “le cose che costruiamo ci rendono ciò che siamo” e, per finire, “questa è l’Italia che piace.”

Entrambi gli spot hanno una musica tra l’epico e il tambureggiante, un’attenzione al “volto italiano” e una Voce Fuori Campo il cui tono non sfigurerebbe in un film americano. Avete presente quando tutto sembra perduto e il generale/presidente/re/capovillaggio/primo ministro/capo dei ribelli fa il suo messaggio alla Nazione? Ecco.

E hanno in comune anche la morale ricattatoria: il momento è difficile per tutti, e occorre rimboccarsi le maniche? Ebbene, noi ve ne offriamo la possibilità: partecipando alla nostra ricapitalizzazione o comprando la nostra automobile, farete la vostra parte per rimettere in carreggiata la nostra beneamata Italia. Sottinteso: e dunque noi non ci limitiamo ad essere una banca o a vendere ruote – noi offriamo pezzetti di riscatto patriottico, ripresa, solidità, fiducia nel futuro. Come potete dirci di no?

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* Ma non lo zaino – che pure è la prima cosa che penserei a togliermi prima di dare la scalata a un palo, forse anche prima delle scarpe… Non che abbia mai scalato pali, but still. D’altra parte, lo zaino è lì per un motivo: non vi stiamo invitando, o potenziali ricapitalizzatori, a un picnic – bensì a fare uno sforzo, ad accollarvi una responsabilità. Venite con noi, portandovi le vostre difficoltà. Le scarpe, invece… Provate a badare a quanti spot mostrano gente a piedi nudi per simboleggiare spensieratezza, semplicità, serietà d’intenti, libertà fisica o di spirito… Avete presente la gente che, nel Cinque, Sei o Settecento, si faceva ritrarre con un guanto calzato e l’altro in mano in segno di affabilità? Le cose cambiano nel corso dei secoli, ma fino a un certo punto. Le funzioni simboliche fino a un punto ancor minore.

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Il Detersivo Ai Tempi Della Crisi

I tempi, si sa, sono quelli che sono, e la domanda diventa: come fa chi vende beni e servizi non essenziali a smerciarli quando le vacche sono magre?

Indurre un bisogno non basta più: quando il consumatore è costretto a scegliere tra bisogni diversi, è molto probabile che il bisogno indotto se la veda brutta. E allora? Occorre mascherare il bisogno indotto e, se non si può cancellare la sua non essenzialità, bisogna dotarlo di una tra due cose: una legittimazione o una componente di ricatto emotivo.

E indovinate qual’è la leva in grado di legittimare qualunque cosa e/o ricattare chiunque? Ma la famiglia, ovviamente!

La tattica non è nuova. Tutti ricordiamo la campagna del Voltaren, in cui si dimostrava che farsi passare contratture, distorsioni, reumatismi e doloretti vari non è questione di self-indulgence, e nemmeno di uso inneccessario di antidolorifici, bensì di far felici i propri bambini. Un buon padre, era l’implicito e ricattatorio messaggio, usa Voltaren.

Ebbene, badate a come, in tempo di crisi la faccenda proliferi, fiorisca e prosperi in campi anche assai più voluttuari dell’antidolorifico.

C’è la pay tv, che costa così poco quando è per “una famiglia”, e può essere acquistata nella combinazione che si preferisce, “per esempio documentari e cartoni animati.” Naturalmente ci sono anche possibilità più adulte, ma nel frattempo lo spot ha aggirato la tentazione del senso di colpa: se lo si fa per i bambini…

C’è il dispenser elettronico per il sapone liquido, arnese del tutto inessenziale, il cui spot comincia invocando la fondamentale importanza della salute dei ragazzi, che “passa anche per le mani.”Ah be’, se è per la salute dei ragazzi, allora…

E c’è lo smacchiatore (un perboato glorificato, mi dice la mia mamma), che usa questa tecnica persuasiva con stupefacente spudoratezza – ricatto allo stato più puro. Badate ben:

“Non rinunciare a un abbraccio per paura delle macchie!” E lo vedete com’è felice il bambino, quando può abbracciare il suo immacolato padre con le mani sporche di cioccolato? Ma suvvia, O Consumatori! È così evidente: bisogna essere cattivi padri per respingere un bambino in questo modo – ma d’altra parte, le macchie sono un problema… ed ecco che arriva Omino Bianco* a salvare camicia e cavoli. Ergo, un buon padre e la moglie di un buon padre usano Omino Bianco.

