Anno Verdiano

librettitudini Verdiane: Stiffelio

Chiedo perdono, o Lettori: per una serie di simpatici inconvenienti tecnici, oggi le Librettitudini arrivano in ritardo, in versione ridotta e senza granché in fatto di illustrazioni. Abbiate pazienza. Ci faremo perdonare.

Intanto, Stiffelio.

 

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, stiffelioCredo che Stiffelio sia l’unica opera di Verdi di cui non ho mai sentito nemmeno una nota.

E a dire la verità, non è nemmeno tutta colpa mia, perché non è che la si rappresenti proprio tutte le settimane. A quanto pare, anzi, non la si rappresentò affatto tra il 1857 e il 1968 – con una manciatina di possibili eccezioni spagnole, cosa di cui però nessuno è troppo sicuro.

Comunque, centoundici anni senza una singola rappresentazione vorranno pur dire qualcosa…

Nel caso di Stiffelio, paiono volerne dire più di una. Per cominciare, che Verdi e Piave (povero Piave!) avevano scelto un soggetto perfettamente adatto a far storcere il naso a pubblico e censura. Perché il fatto si è che, e già lo si era visto con la Luisa Miller, Verdi cominciava a non poterne più di castelli, guerre, teste coronate e tutti gli orpelli classici del melodramma. A lui, all’epoca, sarebbe piaciuto occuparsi di piccole storie individuali e “borghesi” e raccontarle con un occhio alla verosimiglianza.

Tanta verosimiglianza quanta se ne può praticare all’opera, s’intende – ma ci siamo capiti. E così scelse con Piave un dramma teatrale francese in cui si parlava di (gasp!) adulterio. E non solo, ma di (gasp!) adulterio ai danni di un (gasp!) pastore protestante.

E voi capite che questo significava andarsi a cercare dei guai, vero?

Piave (povero Piave!) da quel buon gatto che era tentò di sfrondare gli aspetti più scandalosi semplificando il dramma, ma riuscì soltanto a mettere (gasp!) l’adulterio in bella vista tra i rami nudi…

E vediamo un po’.

Atto Primo

Cominciamo col chiarire che non siamo più in Francia come nel dramma, ma in castello in Germania.

“Oh…” odesi dal loggione. “Ma non si era detto niente castelli?”

E che vi devo dire? Anche le rivoluzioni si fanno per gradi.

E comunque di essere in territorio inesplorato lo capiamo subito: saremo pur in un castello ma, anziché con un coro, per una volta, cominciamo con un vecchio pastore assasveriano che legge e mugugna e spera che il matrimonio con la figlia del nobile padrone di casa non abbia smussato lo zelo del suo giovane amico e collega Stiffelio…

Ed eccolo qui, Stiffelio, che torna… da dove? Non lo sappiamo – né lo sapremo mai, però una cosa è certa: dovunque fosse, si è fatto onore. E mentre suocero, cugini e amici lo festeggiano, e la moglie Lina lo festeggia un po’ meno, per primissima cosa il Nostro eroe racconta che un barcaiolo lo ha accolto sottoponendogli un rovello: nottetempo ha visto (il barcaiolo, non Stiffelio) un giovanotto e una donna a una finestra. La donna era agitata, e il giovanotto si è gettato dalla finestra nel fiume… e ha perso delle carte.

Si vede che non si sono bagnate troppo, perché il barcaiolo le ha raccolte e le ha affidate a Stiffelio.

Ora, dite la verità: non vi chiedereste per prima cosa dove di preciso il barcaiolo ha visto questa scena? Ma Stiffelio e compagnia no – né notano particolarmente l’aria colpevol di Lina e del nobile Raffaele di Leuthold. Ed è ovvio che se lo notassero, l’opera sarebbe già finita – però chi ha dei sospetti è il vecchio colonnello-conte Stankar, padre di Lina e, come la maggior parte dei padri d’opera, gelosissimo dell’onor famigliare.

Gli altri vogliono solo sapere che mai intenda fare Stiffelio delle carte misteriose. Stiffelio, anima candida, le carte decide di bruciarle, perché non ha l’abitudine di leggere missive altrui e comunque i falli vanno perdonati.

Sollievo di Lina (decisa a non peccare più) e Raffaele (disposto a peccare almeno un’ultima volta), masticazione amara di Stankar, ammirazione degli altri per la magnanimità di Stiffelio.

Ma ecco il coro. Cominciavamo a preoccuparci, vero? E invece il coro è qui e viene a festeggiare il ritorno di Stiffelio e a dirgli…

Sei di Lamagna vanto,
Del vizio fugatore.
Giustizia, amor fraterno
Diffondi sulla terra,
Pel santo Vero eterno
Combatti l’aspra guerra.

Non dev’essere il più gaio dei mariti da avere attorno, vero? Però, quanto Stankar conduce tutti quanti a festeggiare fuori scena (dove presumibilmente è pronto il buffet) e i due coniugi restano soli, scopriamo che, se è un po’ dull, però Stiffelio è innamoratissimo.

