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Finis Austriae: Joseph Roth e Vienna

Joseph Roth.pngFino alla metà degli Anni Settanta tutti credevano che Joseph Roth fosse il rampollo di un ufficiale austroungarico e che, a sua volta, avesse servito come ufficiale durante la I Guerra Mondiale, finendo prigioniero in Russia. E di conseguenza si credeva che libri come Fuga Senza Fine, La Marcia di Radetzky e La Cripta dei Cappuccini fossero largamente autobiografici. Queste informazioni si trovavano sulle quarte di copertina e nei lemmi d’enciclopedia, per un motivo molto semplice: Roth stesso le aveva fornite.

Peccato che non fosse vero.

In realtà, prima di diventare un giornalista celebre, un romanziere e un esule girovago, Joseph Roth era stato un figlio della piccola borghesia ebraica nella provincia galiziana, uno studente borsista e poi un sottufficiale nell’ufficio stampa dell’Esercito Austroungarico durante la guerra, senza vedere un singolo giorno di servizio al fronte.

Ecco uno scrittore che, invece di creare personaggi autobiografici, crea una biografia fittizia simile a quella dei suoi personaggi, in particolare di Franz Trotta, il protagonista de La Cripta dei Cappuccini*. Quello che è curioso, se vogliamo, è che la vicenda bugiarda di Franz diventa il simbolo di tutta una generazione di Viennesi, la generazione perduta, la generazione sconfitta: non quelli che muoiono in guerra, ma quelli che hanno l’ancor peggiore ventura di tornare, fantasmi di una Vienna finita. Anzi no: di un Impero finito. Aquila.png

Perché, diciamolo subito, Roth non concepisce l’Austria post-bellica, la piccola Austria che parla Tedesco, raccoglie stelle alpine e canta canzoni sentimentali. L’Austria, per Roth, è l’Impero; e di questo Impero Vienna è un po’ la madre e un po’ il parassita, una sorta di scrigno della grandezza imperiale (malinconicamente incarnato prima dal vecchio Francesco Giuseppe, poi dalla cripta dove riposano gli Asburgo), che governa, protegge, punisce e sfrutta le sue periferie con pari, inesorabile equanimità**.

Non è una Vienna allegra, quella di Roth, fatta di uffici ministeriali dove nulla mai compie e nulla si dimentica, di palazzi in rovina che diventano pensioni, di caffè dove i giovani di buona famiglia trascorrono le loro giornate, discutendo di come il senso dell’Impero sia più vivo in Ungheria e in Polonia che nelle città germanofone. Allo scoppiare della guerra, Franz e i suoi amici sono quasi sollevati: dal momento che il loro mondo sta già crollando senza che possano farci alcunché, dal momento che non vedono un futuro, una morte in guerra, una buona morte in nome delle ultime vestigia dell’Impero, è forse il meglio che possano inconsciamente augurarsi. La morte che incrocia mani di scheletro sopra le coppe da cui questi giovani bevono è l’immagine che ricorre in tutta la prima metà del romanzo.

Ma la guerra e la morte passano oltre, Franz sopravvive e, sfuggito alla prigionia in Russia, torna fortunosamente in una Vienna che stenta a riconoscere. Con la madre e con gli amici sopravvissuti, beffati come lui, ricomincia a celebrare, come in un’eterna liturgia funebre, i piccoli riti secondari dell’Impero che non c’è più: nessuno ha denaro, il vino e il caffè sono diventati pessimi, da Demel non servono più meravigliosi pasticcini dai colori di gioiello, e le candele di sego hanno sostituito quelle di cera, ma in fondo tutto questo è appropriato. Appropriato a una città che non ha più un Impero, né un Imperatore. Finito è il tempo in cui un cittadino austroungarico poteva viaggiare da Lwow a Trieste, a Praga a Sarajevo, ritrovando sempre simili le stazioni intonacate di giallo, i giocatori di domino nei caffè, lo spirito dell’Impero***. FranzJoseph.jpgPerduta è la crisalide dell’identità antica, al di sopra delle nazioni e delle lingue. Nella nuova Vienna, testa senza più corpo né corona, rimane solo la scelta tra correre con il nuovo mondo (come fa Elisabeth, la moglie separata di Franz), oppure lasciarsi morire un poco per volta insieme ai brandelli del vecchio. Per Franz e i suoi amici, gli sconfitti che un futuro non lo avevano mai preso in considerazione, la scelta è terribilmente facile.

Quando scrisse La Cripta dei Cappuccini, Roth era in esilio in Francia, sfuggito per tempo alle persecuzioni naziste, legato ad ambienti veteromonarchici che caldeggiavano un impossibile ritorno degli Asburgo su un fantomatico trono d’Austria. Scelta  stravagante e cavalleresca, omaggio di devozione ostinata e consapevole all’ideale tramontato.

Non stupisce – ma commuove – il finale del romanzo: è il marzo del 1938 e Franz siede al caffè, come sempre, quando giunge notizia dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. La novità provoca concitazione, e il caffè si svuota. Solo Franz indugia e, rimasto solo, se ne va, per le strade ventose e deserte, fino alla chiesa dei Cappuccini al Neuer Markt, per rendere, dalla porta che non gli è consentito di varcare, un ultimo omaggio al suo Imperatore e al vecchio mondo sconfitto. Gott erhalte! – Dio conservi! grida Franz, quando non c’è più nulla da conservare.

Roth sarebbe morto un anno dopo, esule e malato. Della sua Vienna oggi non rimane più molto, a meno di cercarla negli angoli più bui di Demel, o nella Cripta. Ma fuori di lì, alla luce del sole Vienna (insieme a tutta l’Austria) ha abbracciato un modello sentimental-turistico dell’Impero, fatto di figuranti vestite da Sissi, concerti di capodanno e feste da ballo****. Dell’Impero rimane solo questa pallida immagine di zucchero, crinoline e boschi tirolesi.Cripta.jpg

Joseph Roth, che si era costruito una biografia simbolica per meglio aderire a una Vienna ideale e sovrannazionale, non avrebbe apprezzato.

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* I Trotta, lo sappiamo da La Marcia di Radetzky, sono una famiglia di origine Slovena, il cui ramo principale è stato nobilitato in seguito a un salvataggio dell’allora giovane Francesco Giuseppe, in un episodio finito, con molti abbellimenti, sui libri di testo. Il romanzo ha il suo culmine in un desolato incontro tra il figlio del salvatore nobilitato e un ormai vecchio Francesco Giuseppe, che dei Trotta non ricorda più nulla, se non di dover essere loro grato.

** A noi, cresciuti a una dieta di Pellico e Mazzini, questo fa un po’ specie. Eppure, la percezione generale dell’Impero corrispondeva a un’entità soffocante e benevola in parti uguali, affetta da elefantiasi burocratica e tendenzialmente pervasa da un’identità sovrannazionale.

*** Questo spirito, in realtà, era ancora abbastanza vivo alla metà degli Anni Trenta perché mia nonna, cresciuta in un territorio che era stato alternativamente Italia e Slovenia, chiamasse il suo primogenito Francesco Giuseppe in onore dell’Imperatore.

**** Mi si dice che il Prefetto di Vienna partecipi in media a centocinquanta balli l’anno.

2 pensieri riguardo “Finis Austriae: Joseph Roth e Vienna

  1. Ahimè, Demel (come Sacher) è diventato dannatamente turistico. E’ difficile trovare un tavolino tranquillo, e prendere il tè con qualche parvenza di calma è diventata un’utopia. Però i dolci sono qualcosa.

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