Confesso di avere guardato e riguardato i venti secondi e qualcosa dello spot in cerca di qualche traccia di salvifica ironia, ma temo di non averne trovata veruna. Questo significa che la Unilever cerca davvero di ricattare chiunque conduca il carrello della spesa con la chiave dei piezz’e core? Oh, help and deliver

E parlando di gente che manca di ironia, può darsi che mi sia sfuggito qualcosa e accetterò molto volentieri segnalazioni in proposito, ma dove sono, in questa circostanza, i cattolici che si scandalizzavano tanto per l’ironicissima – questa sì – campagna Renault?

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* Solo io da piccola ero molto perplessa per il fatto che, pur indossando una camicina bianchissima, l’Omino era chiaramente nero?

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Il Profumo Dei Sogni

Da un po’ non parlavamo di pubblicità, vero?

Meditavo sul fatto che le campagne pubblicitarie dei profumi tendono ad appartenere a due categorie: lo chic sognante e il richiamo sessuale (dal malizioso all’esplicito) – con occasionali combinazioni delle due cose.

Non scandalizzatevi, per favore, se dico che potremmo considerarli due sottogeneri narrativi. La pubblictà è storytelling allo stato puro: personaggi, qualcosa che i personaggi vogliono ma non possono avere, e La Soluzione, costituita dall’oggetto della pubblicità. Quel che cambia è dove viene situata l’identificazione del lettore… ops, volevo dire “del consumatore”.

Per restare in ambito di profumi, il genere Erotica va abbastanza diritto: quali che siano i crucci momentanei della bellissima donna o del bellissimo uomo del momento, la spettatrice e lo spettatore non devono tanto identificarsi in loro, quanto supporre che il profumo in questione li doterebbe di almeno un po’ dello stesso sex appeal (o, in alternativa, li metterebbe idealmente nella stessa lega di gente siffatta). La storia, oltre ad essere semplice, è una delle due più vecchie del mondo.

Sul versante chic-sognante, le cose sono un pochino più sottili, perché si aggiungono all’equazione raffinatezza, luoghi esotici, romanticismo, irrealtà… Il profumo è ancora più miracoloso: una fata madrina à la Cendrillon, che promette una specie di Bellezza in Astratto, tanto diversa dalla quotidianità quanto la si può immaginare.

C’è una campagna di Chanel che spinge su questo tasto  in modo quasi meta-pubblicitario: pensiamo a due spot che hanno per protagoniste altrettante bellissime dive, ciascuna diretta dallo stesso regista del suo film più celebre.

Nicole Kidman con Baz Luhrmann:

E Audrey Tautou con Jean-Pierre Jeunet:

Anche se forse questo lo trovo più efficace nella versione short:

Ad ogni modo, l’idea di fondo è la stessa: una storia d’amore sfiorato in circostanze fuori dall’ordinario – storia non del tutto correlata al prodotto, che appare solo in discreti cenni qua e là prima di essere nominato alla fine. C’è sempre un pizzico di leggenda (la celeberrima attrice in fuga, l’Orient Express), e tutti aspirano a qualcosa che forse non possono avere. L’essenza del messaggio non è “Chanel N° 5 ti fa ottenere qualcosa di specifico”, bensì “Chanel N° 5 porta con sé un alone di classe e di romantica eccezionalità”.

Qualcosa di simile accadeva con uno spot di qualche anno fa, di cui non sono riuscita a trovare traccia. Forse qualcuno se ne ricorda: un uomo e una donna, belli, gelidi e perfetti, sedevano in una stanza algida, in silenzio sotto un orologio ticchettante. Arrivava un secondo uomo dall’aria trasandata-chic, accolto con sorpresa dalla coppia. Seguiva il racconto dei viaggi di lui – per immagini in toni di seppia: lo si vedeva felice in un’Asia di fantasia, insieme a una deliziosa fanciulla locale. Poi lei moriva in qualche modo, e il suo corpo veniva affidato alle acque su una zattera in fiamme* tra il virile strazio di lui. Brusco ritorno all’algida stanza bianca, e alla lacrima che luccicava sulla guancia della padrona di casa… Non credo che lo spot appartenesse a Chanel, ma il principio era lo stesso, reso in modo ancor più radicale: la romantica eccezionalità era qualcosa che andava ben oltre ricchezza e bellezza – e se comprendeva un tocco di tragedia, tant mieux. Ancora più eccezionale, ancora più romantico. Quest’ultima era un’idea più narrativa che pubblicitaria, se vogliamo – e in effetti non è che la si sia rivista molto in giro.

