Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Stiffelio (Parte II)

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo Era il terzo campanello, questo? Sarà meglio che ci affrettiamo a tornare alle nostre poltroncine di velluto rosso. Scusi, signora, dovrei… Grazie. No, scusi lei. È suo questo programma? Prego…

Buio in sala…

Sipario…

Atto Secondo.

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì: che ci sia adulterio nell’aria tutti l’han capito. Chi sia lei, pure. Chi sia lui, però, è un’altra faccenda…

Lei, intanto, ovvero Lina Mueller née Stankar, s’aggira barcollando tra i sepolcri di un cimiteruolo gotico presso la chiesa il tempio, e supplica la madre defunta di perorare la sua causa al trono dell’Altissimo.

Come d’accordo scritto (anche se, a ben pensarci, Lina la lettera non l’ha letta), entra Raffaele, e i due scambiano questa affascinante conversazione:

RAFFAELE:(frettoloso)
Lina . . . Lina!

LINA:
Parlate sommesso
Per pietade . . . mio padre qui presso.
Indovina Rodolfo . . . sa tutto . . .

RAFFAELE:
Federico sol reo ei sospetta;
Vostro padre la prova ha distrutto . . .

LINA:
E il rimorso ch’eterno ne aspetta?

RAFFAELE:
Non lo teme chi serve all’amore.

LINA:
Fui sorpresa; non v’ama il mio core . . .

RAFFAELE:
Cruda, sempre pur v’amo . . .

LINA:
Il provate:
I miei scritti, l’anel mi ridate . . .
Di qua tosto partite . . . involatevi . . .

RAFFAELE:
No, a difendervi qui resterò.

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo E di difenderla forse non c’è poi tutto questo bisogno, perché a entrare è Stankar, che una volta di più frustra le intenzioni di confessione della figlia, e poi la caccia via. Ha due spade, Stankar, e l’intenzione di sfidare a duello il ben più giovane Raffaele – il quale è preso da scrupoli di coscienza* e non ha poi tutta questa voglia di battersi con un anziano signore pieno di gotta e di artrite che, per di più, non ha tutti i torti.

Ma Stankar è deciso ad avere il suo duello, e insulta Raffaele sempre più sanguinosamente.* Ci vuole il disvelamento dell’oscura origine e dei millantati quarti di nobiltà a travolgere ogni scrupolo. 

Mentre i due si battono accanitamente, chi ti esce dalla chiesa dal tempio, se non Stiffelio che, in tutto candore, prima ferma i duellanti in nome di Dio, e poi tenta anche di rappacificarli…

E quando, visto che Stankar non vuole saperne, Stiffelio stringe la mano a Raffaele, il vecchio signore esplode:

Oh eccesso inaudito!
La man stringi dell’uom ch’hai tradito!

Ops…

Sensazione generale.

Stankar si morde la lingua, Stiffelio capisce tutto** – e Lina, che ritorna proprio a fagiolo, non è in grado di discolparsi…

E ricordate Stiffelio il Perdonatore, sulla cui magnanimità si sdilinquiva il coro nell’atto primo? Be’, dimenticatelo: il nostro bravo pastore assasveriano afferra la spada e si avventa su Raffaele che, di nuovo, preferirebbe non battersi nelle circostanze. Ma Stiffelio ha proprio perso la testa, e lo ucciderebbe disarmato, se non fosse per il coro che in chiesa nel tempio canta il Miserere.

Stiffelio si ferma, barcolla, si torce le mani, non dà troppa retta al vecchio Jorg che vorrebbe richiamarlo alla ragione, maledice Lina, finalmente ascolta le pie esortazioni del collega e, per segnare come si deve il finale d’atto, sviene. E sipario.

Atto Terzo.

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo Siamo tornati al castello, dove Stankar contempla disonore, rovina, delusione e suicidio***. Ha già la pistola puntata alla tempia quando arriva Jorg ad annunciare l’imminente arrivo di Raffaele – e la sete di vendetta oblitera l’impulso autodistruttivo.

Al suo arrivo, però, Raffaele trova soltanto Stiffelio, che gli offre di sposare Lina, da cui intende divorziare. E non è che Raffaele accolga la notizia con irrefrenabile entusiasmo… sta a vedere che le sue intenzioni non erano poi troppo onorevoli? Stiffelio lo spedisce ad aspettare e ascoltare dietro le quinte, mentre sottopone lo stesso piano a Lina.

E lei, pur inorridita di fronte alla prospettiva di un divorzio, è più inorridita ancora all’idea di perdere l’amore del marito. Non che lui si lasci commuovere – e allora lei firma l’atto e, smaritata a tutti gli effetti pratici, chiede di confessarsi con quello che non è più il suo sposo.

