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Sempre di Film e di Libri

Questo post è un enorme spoiler – lo dico perché una volta su aNobii sono stata vigorosamente accusata di avere spoiled il finale del Gattopardo…

Ad ogni modo, se leggete i libri per sapere come vanno a finire, fermatevi qui. Se v’interessa la meccanica delle storie, qui sotto c’è un’analisi comparata della Struttura In Tre Atti e Tre Disastri di Morality Play – Lo Spettacolo Della Vita, di Barry Unsworth, e di The Reckoning, il film che Paul McGuigan ha tratto dal romanzo.

Morality Play – Lo Spettacolo della Vita

The Reckoning

ATTO I

Nicholas Barber, un giovane prete in fuga dalla sua diocesi per avere conosciuto (senso biblico) una donna, si unisce a una compagnia di attori in viaggio e, insieme a loro, raggiunge una cittadina ancora scossa dall’assassinio di un bambino. Gli attori hanno bisogno di denaro per far seppellire un loro compagno, morto durante il viaggio, e mettono in scena una rappresentazione sacra nella piazza.

Nicholas, un giovane prete, fugge attraverso i boschi, si taglia i capelli per nascondere la tonsura e getta nel fiume il suo abito religioso – e nel frattempo ricorda la sua parrocchia, la giovane donna con cui ha commesso adulterio, e il marito di lei che li ha sorpresi in flagrante delicto.

DISASTRO n° 1

La rappresentazione va molto male e la compagnia è in bolletta. Il capocomico propone di provare un dramma di nuovo genere, ispirato all’omicidio appena avvenuto.

Nel bosco, Nicholas crede di assistere a un omicidio. Scoperto e catturato da quelli che in realtà sono attori girovaghi che assistono un compagno moribondo, decide di unirsi a loro.

ATTO II (parte I)

Per preparare il nuovo dramma, gli attori, e Nicholas con loro, fanno domande ai cittadini, raccogliendo informazioni sul bambino morto, sulla ragazza accusata del delitto, e sul confessore del signore locale, che ha scoperto le prove della sua colpevolezza. Una volta messa in scena, la storia non risulta convincente nella sua conclusione, ma raccoglie molto denaro, e gli attori decidono di ripeterla l’indomani, in occasione della fiera.

Insieme agli attori, Nicholas giunge in un villaggio dove è appena avvenuto un omicidio. Non potendo pagare il funerale, gli attori seppelliscono clandestinamente il loro compagno nella tomba del ragazzo assassinato e Nicholas officia il rito, rivelando di essere un prete. Impossibilitati a proseguire per un guasto al carro e a corto di denaro dopo una disastrosa rappresentazione sacra, gli attori si lasciano convincere dal capocomico Martin a mettere in scena un nuovo tipo di dramma, ispirato all’omicidio appena compiuto. Dopo avere incontrato la donna accusata del delitto, Nicholas prende parte alla rappresentazione, ma la logica della storia e le reazioni del pubblico non lo convincono. Gli attori non gli danno retta e si dispongono a partire l’indomani con il carro riparato.

DISASTRO n° 2

Per raccogliere ulteriori informazioni, il capocomico Martin visita in prigione la ragazza condannata all’impiccagione, se ne innamora, si convince della sua colpevolezza e decide di servirsi del dramma per scagionarla.

Riesumando il corpo del ragazzo assassinato, Nicholas vi scopre segni di violenza e i primi sintomi della peste, e rifiuta di partire con gli attori, lasciando che una donna innocente venga impiccata per un omicidio che non ha commesso.

ATTO II (parte II)

Durante la seconda rappresentazione, trascinati da Martin, gli attori dimostrano logicamente l’inconsistenza delle accuse del confessore. Il pubblico è sconvolto, e lo ancora di più quando arriva la notizia della morte del confessore. Impauriti dalle conseguenze delle loro azioni, gli attori si ribellano a Martin, e dichiarano l’intenzione di partire immediatamente.

Nicholas interroga il confessore del castellano, la cui testimonianza è stata risolutiva nella condanna della donna, e il monaco risponde ambiguamente, lasciando intendere di avere agito per ordini altrui. Poco dopo, il confessore viene ucciso simulando un suicidio. Con l’aiuto degli attori tornati a sostenerlo, Nicholas ferma l’esecuzione e denuncia alla folla la responsabilità del castellano. All’arrivo delle guardie, l’intera compagnia si rifugia nella chiesa, dove trova il castellano.

DISASTRO n° 3

I soldati del signore locale prelevano gli attori e li conducono al castello – nominalmente per recitare davanti al castellano, ma di fatto prigionieri.