Ma restano la componente narrativa e l’identificazione obliqua, nonché le aspettative sublimate. O Donna** che entri in profumeria per comprare Chanel N°5, sappi che in quella boccetta, tu porti a casa non un’essenza profumata, e nemmeno un banale elisir d’amore (o sesso), bensì un Sogno.

Particolarmente irresistibile, don’t you think?

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* Rito che avevo sempre associato più ai Vikinghi che a una qualsiasi parte d’Asia, ma era indubbiamente pittoresco a vedersi.

** Notate che il concetto di Consumatrice qui è eluso con eleganza o almeno spinto dietro un paravento per mezzo delle scarse e discrete apparizioni del prodotto all’interno della storia.

 

 

 

 

 

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Chi E’ Che Beve Il Sidro?

Paesaggio lontano, montagna inaccessibile, musica simil-epica…

Film?

Frotte di gente armata di arco – in improbabili tenute dark nella piana polverosa. Altra musica simil-epica.

Film fantasy? Produzione europea?

Zoom lontano-lontano, su territori verdeggianti e castello turrito – no, wait: castello turrito con giardino murato. E dentro le mura ferrate… un meleto. Un meleto?

What is this? Cornelia Funke?

Nella piana polverosa, all’ombra delle bandiere al vento, gli arcieri fittamente schierati alzano gli archi e… la nuvola di frecce parte in direzione Lontano-Lontano. 

Er… chi ha scritto ciò?

Torniamo al frutteto giusto in tempo per l’arrivo della nuvola di frecce, che non coglie nessuno (d’altronde difensori non se ne vedono), ma in compenso fa piazza pulita delle mele. La musica è sempre più epica.

Ah, d’accordo. Pubblicità. Ma di che? Concorrenza della Melinda? Riprendiamoci l’Alto Adige? Movimento Armato per la Diffusione delle Pere?

“Strongbow Gold,” declama la voce narrante. Sì, lo so: non sta narrando un bottone, ma il tono drammatico e il timbro ghiaioso m’impediscono di liquidarla come semplice voce fuori campo.Dopodiché, fade to un bar dove ragazzi e ragazze dall’aria modaiola ma sana bevono pinte di qualcosa di dorato che, ci viene detto, è sidro. Va bene, grazie.

Confesso di essere rimasta un nonnulla perplessa di fronte a questa pubblicità: sembrava così improbabile – finché non ho considerato il target. Che cosa è il sidro in Italia? Qualcosa che si beve nelle taverne nei romanzi fantasy e nei giochi di ruolo. Per i giovani cui il messaggio è destinato, il sidro ha semmai connotazioni fantasy – e quindi rafforziamole e giochiamoci su. Non capita spessissimo di vedere un genere letterario/cinematografico usato a fini commerciali per qualcosa di non immediatamente correlato. E’ ammesso rallegrarsene, divertircisi o scandalizzarsi a piacere. E se dubitate della mia lettura, provate a dare un’occhiata al sito della Strongbow, dove si dice che il brand è ispirato a un personaggio storico, Richard de Clare, meglio conosciuto, per l’appunto, come Strongbow: “…un potente e, spesso spietato,* signore della guerra normanno del 12° secolo.” […] “Richard certamente aveva messo la sua abilità al servizio del bene…”Ecco, qui è consentito levare gli occhi al cielo con un sospiro sconsolato.

Insomma, a parte il fatto che in realtà le cose erano un tantino più complicate**, Legale Malvagio, anyone?

 

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* L’uso fantasioso delle virgole non è una mia idea. Come suol dirsi: sic.