E quel che ha da confessare è che il suo tradimento è ancora più grave perché ha ceduto a un non meglio specificato tradimento di Raffaele, pur senza avere mai smesso per un istante di amare suo marito…

Ah be’, ma allora Stiffelio ha ogni genere di legittime ragioni per far fuori il seduttore che, guarda caso, è proprio in attesa tra le quinte…

O forse dopo tutto no, perché…

“Non v’è più,” annuncia Stankar, facendosi avanti con una spada insanguinata in pugno.

Dal che siamo autorizzati a dedurre che quel pessimo soggetto di Raffaele di Leuthold (o forse no) ha incontrato il suo destino. E forse non è quello che noi faremmo in circostanze simili, ma questi sono Assasveriani, e quindi se ne vanno tutti in chiesa al tempio.

L’ultima scena si svolge per l’appunto in una chiesa un tempio d’architettura gotica e arredamento assasveriano, dove l’assemblea – che comprende il coro, Stankar, Lina velata, l’ormai scagionato Cugino Federico e la poco meglio che inutile Cugina Dorotea – supplica l’Altissimo di andarci piano con le punizioni.

E poi arriva Stiffelio, che sale in cattedra per predicare. E dovrebbe/vorrebbe predicare fulmini, se Lina non si svelasse, facendosi riconoscere. E allora il nostro pastore apre il Vangelo, comincia a leggere il passo dell’adultera…

E detto fra noi: tutti sappiamo come va a finire, giusto? È una storia di perdono – e allora perché mai Lina si sente mancare il cuore e Jorg gongola?

Che gli Assasveriani abbiano, per i casi di necessità, versioni più feroci dei passi del Vangelo? Fatto sta: quando Stiffelio legge che Gesù perdona l’adultera, Jorg disapprova da profondo, il coro esulta, e Lina gioisce scompostamente.

Perdono è fatto. Sipario.

Tiepidi applausi. Perché, vedete, Stiffelio non ebbe mai un gran successo. Il pubblico non ci si affezionò mai, perché – povero Verdi! – era troppo borghese. .

È vero che, se non abbiamo caverne – orride od otherwise – né teste coronate o guerre in corso, abbiamo pur sempre un castello tedesco, un cimitero, un duello e uno svenimento e una chiesa un tempio gotico – benché di persuasione assasveriana – ma per il pubblico ottocentesco non era abbastanza. Il pubblico ottocentesco, se voleva vicenduole famigliari tra amici, cugini e ospiti per il fine settimana, andava al teatro di prosa. All’opera ci andava per faccende più pittoresche e melodrammatiche – o quanto meno ci era sempre andato.

E se è vero che il gusto stava per cambiare, restava sempre la censura. Abbiamo già detto quanto fosse imprudente quest’abbondanza di temi e personaggi religiosi connessi con l’adulterio, per non parlare della lettura di un passo evangelico in scena… Sul libretto di Stiffelio le censure d’ogni dove si gettarono come formiche a un picnic. Tanto che Verdi e Piave (povero Piave!) si decisero alla fine a spostare la storia in altri tempi e luoghi. Si provò ancora con la Germania (trasformando il pastore Stiffelio nel primo ministro Wellingrode – cosa che mi dà da pensare soprattutto per il III Atto…), poi ad Arlem/Harleem, e infine nell’Inghilterra medievale e crociata. giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo

Stiffelio divenne il cavaliere sassone Aroldo, Stankar il vecchio cavaliere Egberto, Lina fu ribattezzata Mina, Jorg si mutò nel pio solitario Briano e Raffaele diventò il cavaliere di ventura (e di padre ignoto) Godvino. Tolti di mezzo gli Assasveriani**** e tutti i pericolosi ammenicoli religiosi, al castello e al cimitero si aggiunsero le Crociate, la cavalleria e, in un quarto atto nuovo, la Scozia selvaggia attorno a Loch Lo(o)mond e un naufragio. Il nuovo libretto era molto più convenzionale, ed ebbe qualche successo in più, ma anche qualche fiasco sonorissimo. 

Temo che, pur essendo un lavoro-cerniera tra ere della storia del melodramma e tra periodi artistici della carriera di Verdi, Stiffelio resti un’opera un po’ così. Interessante per le intenzioni – e però discontinua, malcerta e, alla fin fine, bruttina.

Se anche nella nostra epoca senza censura viene rappresentata così poco, un motivo ci sarà

_____________________________________________________

* Vi ricorda nulla? Padre deciso a vendicare l’onore della figlia; seduttore con crisi di coscienza; insulti cumulativi e progressivi… Caramelle virtuali a chi ricorda dove abbiamo già visto la situazione pari pari – anche se con esiti diversi.