Scopriamo anche che in realtà Stiffelio si chiama Rodolfo Mueller. Forse che gli Assasveriani usano nomi d’arte? Anche questo non lo sapremo mai – ma non è molto importante. O almeno non crediamo. Quel che è importante è che, quando il discorso cade per caso sull’adulterio e Lina si turba, Stiffelio dapprima la crede troppo candida e pura per l’argomento – salvo poi, accorgendosi che lei non ha l’anello nuziale, infuriarsi all’istante e sulla fiducia.

Sì, be’, forse sulla fiducia e sulla base dell’aria terribilmente colpevole con cui Lina scoppia a piangere…

Ma che ne è stato, ci domandiamo noi un nonnulla sbigottiti, dell’uomo che bruciava le carte e predicava il perdono? E si direbbe che, Assasveriano o no, Stiffelio non razzoli tanto bene quanto predica. Abbiamo la netta impressione che soltanto l’arrivo di Stankar impedisca al nostro tenore di allungare un manrovescio persuasivo al soprano…

Gli amici aspettano di là, e Stiffelio si ricompone e li raggiunge insieme a Stankar, promettendo però di ritornare. 

Lina resta da sola e si torce un po’ le mani in tutta contrizione, e comincia a scrivere una confessione per lettera… ma ecco che ritorna Stankar, cui non pare davvero bello che Lina spiattelli tutto. In una serie di versi non terribilmente chiari, il vecchio conte informa la figlia che proprio non sta bene, senza contare che di certo il dolore ucciderebbe Stiffelio…

Anche a voi era parso più furibondo che addolorato da morirne? Anche a me, ma Lina cede – e tanto più che il padre la maledice un pochino. Sì, insomma: verosimiglianza, storie individuali e tutto, ma una maledizione, così come un castello, non ce la si poteva far mancare, giusto?

Ad ogni modo, padre e figlia escono lasciando il campo a Raffaele di Leuthold, il nostro adultero, che nasconde in un libro provvisto di chiave la lettera in cui chiede a Lina un colloquio segreto. E lui magari crede di essere solo e inosservato, ma chi lo spia di tra le quinte? Jorg, il vecchio e lugubre pastore dell’inizio, ricordate? E perché, nel vedere poi il cugino di Lina che prende il libro e se lo porta via, Jorg debba giungere alla conclusione che l’amante clandestino debba essere proprio lui, è un altro degl’impenetrabili misteri di questo libretto – ma tant’è.

E infatti, al riapparire del coro (che ancora non la pianta di festeggiare il ritorno di Stiffelio) e dei solisti, Jorg si affretta ad informare il suo giovane amico di quello che crede di aver visto… Col non incomprensibile risultato che Stiffelio farnetica di tradimento e di Giuda, strappa il libro al povero e innocente cugino Federico, ingiunge a Lina di aprire, strappa il fermaglio quando lei rifiuta, e… 

Oh! una lettera!

Stankar non è terribilmente stupito, ed è rapido ad impossessarsi della lettera e farla a pezzettini – per poi rovinare sfidare a duello Raffaele in gran segreto.

“Lasciando che Stiffelio creda colpevole il povero cugino Federico?” odesi dimandare dal loggione…

Essì – dal che capiamo che a) il povero cugino Federico è in tutta probabilità spendibile; b) potevamo credere che la pace d’animo del genero fosse la prima preoccupazione di Stankar – ma ci sbagliavamo. E… sipario.

E per oggi, perdonate, ci fermiamo qui.

Che ne sarà di tutti questi Assasveriani? Capirà Stiffelio come stanno le cose? Tacerà Lina? Agirà Stankar? Che farà Raffaele?

Non perdete gli atti secondo e terzo di… Stiffelio – lunedì 26 agosto su Senza Errori di Stumpa.


3 risposte a "librettitudini Verdiane: Stiffelio"

  1. Bè a me Stiffelio è sempre piaciuta un sacco; sarà per simpatia nei con confronti di un lavoro bistrattato… però ci sono dlle belle pagine ed una parte di tenore impervia e difficile da centrare come colore e interpretazione: marito/pastore tradito ma tentato dal perdono… non certo il ribelle-esule-diseredato dei vari Ernani, Corsaro, masnadieri..
    Io vedo l’opera, ed anche il suo libretto (a tratti teatralmente goffo), come una riflessione sul “perdono”, addirittura la più compiuta e profonda in Verdi. Perdono che anche semanticamente ritorna spesso: nelle allusioni nel duetto tenore-soprano del primo atto, nel bel finale secondo e in forma definitiva nel finale ultimo.

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  2. @Greta: è in arrivo!

    @Evil Monkey: eh, come dicevo nel post, dal punto di vista musicale proprio non la conoscevo (anche se nel frattempo ho riparato, pescando Stankar da un CD di arie verdiane per baritono – e devo confessare che non mi ha entusiasmata). Il libretto è, come tende a capitare con Piave – povero Piave! – un po’ un bignami del dramma da cui è tratto, a scapito della complessità delle situazioni, della caratterizzazine dei personaggi, e talora della logica narrativa… Dopodiché, ma ne parleremo nel prossimo post, dubito un po’ che il perdono assasveriano fosse quel che la gente si aspettava di vedere all’opera.

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