Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: La Forza Del Destino

giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoniÈ il 1861 quando capita che il Teatro Imperiale di Sanpietroburgo (il futuro Marjinski) chieda a Verdi un’opera. L’incarico è prestigioso, e Verdi accetta di buon grado – ma quale opera? Il teatro propone il Ruy Blas di Hugo, subito scartato per ragioni di censura, e allora, Spagna per Spagna, Verdi propone Don Alvàro, o La Fuerza del Sino, drammone iperromantico e affollato dello spagnolo duca di Rivas. E i Russi accettano, così Verdi si rivolge al vecchio amico Piave (povero Piave!) per un adattamento.

Successone pietroburghese, entusiasmo di Zar e Zarina, ordine imperiale e reale di San Stanislao per Verdi… Vogliamo pensare che per una volta sia andata dritta al primo colpo? Niente problemi di censura, libretto visto e piaciuto?

Ma no, naturalmente: figuratevi che alla Scala, anni dopo, la Forza del Destino ci arrivò rimaneggiata da Ghislanzoni, accorciata, con un morto e mezzo in meno e un atto rifatto… Povero Piave, indeed.

Adesso la Forza, con una fama lievemente iettatoria a traino, si esegue sempre nella versione di Ghislanzoni, e dunque è questa che procedo a raccontarvi.

Atto Primo

Siamo a Siviglia alla metà del Settecento, nella stanza della bella Leonora di Vargas, marchesina di Calatrava, cui l’affettuoso babbo marchese è andato a dare la buonanotte. E i padri operistici non impareranno mai a levare il sopracciglio quando le loro sopranili figliole si torcono le mani senza causa apparente… il Marchese non fa in tempo a girare l’angolo che la servetta Curra riapre il balcone e comincia a preparare il genere di bagaglio sommario che una nobile fanciulla si porta dietro per andarsi a sposare di nascosto… Ed è così che scopriamo come il tenore Don Alvaro sia in arrivo per rapire la sua bella.

Leonora, a dire il vero, ha qualche remora, e quando arriva, l’impetuoso Alvaro ha il suo daffare a convincerla a calarsi dal verone. Perché, vedete, il guaio si è che Alvaro è, nelle parole di non so chi fra i due librettisti, un indo di regale stirpe, di anima ardentissima, indomita e sempre nobilmente generosa. Ops… non solo un coloniale, ma un indigeno delle colonie – di stirpe regale finché si vuole, ma socialmente inacettabile per i nobilissimi e spagnolissimi Vargas di Calatrava. E allora fuggir bisogna, ma Leonora è un soprano di varietà singolarmente irresoluta, ed esita, e periclita, e tentenna, e chiede di rimandare la fuga all’indomani… 

E tu contento, gli è ver, ne sei?
Sì, perché m’ami, nè opporti dei;

E come no? Contento come una Pasqua, Alvaro propone di sciogliere il fidanzamento sur le camp, il che pare decidere la bella tentennatrice – ma è tardi. La porta si spalanca e il nobile babbo rientra brandendo la spada di famiglia e ordinando ai servi di incaprettare il vile seduttore. E allora Leonora supplica con scarso effetto, e Alvaro chiede di morire in duello, e il Marchese rifiuta, e Alvaro in vena di gesti drammatici estrae la sua pistola e la getta a terra, e parte un colpo – e indovinate chi becca?

A titolo di esempio del perché quest’opera sia considerata sfortunatella, il Marchese la prende nelle costole e muore – non prima di avere maledetto la figlia disonorata e disonoratrice della famiglia. Orrore e confusione, e Alvaro si trascina via Leonora per il balcone – e via verso l’ignoto, mentre si chiude il sipario.

Atto Secondogiuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoni

È passato un anno e mezzo, e ci siamo spostati a Hornachuelos, in quel di Cordoba, in una pittoresca osteria, dove arriva, in vesti di studente, Don Carlo** di Vargas, fratello di Leonora a caccia di sorelle degeneri e incas seduttori. Ora, giusto perchè lo sappiate, Don Carlo è un baritono e a me è simpatico. Il librettista ce lo descrive come giovane ardente di 22 anni. Animato sempre dalla sete di vendicare l’offeso onore della sua casa; che risolutamente e tenacemente affronta ogni difficoltà, sprezza ogni pericolo pur di giungere al suo scopo. How very Spanish, isn’t it? E comunque, ammetetelo: ha le sue ragioni. Comunque, con tutta l’Andalusia a disposizione, proprio qui deve arrivare Leonora – sola e vestita da uomo – e scomparire rapidamente dopo avere riconosciuto il fratello? Ma quest’opera è così, e comunque siamo subito distratti dall’apparire della zingarella Preziosilla, che canta, danza, legge la mano e si direbbe che lavori in subappalto per i sergenti reclutatori, visto lo zelo con cui invita gli uomini ad arruolarsi e andarsene a caccia di gloria in Italia…

Preziosilla prende in subita antipatia Don Carlo, che non le sembra affatto uno studente… Di certo, quando tutti vanno a guardar passare il coro di pellegrini diretti al giubileo, e Leonora esce come il cucù di un orologio, per pregare in pubblico che il cielo la salvi dal fratello vendicatore, la nostra zingarella fa due più due – e tanto più quando poi il falso studente mostra un po’ troppo interesse per il misterioso ospite che cena in camera, e sul quale nessuno sembra disposto a dirgli nulla. Carlo ha i suoi sospetti, ma anche il coro comincia ad averne su di lui, così che il giovanotto deve cavarsi d’impaccio raccontando di come abbia abbandonato momentaneamente i suoi studi di legge per assistere il suo buon amico, il cavaliere di Vargas, nella caccia al delinquente che gli ha ucciso il padre e la sorella e che adesso pare stia fuggendo nel Nuovo Mondo… Non che Preziosilla gli creda, ma gli altri sono impressionati e convinti.

Cambio di scena.

Voi ci credete che Alvaro se ne stia fuggendo da solo nelle Americhe, lasciando indietro Leonora? Lei ci crede eccome, tanto che, al riaprirsi del sipario, la troviamo che bussa alla porta di un convento mentre fa l’inventario delle sue molte infelicità: il babbo morto, il fratello che vuole il suo sangue, il moroso che l’ha piantata in asso… dopo un breve intermezzo semicomico con il portinaio Fra Melitone, cui non par bello aprire a uno sconosciuto nel cuore della notte, arriva l’angelico Padre Guardiano, cui Leonora rivela i suoi guai e chiede rifugio. Il Padre Guardiano le propone la più sensata soluzione di un convento femminile – ma Leonora no, vuole restare dov’è, e minaccia, se verrà respinta, di andarsene per le balze, gridando aìta finché qualche animale selvatico non metterà fine alle sue sofferenze. Commosso dal suo dolore, e forse spiazzato dalla minaccia di ritrovarsi una squilibrata che balza per le balze ululando aìta, il Padre Guardiano le assegna un saio e uno speco*** in cui soggiornare romita, orante e semidigiona per purgarsi l’anima. Siccome è quasi l’alba e gli altri frati arrivano per cantare le lodi, Leonora fa in tempo a ricevere la comunione, e poi se ne va al suo speco con vista monti, mentre il coro invoca su di lei la celebre benedizione della Vergine degli Angeli – e sipario. 

Atto Terzo

Seguendo a nostra volta l’invito di Preziosilla, andiamo in guerra. Siamo in quel di Velletri, ai margini del campo spagnolo, dove scopriamo che Don Alvaro non è affatto nelle Americhe – anzi. Lo ritroviamo prode capitano dell’esercito spagnolo, sotto falso nome, occupato a passeggiare nottetempo e a maledire la sua sorte. Sangue reale, orfano, infelice, Leonora, omicidio colposo – e tutta la faccenda che conosciamo già – a parte il fatto che il nostro tenore, per qualche motivo, crede che Leonora sia morta. Né è troppo occupato a maledire la sorte per salvare un giovane ufficiale inesperto che, appena arrivato al campo, è entrato nella bisca sbagliata e per poco non ci lascia le penne. E indovinate, in questa fiera della coincidenza, di chi si tratta? Ma di Don Carlo, naturalmente.

Però ricordate che i due non si sono mai visti in faccia, e sono entrambi arruolati sotto falso nome… E la beffa è che si piacciono subito a vicenda, e prima di subito si giurano eterna&fraterna amicizia.

Cosicché, quando nella battaglia successiva Alvaro/Federico resta ferito gravemente e crede di morire, è proprio all’afflitto e sollecito Carlo/Felice che chiede di distruggere le sue carte senza leggerle. Carlo/Felice giura, ma ha qualche dubbio. È capitato che, in un momento di trasporto malguidato, prometesse all’amico l’ordine di Calatrava, e la proposta fosse accolta con orrore… Sta a vedere, sta a vedere! A questo punto, mentre Alvaro/Federico è sotto i ferri del cerusico, i sospetti di Carlo/Felice lievitano. Però lui è un prode nobiluomo spagnolo, e non può infrangere la parola data, per quanto ne sia tentato… Peccato che, nell’affidargli le consegne, il nostro Indo si sia dimenticato di includere nel patto la miniatura che si tiene in valigia. Su questa Piccoli Casuisti Crescono non ha giurato nulla, e dunque la apre e ci trova… Leonora! Tombola. Trovato il vile seduttore – solo che non muoia sotto i ferri… ma no: il chirurgo arriva con buone notizie, e il cavaliere di Vargas si rallegra. Il seduttore è vivo, e può ucciderlo lui.