Nicholas affronta il castellano con le prove della sua colpevolezza e rivelandogli la presenza del Giudice al villaggio. Quando il nobiluomo dichiara orgogliosamente la propria immunità dalla giustizia, Nicholas gli rivela che il ragazzo da lui violentato aveva la peste. Il castellano pugnala Nicholas.

ATTO III

Condotti davanti al castellano, gli attori danno inizio ad una terza rappresentazione, nel corso della quale Martin accusa, dapprima copertamente e poi con sempre maggiore sicurezza, “colui che il confessore serviva”. Il dramma è interrotto dalla figlia del castellano, venuta a chiedere l’assistenza religiosa di Nicholas per un moribondo. Separato dai suoi compagni, Nicholas fugge dal castello e raggiunge il Giudice del Re che alloggia in città, al quale riferisce la situazione. Il Giudice rivela a Nicholas di essere venuto ad arrestare il figlio del castellano, colpevole di avere violentato e ucciso quattro bambini, e promette di far rilasciare gli attori.

La folla, inferocita dall’omicidio del bambino, dal tentativo di far condannare un innocente e dall’attacco a Nicholas, assalta il castellano e lo uccide. Nicholas muore, e gli attori si preparano a lasciare il villaggio, dichiarando l’intenzione di continuare a rappresentare il nuovo dramma in omaggio a Nicholas, morto per amor di giustizia e verità.

Notate come alcuni eventi siano stati spostati (ad esempio l’incontro con la donna condannata a morte), e come il film tagli sulla preparazione del dramma, e sula parte che esso ha nel disvelamento della verità. Notate anche il finale del film, molto più drammatico di quello del romanzo.

Ma la differenza più significativa, strutturalmente parlando, risiede nel punto di vista. Nel romanzo, Nicholas è il narratore in prima persona e il testimone degli eventi, ma la storia è incentrata su tutta la compagnia, e sul dramma, per cui i disastri sono tali dal punto di vista collettivo degli attori. Nel film, invece, Nicholas è il protagonista e il propulsore degli eventi, e i disastri costituiscono gli snodi della sua vicenda e della sua indagine.

Nel libro, Martin comincia per amore dell’arte e poi prosegue per amore della ragazza muta. Alla fine molti interrogativi rimangono aperti (che sarà successo agli attori nel frattempo? Cosa ne sarà della compagnia che è venuta meno al suo ingaggio? Vorranno ancora gli attori fidarsi di Martin? Nicholas resterà con loro?) ma la cosa importante è che il dramma, come esperienza di arte e conoscenza, e come simbolo dell’avventurarsi della mente umana in territorio inesplorato, ha condotto alla verità e alla giustizia. Nel film, al contrario, Nicholas* agisce fin dapprincipio per amor di giustizia, e così va incontro alla sua fine. E’ la sua ostinazione a portare alla luce la verità e scagionare l’innocente, e alla fine tutte le domande trovano risposta.

Francamente, l’arco narrativo del film è più solido, ma al romanzo resta la superiorità di una magnifica, originale e potente metafora della conoscenza che il film sacrifica alla trama gialla.

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* Vero è che nel film Nicholas ha anche ucciso il marito della sua bella, per cui ha più da redimere e meno da perdere… Ma, a parte le motivazioni del tutto diverse, il Nicholas del libro e quello del film non hanno poi molto in comune.

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Liberamente Tratto – Parte II

morality.jpgParlavamo di libri&film, ricordate?

Qualche tempo fa ho inavvertitamente noleggiato un film chiamato The Reckoning, con Paul Bettany* e Willem Dafoe, credendo che parlasse di Christoper Marlowe. Insomma, c’era il titolo, c’era il “boh, credo che parli di attori, di teatro…” di M.T… Come potevo non pensare che parlasse di Marlowe?

Invece era tutt’altro, la storia di un giovane prete nei guai che, nell’Inghilterra del tardo Trecento, si unisce a una compagnia di attori girovaghi. Naturalmente accadono cose impreviste, hanno bisogno di denaro, hanno un capocomico con delle idee eterodosse, c’è un omicidio… E’ un buon film, cupo e asciutto, ben fatto e bene ambientato, con un numero limitato di anacronismi minori, un arco narrativo solido e un finale parzialmente inaspettato. Se ho un’obiezione, è che è doppiato così così. Di solito i doppiatori italiani sono stratosferici… qui non proprio, ma pazienza – un momento o l’altro troverò il modo di vederlo in versione originale.

A film visto e restituito, una rapida indagine ha rivelato che The Reckoning è tratto da un romanzo storico di Barry Unsworth, Morality Play, tradotto in Italia come Lo Spettacolo della Vita (Frassinelli 1997, poi CDE 1998), e ho deciso che dovevo leggerlo. E’ stata una buona idea. Non è bizzarro come a volte un caso si leghi a un altro caso? Morality Play, scoperto noleggiando il film sbagliato, si è rivelato uno dei migliori libri che abbia letto da qualche tempo in qua.

Se vi capita, leggetelo, perché Unsworth sa il suo mestiere, ha un favoloso senso del periodo e sa come trasmetterlo vividamente al lettore. Nicholas Barber, narratore in prima persona, è credibile e attraente fin dalla prima riga: il suo sistema di valori, il suo terrore dell’inferno, il suo rimpianto per i suoi peccati e per il mantello perso, i suoi piccoli sfoggi di latino, di logica e di teologia suonano sinceri e perfettamente medievali. Il linguaggio è meraviglioso: niente contrazioni, qualche costruzione arcaica, un lessico pertinentissimo senza stravaganze**, ed abbiamo questo senso di secoli passati, ma non di estraneità. Poi non tutto è perfetto: il finale è un po’ floscio rispetto al resto della storia (anche se devo ammettere che la conversazione notturna con il giudice itinerante trasmette un serio senso di spiazzamento e di conclusione al tempo stesso: l’atmosfera è giusta, peccato che gli eventi siano tronchi), sir Roger de Yarm sembra un personaggio un po’ buttato lì, e non tutto è debitamente risolto. Ma la cosa davvero straordinaria è il modo in cui l’arte dei teatranti viene usata a fini narrativi. I dettagli della vita quotidiana della compagnia, pittoreschi e mai gratuiti, sono di per sé una gioia, ma Unsworth fa ben di più che portarci dietro le quinte. Morality Play è un giallo, in qualche modo, ma per una volta, individuare il colpevole e gl’innocenti prima di subito non toglie granché alla lettura. Quello che importa è il modo in cui la preparazione di un dramma diverso dai canoni viene usata per risolvere il delitto. Il teatro assurge da forma d’arte a forma di conoscenza: gli attori abbandonano il repertorio della sacra rappresentazione per l’ambizione del capocomico Martin, un visionario ansioso di sperimentare forme nuove, ma poi continuano trascinati dal modo in cui la logica narrativa del dramma rifiuta le facili soluzioni per l’omicidio commesso nel villaggio. Il dramma viene recitato tre volte, e ogni volta cambia e ramifica in direzioni diverse, sulla base di nuovi elementi che da soli non sembravano significare molto, ma che prendono vita appena portati in scena. Arte, conoscenza, verità e paura s’intrecciano in modo sempre più intricato, portando Nicholas e i suoi nuovi amici in direzioni inattese e molto, molto pericolose. E’ un po’ un peccato che tanta tensione non regga fino alla fine, ma l’insieme è così intelligente e profondo che si possono perdonare molte cose.

E il film? Ecco, il film è tutta un’altra cosa. Ho già detto che è un buon film, ma pur essendo tratto dal libro, non si può negare che racconti un’altra storia. I personaggi portano gli stessi nomi (tranne un paio di casi, per motivi meglio noti alla divinità che veglia sui cervelli dei produttori), ma sono molto diversi, così come sono molto diversi i rapporti tra loro, i loro peccati e le loro intenzioni. Più cinematografici, si capisce. E più cinematografico è il finale che, una volta di più, mette tutta la vicenda in una luce completamente diversa.

Ora, il fatto è che sarebbe stato impossibile finire il film nel modo in cui finisce il libro, o caratterizzare i personaggi del film come quelli del libro, o tenerli lungamente a guardare un torneo da una finestra, o lasciare al dramma, alla sua preparazione e alle sue implicazioni intellettuali il peso che hanno nel libro. Non avrebbe mai funzionato sullo schermo, e questo è fuori discussione. Però, per renderlo cinematografico, gli sceneggiatori hanno dovuto amputare a Morality Play proprio quegli aspetti che ne fanno un libro straordinario. Hanno fatto, tutto considerato, un buon lavoro, ma hanno raccontato un’altra storia, con un significato diverso e gente diversa. Che cosa dobbiamo dedurne? Probabilmente che Morality Play non si prestava ad essere ridotto per lo schermo. E allora? Vale davvero la pena di trarre un film da un libro che non si presta?

Lo dico una terza volta, a scanso di equivoci: The Reckoning è un buon film, molto buono, ma con Morality Play ha in comune l’ambientazione, alcuni nomi, l’atmosfera cupa e la forma base della trama. Come si chiama, davvero, il rapporto tra film e libro in un caso come questo?

Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa Barry Unsworth.

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* Sì, mi piace Paul Bettany, perché?

** Credo che persino Josephine Tey l’avrebbe considerato accettabile.