libri, libri e libri

Luoghi Manzoniani

Itinerario_manzoniano.jpgTornata dai Luoghi Manzoniani. Sì, perché ottobre si avvicina, e la lettura dei Promessi Sposi riprende e, intanto, la UTE ha portato discenti e docenti in quel di Lecco a vedere di persona i luoghi dove si svolge il romanzo e, probabilmente, dove l’idea è nata in qualche forma molto embrionale.

La prima visita è stata a Villa Manzoni, in quello che un tempo era un villaggio chiamato il Caleotto (nel senso di “otto case in tutto”) e adesso è  parte di Lecco. Solida e squadrata villa nobiliare, ricostruita nell’Ottocento su un precedente edificio seicentesco, con qualche salone a grottesche, un bel giardino e bellissime cantine scure. Nel piano terra (l’unico visitabile) sono esposti la culla di Manzoni, un’acconciatura a raggiera come quella Villa_Manzoni.jpgdescritta nel romanzo, quadri, stampe e un certo numero di libri: varie edizioni dei PS, fonti del romanzo, altre opere dell’autore. La cosa più interessante, però, è che questo è il posto dove Manzoni è cresciuto, dove ha sviluppato il suo interesse per i libri e una predisposizione ad immaginare storie e personaggi… Non è difficile immaginarsi il piccolo Alessandro qui e cercare le radici del romanziere in qualche gioco solitario di make-believe nel giardino e nei cortili. Almeno finché non si esce dal portone e ci si ritrova davanti all’edificio moderno che sarà anche di Renzo Piano, ma è francamente brutto.

Dal Caleotto siamo passati a Pescarenico, a sua volta inglobato in Lecco. Nell’espandersi, però, la città ha inghiottito senza distruggerlo il borgo di pescatori in riva all’Adda, con i suoi vicolini medievali e la chiesa dei Cappuccini. Del convento di Fra Cristoforo non rimane granché (se non un salone dove signore del luogo vendono cioccolata, magliette e “noci di Fra Galdino”) ma la piazzetta che guarda sul fiume potrebbe ancora essere il posto dove il piccolo Menico è tentato di fermarsi a guardare i pescatori che ritirano le reti. Sulla riva del fiume c’è un masso che, ci dicono, indica il punto dell’attraversamento di Lucia e del conseguente Addio Monti. A poca distanza è persino ormeggiata una barchetta con i cerchi (batel nell’idioma locale), come quelle che si vedono nelle illustrazioni ottocentesche. Manco a dirlo, la barchetta si chiama Lucia.

In realtà, tutto qui si chiama Lucia, o Renzo e Lucia, o Promessi Sposi, o Fra Cristoforo o con qualche nome connesso al romanzo: vie, piazze, alberghi, ristoranti, sale pubbliche, barche… un vago senso di monomania assale il viaggiatore.

innominato.jpgTappa successiva, Somasca. Dalla chiesa dei Padri Somaschi, nonché santuario del loro fondatore San Gerolamo Emiliani, si sale al rudere di un castello che non è il Castello dell’Innominato. O meglio: lo è nel romanzo, anche se non è davvero il castello di Bernardino Visconti, l’originale storico dell’Innominato. Tuttavia, arroccato com’è su uno sperone di roccia, con vista su valli e strapiombi, raggiungibile solo per un sentierolino boschivo e una stradetta scavata nella roccia stessa, è perfetto per essere il nido d’aquila di un signorotto sanguinario, orgoglioso e diffidente. Pare che il giovanissimo Manzoni salisse qui su quando veniva a visitare il santuario, e il posto è perfetto per infiammare la fantasia di un ragazzino. Un po’ meno perfetto, se vogliamo, per trascinarci una comitiva proveniente da un’Università della III Età – ciò che ha provocato una dura selezione naturale e una quantità di battute durante l’ascensione e la discesa.

Sotto il castello, visibile da lassù come descritto nel romanzo, c’è il borgo di Chiuso, dove l’Innominato si converte alla presenza del Cardinal Borromeo.

Poi  ci sono un paio di presunte case di Lucia, la chiesa di Don Abbondio, la cappella dell’incontro con i Bravi e il Palazzotto di Don Rodrigo – ricostruito in anni recenti e snaturato alquanto – ora sede del CONI di Lecco, se ho ben capito.

Sullo sfondo il lago, il fiume e le montagne, primo tra tutte il Resegone con i suoi tredici cocuzzoli, e quel cielo di Lombardia che è così bello quando è bello.

I posti sono gradevoli e la presenza del romanzo e del suo autore aleggiano sui luoghi. Ho detto che il castello non è quello dell’Innominato, ma non è vero: non è quello di Bernardino Visconti, ma si tratta di un dettaglio. E’ il posto in cui Manzoni ha immaginato e piazzato il suo Innominato, e lo stesso vale per il Palazzotto, per le case, e per tutto il paesaggio del romanzo, che è bello sovrapporre mentalmente al paesaggio reale, trascendendo i kilometri e i secoli.

_______________________________________________________________________

Malinconica nota di chiusura: mentre cercavo un’illustrazione per questo post, mi sono imbattuta in un diluvio di richieste da parte di studenti che chiedono disperatamente soccorso per reperire una descrizione del Palazzotto di Don Rodrigo e/o del Castello dell’Innominato. E’ mai possibile che non venga lor il dubbio che le descrizioni in questione si trovino nel libro? O dare anche solo un’occhiatina al capitolo relativo è troppo per le loro menti implumi? Sospirone.

libri, libri e libri

Nella Pancia della Bestia: un Italiano a New York

Tra65_Bestia150.jpgFrancamente, non tutti i blog si prestano a essere convertiti in libri, checché se ne dica, ma Nella Pancia della Bestia – Dritte e rovesci sulla vita a New York, di Michele Molinari (Vivalda 2009) funziona benissimo.

E’ il diario di un anno nella Grande Mela, scritto in un’ottica lontana tanto dal turista appena sbarcato quanto dal finto-naturalizzato-americano-a-tutti-i-costi. Lo sguardo è quello di uno straniero bene inserito, curioso, acuto, ironico (e autoironico), pronto a cogliere luci, colori, eccessi e meraviglie della vita ipermetropolitana.

Lettura durante si sorride, si pensa, si sfatano montagne di stereotipi (sempre salutare), si fanno affascinanti scoperte sui call-center, i taxi e la vita dei gatti americani, si riflette sull’Occidente, si desidera molto imbarcarsi sul primo aereo.

E’ chiaro che Molinari ama New York, la conosce in modo non convenzionale e si sforza di capirla, anche quando l’esercizio richiede elasticità mentale e sense of humor: leggere il suo libro è come farsi accompagnare per la città da qualcuno che ci vive con gli occhi, la mente e il cuore bene aperti. Per di più, il tono è fresco, immediato e accattivante, ma non rifugge l’occasionale riflessione: se il libro si legge come una chiacchierata, è senz’altro una chiacchierata intelligente.

Sarà davvero un piacere presentarlo, venerdì 16 Aprile alla UTE (Mantova, Via Mazzini 20) alle 15.30. Ci saremo l’autore e io, per un po’ di conversazione su New York, l’America, gli Americani, la vita, i blog, le foto e i massimi sistemi.

Una buona occasione, direi, per accostarsi a New York al di là dei luoghi comuni.

 

grilloleggente

Promessi Sposi, Capitolo XIX

Oggi XIX capitolo dei Promessi Sposi alla UTE, ultimo per questo Anno Accademico.

Il Capitolo XIX è quello del match Conte Zio – Padre Provinciale dei Cappuccini, ed è una vera e propria gemma, di quelle cose che da sole valgono il prezzo del libro, di quei dialoghi che, per sottigliezza delle intenzioni, tridimensionalità della caratterizzazione e raffinata ironia, mutano momentaneamente ogni altro scrittore in un mostro dagli occhi verdi.

Cominciamo col dire che, quasi tre mesi e tredici capitoli fa, avevamo assistito a qualcosa di simile al palazzotto, tra Don Rodrigo e Fra Cristoforo, ovvero i due diretti interessati. E’ sempre di loro che si parla anche nel palazzo milanese dello zio: in pratica, lo stesso scontro elevato a potenza e condotto a un livello abissalmente diverso. Qualcosa come la differenza tra una rissa in piazza e l’alta politica.

Possiamo dimenticare (anzi, faremo bene a ricordare per amor del contrasto) il sarcasmo rabbioso, le insinuazioni grossolane e le minacce scoperte di Don Rodrigo, come pure la faticosissima umiltà e lo spirto guerrier di Fra Cristoforo. Qui siamo su un altro pianeta: dopo un pranzo di commensali titolati e un sacco di conversazione sulle aderenze della famiglia a Madrid, il Conte Zio fa professioni di amicizia verso l’Ordine Cappuccino in generale e il Padre Reverendissimo in particolare, finge di voler rendere un buon servigio, insinua che il padre Cristoforo debba essere un continuo grattacapo per i suoi stessi superiori…

Il Provinciale non ci casca, e difende la reputazione del suo sottoposto, ma vede addensarsi la tempesta… e non ha torto: per prima, il Conte Zio gioca la carta della sovversione, dipingendo il povero Renzo come un arruffapopoli della peggior specie, e il padre Cristoforo come un connivente. D’altra parte, con quel po’ po’ di precedenti che ha lui stesso…

Il Provinciale para di nuovo la botta: Sua Magnificenza deve pur sapere che a) l’Ordine ha per missione di recuperare i traviati, e b) la vocazione religiosa offre riscatto dal passato, del che Fra Cristoforo è la prova vivente. Il Conte Zio deve allora ricorrere al secondo argomento, rivelando (come se proprio ci si costringesse a malincuore) che tra il frate e Don Rodrigo c’è qualche ruggine. Nessun riferimento a Lucia, o anche solo alla natura della ruggine stessa, per carità. Lo zio, assai più scaltro del nipote, dipinge la faccenda come una questione di puntiglio, scusabile in un giovane nobiluomo scapestrato, ma del tutto fuori posto per un Cappuccino.

Il Provinciale resta sulle sue, avanza cauti dubbi, promette indagini, ma sa già dove vuole andare a parare il suo avversario. E infatti, puntualmente, il Conte Zio si scopre giusto quanto basta: indagini e dubbi? Ma perché mai il Reverendissimo Padre vuole andare a sollevare un vespaio? Perché non possono accomodare la questione tra loro due, senza che degeneri in zuffe, ritorsioni e scandali?

La minaccia è sottile, ma inequivocabile. E’ sicuro che l’Ordine saprebbe difendersi in un confronto, ma ne vale davvero la pena? Non è meglio per tutti tacitare il subbuglio cercando di salvare tutte le capre e tutti i cavoli possibili? Guarda caso, a Rimini vogliono un predicatore per la quaresima, e il padre Cristoforo è proprio quello che ci vuole. “Molto a proposito,” approva il Conte Zio. “E… quando?”

Il Provinciale prova a nicchiare, a prender tempo, a negoziare qualche forma di rispetto che Don Rodrigo paghi all’Ordine, per salvaguardare la dignità dell’abito… Il Conte Zio a questo punto potrebbe anche mostrarsi generoso, ma non lo fa: invece si limita a qualche promessa che più vaga non si potrebbe, e a cedere il passo alla porta. “Conosciamo per prova la bontà della famiglia,” replica amaramente il Padre Provinciale, di fronte all’ennesima promessa vuota di amicizia, di assistenza, di qualsiasi cosa…

Chiaramente, Conte Zio – Padre Provinciale è finita 2- 0.

Niente “verrà un giorno”, niente alterchi, niente vecchi servitori impauriti, niente cappa e spada: solo due canizie, due esperienze, dice Don Lisander, e la canizie laica ha vinto alla grande: con un pranzo e qualche parola, ha spedito Fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini.

Non posso fare a meno di accostare questo dialogo a qualcosa d’altro: il grandioso, corrusco, feroce duetto tra Re Filippo e il Grande Inquisitore (cieco nonagenario) del Don Carlo/Don Carlos di Verdi. L’atmosfera è tutt’altra, molto più cupa e più fatale, (e d’altronde in gioco non c’è il trasferimento di un frate, ma la vita e la morte di due uomini, nonché tutto un sistema di pensiero e il destino di un impero) ma la struttura è poi la stessa: potere temporale e potere religioso che si affrontano. Però nel caso di Verdi/Schiller è il Grande Inquisitore (c.n.) a spingere il suo avversario nell’angolo a implacabili colpi di logica e di dogma. Re Filippo resiste invano. Prima della fine si farà imporre la condanna a morte di non uno, ma due figli: quello di sangue e quello del cuore. “Dunque il trono piegar dovrà sempre all’altare!” conclude amarissimamente il Re.

A quanto pare, non sempre. O, almeno, non nel Seicento milanese di Manzoni, dove l’altare, per evitare guai, piega non di fronte al trono, ma a una corona comitale bene introdotta a Madrid.