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Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

Con l’eccezione del Marchese di Lantenac in Novantatré, Victor Hugo aveva per massima di mandare i suoi protagonisti al camposanto prima dell’ultima pagina. E a dire il vero, non solo i protagonisti, visto che nell’Hugo medio si fa prima a contare i sopravvissuti che i trapassati…

Ma a Victor Hugo pareva di seguire così i suoi personaggi fino alla fine, di non lasciare domande senza risposta, di non abbandonare la sorte della sua gente immaginaria al caso.

O – anche se questo non poteva saperlo – agli autori di sequel.

Perché non c’è nulla da fare: lasciare in pace i classici è quasi impossibile. Prima o poi la tentazione di metterci penna è più forte di ogni altra considerazione. E siamo sinceri: non vi siete mai domandati che ne sarà di Isabel Archer dopo l’ultima pagina di Ritratto di Signora? O che cosa farà Orazio dopo il funerale di Amleto? O che ne sarebbe stato di Grantaire, se non fosse morto con Enjolras a barricate cadute? O come crescerà Alice dopo il Paese delle Meraviglie? O come sarebbe invecchiato Julien Sorel se non fosse stato condannato a morte? O da dove saltavano fuori di preciso Fagin, Jago e Brian de Bois-Guilbert?

Io sì, lo confesso. Tutto il tempo. E a quanto pare sono in buona compagnia, visto il diluvio di seguiti, antefatti, rinarrazioni, stravolgimenti – e fanfiction, ma questa è un’altra faccenda. Parliamo di narrativa pubblicata: romanzi che riprendono un classico e ci danzano attorno in vari possibili modi.

Il più ovvio è il seguito. Si prende la storia dove l’autore l’ha lasciata e si va avanti – perché onestamente non c’è lieto fine che tenga: che cosa succede dopo? Tra gli autori più saccheggiati a questo proposito c’è Jane Austen, e non è nemmeno troppo sorprendente. Visto che tutti i suoi romanzi si chiudono con un matrimonio, la domanda “e come funzionerà il matrimonio in questione?” viene quasi da sé. Per cui c’è tutta un’abbondanza di romanzi che esplorano in ogni possibile luce (dal giallo all’erotico, passando per la saga generazionale) le vicende matrimoniali delle eroine austeniane – in particolare Lizzie Bennet in Darcy, ma non solo. Mi viene in mente una cosa di cui non ricordo né titolo né nome, la cui protagonista è Susan, la sorella minore dell’insopportabile Fanny di Mansfield Park. Ma poi ci sono anche Georgiana Darcy (la timida cognatina pianista di Lizzie), le altre sorelle Bennet, Marianne ed Elinor Dashwood e chi più ne ha più ne metta.

Anche Dickens ha avuto la sua parte, con Evrémonde, di Diana Mayer, che si concentra sul figlio di Charles e Lucie Darnay – ma non prima di averci mostrato Charles prigioniero e in attesa di esecuzione. Yet again. Considerando che ho sempre trovato due processi capitali nel corso di una decina d’anni un’improbabilità non indifferente, confesso di non essere ansiosissima di leggere un seguito che ne impila un terzo sulla testa del povero Charles – ma resta il fatto che il seguito c’è.

Così come c’è Scarlett, il seguito ufficiale di Via Col Vento, che la Margaret Mitchell Foundation commissionò ad Alexandra Ripley, con discutibile successo. Non ho letto, e mi si dice che sia così così, ma non negate: tutti ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Rossella l’indomani, che era un altro giorno…

E, ironicamente, il drastico metodo di cui dicevamo, non è bastato a salvare Hugo dai seguiti. François Cérésa ne ha pubblicati addirittura due a I Miserabili, mostrando ai lettori come, dopo la purissima fiamma della passione adolescenziale, Mario e Cosetta non fossero poi fatti per intendersi troppo*. Ma forse questo non sarebbe bastato a sollevare le proteste dei lettori e dei discendenti di Hugo: ci voleva la ricomparsa dell’Ispettore Javert. Ma come? Non si era suicidato? Ebbene no, dice Cérésa: ci aveva ben provato, ma era stato salvato all’ultimo momento.

