Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Simon Boccanegra

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoTra il 1855 e il 1856 Verdi mette all’opera Piave (povero Piave!) su un altro dramma di Antonio Garcìa Gutierrez, lo stesso del Trovatore.

E Piave (povero Piave!) produce, ma Verdi non è soddisfatto e fa aggiustare il libretto sottobanco da Montanelli – e poi, decenni più tardi, da Boito.

Per cui, se vogliamo vedere, non è che questo Simone nasca proprio sotto i migliori auspici… Storia molto cupa, a parte tutto. Vogliamo vedere?

Prologo

Siamo a Genova di notte, e il filatore d’oro Paolo Albiati intriga. Non sarà l’unica volta che glielo vediamo fare: ce l’ha coi patrizi, e intende veder Doge il prode corsaro Simone Boccanegra, commoner e flagello dei pirati barbareschi.

E se Simone ha dei dubbi, Paolo impiega cinque versi della lunghezza media di tre parole ciascuno per convincerlo che, una volta Doge, nessuno potrà più negargli la mano dell’amata Maria de’ Fieschi, che i suoi tengono chiusa in casa per aver dato troppa confidenza al baldo popolano…

Ci vuol poco a convincere il coro che: a) Simone è l’uomo che ci vuole; b) i Fieschi sono torturatori di fanciulle; c) i Fieschi sono in combutta col demonio – e il coro convinto si disperde per andare a gridare il nome di Boccanegra nelle strade e nei carrugi.

A scena vuota, arriva Fiesco père, ad annunciarci che la povera Maria è passata a miglior vita – e figurarsi quando arriva Simone, gongolando del fatto che sta per diventare Doge. Ed ecco, fossi un Genovese forse mi perprlimerebbe un nonnulla il modo in cui a costui il dogato interessa soltanto per maritare la povera Maria – ma immagino che faccia nulla.

Badiamo piuttosto al duetto-scontro tra Simone e Fiesco. Simone supplica perdono; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco propone uno scambio: dammi la figlioletta illegittima che la povera Maria ti ha dato, e io ti perdono. Perché sì – c’è anche una figlioletta illegittima, ma Simone non è in grado di darla ad alcunchì, perchè rubella sorte lei rapì. Ovvero, se l’è persa.

Al che Fiesco se ne va ribadendo i suoi propositi di odio eterno, e trascurando di avvisare il mancato genero della sorte della povera Maria. Simone entra nel palazzo buio, costata da sé ed esce sconvolto, proprio mentre Paolo e il coro arrivano ad acclamarlo Doge. Sipario.

Atto Primogiuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

Fast Forward venticinque anni. Nel giardino con vista mare dei nobili Grimaldi – fuori Genova – la bella Amelia se la canta da sola, giusto per informarci che è un’orfana* adottata bene, e che il suo corteggiatore patrizio non le dispiace per nulla.

E guarda caso, eccolo qui: Gabriele Adorno che, per lo sconforto di Amelia, cospira con il suo padre adottivo, Andrea Grimaldi, contro il tiranno Boccanegra.

E siccome, guarda caso, anche lui è qui – o quanto meno chiede un colloquio per negoziare le nozze di Amelia con Paolo Albiati (promosso da filatore d’oro a cortigiano), la nostra ragazza spedisce Gabriele ad organizzare un fulmineo matrimonio con la collaborazione di Andrea.

Amelia esce e, molto a proposito, entra il vecchio Andrea Grimaldi. Avete già indovinato chi è? Nel prologo lo conoscevamo come Fiesco e, alle frettolose spiegazioni di Gabriele, risponde con il piccolo dettaglio che Amelia non è una Grimaldi genuina, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera. Gabriele accusa il colpo per meno di un istante – ma poi l’amore è più forte del pedigree, e il vecchio Fiesco Grimaldi benedice le nozze ed entrambi escono, sgombrando il campo per il Doge Simone.

Torna Amelia per una buona chiacchierata. E il supposto tiranno comincia bene, perdonando i fratelli di Amelia – ribelli ed esuli. Al che, la nostra fanciulla procede a raccontargli che è innamorata ma che un malvagio cortigiano la concupisce, e che non è una Grimaldi, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera… Avete già indovinato di chi si tratta? Baritono e soprano sono un po’ più lenti di noi. Sarà che lo fanno in versi, ma insomma confrontano miniature, e richiamano nomi, posti, e ricordi, e alla fine sono molto più sorpresi di quanto lo siamo noi nello scoprire che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra.

Celestiale felicità per entrambi, e ad Amelia – da orfanella a first daughter in un passo solo – non sembra passare per il capino che adesso avrà qualche difficoltà in più a convolare con il suo Gabriele.

Chi non è contento è Paolo, cui il Doge poteva essere disposto a dare in sposa la figlia dei Grimaldi – ma non certo la sua. E che può fare un povero villain in un caso simile? Ma è ovvio, signori: architettare un rapimento.