** Yes, well, non che restasse molto da capire, vero?

*** Dopo avervi detto lunedì scorso di non avere mai sentito nemmeno una nota di quest’opera, ho recuperato un cd di arie verdiane per baritono che comprende i rimuginamenti suicidi di Stankar. Nonostante il bravo interprete, se dicessi di esserne rimasta enormemente impressionata, mentirei.

**** E a questo punto posso anche confessarlo: ho cercato di scoprire in che diamine consista l’Assasverianismo o Assaverianesimo (is it a word at all?), ma non sono approdata a nessuna conclusione più precisa di “variante di protestantesimo” Qualcuno ha idee in proposito?


Anno Verdiano

librettitudini Verdiane: Stiffelio

Chiedo perdono, o Lettori: per una serie di simpatici inconvenienti tecnici, oggi le Librettitudini arrivano in ritardo, in versione ridotta e senza granché in fatto di illustrazioni. Abbiate pazienza. Ci faremo perdonare.

Intanto, Stiffelio.

 

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, stiffelioCredo che Stiffelio sia l’unica opera di Verdi di cui non ho mai sentito nemmeno una nota.

E a dire la verità, non è nemmeno tutta colpa mia, perché non è che la si rappresenti proprio tutte le settimane. A quanto pare, anzi, non la si rappresentò affatto tra il 1857 e il 1968 – con una manciatina di possibili eccezioni spagnole, cosa di cui però nessuno è troppo sicuro.

Comunque, centoundici anni senza una singola rappresentazione vorranno pur dire qualcosa…

Nel caso di Stiffelio, paiono volerne dire più di una. Per cominciare, che Verdi e Piave (povero Piave!) avevano scelto un soggetto perfettamente adatto a far storcere il naso a pubblico e censura. Perché il fatto si è che, e già lo si era visto con la Luisa Miller, Verdi cominciava a non poterne più di castelli, guerre, teste coronate e tutti gli orpelli classici del melodramma. A lui, all’epoca, sarebbe piaciuto occuparsi di piccole storie individuali e “borghesi” e raccontarle con un occhio alla verosimiglianza.

Tanta verosimiglianza quanta se ne può praticare all’opera, s’intende – ma ci siamo capiti. E così scelse con Piave un dramma teatrale francese in cui si parlava di (gasp!) adulterio. E non solo, ma di (gasp!) adulterio ai danni di un (gasp!) pastore protestante.

E voi capite che questo significava andarsi a cercare dei guai, vero?

Piave (povero Piave!) da quel buon gatto che era tentò di sfrondare gli aspetti più scandalosi semplificando il dramma, ma riuscì soltanto a mettere (gasp!) l’adulterio in bella vista tra i rami nudi…

E vediamo un po’.

Atto Primo

Cominciamo col chiarire che non siamo più in Francia come nel dramma, ma in castello in Germania.

“Oh…” odesi dal loggione. “Ma non si era detto niente castelli?”

E che vi devo dire? Anche le rivoluzioni si fanno per gradi.

E comunque di essere in territorio inesplorato lo capiamo subito: saremo pur in un castello ma, anziché con un coro, per una volta, cominciamo con un vecchio pastore assasveriano che legge e mugugna e spera che il matrimonio con la figlia del nobile padrone di casa non abbia smussato lo zelo del suo giovane amico e collega Stiffelio…

Ed eccolo qui, Stiffelio, che torna… da dove? Non lo sappiamo – né lo sapremo mai, però una cosa è certa: dovunque fosse, si è fatto onore. E mentre suocero, cugini e amici lo festeggiano, e la moglie Lina lo festeggia un po’ meno, per primissima cosa il Nostro eroe racconta che un barcaiolo lo ha accolto sottoponendogli un rovello: nottetempo ha visto (il barcaiolo, non Stiffelio) un giovanotto e una donna a una finestra. La donna era agitata, e il giovanotto si è gettato dalla finestra nel fiume… e ha perso delle carte.

Si vede che non si sono bagnate troppo, perché il barcaiolo le ha raccolte e le ha affidate a Stiffelio.

Ora, dite la verità: non vi chiedereste per prima cosa dove di preciso il barcaiolo ha visto questa scena? Ma Stiffelio e compagnia no – né notano particolarmente l’aria colpevol di Lina e del nobile Raffaele di Leuthold. Ed è ovvio che se lo notassero, l’opera sarebbe già finita – però chi ha dei sospetti è il vecchio colonnello-conte Stankar, padre di Lina e, come la maggior parte dei padri d’opera, gelosissimo dell’onor famigliare.

Gli altri vogliono solo sapere che mai intenda fare Stiffelio delle carte misteriose. Stiffelio, anima candida, le carte decide di bruciarle, perché non ha l’abitudine di leggere missive altrui e comunque i falli vanno perdonati.