** In realtà Richard era un barone litigioso, intrigante e acquisitivo, forse più sottile della media – il tipo che si schiera con chi gli promette la mano di una principessa, ma lo fa solo con il permesso del re – e in definitiva non gli andò poi così bene come dicono quellki del sidro. Leggete qui per farvi un’idea.

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Fra Cinquanta Metri Sbandare A Destra

Kultur darf niemals auf der Strecke bleiben, dice la pubblicità sul retro dell’autocisterna austriaca. Scritta bianca sullo sfondo di non so quale abbazia della Stiria. Non sono riuscita ad afferrare il nome del luogo, né quale fosse l’ente promotore della campagna – forse l’attivissimo Ente del Turismo della Stiria, forse qualcosa di più centrale – prima che l’autocisterna svoltasse in una direzione che non era la mia. E d’altra parte guidare e leggere contemporaneamente non è cosa sana.

Però ho afferrato la traduzione italiana che campeggiava sotto lo slogan: “Fuori Strada C’è Cultura.”

Er…

A voler essere gentili è una traduzione molto, molto, molto libera: auf der Strecke bleiben, letteralmente “restare fuori strada”, è un’espressione idiomatica per dire “fallire, non andare in porto”. Quindi lo slogan significa “La cultura non fallisce mai”, ma se proprio volessimo conservare le connotazioni autostradali in omaggio alla collocazione del cartello, potremmo tradurlo con “la cultura non esce mai di strada”.

Non so a voi, ma a me la traduzione italiana non sembra nemmeno vagamente imparentata.

Vogliamo inclinarla a 45°, tingerla di violetto e intenderla come una liberissima interpretazione, volta a informare il distratto viaggiatore italiano che in Austria ci sono siti culturali ed eminentemente visitabili ad ogni passo lungo le strade di passaggio? Proviamo pure, ma forse sarebbe stato meglio sforzarsi con una traduzione un po’ meno nonsense. Perché a me “Fuori Strada C’è Cultura” trasmette A) la nozione che la cultura in Austria vada cercata col lumicino e la mappa lontano dai sentieri battuti; B) un surreale invito a sbandare fuori dalla corsia (fuori strada, appunto…), in cerca di cultura tra i campi di luppolo e i curatissimi prati popolati di mucche. E i carri-attrezzi bianchi e gialli, presumibilmente.

Come dire? Può essere che la campagna pubblicitaria, nel tentativo di rendere partecipi gli Italiani, sia andata un nonnulla fuori strada?

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Un Messaggio E Uno Solo

E’ solo una mia impressione o ultimamente gli spot pubblicitari sono fatti al risparmio? Eterne e irrilevanti scene di gente che va all’aeroporto in motoscafo col Rondò Veneziano per colonna sonora, oppure voci narranti che elencano ad nauseam le meraviglie di serie di un’automobile, “così potrai guidare in città e fuori” oppure “perché non c’è niente di meglio che prenderti un po’ di tempo per te stessa”… Come le pubblicità dei concessionari o dei piastrellisti sulle televisioni locali, non so se abbiate presente. Posso solo supporre un ripiegamento su agenzie meno costose ma meno competenti? Gente a cui è sfuggito che “nessuno ti dice di comprare un Rolex così saprai sempre l’ora giusta”?

Poi è spuntato un nuovo spot della Volkswagen, e meno male.

Forse l’avete visto: ci sono due uomini in uniforme che leggono il giornale in una guardiola. Si sente abbaiare. “Bulldog,” dice uno dei due. “Labrador,” replica l’altro con l’aria di chi la sa lunga. Entrambi abbassano il giornale, e si vede che siamo in uno di quei parcheggi a pagamento, che i due sono guardiani o bigliettai, e che il cane accanto a una delle auto parcheggiate è effettivamente un labrador. Dopo un po’, rumore di passi. “Uomo,” dice il primo parcheggiatore. L’altro scuote la testa: “Donna.” E a giornali abbassati constatiamo che si tratta di una donna. E quindi abbiamo capito chi è la persona sveglia e/o esperta. Ma attenti, ecco il rumore di una portiera chiusa e di un motore avviato… che sarà mai?