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoMa non ora. O quanto meno non in scena – perché noi ci trasferiamo a Palazzo degli Abati, nella Sala del Consiglio, dove** Simone si dichiara toccato dalla lettera con cui nessun altri che Petrarca lo supplica di non gettare Genova nell’ennesima guerra fratricida con Venezia. Sennonché non sono in molti a considerare che ci sia alcunché di fratricida nel suonarle ai Veneziani…

Non so come andrebbe a finire se non arrivassero i rumori di una sommossa. È quella di Andrea Grimaldi e Gabriele: patrizi contro popolani, popolani contro patrizi e tutti contro il Doge. I consiglieri cominciano a darsi addosso e a cedere al panico più scomposto, ma Simone è fatto d’altra pasta. Fa aprire le porte e manda un araldo ad informare i facinorosi che li aspetta e non ha paura.

E noi saremmo tentati di domandarci com’è che Paolo ha quest’aria così colpevole – ma non c’è tempo. Si sente la folla acclamare in distanza, e poi la si vede irrompere al grido di “viva il Doge”, e trascinando con intenzioni non del tutto benevole Gabriele e Grimaldi.

E Gabriele ci informa tutti di avere avviato la sommossa solo perché un uomo del partito popolare ha rapito Amelia. Su ordine del Doge, lui ritiene – ma noi sappiamo che non è vero. Simone, non del tutto incomprensibilmente, non prende bene l’accusa. Una volta di più, chissà che succederebbe se non fosse per un altro colpo di scena.

Proprio mentre Gabriele va per pugnalare Simone, Amelia irrompe, si mette in mezzo, supplica Gabriele di desistere e Simone di perdonare. Simone, Doge di pastafrolla, cede prima di subito – ma vuol sapre com’è stata rapita la ragazza.

E chi di noi, richiesta di spiegazioni, non comincerebbe così?

Nell’ora soave che all’estasi invita
Soletta men givo sul lido del mar.

Ad ogni modo, rapita, fuggita, tornata – e sa chi è stato. Simone capisce perfettamente, e dopo avere amministrato una ramanzina a patrizi&plebei capaci solo di sospettarsi a vicenda, e dopo avere stretto una tregua di fatto con Gabriele, costringe Paolo a maledirsi da sé, cosa che sconvolge nel profondo l’anima medievale del malvagio. E sipario.

Atto Secondo

Di nuovo, Paolo non è contento. Guardatelo mentre a notte fonda, nelle stanze del Doge, gli versa il veleno nell’acqua e, giusto per non lasciar nulla al caso, si fa condurre i prigionieri Fiesco/Grimaldi e Adorno per proporre loro di assassinare Simone. Fiesco rifiuta con sdegno ed è rispedito in cella – ma Gabriele è un tenore, povero ragazzo, ed è facile da manipolare. Quando Paolo gli dice che Amelia è col Doge – e lo dice con le peggiori implicazioni possibili – il candido giovanotto si scopre un’improvvisa propensione al dogicidio.

Ed è lì che cerca di convincersi da sé quando arriva Amelia. Cioè, Maria – ma lui non lo sa ancora. E Amelia/Maria non solo non ha affatto l’aria prigioniera ed afflitta, ma ammette senza remore che il Doge l’ama e lei lo ricambia, ma si rifiuta di spiegarsi meglio. Perché? Per nessun buon motivo apparente, se non perché così, quando Simone arriva e lei nasconde Gabriele sul balcone, lui può decidere definitivamente di passare alle truci vie di fatto.

Padre e figlia parlano, lei confessa il nome del suo innamorato, Simone inorridisce, Maria supplica, Simone la manda via mentre ci pensa… Ah quanti problemi ha un Doge. E tanti problemi mettono sete, you know.

M’ardono le fauci,

c’informa memorabilmente Simone, e… giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

No, no, non farlo! Non bere! si sente gridare dal loggione – ma non c’è nulla da fare: le ferree leggi della narrativa lo impongono, e Simone beve acqua e veleno. E gli pare amarognola, ma nemmeno per un istante dubita che non siano i dispiaceri a fargli il palato cattivo.

E poi, confortato dall’abominevole gusto della figliola in fatto di uomini, si addormenta.

E di tra le tende compare armato Gabriele che, in obbedienza alla Legge della Sordità Operistica, non ha udito nulla e, pur sentendo qualche inesplicabile remora, è pronto al tirannicidio. Ma… indovinate un po’? Amelia/Maria si mette in mezzo. Again. E Gabriele s’indigna, again. E Simone si sveglia e fa la voce grossa, e Gabriele spavaldeggia, e Maria supplica e non parla. Ma stavolta ci pensa Simone, e l’effetto è istantaneo: Gabriele si ravvede, capisce che è stato usato, chiede perdono… e Simone sta per cedere quando…

Sì, questo libretto funziona così. Ogni volta che sta per succedere qualcosa, arriva un ‘interruzione – e non sempre si tratta di un’interruzione di natura unica. Stavolta, per esempio, è il ritorno dei facinorosi guelfi che vengono per assassinare il Doge, again. Ma, come succede in questi casi, il ravveduto Gabriele si schiera con Simone, per la gioia di Amelia/Maria – cui, come al solito, sembra sfuggire qualche piccolo particolare, tipo il fatto che i Guelfi armati sono ancora alla porta al calare del… sipario!