Forse ancora più diffusi sono gli antefatti. Come si è arrivati alla situazione di partenza? Che cosa ha reso il tale personaggio così come lo conosciamo? Cosa è successo prima? E allora ecco Finn: a novel, che racconta le vicende dell’eponimo Huckleberry prima di Tom Sawyer, o Peter and the Starcatchers, che segue Peter Pan… be’, immagino tra Kengsington Garden e L’Isola Che Non C’è. O ancora Flint and Silver, di John Drake, che immagina la storia dei due pirati in questione prima di Treasure Island, operazione simile a quella autorizzata nel 1924 dagli eredi di Stevenson per Portobello Gold. Parte antefatto e parte rinarrazione di Jane Eyre è Wide Sargasso Sea, di Jean Rhys, che racconta la storia di Bertha Mason: come è finita nella soffitta la moglie pazza e piromane di Mr. Rochester? E simile in intento è La Bambinaia Francese** di Bianca Pitzorno, che invece si concentra sulla dolce amante francese di Mr. Rochester. Si direbbe che la caratterizzazione del protagonista maschile come abbandonatore seriale di donne abbia scatenato gli istinti rinarrativi di un sacco di gente.

O forse non solo di quello si tratta, visto che JE conta ogni genere di rinarrazioni, dal fantascientifico Jenna Starborne, al goticone Rebecca (che ha a sua volta un seguito: Mrs. DeWinter), al giovanilistico Jane, al vampiresco Jane Slayre, in cui l’eroina è una cacciatrice di vampiri part-time. Oh, never look so shocked. Non avete mai sentito parlare di Pride, Prejudice and Zombies? O di Sense, Sensibility and Sea Monsters? Mescolare classici e paranormale è l’ultima moda in fatto di rinarrazioni – e sia Grahame-Smith che Winters ci mettono tanta ironia da dipingerci un ponte, sconfinando decisamente nella parodia.

Un altro filone rinarrativo, meno recente ma duraturo, è quello di prendere un personaggio minore e mostrare la storia dal suo punto di vista. Vi dicevo che Wide Sargasso Sea e La Bambinaia Francese cominciano come antefatti e poi approdano qui, e lo stesso vale per La Vera Storia del Pirata Long John Silver (Björn Larsson) e Jacob T. Marley (W. Bennet) che, ci crediate o no, racconta Canto di Natale attraverso gli occhi del defunto socio di Scrooge – quello con le catene. Rinarrazione in senso più stretto, per tornare a Jane Eyre, è Rochester, che è esattamente quel che dice l’etichetta: la stessa storia, raccontata da Mr. R. Qualcosa di simile (anche se si tratta in realtà di un’operazione leggermente diversa) ha fatto anche Stephen Lawhead, che ha preso la storia di Robin Hood, l’ha spostata nel Galles e l’ha raccontata tre volte, incentrandola prima sul protagonista, poi su Will Scarlet e poi su Frate Tuck. E immagino che in questa categoria ricada anche Gertrude and Claudius, un punto di vista alternativo su Amleto, immaginato da John Updike.

Poi ci sono i cosiddetti companion books, come March, in cui Geraldine Brooks segue le vicende del padre delle Piccole Donne nella Guerra Civile, ovvero quel lato della storia che nel romanzo arriva solo sotto forma di lettere e cattive notizie. Non la stessa storia – ma qualcosa di tanto strettamente correlato da avere un’influenza sulla storia del romanzo ed esserne influenzato.