Il parcheggiatore imbranato non esita un istante: “Volkswagen!” Il suo collega dall’orecchio fino annuisce compiaciuto: “Polo,” decreta con fare da intenditore – and sure enough, una Polo passa davanti alla guardiola.

Morale? Trenta secondi, sei parole e un messaggio molto preciso: VW è così inconfondibile che non c’è da sbagliarsi. La sua unicità balza persino all’occhio più sprovveduto e disattento. O meglio all’orecchio, e qui s’inseriscono sottilmente connotazioni di affidabilità e potenza. Ma la cosa importante è che tutte le ragioni per cui VW è così unica non sono elencate, ma solo evocate da un’unica caratteristica che le contiene tutte.

Potevano dirci in dettaglio come sono solide le portiere della Polo, come canta il motore, come è pieno di personalità l’insieme e, in conseguenza di tutto ciò, che buona macchina abbiamo di fronte. Invece scelgono di mostrarci – in modo originale – una cosa sola: che l’automobile in questione è inconfondibile. Lo è persino per il simpatico e sprovveduto posteggiatore con la pancetta – figurarsi per voi, O Consumatori, che siete gente sveglia!  

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Renault, Corruttori di Valori!!

Abbiamo visto valanghe di campagne pubblicitarie di auto incentrate sulla famiglia: auto spaziose per famiglie numerose, auto sicure per i bambini, auto versatili per consentire alle mamme di caricare carrozzine colossali su mini utilitarie, auto che gratificavano i genitori e facevano sognare i piccoli…

Renault ha sterzato (ancora più bruscamente della Mercedes) da questo filone con una campagna spiritosa e un nonnulla cinica. Aspettatevi di più dalla vita:

E Tutto il resto può aspettare:

Il possesso e la guida di una Renault sono gioie, altro che la maternità/paternità! L’ironia è giocata sull’esagerazione iperbolica del valore della macchina – alla stessa maniera in cui le macchine da caffè diventavano una tentazione per Dio in persona – e sulla decostruzione di una certa specie di mistica della maternità, ma anche sulla stoccatina alle pubblicità “famigliari” di cui dicevamo sopra.

Poi si trovano reazioni come questa, in cui si ulula al crollo dei valori, e allora viene da farsi qualche domanda sulla gente dalla mentalità letterale…

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Attento A Quello Che Desideri

Un tempo, credo di avere già accennato a questo particolare, la Mercedes non si faceva pubblicità perché era la Mercedes. Non ne aveva bisogno, period. Poi le cose sono cambiate e anche la Mercedes è stata costretta a scendere dal platano.

Gli inizi non erano stati incoraggianti. Ricordate lo spot con la macchina scura sotto la pioggia accanto a un lampione solitario? Non so precisamente quale fosse l’idea che si voleva convogliare ma – anche lasciando da parte lo choc di una pubblicità della Mercedes – io trovavo il tutto molto, molto, molto malinconico. Certo restava in mente, ma non nel più incoraggiante dei modi.

Si direbbe che negli anni la politica si sia evoluta in direzioni più gaie, come dimostra l’ultimo spot della Classe C, di cui per ora trovo soltanto una versione in Spagnolo.

Ad ogni modo, vediamo un professionista fra i trenta e i quaranta che sale in ascensore  con aria stressata e tutt’altro che allegra. Le porte si chiudono su di lui e, quando si riaprono, il Nostro è trasformato in un adorabile bambino dai riccioli biondi che procede immediatamente a portare il caos nell’algido studio bianco e ipermoderno. Tra lo sconcerto generale, il ragazzino scompiglia riunioni, gioca con il distributore d’acqua e i mouse ipertecnologici, si abbuffa di caramelle e merendine, salda sui divani candidi e si fa vezzeggiare dalle belle segretarie. La giornata finisce e la deliziosa peste bionda si avvia al parcheggio con aria allegra e compiaciuta. Da una tasca, tra le carte di caramella, spuntano le chiavi di un’auto con il logo Mercedes. Oh, perfezione!

“Non hai mai desiderato di tornare ad avere cinque anni?” domanda suadente la voce (maschile) fuori campo.

Ma… attenti al meraviglioso twist! Il marmocchio raggiunge una Classe C nera e lustra e… cavolo, è troppo piccolo per guidarla. Fine della gioia. Il bimbo siede sconsolato nel sedile troppo grande per lui, dal quale non arriva nemmeno a mettere le mani sul volante – figuriamoci i piedi sui pedali.