Fast forward del tempo che ci vuole a guarire da una ferita. È di nuovo notte, e Alvaro, di nuovo in piedi, ha ripreso l’abitudine di passeggiare attorno al campo maledicendo la sorte. Ma stanotte la sorte maledetta la incontra nella persona di quello che ancora crede il suo amico, e che invece si rivela per Don Carlo di Vargas, e se non è troppo disturbo lo ucciderebbe volentieri. Alvaro tergiversa, perchè gli par brutto infilzare il suo ex-amico, e anche l’uomo cui ha ucciso il padre… Nonché sedotto e abbandonato la sorella, gli ricorda Carlo. E Alvaro protesta di no, che Leonora lo ricambiava, ma è morta, miserella – dopo che lui, ferito gravemente la notte della fuga, l’ha persa per strada… Ma niente affatto, lo informa Carlo, e a questo punto Alvaro sarebbe pronto a dimenticare il passato, cercare Leonora e sposarla – perché lui, dopotutto, è di sangue reale…**** Al che Carlo fa notare che poco importa che sangue abbia, resta il piccolo dettaglio dell’assassinio del Marchese, per vendicare il quale ha ogni intenzione di uccidere lui e Leonora senza distinzione di trattamento. Ed è la minaccia a Leonora a decidere Alvaro: i due sguainano le spade e si battono per un po’, ma arriva la ronda e li separa e trascina fuori scena.

Segue un lungo quadro di colore locale, con Preziosilla, i camp-followers, le reclute, i soldati spagnoli, i soldati italiani, le vivandiere e persino Fra Melitone – perché in fatto di coincidenze, l’abbiamo detto, qui non ci facciamo mancare nulla. E poi sipario.

Atto Quarto

È passato oltre un lustro,***** e Fra Melitone è tornato in convento a Hornachuelos, dove distribuisce la minestra ai poveri, con tanta bruschezza e così scarsa carità, che i mendicanti rimpiangono quell’angelo e santo del Padre Raffaele che si occupava di loro prima.

giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoniMa Raffaele, c’informa Melitone, è non poco squadrellato, e troppo preso da digiuni, cilici e penitenze per occuparsi di qualcosa di così prosaico come la minestra dei poveri. Vi viene il dubbio di chi possa essere? Alla fine, i mendicanti se ne vanno più o meno soddisfatti, e si bussa alla porta. È un misterioso e arrogante cavaliere, che viene a cercare proprio Padre Raffaele. E scommetto che nessuno si sorprende nello scoprire, quando i due s’incontrano, che il frate è Alvaro e il cavaliere Carlo. Ecco che ci siamo. Alvaro/Raffaele in un primo momento rifiuta di battersi – per l’abito che porta, per la pace che cerca, per l’umiltà che ha accettato… chiede perdono, e s’inginocchia, e supplica. Ma lo sapete come sono questi nobiluomini spagnoli una volta che si sono intestarditi in una vendetta: Carlo insulta, vilipende e schiaffeggia, finché Alvaro getta alle ortiche i suoi scrupoli, e i due corrono offstage a battersi.

E dove correranno mai? Nei pressi dello speco di Leonora, ovviamente, che prega e digiuna da una decina d’anni (dipende da quanto è più di un lustro), ma ancora non è riuscita a togliersi di testa Alvaro, e vorrebbe tanto morire… Appena lei è tornata a richiudersi nel suo speco, entra in scena Alvaro, che ha ferito a morte Carlo, e cerca disperatamente un confessore per il secondo Vargas che ha fatto fuori nel giro di dieci anni. E bussa allo speco dell’eremita, e l’eremita non ne vuole sapere, e quando apre la porta… oh numi! Leonora! Alvaro! Non dirmi che abbiamo vissuto dentro e fuori dallo stesso convento per cinque anni e non lo sapevamo! Sì! Giusto cielo, siamo riuniti! Er… non proprio: sai com’è, ho appena spacciato tuo fratello… giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoni

Leonora, disperata, corre offstage per abbracciare un’ultima volta il fratello morente, e Alvaro si torce le mani. Magari un parente assassinato una ragazza può anche perdonarlo, ma due? E però il problema sta per farsi irrilevante. Odesi uno strillo, e Leonora rientra sorretta dal Padre Guardiano – e ferita a morte. Carlo, che non era nulla se non coerente, prima di morire ha accoltellato la sorella degenere.

Orrore, orror! Alvaro impreca, ma Leonora e il Padre Guardiano lo esortano all’umiltà e al pentimento. Lui non ne vorrebbe sapere, ma che può fare a questo punto? Dopo avere smaniato per quattro atti, Alvaro si pente e si umilia, così Leonora muore contenta promettendogli il perdono di Dio.

Morta!

costata Alvaro, al che il Padre Guardiano corregge: no,

Salita a Dio!

E sipario. Nella versione Piave, il finale era più truce: Carlo feriva la sorella e moriva in scena e Alvaro, persa del tutto la trebisonda, balzava per le balze imprecando e poi si buttava giù. I Russi non avevano mostrato compunzioni in proposito, ma parve che più a occidente il pubblico si sgomentasse, e così il finale fu sanitizzato. Che non lo fosse di più è merito di Verdi che si impuntò sulla morte di entrambi i fratelli Vargas.

Un’ultima nota di colore. Ricordate il Ruy Blas rifiutato dai censori russi? Qualche anno più tardi lo musicò Filippo Marchetti, che ebbe la sfortuna di debuttare alla Scala alla fine della stagione 1869, dopo il travolgente successo dell’approdo scaligero della Forza del Destino. Del Ruy Blas nessuno si accorse troppo, e l’opera rimase in scena per due serate soltanto per essere ripresa soltanto nel 1873. Allora ebbe un successone e ventuno repliche – più dell’Aida. Se lo chiedete a me, avevano avuto ragione nel Sessantanove, ma così vanno gli alti e bassi dell’opera.

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** E con questo facciamo due Don Carli verdiani. Presto saranno tre.

*** Eccola qui, la grotta in dotazione!

**** Casomai noi o qualcuno in scena si avesse la tentazione di dimenticarsene. Non vi ricorda Alan Breck Stewart, who bears a king’s name? A parte il fatto, si capisce, che Alan è incommensurabilmente più simpatico.

***** E che mai vorrà dire “oltre un lustro”? Cinque anni sono cinque anni, sei anni sono sei anni, sette anni sono sette anni… mah.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Simon Boccanegra

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoTra il 1855 e il 1856 Verdi mette all’opera Piave (povero Piave!) su un altro dramma di Antonio Garcìa Gutierrez, lo stesso del Trovatore.

E Piave (povero Piave!) produce, ma Verdi non è soddisfatto e fa aggiustare il libretto sottobanco da Montanelli – e poi, decenni più tardi, da Boito.

Per cui, se vogliamo vedere, non è che questo Simone nasca proprio sotto i migliori auspici… Storia molto cupa, a parte tutto. Vogliamo vedere?

Prologo

Siamo a Genova di notte, e il filatore d’oro Paolo Albiati intriga. Non sarà l’unica volta che glielo vediamo fare: ce l’ha coi patrizi, e intende veder Doge il prode corsaro Simone Boccanegra, commoner e flagello dei pirati barbareschi.

E se Simone ha dei dubbi, Paolo impiega cinque versi della lunghezza media di tre parole ciascuno per convincerlo che, una volta Doge, nessuno potrà più negargli la mano dell’amata Maria de’ Fieschi, che i suoi tengono chiusa in casa per aver dato troppa confidenza al baldo popolano…

Ci vuol poco a convincere il coro che: a) Simone è l’uomo che ci vuole; b) i Fieschi sono torturatori di fanciulle; c) i Fieschi sono in combutta col demonio – e il coro convinto si disperde per andare a gridare il nome di Boccanegra nelle strade e nei carrugi.

A scena vuota, arriva Fiesco père, ad annunciarci che la povera Maria è passata a miglior vita – e figurarsi quando arriva Simone, gongolando del fatto che sta per diventare Doge. Ed ecco, fossi un Genovese forse mi perprlimerebbe un nonnulla il modo in cui a costui il dogato interessa soltanto per maritare la povera Maria – ma immagino che faccia nulla.

Badiamo piuttosto al duetto-scontro tra Simone e Fiesco. Simone supplica perdono; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco propone uno scambio: dammi la figlioletta illegittima che la povera Maria ti ha dato, e io ti perdono. Perché sì – c’è anche una figlioletta illegittima, ma Simone non è in grado di darla ad alcunchì, perchè rubella sorte lei rapì. Ovvero, se l’è persa.

Al che Fiesco se ne va ribadendo i suoi propositi di odio eterno, e trascurando di avvisare il mancato genero della sorte della povera Maria. Simone entra nel palazzo buio, costata da sé ed esce sconvolto, proprio mentre Paolo e il coro arrivano ad acclamarlo Doge. Sipario.

Atto Primogiuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

Fast Forward venticinque anni. Nel giardino con vista mare dei nobili Grimaldi – fuori Genova – la bella Amelia se la canta da sola, giusto per informarci che è un’orfana* adottata bene, e che il suo corteggiatore patrizio non le dispiace per nulla.

E guarda caso, eccolo qui: Gabriele Adorno che, per lo sconforto di Amelia, cospira con il suo padre adottivo, Andrea Grimaldi, contro il tiranno Boccanegra.

E siccome, guarda caso, anche lui è qui – o quanto meno chiede un colloquio per negoziare le nozze di Amelia con Paolo Albiati (promosso da filatore d’oro a cortigiano), la nostra ragazza spedisce Gabriele ad organizzare un fulmineo matrimonio con la collaborazione di Andrea.

Amelia esce e, molto a proposito, entra il vecchio Andrea Grimaldi. Avete già indovinato chi è? Nel prologo lo conoscevamo come Fiesco e, alle frettolose spiegazioni di Gabriele, risponde con il piccolo dettaglio che Amelia non è una Grimaldi genuina, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera. Gabriele accusa il colpo per meno di un istante – ma poi l’amore è più forte del pedigree, e il vecchio Fiesco Grimaldi benedice le nozze ed entrambi escono, sgombrando il campo per il Doge Simone.

Torna Amelia per una buona chiacchierata. E il supposto tiranno comincia bene, perdonando i fratelli di Amelia – ribelli ed esuli. Al che, la nostra fanciulla procede a raccontargli che è innamorata ma che un malvagio cortigiano la concupisce, e che non è una Grimaldi, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera… Avete già indovinato di chi si tratta? Baritono e soprano sono un po’ più lenti di noi. Sarà che lo fanno in versi, ma insomma confrontano miniature, e richiamano nomi, posti, e ricordi, e alla fine sono molto più sorpresi di quanto lo siamo noi nello scoprire che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra.

Celestiale felicità per entrambi, e ad Amelia – da orfanella a first daughter in un passo solo – non sembra passare per il capino che adesso avrà qualche difficoltà in più a convolare con il suo Gabriele.

Chi non è contento è Paolo, cui il Doge poteva essere disposto a dare in sposa la figlia dei Grimaldi – ma non certo la sua. E che può fare un povero villain in un caso simile? Ma è ovvio, signori: architettare un rapimento.

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoMa non ora. O quanto meno non in scena – perché noi ci trasferiamo a Palazzo degli Abati, nella Sala del Consiglio, dove** Simone si dichiara toccato dalla lettera con cui nessun altri che Petrarca lo supplica di non gettare Genova nell’ennesima guerra fratricida con Venezia. Sennonché non sono in molti a considerare che ci sia alcunché di fratricida nel suonarle ai Veneziani…

Non so come andrebbe a finire se non arrivassero i rumori di una sommossa. È quella di Andrea Grimaldi e Gabriele: patrizi contro popolani, popolani contro patrizi e tutti contro il Doge. I consiglieri cominciano a darsi addosso e a cedere al panico più scomposto, ma Simone è fatto d’altra pasta. Fa aprire le porte e manda un araldo ad informare i facinorosi che li aspetta e non ha paura.

E noi saremmo tentati di domandarci com’è che Paolo ha quest’aria così colpevole – ma non c’è tempo. Si sente la folla acclamare in distanza, e poi la si vede irrompere al grido di “viva il Doge”, e trascinando con intenzioni non del tutto benevole Gabriele e Grimaldi.

E Gabriele ci informa tutti di avere avviato la sommossa solo perché un uomo del partito popolare ha rapito Amelia. Su ordine del Doge, lui ritiene – ma noi sappiamo che non è vero. Simone, non del tutto incomprensibilmente, non prende bene l’accusa. Una volta di più, chissà che succederebbe se non fosse per un altro colpo di scena.

Proprio mentre Gabriele va per pugnalare Simone, Amelia irrompe, si mette in mezzo, supplica Gabriele di desistere e Simone di perdonare. Simone, Doge di pastafrolla, cede prima di subito – ma vuol sapre com’è stata rapita la ragazza.

E chi di noi, richiesta di spiegazioni, non comincerebbe così?

Nell’ora soave che all’estasi invita
Soletta men givo sul lido del mar.

Ad ogni modo, rapita, fuggita, tornata – e sa chi è stato. Simone capisce perfettamente, e dopo avere amministrato una ramanzina a patrizi&plebei capaci solo di sospettarsi a vicenda, e dopo avere stretto una tregua di fatto con Gabriele, costringe Paolo a maledirsi da sé, cosa che sconvolge nel profondo l’anima medievale del malvagio. E sipario.

Atto Secondo

Di nuovo, Paolo non è contento. Guardatelo mentre a notte fonda, nelle stanze del Doge, gli versa il veleno nell’acqua e, giusto per non lasciar nulla al caso, si fa condurre i prigionieri Fiesco/Grimaldi e Adorno per proporre loro di assassinare Simone. Fiesco rifiuta con sdegno ed è rispedito in cella – ma Gabriele è un tenore, povero ragazzo, ed è facile da manipolare. Quando Paolo gli dice che Amelia è col Doge – e lo dice con le peggiori implicazioni possibili – il candido giovanotto si scopre un’improvvisa propensione al dogicidio.

Ed è lì che cerca di convincersi da sé quando arriva Amelia. Cioè, Maria – ma lui non lo sa ancora. E Amelia/Maria non solo non ha affatto l’aria prigioniera ed afflitta, ma ammette senza remore che il Doge l’ama e lei lo ricambia, ma si rifiuta di spiegarsi meglio. Perché? Per nessun buon motivo apparente, se non perché così, quando Simone arriva e lei nasconde Gabriele sul balcone, lui può decidere definitivamente di passare alle truci vie di fatto.

Padre e figlia parlano, lei confessa il nome del suo innamorato, Simone inorridisce, Maria supplica, Simone la manda via mentre ci pensa… Ah quanti problemi ha un Doge. E tanti problemi mettono sete, you know.

M’ardono le fauci,

c’informa memorabilmente Simone, e… giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

No, no, non farlo! Non bere! si sente gridare dal loggione – ma non c’è nulla da fare: le ferree leggi della narrativa lo impongono, e Simone beve acqua e veleno. E gli pare amarognola, ma nemmeno per un istante dubita che non siano i dispiaceri a fargli il palato cattivo.

E poi, confortato dall’abominevole gusto della figliola in fatto di uomini, si addormenta.

E di tra le tende compare armato Gabriele che, in obbedienza alla Legge della Sordità Operistica, non ha udito nulla e, pur sentendo qualche inesplicabile remora, è pronto al tirannicidio. Ma… indovinate un po’? Amelia/Maria si mette in mezzo. Again. E Gabriele s’indigna, again. E Simone si sveglia e fa la voce grossa, e Gabriele spavaldeggia, e Maria supplica e non parla. Ma stavolta ci pensa Simone, e l’effetto è istantaneo: Gabriele si ravvede, capisce che è stato usato, chiede perdono… e Simone sta per cedere quando…

Sì, questo libretto funziona così. Ogni volta che sta per succedere qualcosa, arriva un ‘interruzione – e non sempre si tratta di un’interruzione di natura unica. Stavolta, per esempio, è il ritorno dei facinorosi guelfi che vengono per assassinare il Doge, again. Ma, come succede in questi casi, il ravveduto Gabriele si schiera con Simone, per la gioia di Amelia/Maria – cui, come al solito, sembra sfuggire qualche piccolo particolare, tipo il fatto che i Guelfi armati sono ancora alla porta al calare del… sipario!

Atto Terzo

Ma tutto sommato si vede che Amelia/Maria non aveva tutti i torti: Guelfi sconfitti, Genova illuminata a festa, clemenza dogale, Fiesco liberato, Paolo condannato a morte…

Ma mentre lo portano via, non si trattiene dal vantarsi con Fiesco di avere rapito Amelia e avvelenato Simone. E sapete una cosa? A Fiesco dispiace quasi. Lo odia, sì – ma morire di veleno e di tradimento… Tanto più che è proprio una brava persona: ha persino ordinato di spegnere le luminarie e moderare i festeggiamenti per riguardo ai morti.

Un festeggiamento che non si modera, a giudicare dai gorgheggi del coro, è il matrimonio tra il guelfo Adorno e la figlia del Doge – ma questo è uno di quei matrimoni che suggellano le paci.

E quando arriva il Doge – che non si sente affatto bene – Fiesco lo avvisa in termini tra il truce e il profetico, e solo allora Simone (che, lo abbiamo visto, pur essendo un baritono è un po’ lento a fare due più due) lo riconosce per Fiesco. Ma d’altra parte, questi due fanno il paio, perché quando Simone gli annuncia di avere la nipote da restituirgli, è Fiesco a cadere dalle nuvole. E guarda un po’, dopo venticinque anni Simone è ancora in cerca di perdono, e la Mariolina perduta è ritrovata***… Anche Fieso si scioglie, pentito e stanco e pieno di rimorso. Troppo tardi per tutto, spiega – e finalmente rivela l’arcano in termini comprensibili.