Atto Terzo

Ma tutto sommato si vede che Amelia/Maria non aveva tutti i torti: Guelfi sconfitti, Genova illuminata a festa, clemenza dogale, Fiesco liberato, Paolo condannato a morte…

Ma mentre lo portano via, non si trattiene dal vantarsi con Fiesco di avere rapito Amelia e avvelenato Simone. E sapete una cosa? A Fiesco dispiace quasi. Lo odia, sì – ma morire di veleno e di tradimento… Tanto più che è proprio una brava persona: ha persino ordinato di spegnere le luminarie e moderare i festeggiamenti per riguardo ai morti.

Un festeggiamento che non si modera, a giudicare dai gorgheggi del coro, è il matrimonio tra il guelfo Adorno e la figlia del Doge – ma questo è uno di quei matrimoni che suggellano le paci.

E quando arriva il Doge – che non si sente affatto bene – Fiesco lo avvisa in termini tra il truce e il profetico, e solo allora Simone (che, lo abbiamo visto, pur essendo un baritono è un po’ lento a fare due più due) lo riconosce per Fiesco. Ma d’altra parte, questi due fanno il paio, perché quando Simone gli annuncia di avere la nipote da restituirgli, è Fiesco a cadere dalle nuvole. E guarda un po’, dopo venticinque anni Simone è ancora in cerca di perdono, e la Mariolina perduta è ritrovata***… Anche Fieso si scioglie, pentito e stanco e pieno di rimorso. Troppo tardi per tutto, spiega – e finalmente rivela l’arcano in termini comprensibili.

All’arrivo di Maria con Gabriele e il coro, Simone supplica Fiesco di non dire ancora nulla. C’è ancora tempo per un’altra agnizione ancora, mentre Fiesco/Grimaldi e Maria/Amelia si scoprono nonno e nipote, e tutti sarebbero molto felici se non fosse che Simone vacilla e impallidisce, e comincia a distribuire lugubri consigli e benedizioni…

Orrore e sconforto generali. Persino Fiesco è commosso. Simone fa ancora in tempo a indicare il suo successore in Gabriele, e poi muore tra le lacrime generali. Tocca a Fiesco di proclamare il nuovo Doge a una non proprio entusiasta Genova – e poi cala il sipario.

Cupo, pessimistico, pieno di clichés e di situazioni ripetute… Non un granché, vero?

Non fu un successo. Il debutto di Venezia nel marzo del ’57 fu proprio un fiasco. Ci sarebbero voluti vent’anni, Arrigo Boito e una seria revisione musicale perché il giudizio del pubblico cambiasse – ma non poi di troppo. E ancora oggi, questo povero Simone rimane, tra le opere della maturità verdiana, quella in penombra.

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* E noi ci domanderemmo chi sia quest’orfana misteriosa, se non sapessimo che all’opera non esistono coincidenze…

** Scena interamente rifatta da Boito.

*** Sì, lo so, era ritrovata anche prima – solo che nessuno lo sapeva.

2 risposte a "Librettitudini Verdiane: Simon Boccanegra"

  1. Io resto perplesso all’idea che uno che fa il corsaro debba voler fare la carriera politica per impalmare la sua bella.[Errol Flynn mode on]Voglio dire, Simone vecchio mio, sei un _corsaro_, giusto?Assalti coi tuoi tagliagole il posto nel quale la bella è rinchiusa, lo metti a ferro e fuoco mentre la tua nave cannoneggia la città dalla rada, liberi la bella, spacci il cattivo dopo spettacolare duello, e poi via, vele al vento, verso nuove avventure, con lei magari col vestito un po’ lacero in maniera tattica, ma felice.[Errol Flynn mode off]Che poi, ok, anche Capitan Blood… però non è che Capitan Blood si apra con lui che dice “Diventerò governatore della Giamaica, così poi rimorchio!”Mi colpisce come molto italiano e provinciale, questo sì, ok, fai il corsaro, ma trovati un posto fisso, magari statale, e vedrai che la famiglia di lei cambia idea…;)

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  2. Verrebbe da dire che Simone fa il corsaro solo ai danni dei pirati barbareschi – ma è vero che, come si è preso la figlioletta (perché dubito che gliel’abbiano data volentieri), avrebbe potuto prendersi anche la povera Maria… A meno che… Magari alla povera Maria non piaceva mica tanto l’idea di due cuori e una nave corsara? ♫ “Con te sol vo’ godere le gioie dell’imene – ma prima, te ne prego, sistemati per bene!” ♪

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