E infine voglio citare una forma più metaletteraria del gioco: la storia del romanzo fusa in un modo o nell’altro con la vita del suo autore – nella forma di incidenti più o meno autobiografici, più o meno reali, che possono averla ispirata. È il caso di Foe, in cui Coetzee fa incontrare (De)foe e un’ulteriore compagna di naufragio di Robinson Crusoe, oppure di Becoming Jane Eyre, che Sheila Kohler intesse intorno al periodo in cui Charlotte Brontë scrisse il suo romanzo più celebre.

E dunque vedete che non c’è limite a quel che si può fare a partire da un buon vecchio classico. Funziona? Dipende – ma il genere ha i suoi limiti. Da un lato, chi ha amato l’originale può riservare al rimaneggiamento reazioni che vanno dal disprezzo preconcetto allo sdegno più incendiario, mentre chi non ha letto o non ha conservato un particolare attaccamento, tende a nutrire un interesse limitato. Dall’altro, lavorare su un altro libro richiede un serio lavoro di equilibrismo tra omaggio e originalità – tanto in forma quanto in sostanza. Uno dei problemi più diffusi è il perenne tentativo di imitare lo stile dell’originale, operazione né facile né sempre necessaria. All’estremità opposta della gamma, interviene il livore, quando non si tratta tanto di omaggio quanto di catarsi. Se una delle principali debolezze del Marley di Bennet è quella di suonare terribilmente come un Dickens annacquato, d’altro canto la Pitzorno, nella sua ansia di correggere politicamente le innumeri riprovevolezze di Jane Eyre, fa della Bambinaia una raccapricciante collezione di anacronismi psicologici***…

Ma ci sono anche le gemme, e in ogni caso, nonostante tutte le difficoltà e i limiti, non vedo all’orizzonte un declino del sottogenere. Dopo tutto, la pulsione ad aggiustare, abbellire, ricamare, inclinare a 45° e tingere di violetto le storie è vecchia come l’umanità – e guai se non fosse così, o che ne sarebbe della letteratura?

E voi? Se vi saltasse l’uzzolo di continuare, spiegare, riraccontare o altrimenti riprendere in mano un classico, che cosa fareste?

____________________________________________________

* E a dire il vero, chi è che, leggendo come la felicità per Cosetta fosse ascoltare Mario che parlava di politica, e per Mario ascoltare Cosetta che parlava di nastri, ha pensato che tutto ciò fosse una solida base per un matrimonio felice e duraturo?

** Sì, sì, sì: quella Bambinaia Francese. Ho le mie ragioni.

*** E sì, sì, sì: sapevate che ci sarei arrivata. E ve l’avevo detto, che avevo le mie ragioni…

10 pensieri riguardo “Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

  1. Finché esiste il gusto del gioco, e non della bieca speculazione commerciale, i risultati sono spesso molto divertenti.

    Più che le discutibili rivisitazioni zombie-friendly dei classici, tuttavia, io consiglio vivamente il purtroppo difficile da reperire ma gustosissimo The Eldritch New Adventures of Becky Sharp, di Micah Harris.

    O l’ancor più oscuro e introvabile Scream for Jeeves, di Peter Cannon.

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  2. Be’, le parodie son parodie, tanto per scodellare la banalità di giornata – e immagino che ci voglia anche il giusto genere di janeite per apprezzare la commistione… È istruttivo anche solo leggere le discussioni in proposito su Amazon o qualsiasi sito di social reading.