All’arrivo di Maria con Gabriele e il coro, Simone supplica Fiesco di non dire ancora nulla. C’è ancora tempo per un’altra agnizione ancora, mentre Fiesco/Grimaldi e Maria/Amelia si scoprono nonno e nipote, e tutti sarebbero molto felici se non fosse che Simone vacilla e impallidisce, e comincia a distribuire lugubri consigli e benedizioni…

Orrore e sconforto generali. Persino Fiesco è commosso. Simone fa ancora in tempo a indicare il suo successore in Gabriele, e poi muore tra le lacrime generali. Tocca a Fiesco di proclamare il nuovo Doge a una non proprio entusiasta Genova – e poi cala il sipario.

Cupo, pessimistico, pieno di clichés e di situazioni ripetute… Non un granché, vero?

Non fu un successo. Il debutto di Venezia nel marzo del ’57 fu proprio un fiasco. Ci sarebbero voluti vent’anni, Arrigo Boito e una seria revisione musicale perché il giudizio del pubblico cambiasse – ma non poi di troppo. E ancora oggi, questo povero Simone rimane, tra le opere della maturità verdiana, quella in penombra.

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* E noi ci domanderemmo chi sia quest’orfana misteriosa, se non sapessimo che all’opera non esistono coincidenze…

** Scena interamente rifatta da Boito.

*** Sì, lo so, era ritrovata anche prima – solo che nessuno lo sapeva.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Traviata

giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveEd eccoci qua. Quando il guareschiano Don Camillo s’infiltra nella spedizione sovietica di Peppone, che opera rappresentano i Russi a beneficio degli ospiti italiani? E quando Richard Gere introduce all’opera la Pretty Woman, che cosa la porta a vedere? E a dire il vero ho sempre pensato che questa seconda fosse una scelta un po’, you know… Non dico che il paralellismo narrativo non abbia il suo perché – ma forse, se fossi un uomo e volessi portare all’opera una graziosa prostituta in via di redenzione, non sceglierei proprio la storia di una graziosa prostituta che cerca di redimersi e ci lascia le penne…

Perché di questo si tratta – e per l’epoca era materia scandalosetta anzichenò. Ma Verdi, si sa, era ansioso di soggetti nuovi, grandi, belli, variati, arditi… e non era la prima volta che andava a cercarseli a teatro – in Francia. Durante uno dei suoi frequenti soggiorni parigini, aveva visto il discusso adattamento teatrale de La Dame aux Camélias, l’ancor più discusso romanzo di Alexandre Dumas fils – e gli era piaciuto da matti.

Tanto da metterci subito al lavoro Piave (povero Piave!), il quale consegnò rapidamente quel che Verdi voleva, da mettersi in scena alla Fenice.

E magari la storia la sappiamo tutti, ma vediamo un po’ che cosa ne aveva fatto il poeta-gatto.

Atto Primo

Allegra soirée a casa di Violetta – e fa presto a venirci il dubbio che non sia l’ambiente più comme-il-faut che si possa immaginare. Si cena, si beve, si parla di piacere, si presentano nuovi e vecchi amici, e scopriamo che il giovane provenzale Alfredo è innamorato perso della bella e disinvolta padrona di casa, che però non se lo fila nemmeno per sbaglio. giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piave

Invitato a proporre un brindisi, il ragazzo si produce nella cosa verdiana più bissata di tutti i tempi – e francamente, se avete assistito anche solo a un gala lirico o due, e a qualche edizione del concerto di Capodanno della Fenice, odds are che ne abbiate fin sopra i capelli di sentirvi invitare a libar nei lieti calici…

Ma tant’è. Sbrigata rapidissimamente la cena, i nostri fanno per passare nel salone da ballo – ma… che accade? Violetta impallidisce, barcolla, deve sedersi, mormora che non è nulla, invita tutti ad avviarsi, che lei li segue subito… Tutti escono tranne Alfredo, che è rimasto per amministrarle un’affettuosa predicuzza su come gli stravizi conducano a una tomba precoce… Il dialogo che segue lo riassumiamo così:

giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveLei – Tanto peggio. A chi importa?
Lui – A me! A me che v’amo tanto – da un anno intero e in silenzio!
Lei – Sciocchino. Siamo amici, volete?
Lui – Se non si può far di meglio…
Lei – Ecco, bravo. Andate a casa e tornate domani.
Lui – Domani? Oh, estasi!

E se ne va. E  d’altra parte se ne vanno tutti, perché non ce ne siamo accorti, ma s’è fatta mattina.

E Violetta, rimasta da sola, è tentata di confessarsi che dopo tutto il ragazzo non le è indifferente… possibile che sia questo l’Amore, quella cosa che sognava da bambina – e poi ha mancato mentre era troppo occupata a fare la cortigiana? Ma queste sono follie. Povera donna sola, abbandonata in quel popoloso deserto che chiamano Parigi, che spera or più? Che far dee lei? Gioire! Di voluttà nei vortici perire! Sempre libera dee lei folleggiar di gioia in gioia, eccetera, eccetera, e sipario.

Atto Secondo

E si vede che Violetta non diceva sul serio, perché a quanto pare i nostri colombi hanno abbandonato il popoloso deserto e vivono in rustica semplicità* da tre mesi. In rustica semplicità e nel peccato – ma questo son dettagli… o forse no? Fatto sta ed è che a frantumare l’idillio campagnuolo di Alfredo provvede la fida Annina, cameriera di Violetta, rivelando che la signora ha appena venduto carrozza e cavalli – e lo stesso è ben lungi dal pareggiare i conti.

Alfredo inorridisce nello scoprire che anche due cuori e una capanna comportano delle spese – e parte di gran carriera nell’intento di sistemare le cose.

giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveMa mentre lui non c’è, arriva suo padre a far visita alla maliarda che gli ha corrotto il figlio – o almeno così pensa, perché i modi di Violetta non sembrano proprio quelli di una donna perduta… Né è da donna perduta il modo in cui lei sostiene di non voler accettare un franco delle ricchezze di Alfredo, e di essersi lasciata alle spalle il suo peccaminoso passato.

M. Germont è colpito, ma ancora lievemente dubbioso: se Alfredo non contribuisce al ménage, e se lei ha smesso di … er, you know, come diamine fanno a finanziarsi una rustica semplicità così lussuosa?

Violetta spiega al padre angosciato di volersi spogliare non solo di cavalli e carrozza, ma di tutti i suoi beni per amore di Alfredo. Amore, rendenzione, divin perdono, blà, blà…

Monsieur G. – Oh, che brava fanciulla siete in realtà.
Violetta – Oh, come mi fa piacere sentirvelo dire…
Monsieur G. – Sì, e ciò mi consola assai, considerando il sacrificio che vengo a chiedervi.

Capirete che questo raggela un nonnulla l’atmosfera. Perché il fatto è, vedete, che Alfredo non è figlio unico. Dio die’ a M. Germont una figlia pura siccome un angelo e gliela fece anche fidanzare bene. Solo che adesso il fidanzato non è contento di ritrovarsi per futura cognata una demi-mondaine

Violetta – Capisco. IL colpo è duro, ma l’amore mi rende nobile: chiederò ad Alfredo una pausa di riflessione, e fingeremo tutti che io non esista fino a dopo il matrimonio della sorellina. Contento?
Monsieur G. – Er… no.
Violetta – Cielo, che più cercate? Offersi assai… 

Questo Monsieur G. lo ammette, però aveva più in mente una separazione definitiva… Violetta insorge e passa al ricatto morale in rima baciata: sola al mondo, malata, senz’altro che questo amore… come potrebbe rinunciarvi?

Monsieur G. non sembra spaventosamente ricattabile, quando risponde che pish, giovane e bella com’è… E qui segue una partita a scacchi di reciproco ricatto emotivo che è, lo ammetto, un capolavoro:

Violetta – Manco per idea!
Monsieur G. – Oh, fate un po’ voi, ma lo sapete che l’uomo è mobile, qual piuma al vento muta d’accento e di pensier… **
Violetta – Oh…
Monsieur G. – Immaginatevi vecchia, peccatrice, con Alfredo disamorato accanto, peccatrice, amareggiata… e ho già detto peccatrice?
Violetta – E dunque non esiste redenzione?
Monsieur G. – Be’, potreste sempre essere l’angelo consolatore della mia famiglia… È Dio in persona che mi manda ad offrirvene l’opportunità.
Violetta (si aggrappa alle tende) – Dite a M.lle Germont che per la sua felicità una povera ragazza è morta di crepacuore.
Monsieur G. – Come siete nobile, mia cara… piango con voi. E adesso sparite dalla vita di Alfredo.
Violetta (sempre aggrappata alla tenda) – Per riuscirci, devo farmi odiare da lui.
Monsieur G. – Brava, cara. Posso fare qualcosa per voi?
Violetta (c.s) – Quando sarò morta, ditegli quel che ho fatto.
Monsieur G. – Ma no! Voi vivrete felice e lontana, e avrete il vostro premio nella felicità dei miei figli, e non ci sarà bisogno di dir nulla a nessuno.