“Attento a quello che desideri, però!” ammonisce la voce fuori campo, fattasi un nonnulla beffarda.

Subtesto: nemmeno le gioie perdute dell’infanzia eguagliano la soddisfazione di guidare una Classe C. Niente zucchero per noi (ovvero Voi, ovvero Tu, o Consumatore) gente adulta, smaliziata e intelligente: altro che libertà, nostalgia, giocosa allegria e spontaneità: Mercedes è il vero Oggetto del Desiderio!

Ironico, astuto e raffinato, con sofisticati richiami a temi artistici, letterari e filosofici (le età dell’uomo, il trascorrere del tempo, la regressione all’infanzia, il candore rousseauviano, i desideri accordati e il loro prezzo…) confezionati deliziosamente in una piccola storia dal twist inatteso e lievemente cinico. Praticamente perfetto.

Sorry, ne ho trovato soltanto una versione in Spagnolo – ma rende l’idea:

 

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La Nobiltà delle Lotterie

Posto che il ricatto morale è alla base di molta parte della pubblicità, e considerando che in Spagna la lotteria è una cosa seria*, raramente mi è capitato di vedere qualcosa di tanto spudorato come l’attuale campagna della Loterìa Nacional spagnola.

“Dietro ogni biglietto c’è una storia,” recita lo slogan, e i cartelloni pubblicitari in giro per Madrid mostrano la sagoma di un biglietto numerato tracciata in bianco a incorniciare parte di una fotografia: una ragazza cieca con il suo cane-guida, un ragazzo paraplegico che gioca a pallacanestro in sedia a rotelle…

‘Cipicchia!

L’idea è, chiaramente, che le persone comprano i biglietti della lotteria sognando di venire incontro ad esigenze serie, di realizzare desideri essenziali e importanti, e quindi la lotteria è una cosa seria anche in tempo di crisi – soprattutto in tempo di crisi. Tuttavia, quand’anche mi fosse venuto l’uzzolo di comprare un biglietto della lotteria in Spagna, mi pare che avrei dovuto combattere una certa qual tentazione di sentirmi in colpa: in fondo, io ci vedo e cammino benissimo, non è che col mio biglietto mi metto in competizione con la ragazza cieca e il ragazzo paraplegico, diminuendo le loro possibilità e rischiando di strappare loro qualche milioncino? No, naturalmente, ma non sono certissima che mostrarmi la concorrenza sotto forma di coraggiosi sventurati sia il più brillante degli incentivi.

E’ possibile che, nella loro astuta opera di nobilitazione della lotteria, i creativi ingaggiati dalla lotteria stessa siano stati un pochino troppo astuti…

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* Cartello visto in Plaza de la Puerta del Sol la seconda settimana di settembre: “Qui trovate già i biglietti della lotteria di Natale. E’ probabile che siamo i primi in tutta la Spagna!”

 

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La Nonna di McDonald’s

Sono contenta che sia ricomparsa (sia pure solo in versione breve) la deliziosa pubblicità della McDonald’s in cui una nonna allunga una busta al nipote adolescente dicendogli: “Con questi qui, però, voglio che tu vada a cena con la tua fidanzata!”

Il nipote apre la busta e lui e noi vediamo che contiene pochi Euri… Il ragazzo guarda sconcertato la nonna, ma non ha il coraggio di aprir bocca. Cut to McDonald’s, dove il Nostro e la sua fidanzatina cenano romanticamente…

“Per fortuna che da McDonald’s puoi farti un menu a partire da cinque Euro e novanta!” dice la Voce Fuori Campo, debitamente seguita dal jingle. E noi sorridiamo, perché è tutto così probabile: l’accento della nonna (mantovano, giurerei), lo sconcerto del ragazzo, la tenuta della fidanzatina (notate il rossetto), il regalo ancora impacchettato sul tavolino…

Messaggio – notevolmente astuto: McDonald’s, o Consumatori, non è nulla di stellare, ma è parte della vita quotidiana di tutti voi, in semplicità, economia e allegria.

Ecco la versione lunga: