cinema · guardando la storia

Storicamente Corretti

Abbiamo parlato, qui e qui, di letteratura e cinema; parliamo di storia e cinema, questa volta.

Qualche anno fa, in un saggio intitolato “Le troppe sviste di sir Scott”, lo storico militare e medievalista Marco Meschini (Cattolica di Milano), ha offerto un’analisi molto stimolante del modo in cui la storia finisce sugli schermi cinematografici, concentrandosi su Kingdom of Heaven, di Ridley Scott, una narrazione alquanto disinvolta dell’assedio di Gerusalemme, nel 1187.

Meschini, ammiratore confesso di Scott, parte dalle dichiarazioni contradditorie rilasciate dal regista e dallo sceneggiatore William Monahan a proposito dell’accuratezza storica del film. Si parte da un “i personaggi sono storicamente corretti”, per arrivare a un “talvolta abbiamo dovuto ritoccare la realtà a fini narrativi”, per culminare con uno spudorato “è successo 800 anni fa… voi c’eravate? Io no!”

Francamente, avrebbero fatto miglior figura se non avessero voluto rivendicare fette decrescenti di fedeltà ai fatti. Voglio dire, tutti sappiamo che la storia è storia e Hollywood è Hollywood, e non ci scandalizziamo troppo, nemmeno quando Baliano, in realtà signore di Ibelin e colonna del Regno Latino di Gerusalemme, ci viene contrabbandato come un povero maniscalco francese che scopre di essere figlio illegittimo di un gran signore e capitano crociato*. O meglio, non ci scandalizzeremmo troppo se il regista non ci avesse detto che i personaggi sono essenzialmente corretti.

In definitiva, fare film consiste nello strizzarci l’occhio, invitarci a sospendere l’incredulità e lasciare che ci godiamo le scene di battaglia, giusto? Ma no, Scott deve cercare di imbrogliarci, rimangiarsi via via le assicurazioni incaute e infine, in una dimostrazione palese di coda di paglia, tentar di fare dell’ironia sulla questione.

Col risultato che il film non è ancora iniziato e siamo già maldisposti, tutti i nostri neuroni sono in allerta massima da forze ostili e, invece di appassionarci alla storia, notiamo le incongruenze, gli anacronismi e gli svarioni. Come il fatto che questa gente se ne vada in giro in armatura completa per la maggior parte del tempo, o che carichi con la spada in pugno (anziché la lancia), o che si levi l’elmo nel bel mezzo della battaglia, o che, mentre galoppa, senta ordini gridati da qualcuno all’altro capo dello schieramento…

Tuttavia, Meschini sembrerebbe disposto a concedere queste licenze, seppur malvolentieri, in omaggio a quella concezione comune del Medioevo che un altro Scott, un paio di secoli fa, ci ha affibbiato, e da cui l’immaginario collettivo stenta a liberarsi. In fondo, dice Meschini, l’armatura prèt-à-porter, i Templari cattivissimi e la spada in pugno sono quello che il pubblico si aspetta: dargliene in abbondanza potrà non essere rigoroso, ma è… come dire? Finanziariamente solido. E poi queste bazzecole impallidiscono di fronte al vero e proprio crimine storico di Kingdom of Heaven: la disonestà intellettuale.

In sostanza, Scott ci presenta tutto il clero cattolico (vescovi, ordini militari e preti di villaggio alike) come una masnada di avidi casuisti intenta a mercanteggiare salvezza eterna contro infedeli uccisi. I Crociati sono, nella migliore delle ipotesi degl’idioti ingannati, in quella di mezzo dei fanatici, nella peggiore in combutta con il clero. Il nostro eroe (nobiluomo, ma ex maniscalco, e pertanto uomo del popolo), è una brava persona, ma è lucido perché ha perso la fede. Per contro, i Saraceni (salvo qualche sporadica eccezione) sono onorevoli e cavalleresche persone, prima di tutti Saladino, che onora i debiti, libera i prigionieri e, una volta entrato in Gerusalemme riconquistata, risolleva una croce che trova rovesciata.

Non male, eh? E tanto più perché Ridley Scott ha dimostrato ripetutamente di saper raccontare storie tutt’altro che manichee, tipo Blade Runner, o I Duellanti, solo per citarne un paio. E allora? E allora, forse, la chiave di lettura la dà un commento di Liam Neeson, secondo il quale contravvenire alla realtà storica non solo non è un reato penale, ma è anzi cosa buona e giusta al fine di far passare un messaggio.

Ah. Interessante.

Quindi, in sostanza, il concetto di narrazione storica di Ridley Scott e William Monahan si esemplifica così: il Saladino era un principe tollerante e amante della pace, con un esercito stanziale di 200000 uomini o giù di lì. Ora, non stiamo a spaccare il capello in quattro sul fatto che, stando a tutte le fonti, Saladino non avesse mai più di 35000 uomini su un singolo campo di battaglia. I numeri, dopo tutto, sono secondari. Peggio, molto peggio, è che si sorvoli sulla presenza dell’esercito stesso. Stiamo parlando, fa notare Meschini, di un’epoca in cui nessuno tiene un esercito in armi un giorno più di quanto sia necessario: se l’esercito c’è, è perché Saladino è in guerra. In Jihad, per la precisione.

E invece no: i Crociati sono malvagi e costituzionalmente assassini per una combinazione di avidità e fanatismo; i Saraceni sono brava gente, fiera ma tollerante, civile e amante della pace. E’ tutto ben chiaro? E se storicamente le cose erano un pochino diverse, un pochino meno nette, un pochino più complesse; se si sono stravolte le fonti e la realtà; se si è stati tendenziosi e intellettualmente disonesti, non ha la minima importanza. L’importante, intonano in coro Scott, Monahan, Neeson e Dabashi**, l’importante è il messaggio.

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* Wait a moment! Orlando Bloom che fa il povero maniscalco, figlio illegittimo di un capitano, in seguito promosso a uomo del destino… non vi pare di averla già sentita di recente, questa storia? 

** Hamid Dabashi, professore di studi iranici e letteratura comparata  alla Columbia University, esperto di cinema e storia postcoloniale dell’Islam sciita, consulente storico della produzione del film. Si vede che un medievalista non l’hanno trovato.

 

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