E come si possa considerare commovente tutto questo mercanteggiamento emotivo, proprio non arrivo a capirlo – ma d’altra parte, si sa che sono cinica.

Ma intanto torna Alfredo, pensieroso perché ha ricevuto dal padre una lettera tutt’altro che incoraggiante. Violetta sorride, trattiene le lacrime, lo esorta ad ammansire il genitore e ad amarla quanto lei lo ama – ed esce.

E Alfredo prende tutto per buono – e quando arrivano in rapida successione il domestico ad annunciare che giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveMadame è partita in fretta e furia e poi il padre, è ancora convinto che tutto vada bene. Ci vuole la lettera che Violetta gli ha lasciato a farlo scendere dal pero – ma non come si era previsto. Il babbo ha un bel chiedergli chi dal cor gli cancellò di Provenza il mar e il suol, e qual destino lo furò*** al natio fulgente sol… Il ragazzo ha in mente soltanto di raggiungere la supposta fedifraga alla festa di Flora**** – e vendicarsi!

E sì, lo so, di solito sono le figlie che invano supplicano il padre di non vendicarsi del seduttore, e invece qui abbiamo un padre che supplica invano il figlio di non vendicarsi della seduttrice… ma il risultato è lo stesso: zilch.

E infatti chez Flora, dove si discutono gli ultimi pettegolezzi e ci si maschera alla spagnuola da zingarelle venute di lontano che leggono la mano e da mattadori di Madride, Alfredo ci arriva di umor pericoloso. Quando Violetta ci arriva a sua volta*****, accompagnata da un antipaticissimo barone, il ragazzo fa commenti cripticamente sgradevoli, batte il barone a carte, scambia con lui una velata sfida a duello… Quando tutti escono per cenare dietro le quinte, Violetta fa ritorno e c’informa di avere convocato Alfredo. Verrà? Non verrà? Certo che viene – o come potremmo concludere l’atto?

Violetta supplica, Alfredo fa del sarcasmo, Violetta sussurra di avere giurato di troncare, Alfredo chiede a chi, Violetta mente e dichiara di amare il barone… Non l’avesse mai fatto!

giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveAlfredo convoca il coro tutto, racconta di essere stato mantenuto da Violetta perché era cieco, vile, misero – ma adesso la ripaga, perbacco! E getta addosso alla poveretta “una borsa” – che nella maggior parte delle produzioni diventa una mazzetta di banconote.

Putiferio. Violetta sviene, il coro s’indigna, entra Germont padre che rimbrotta il figlio, Alfredo è preso dal rimorso, il barone reitera la sfida a duello, Violetta rinviene e, ricattatoria anche nel deliquio, informa Alfredo che, quando lei sarà morta, lui capirà quanto è stato amato.

Dio dai rimorsi ti salvi allora;
Io spenta ancora – pur t’amerò,

canta – il che, oltre ad essere ricattatorio, non è proprio quel che ci vuole per convincerlo ad andarsene a casa e salvare l’onore della famiglia… non pare anche a voi? Ma il sipario si chiude, e non ci si lascia il tempo di dubitare.

Atto Terzo

È passato un po’ di tempo, e troviamo Violetta male in arnese, tisica, impoverita, dedita alla religione e alla beneficenza, assistita dalla fida Annina e dal buon dottore che al primo atto frequentava le sue feste. Ha per talismano una lettera di Germont père, in cui la s’informa che il duello è andato  benone, col barone ferito non troppo gravemente e Alfredo illeso e fuggito all’estero – e informato dei fatti. Tornerà da voi, riguardatevi, eccetera.

Ma il fatto è che a Violetta, c’informa il dottore, la tisi non lascia che poche ore… E lei un po’ si vuole illudere, un po’ si rende conto di essere al capolinea, un po’ rimpiange l’amore perduto, un po’ supplica il Cielo d’accoglierla benevolo…

giuseppe verdi, la traviata, alexandre dumas fils, francesco maria piaveEd è proprio a questo punto che, mentre fuori impazza il carnevale, arriva Alfredo – contrito, commosso e più innamorato che mai. E fanno piani per lasciare Parigi o cara, e Violetta vuol vestirsi, vuol andare al tempio (matrimonio lampo?) – solo che non può e, a dire il vero, a differenza della maggior parte delle eroine d’opera non è per niente contenta di morir sì giovane, e proprio adesso che ha recuperato Alfredo…

Giusto per rendere la faccenda ancora un pochino più strappalacrime, arrivano anche il dottore e Germont père (che per il rimorso si dà del malcauto vegliardo) e la fida Annina…

Violetta munge la scena quanto si può: regala una sua miniatura ad Alfredo, perché la passi alla sua futura e ipotetica virtuosa mogliettina spiegando che è l’immagine di un defunto amore che ormai tra gli angeli prega per entrambi…

E mentre tutti si commuovono e lacrimano…

È strano,

mormora. E gli altri quattro, in un coretto un po’ à la Braccobaldo, sobbalzano: Che?

Il fatto è, vedete, che cessarono gli spasmi del dolore, e in lei rinasce e s’agita insolito vigore. Ah, lei ritorna a vivere – oh gioia–

Ma noi, gente smaliziata e opera-goers, riconosciamo la spes tisica****** quando la vediamo – così che quando Violetta si abbatte sul canapé non abbiamo nemmeno bisogno che il dottore le tasti il polso e annunci che è spenta. E infatti, per lo più i registi quell’è spenta lo cassano.

O mio dolor,

gemono tutti – e il sipario cala.

Ecco qui. Scandalosissimo, vero? E in effetti la censura ci si fece una giornata campale. Dopo il passaggio della Brigata Sforbiciatori, asfaltata la critica alla borghesia contemporanea con lo spostare la storia tra Sei e Settecento,******* sfrondata la scarsa virtù della Violetta – resa pura e innocente! – saccarinato il titolo in Amore e Morte, della storia originale rimaneva ben poco. Figuratevi Verdi.

Alla fine, nella più permissiva Venezia, la cosa andò in scena come Verdi e Piave l’avevano voluta – e fu un fiasco. D’altra parte, quando a Roma andò in scena nella versione riveduta e corretta, fece fiasco del pari. Segno che, se la censura non volva scandali, al pubblico non piacevano troppo i salotti e le casette di campagna e i casi amorosi delle cortigiane contemporanee… dove diamine erano le spade, le guerre, i tradimenti, l’esotismo pittoresco?

Ma Verdi difese sempre la sua Traviata – si direbbe che non avesse tutti i torti. Magari era avanti sui tempi, magari scriveva per la posterità, e la posterità gli ha dato ragione, perché dopo un secolo e mezzo abbondante la Traviata è amatissima, eseguitissima, conosciutissima, bissatissima e citatissima – anche fuori dai territori abituali della musica lirica.

Una bella rivincita, non c’è che dire.

 

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* Che poi, ve la raccomando, la rustica semplicità! Il décor dell’atto secondo sembra sempre uscito da Country Living, e mi par di ricordare che nella Traviata televisiva live, un paio d’anni fa, l’atto fosse significativamente ambientato attorno al Petit Trianon, nel villaggio make-believe di Maria Antonietta.

** Opera sbagliata, I know – ma il senso è quello.

*** Queste sono le cose con cui Piave mi abbacina: il metricamente identico “rubò” era troppo terra-terra?

**** Già, perché voi non sapete che Violetta aveva giusto ricevuto e accantonato con disprezzo un invito di Flora – che poi invece ha accettato come parte del suo machiavellico piano, lasciando la lettera in bella vista sul tavolo. 

***** Forse vi ho già raccontato della produzione parigina in cui Monserrat Caballé sbagliò ingresso ed entrò in scena dal caminetto?

****** Sarà poi vero? Ogni tanto si legge di sì, poi si legge che è un mito romantico, poi di nuovo si rivaluta l’idea. Va’ a sapere – e tuttavia… C’è un medico in sala? Se c’è, ci piacerebbero lumi nei commenti, grazie.

******* Il che, a ben pensarci, spiega le assurde figurine Liebig…

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Stiffelio (Parte II)

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo Era il terzo campanello, questo? Sarà meglio che ci affrettiamo a tornare alle nostre poltroncine di velluto rosso. Scusi, signora, dovrei… Grazie. No, scusi lei. È suo questo programma? Prego…

Buio in sala…

Sipario…

Atto Secondo.

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì: che ci sia adulterio nell’aria tutti l’han capito. Chi sia lei, pure. Chi sia lui, però, è un’altra faccenda…

Lei, intanto, ovvero Lina Mueller née Stankar, s’aggira barcollando tra i sepolcri di un cimiteruolo gotico presso la chiesa il tempio, e supplica la madre defunta di perorare la sua causa al trono dell’Altissimo.

Come d’accordo scritto (anche se, a ben pensarci, Lina la lettera non l’ha letta), entra Raffaele, e i due scambiano questa affascinante conversazione:

RAFFAELE:(frettoloso)
Lina . . . Lina!

LINA:
Parlate sommesso
Per pietade . . . mio padre qui presso.
Indovina Rodolfo . . . sa tutto . . .

RAFFAELE:
Federico sol reo ei sospetta;
Vostro padre la prova ha distrutto . . .

LINA:
E il rimorso ch’eterno ne aspetta?

RAFFAELE:
Non lo teme chi serve all’amore.

LINA:
Fui sorpresa; non v’ama il mio core . . .

RAFFAELE:
Cruda, sempre pur v’amo . . .

LINA:
Il provate:
I miei scritti, l’anel mi ridate . . .
Di qua tosto partite . . . involatevi . . .

RAFFAELE:
No, a difendervi qui resterò.

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo E di difenderla forse non c’è poi tutto questo bisogno, perché a entrare è Stankar, che una volta di più frustra le intenzioni di confessione della figlia, e poi la caccia via. Ha due spade, Stankar, e l’intenzione di sfidare a duello il ben più giovane Raffaele – il quale è preso da scrupoli di coscienza* e non ha poi tutta questa voglia di battersi con un anziano signore pieno di gotta e di artrite che, per di più, non ha tutti i torti.

Ma Stankar è deciso ad avere il suo duello, e insulta Raffaele sempre più sanguinosamente.* Ci vuole il disvelamento dell’oscura origine e dei millantati quarti di nobiltà a travolgere ogni scrupolo. 

Mentre i due si battono accanitamente, chi ti esce dalla chiesa dal tempio, se non Stiffelio che, in tutto candore, prima ferma i duellanti in nome di Dio, e poi tenta anche di rappacificarli…

E quando, visto che Stankar non vuole saperne, Stiffelio stringe la mano a Raffaele, il vecchio signore esplode:

Oh eccesso inaudito!
La man stringi dell’uom ch’hai tradito!

Ops…

Sensazione generale.

Stankar si morde la lingua, Stiffelio capisce tutto** – e Lina, che ritorna proprio a fagiolo, non è in grado di discolparsi…

E ricordate Stiffelio il Perdonatore, sulla cui magnanimità si sdilinquiva il coro nell’atto primo? Be’, dimenticatelo: il nostro bravo pastore assasveriano afferra la spada e si avventa su Raffaele che, di nuovo, preferirebbe non battersi nelle circostanze. Ma Stiffelio ha proprio perso la testa, e lo ucciderebbe disarmato, se non fosse per il coro che in chiesa nel tempio canta il Miserere.

Stiffelio si ferma, barcolla, si torce le mani, non dà troppa retta al vecchio Jorg che vorrebbe richiamarlo alla ragione, maledice Lina, finalmente ascolta le pie esortazioni del collega e, per segnare come si deve il finale d’atto, sviene. E sipario.

Atto Terzo.

giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo Siamo tornati al castello, dove Stankar contempla disonore, rovina, delusione e suicidio***. Ha già la pistola puntata alla tempia quando arriva Jorg ad annunciare l’imminente arrivo di Raffaele – e la sete di vendetta oblitera l’impulso autodistruttivo.

Al suo arrivo, però, Raffaele trova soltanto Stiffelio, che gli offre di sposare Lina, da cui intende divorziare. E non è che Raffaele accolga la notizia con irrefrenabile entusiasmo… sta a vedere che le sue intenzioni non erano poi troppo onorevoli? Stiffelio lo spedisce ad aspettare e ascoltare dietro le quinte, mentre sottopone lo stesso piano a Lina.

E lei, pur inorridita di fronte alla prospettiva di un divorzio, è più inorridita ancora all’idea di perdere l’amore del marito. Non che lui si lasci commuovere – e allora lei firma l’atto e, smaritata a tutti gli effetti pratici, chiede di confessarsi con quello che non è più il suo sposo.

E quel che ha da confessare è che il suo tradimento è ancora più grave perché ha ceduto a un non meglio specificato tradimento di Raffaele, pur senza avere mai smesso per un istante di amare suo marito…

Ah be’, ma allora Stiffelio ha ogni genere di legittime ragioni per far fuori il seduttore che, guarda caso, è proprio in attesa tra le quinte…

O forse dopo tutto no, perché…

“Non v’è più,” annuncia Stankar, facendosi avanti con una spada insanguinata in pugno.

Dal che siamo autorizzati a dedurre che quel pessimo soggetto di Raffaele di Leuthold (o forse no) ha incontrato il suo destino. E forse non è quello che noi faremmo in circostanze simili, ma questi sono Assasveriani, e quindi se ne vanno tutti in chiesa al tempio.

L’ultima scena si svolge per l’appunto in una chiesa un tempio d’architettura gotica e arredamento assasveriano, dove l’assemblea – che comprende il coro, Stankar, Lina velata, l’ormai scagionato Cugino Federico e la poco meglio che inutile Cugina Dorotea – supplica l’Altissimo di andarci piano con le punizioni.

E poi arriva Stiffelio, che sale in cattedra per predicare. E dovrebbe/vorrebbe predicare fulmini, se Lina non si svelasse, facendosi riconoscere. E allora il nostro pastore apre il Vangelo, comincia a leggere il passo dell’adultera…

E detto fra noi: tutti sappiamo come va a finire, giusto? È una storia di perdono – e allora perché mai Lina si sente mancare il cuore e Jorg gongola?

Che gli Assasveriani abbiano, per i casi di necessità, versioni più feroci dei passi del Vangelo? Fatto sta: quando Stiffelio legge che Gesù perdona l’adultera, Jorg disapprova da profondo, il coro esulta, e Lina gioisce scompostamente.

Perdono è fatto. Sipario.

Tiepidi applausi. Perché, vedete, Stiffelio non ebbe mai un gran successo. Il pubblico non ci si affezionò mai, perché – povero Verdi! – era troppo borghese. .

È vero che, se non abbiamo caverne – orride od otherwise – né teste coronate o guerre in corso, abbiamo pur sempre un castello tedesco, un cimitero, un duello e uno svenimento e una chiesa un tempio gotico – benché di persuasione assasveriana – ma per il pubblico ottocentesco non era abbastanza. Il pubblico ottocentesco, se voleva vicenduole famigliari tra amici, cugini e ospiti per il fine settimana, andava al teatro di prosa. All’opera ci andava per faccende più pittoresche e melodrammatiche – o quanto meno ci era sempre andato.

E se è vero che il gusto stava per cambiare, restava sempre la censura. Abbiamo già detto quanto fosse imprudente quest’abbondanza di temi e personaggi religiosi connessi con l’adulterio, per non parlare della lettura di un passo evangelico in scena… Sul libretto di Stiffelio le censure d’ogni dove si gettarono come formiche a un picnic. Tanto che Verdi e Piave (povero Piave!) si decisero alla fine a spostare la storia in altri tempi e luoghi. Si provò ancora con la Germania (trasformando il pastore Stiffelio nel primo ministro Wellingrode – cosa che mi dà da pensare soprattutto per il III Atto…), poi ad Arlem/Harleem, e infine nell’Inghilterra medievale e crociata. giuseppe verdi, francesco maria piave, stiffelio, aroldo

Stiffelio divenne il cavaliere sassone Aroldo, Stankar il vecchio cavaliere Egberto, Lina fu ribattezzata Mina, Jorg si mutò nel pio solitario Briano e Raffaele diventò il cavaliere di ventura (e di padre ignoto) Godvino. Tolti di mezzo gli Assasveriani**** e tutti i pericolosi ammenicoli religiosi, al castello e al cimitero si aggiunsero le Crociate, la cavalleria e, in un quarto atto nuovo, la Scozia selvaggia attorno a Loch Lo(o)mond e un naufragio. Il nuovo libretto era molto più convenzionale, ed ebbe qualche successo in più, ma anche qualche fiasco sonorissimo. 

Temo che, pur essendo un lavoro-cerniera tra ere della storia del melodramma e tra periodi artistici della carriera di Verdi, Stiffelio resti un’opera un po’ così. Interessante per le intenzioni – e però discontinua, malcerta e, alla fin fine, bruttina.

Se anche nella nostra epoca senza censura viene rappresentata così poco, un motivo ci sarà

_____________________________________________________

* Vi ricorda nulla? Padre deciso a vendicare l’onore della figlia; seduttore con crisi di coscienza; insulti cumulativi e progressivi… Caramelle virtuali a chi ricorda dove abbiamo già visto la situazione pari pari – anche se con esiti diversi.

** Yes, well, non che restasse molto da capire, vero?

*** Dopo avervi detto lunedì scorso di non avere mai sentito nemmeno una nota di quest’opera, ho recuperato un cd di arie verdiane per baritono che comprende i rimuginamenti suicidi di Stankar. Nonostante il bravo interprete, se dicessi di esserne rimasta enormemente impressionata, mentirei.

**** E a questo punto posso anche confessarlo: ho cercato di scoprire in che diamine consista l’Assasverianismo o Assaverianesimo (is it a word at all?), ma non sono approdata a nessuna conclusione più precisa di “variante di protestantesimo” Qualcuno ha idee in proposito?