    Dopodiché, Becky Sharpe… potrei mettermi a caccia. 🙂

    E dopodiché ancora, zombie&c fermamente a parte, l’interesse del pubblico nei confronti di seguiti e rivisitazioni sembra dividersi tra un inesausto desiderio for more Jane, per esempio, e l’indignazione davanti al classico profanato…

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  3. Ciao Clarina! Interessante leggere prequel e sequel, ma credo che i personaggi appartengano a chi li ha creati, dunque non considero “validi” i destini decisi da autori che hanno approfittato di storie altrui…insomma, se fossi Jane Austen mi irriterebbe non poco sapere che qualcun’altro ha osato raccontar di Elisabeth!
    E aggiungo: potere ai lettori! Ciò che sta prima dell’inizio e dopo la fine di una storia lasciamolo immaginare ai lettori…non trovo necessario, insomma, che tutto venga raccontato, persino dei personaggi che piu’ ho amato.
    Anche al cinema prequel,sequel e remake si sprecano…bene George Lucas che dopo trent’anni rimette mano al suo Star Wars, ma che bisogno c’era di rifare Psyco, mi chiedo, come pure di scrivere delle amanti del signor Rochester? Lui poi no, lasciatelo stare, ne sono stata infatuata per troppo tempo: meglio non sapere troppo delle “ex”, giusto?
    Un saluto, Della

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  4. Considerando ciò che Lucas ha fatto a Star wars rimetendoci meno dopo alcune decadi, direi che anche l’autore a cui appartengono i personaggi è bene che dopo un certo tempo se ne tenga alla larga.
    Un po’ come i genitori dovrebbero stare fuori dallevite dei figli doppo che i figli hanno superato gli -anta.

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  5. Ciao, Della!
    A dirti la verità non saprei: non sono tantissimi i sequel, o prequel (o midquel – ho scoperto che esistono anche quelli) che mi siano piaciuti davvero, ma il fatto è che, come dici tu, i lettori immaginano inevitabilmente quel che succede prima e dopo e tra una pagina e l’altra… E scrivere i ricami non è nulla che possa indurmi a disapprovare.
    Per quanto riguarda l’equivalente cinematografico, di nuovo non so: per dire, il prequel di Guerre Stellari, pur opera di Lucas, mi ha delusa enormemente, per cui…
    E sei infatuata di Mr. Rochester? Ah, le infatuazioni… quasi quasi ci faccio un post.

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  6. @Davide: sì, devo confessare di avere trovato la seconda trilogia un’esperienza sconsolante… Ho persistito, nella speranza che a un certo punto ritrovasse il passo giusto, ma alas, alas, alas…

    Oh, e posso chiedere che tastiera stai usando? 😉

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  7. Anch’io sono rimasta molto delusa dalla seconda trilogia di Lucas, ma ritengo che solo lui avesse il diritto di farla! Nonostante un Obi Wan giovane a mio parere detestabile e’ stato comunque piacevole ritrovare l’ironia del buon George, un personaggio femminile azzeccato come la principessa Amidala o conoscere il piccolo Anakin Skywalker del primo film… insomma, nonostante la delusione, forse prevedibile viste le aspettative (come eguagliare Han e Chube?), e’ stato riconoscere il tocco del regista, il suo modo di raccontare…ritrovarsi in quel mondo, riconoscerlo, nonostante tutto.
    I lettori possono, devono!, immaginare, ma scrivere il seguito di Pride and Prejudice…per me e’ quasi sacrilegio, lo ammetto. Non esiste un tomo di Diritto dei Personaggi che non sono in cerca d’autore?
    Non credi poi che questi continui corsi e ricorsi nascondano una certa scarsità di idee nuove? A proposito di idee nuove, conosci la trilogia degli Hunger Games di Suzanne Collins? Ero molto prevenuta ( temevo un nuovo Twilight…), ma sono rimasta piacevolmente sorpresa…
    Mr. Rochester…burbero,misterioso…irresistibile.

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  8. @Della: figurati che quello che mi ha resa più infelice nella trilogia nuova è stata l’impressione di non ritrovare l’ironia dell’originale… mi sembrava che si prendesse così dannatamente sul serio! A dimostrazione del fatto che YMMV.
    No, non ho letto Hunger Games. Ho questa tendenza a evitare quel che arriva sospinto da ondate di hype… ma si sa che sono una snob. 🙂 E a parte tutto, le distopie e io non abbiamo un bel rapporto.

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