Sollievo di Lina (decisa a non peccare più) e Raffaele (disposto a peccare almeno un’ultima volta), masticazione amara di Stankar, ammirazione degli altri per la magnanimità di Stiffelio.

Ma ecco il coro. Cominciavamo a preoccuparci, vero? E invece il coro è qui e viene a festeggiare il ritorno di Stiffelio e a dirgli…

Sei di Lamagna vanto,
Del vizio fugatore.
Giustizia, amor fraterno
Diffondi sulla terra,
Pel santo Vero eterno
Combatti l’aspra guerra.

Non dev’essere il più gaio dei mariti da avere attorno, vero? Però, quanto Stankar conduce tutti quanti a festeggiare fuori scena (dove presumibilmente è pronto il buffet) e i due coniugi restano soli, scopriamo che, se è un po’ dull, però Stiffelio è innamoratissimo.

Scopriamo anche che in realtà Stiffelio si chiama Rodolfo Mueller. Forse che gli Assasveriani usano nomi d’arte? Anche questo non lo sapremo mai – ma non è molto importante. O almeno non crediamo. Quel che è importante è che, quando il discorso cade per caso sull’adulterio e Lina si turba, Stiffelio dapprima la crede troppo candida e pura per l’argomento – salvo poi, accorgendosi che lei non ha l’anello nuziale, infuriarsi all’istante e sulla fiducia.

Sì, be’, forse sulla fiducia e sulla base dell’aria terribilmente colpevole con cui Lina scoppia a piangere…

Ma che ne è stato, ci domandiamo noi un nonnulla sbigottiti, dell’uomo che bruciava le carte e predicava il perdono? E si direbbe che, Assasveriano o no, Stiffelio non razzoli tanto bene quanto predica. Abbiamo la netta impressione che soltanto l’arrivo di Stankar impedisca al nostro tenore di allungare un manrovescio persuasivo al soprano…

Gli amici aspettano di là, e Stiffelio si ricompone e li raggiunge insieme a Stankar, promettendo però di ritornare. 

Lina resta da sola e si torce un po’ le mani in tutta contrizione, e comincia a scrivere una confessione per lettera… ma ecco che ritorna Stankar, cui non pare davvero bello che Lina spiattelli tutto. In una serie di versi non terribilmente chiari, il vecchio conte informa la figlia che proprio non sta bene, senza contare che di certo il dolore ucciderebbe Stiffelio…

Anche a voi era parso più furibondo che addolorato da morirne? Anche a me, ma Lina cede – e tanto più che il padre la maledice un pochino. Sì, insomma: verosimiglianza, storie individuali e tutto, ma una maledizione, così come un castello, non ce la si poteva far mancare, giusto?

Ad ogni modo, padre e figlia escono lasciando il campo a Raffaele di Leuthold, il nostro adultero, che nasconde in un libro provvisto di chiave la lettera in cui chiede a Lina un colloquio segreto. E lui magari crede di essere solo e inosservato, ma chi lo spia di tra le quinte? Jorg, il vecchio e lugubre pastore dell’inizio, ricordate? E perché, nel vedere poi il cugino di Lina che prende il libro e se lo porta via, Jorg debba giungere alla conclusione che l’amante clandestino debba essere proprio lui, è un altro degl’impenetrabili misteri di questo libretto – ma tant’è.

E infatti, al riapparire del coro (che ancora non la pianta di festeggiare il ritorno di Stiffelio) e dei solisti, Jorg si affretta ad informare il suo giovane amico di quello che crede di aver visto… Col non incomprensibile risultato che Stiffelio farnetica di tradimento e di Giuda, strappa il libro al povero e innocente cugino Federico, ingiunge a Lina di aprire, strappa il fermaglio quando lei rifiuta, e… 

Oh! una lettera!

Stankar non è terribilmente stupito, ed è rapido ad impossessarsi della lettera e farla a pezzettini – per poi rovinare sfidare a duello Raffaele in gran segreto.

“Lasciando che Stiffelio creda colpevole il povero cugino Federico?” odesi dimandare dal loggione…

Essì – dal che capiamo che a) il povero cugino Federico è in tutta probabilità spendibile; b) potevamo credere che la pace d’animo del genero fosse la prima preoccupazione di Stankar – ma ci sbagliavamo. E… sipario.

E per oggi, perdonate, ci fermiamo qui.

Che ne sarà di tutti questi Assasveriani? Capirà Stiffelio come stanno le cose? Tacerà Lina? Agirà Stankar? Che farà Raffaele?

Non perdete gli atti secondo e terzo di… Stiffelio – lunedì 26 agosto su Senza Errori di Stumpa.