Anno Verdiano

librettitudini Verdiane: Stiffelio

Chiedo perdono, o Lettori: per una serie di simpatici inconvenienti tecnici, oggi le Librettitudini arrivano in ritardo, in versione ridotta e senza granché in fatto di illustrazioni. Abbiate pazienza. Ci faremo perdonare.

Intanto, Stiffelio.

 

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, stiffelioCredo che Stiffelio sia l’unica opera di Verdi di cui non ho mai sentito nemmeno una nota.

E a dire la verità, non è nemmeno tutta colpa mia, perché non è che la si rappresenti proprio tutte le settimane. A quanto pare, anzi, non la si rappresentò affatto tra il 1857 e il 1968 – con una manciatina di possibili eccezioni spagnole, cosa di cui però nessuno è troppo sicuro.

Comunque, centoundici anni senza una singola rappresentazione vorranno pur dire qualcosa…

Nel caso di Stiffelio, paiono volerne dire più di una. Per cominciare, che Verdi e Piave (povero Piave!) avevano scelto un soggetto perfettamente adatto a far storcere il naso a pubblico e censura. Perché il fatto si è che, e già lo si era visto con la Luisa Miller, Verdi cominciava a non poterne più di castelli, guerre, teste coronate e tutti gli orpelli classici del melodramma. A lui, all’epoca, sarebbe piaciuto occuparsi di piccole storie individuali e “borghesi” e raccontarle con un occhio alla verosimiglianza.

Tanta verosimiglianza quanta se ne può praticare all’opera, s’intende – ma ci siamo capiti. E così scelse con Piave un dramma teatrale francese in cui si parlava di (gasp!) adulterio. E non solo, ma di (gasp!) adulterio ai danni di un (gasp!) pastore protestante.

E voi capite che questo significava andarsi a cercare dei guai, vero?

Piave (povero Piave!) da quel buon gatto che era tentò di sfrondare gli aspetti più scandalosi semplificando il dramma, ma riuscì soltanto a mettere (gasp!) l’adulterio in bella vista tra i rami nudi…

E vediamo un po’.

Atto Primo

Cominciamo col chiarire che non siamo più in Francia come nel dramma, ma in castello in Germania.

“Oh…” odesi dal loggione. “Ma non si era detto niente castelli?”

E che vi devo dire? Anche le rivoluzioni si fanno per gradi.

E comunque di essere in territorio inesplorato lo capiamo subito: saremo pur in un castello ma, anziché con un coro, per una volta, cominciamo con un vecchio pastore assasveriano che legge e mugugna e spera che il matrimonio con la figlia del nobile padrone di casa non abbia smussato lo zelo del suo giovane amico e collega Stiffelio…

Ed eccolo qui, Stiffelio, che torna… da dove? Non lo sappiamo – né lo sapremo mai, però una cosa è certa: dovunque fosse, si è fatto onore. E mentre suocero, cugini e amici lo festeggiano, e la moglie Lina lo festeggia un po’ meno, per primissima cosa il Nostro eroe racconta che un barcaiolo lo ha accolto sottoponendogli un rovello: nottetempo ha visto (il barcaiolo, non Stiffelio) un giovanotto e una donna a una finestra. La donna era agitata, e il giovanotto si è gettato dalla finestra nel fiume… e ha perso delle carte.

Si vede che non si sono bagnate troppo, perché il barcaiolo le ha raccolte e le ha affidate a Stiffelio.

Ora, dite la verità: non vi chiedereste per prima cosa dove di preciso il barcaiolo ha visto questa scena? Ma Stiffelio e compagnia no – né notano particolarmente l’aria colpevol di Lina e del nobile Raffaele di Leuthold. Ed è ovvio che se lo notassero, l’opera sarebbe già finita – però chi ha dei sospetti è il vecchio colonnello-conte Stankar, padre di Lina e, come la maggior parte dei padri d’opera, gelosissimo dell’onor famigliare.

Gli altri vogliono solo sapere che mai intenda fare Stiffelio delle carte misteriose. Stiffelio, anima candida, le carte decide di bruciarle, perché non ha l’abitudine di leggere missive altrui e comunque i falli vanno perdonati.

Sollievo di Lina (decisa a non peccare più) e Raffaele (disposto a peccare almeno un’ultima volta), masticazione amara di Stankar, ammirazione degli altri per la magnanimità di Stiffelio.

Ma ecco il coro. Cominciavamo a preoccuparci, vero? E invece il coro è qui e viene a festeggiare il ritorno di Stiffelio e a dirgli…

Sei di Lamagna vanto,
Del vizio fugatore.
Giustizia, amor fraterno
Diffondi sulla terra,
Pel santo Vero eterno
Combatti l’aspra guerra.

Non dev’essere il più gaio dei mariti da avere attorno, vero? Però, quanto Stankar conduce tutti quanti a festeggiare fuori scena (dove presumibilmente è pronto il buffet) e i due coniugi restano soli, scopriamo che, se è un po’ dull, però Stiffelio è innamoratissimo.

Scopriamo anche che in realtà Stiffelio si chiama Rodolfo Mueller. Forse che gli Assasveriani usano nomi d’arte? Anche questo non lo sapremo mai – ma non è molto importante. O almeno non crediamo. Quel che è importante è che, quando il discorso cade per caso sull’adulterio e Lina si turba, Stiffelio dapprima la crede troppo candida e pura per l’argomento – salvo poi, accorgendosi che lei non ha l’anello nuziale, infuriarsi all’istante e sulla fiducia.

Sì, be’, forse sulla fiducia e sulla base dell’aria terribilmente colpevole con cui Lina scoppia a piangere…

Ma che ne è stato, ci domandiamo noi un nonnulla sbigottiti, dell’uomo che bruciava le carte e predicava il perdono? E si direbbe che, Assasveriano o no, Stiffelio non razzoli tanto bene quanto predica. Abbiamo la netta impressione che soltanto l’arrivo di Stankar impedisca al nostro tenore di allungare un manrovescio persuasivo al soprano…

Gli amici aspettano di là, e Stiffelio si ricompone e li raggiunge insieme a Stankar, promettendo però di ritornare. 

Lina resta da sola e si torce un po’ le mani in tutta contrizione, e comincia a scrivere una confessione per lettera… ma ecco che ritorna Stankar, cui non pare davvero bello che Lina spiattelli tutto. In una serie di versi non terribilmente chiari, il vecchio conte informa la figlia che proprio non sta bene, senza contare che di certo il dolore ucciderebbe Stiffelio…

Anche a voi era parso più furibondo che addolorato da morirne? Anche a me, ma Lina cede – e tanto più che il padre la maledice un pochino. Sì, insomma: verosimiglianza, storie individuali e tutto, ma una maledizione, così come un castello, non ce la si poteva far mancare, giusto?

Ad ogni modo, padre e figlia escono lasciando il campo a Raffaele di Leuthold, il nostro adultero, che nasconde in un libro provvisto di chiave la lettera in cui chiede a Lina un colloquio segreto. E lui magari crede di essere solo e inosservato, ma chi lo spia di tra le quinte? Jorg, il vecchio e lugubre pastore dell’inizio, ricordate? E perché, nel vedere poi il cugino di Lina che prende il libro e se lo porta via, Jorg debba giungere alla conclusione che l’amante clandestino debba essere proprio lui, è un altro degl’impenetrabili misteri di questo libretto – ma tant’è.

E infatti, al riapparire del coro (che ancora non la pianta di festeggiare il ritorno di Stiffelio) e dei solisti, Jorg si affretta ad informare il suo giovane amico di quello che crede di aver visto… Col non incomprensibile risultato che Stiffelio farnetica di tradimento e di Giuda, strappa il libro al povero e innocente cugino Federico, ingiunge a Lina di aprire, strappa il fermaglio quando lei rifiuta, e… 

Oh! una lettera!

Stankar non è terribilmente stupito, ed è rapido ad impossessarsi della lettera e farla a pezzettini – per poi rovinare sfidare a duello Raffaele in gran segreto.

“Lasciando che Stiffelio creda colpevole il povero cugino Federico?” odesi dimandare dal loggione…

Essì – dal che capiamo che a) il povero cugino Federico è in tutta probabilità spendibile; b) potevamo credere che la pace d’animo del genero fosse la prima preoccupazione di Stankar – ma ci sbagliavamo. E… sipario.

E per oggi, perdonate, ci fermiamo qui.

Che ne sarà di tutti questi Assasveriani? Capirà Stiffelio come stanno le cose? Tacerà Lina? Agirà Stankar? Che farà Raffaele?

Non perdete gli atti secondo e terzo di… Stiffelio – lunedì 26 agosto su Senza Errori di Stumpa.


Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Il Corsaro

Il Corsaro è un’opera scritta per ripicca.

Dovete saper che nel ’45 l’editore Ricordi aveva lasciato pubblicare sul suo Corriere Musicale di Milano una recensione men che benevola della Giovanna d’Arco. Verdi, in a dreadful miff, se ne andò dalla bieca concorrenza, l’editore Lucca, e firmò un contratto per due opere da rappresentarsi a Londra e Roma nel ’47 e ’48 – con cast di prim’ordine.

giuseppe verdi, il corsaro, byron, francesco maria piaveEd ecco che, a Masnadieri archiviati (e non strabene), Lucca si rifà vivo. E Verdi gli propone con entusiasmo il byroniano The Corsair. Sia chiaro che l’entusiasmo era tutto per il drammone – storia iperromantica di vendetta, amore & morte, popolata di pirati tragici, emiri malvagi, fanciulle greche e almee pugnaci – e niente affatto per l’editore, l’esosissimo e indelicatissimo sig. Lucca. Avendo avuto tempo di pensarci su, non è improbabile che Verdi si fosse pentito di essersi legato a un soggetto del genere per far dispetto a Ricordi, ma tant’è.

E sapete a chi si rivolge per il libretto? Non a Maffei, dopo il mezzo disastro dei Masnadieri, non a Solera, indignato ed esule in Spagna, e nemmeno a Cammarano – bensì il povero e bistrattato poeta-gatto Piave… E per qualche motivo che non so, nelle lettere Verdi è raddolcito. Sì, be’, raddolcito quanto può esserlo il Terribile Giuseppe (Stai diventando matto? […] Va, va a curarti all’ospedale!), ma abbastanza da apprezzare per iscritto il libretto, che definisce “verseggiato con pù cura del solito” e fatto con amore…

E no, non doveva essere facile lavorare con Verdi… Ma d’altra parte è chiaro che con Piave ci voleva pazienza. Quel che si può dire a favore di questo libretto è che è fedele a Byron – molto più di quanto si fosse preoccupato di essere il librettista della precedente versione operistica di Pacini, per esempio… Ma per il resto…

Andiamo a incominciar, e vedrete da voi.

Atto Primo

Siamo su un’isola dell’Egeo dove, all’ombra di una torre bisantina (sic), un coro di corsari si compiace della propria ferocia, concludendo:

Su godiam! ne’ ci caglia che il sangue
Dalla destra vittrice ne grondi,
L’allegria delle tazze confondi
L’imprecar del nocchiero che muor.giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Non adorate la gente che, all’opera, gongola di quanto è malvagia? Ma questa gente senza complicazioni è capitanata, come da tradizione da un giovanotto di voce tenorile, molti tormenti e animo tempestoso: Corrado, il corsaro eponimo, approva la foga dei suoi ma, quanto a lui, ha della furia da smaltire nei confronti dell’umanità tutta.. Perché, vedete, dapprincipio tutto pareva sorridergli…

L’aura, la luce, l’etere
E l’universo intero…

Essì: aura, luce, etere, universo… Capite che cosa intendo quando dico che con Piave ci voleva pazienza? Ad ogni modo, poi si direbbe che le felici premesse di Corrado si siano un nonnulla guastate, perché adesso lo ritroviamo esule e livoroso nell’Egeo. Che gli è successo? Non si sa. Chi era prima? Mistero. Chi l’ha esiliato? Non lo sapremo mai. Ci basti sapere che Corrado intende dare addosso agli Ottomani più vicini – per lo stupito entusiasmo dei suoi.

E non so se lo sbalordimento generale per il fatto che sarà Corrado in persona a guidare il blitz sia quanto di più lusinghiero per le qualità eroiche d’un tenore – but never mind, e spostiamoci invece nella torre bisantina, dove ha le sue stanze (con vista mare) la bella Medora, soprano e amante del Nostro.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveOra, Medora è una di quelle donne che non sanno star da sole, e se la canta accompagnandosi con l’arpa. Oh, come si sente sola! Oh, come si sente triste! Oh, come vorrebbe morire piuttosto che starsene senza Corrado! Oh, come sarebbe meglio giacere nell’avello pianta da lui, piuttosto che vivere in sua assenza…

Figurarsi quando lui arriva soltanto per dirle che è in partenza. Segue una certa quantità di suppliche. E dov’è che vai? E perché vai? E resta, e bada che se te ne vai potresti non trovarmi al mio ritorno, perché potrei morire prima…

E francamente, nessuno di noi sa biasimare Corrado che si districa e va per la sua strada.

Medora sviene, noi le attribuiamo la palma della più insulsa eroina verdiana so far, e il sipario cala.

Atto Secondo giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Ci siamo spostati in una deliziosa stanza nell’harem di Seid. Dove siamo? A Corone. Chi è Seid? Il locale Bascià (sic), chiaramente l’Ottomano più vicino – nonché l’innamoratissimo padrone della schiava cristiana Gulnara. Gulnara in realtà detesta Seid, e non ne vuole sapere dei veli trapunti di gemme che un coro di odalische cerca di infilarle addosso…

E tuttavia, non è come se avesse molta scelta, povera ragazza. Quando arriva un Eunuco Nero ad annunciare che…

Seide celebra – con gioia e festa
Una vittoria – che egli otterrà,

e che la sua presenza è richiesta, Gulnara può solo portarsi dietro le odalische:

Verrò… voi pure – con me verrete.
Al suo comando – s’ubbidirà.

E le seguiamo anche noi, sulla riva del porto, dove gli Ottomani stanno… er, festeggiando preventivamente l’arrivo di Corrado e compagnia.

Mostriamci e l’infesta
Ciurmaglia cadrà.
Tremate, o corsari!
Su voi fulminando
L’invitto suo brando
Seid graverà,

sghignazza il coro – e a noi vien da dubitare che il fidato messaggero greco del primo atto non fosse poi così fidato…

Entra Seid che, con voce di baritono, scioglie qualche strofetta in lode di Allah. L’entusiasmo del coro è interrotto dall’arrivo di uno schiavo che annuncia un dervis (sic) sfuggito ai corsari e ansioso di favellare al Bascià.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveE il dervis è… rullo di tamburi… Corrado travestito!

Seid lo interroga con una certa asciuttezza:

Onde, o Dervis?
E dove preso, e quando?
Chi t’ha salvato?

E il finto fuggitivo dice di non sapere nulla, di non avere visto nulla, di non avere alcunché d’interessante da dire… Seid potrebbe insospettirsi, non fosse che, proprio in quella, scoppia un incendio tra le navi ottomane ancorate nel porto.

A Seid pare che il dervis gioisca un nonnulla troppo* e ordina di catturarlo e tosto ridurlo in brani, ma Corrado getta mantello e cappuccio, si rivela, suona il corno, incita i suoi prodi, e quelli arrivano brandendo le spade e ricacciano indietro gli Ottomani.

A che è servita la mascherata di Corrado? Mah… Perché i corsari dovevano aspettare il suo segnale? Boh… In Byron la scena aveva qualche senso, ma Piave ha tagliato qualche angolo. giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Oh well. Mentre la battaglia infuria, la preoccupazione prima di Corrado sembra essere quella di salvare le donne dell’harem. E mentre i corsari se ne fuggono portandosi dietro le odalische (incidentalmente, Corrado ha beccato proprio Gulnara), ecco che arriva Seid alla riscossa, con un sacco di Ottomani.

I corsari si devono arrendere, e Seid promette vendetta tremenda vendetta, e vi riporto un paio di quartine, perché sì:

Audace cotanto – mostrarti pur sai?
Vedremo, superbo, – vedrem se potrai
Nell’ora suprema – la sorte tua estrema
Con ciglio securo – mirare, incontrar.

E questo era Seid, cui Corrado risponde:

Pei vili tuoi pari -tremenda è la morte,
Ma chiusa è al terrore – quest’anima forte.
Vedrai se il tormento – mi strappa un lamento
Quel gaudio infernale – non devi gustar.

E insomma, i corsari mugugnano, il coro ottomano esulta, le odalische sono impressionate e Gulnara… ah, Gulnara si innamora sul campo del fiero, audace e cavalleresco Corrado.

Tanto è vero che, quando Seid promette a Corrado e ai suoi ogni genere di terribili e innovative torture, la ragazza guida le odalische in un piccolo coro di supplica. Non che serva a nulla, ma ci hanno provato – per la scarsa soddisfazione di Seid.

E sipario!

Atto Terzo

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveSeid, l’abbiamo detto, non è contento. Ha un paio d’occhi, e ha visto come Gulnara guarda il prigioniero… tant’è che la fa chiamare e, per metterla alla prova, le annuncia l’intenzione di suppliziare Corrado…

“Ma, o Clarina, lo sapeva già!” odesi dal loggione.

E bisogna pensare che si fosse distratta, perché nell’entrare, per prima cosa, chiede a Seid se ha vinto…

“Ma, o Clarina, c’era anche lei!” esclamasi ancora lassù in piccionaia.

E lo so. Prendetevela con Piave, volete? Con Piave che, quando Gulnara suggerisce che forse varrebbe la pena di tener vivo Corrado e chiedere un serio riscatto, fa rispondere a Seid:

Nol farei franco – per quante gemme
Del mio Sultano – chiude l’Haremme.

E ad ogni modo, Gulnara si è tradita. Seid le revoca tutti i privilegi, e lei risponde con qualche vaga minaccia della varietà non-sai-di-che-sono-capace.

Noi qualche sospetto l’abbiamo, vero? E per verificarlo ci spostiamo nella torre**/prigione dove Corrado carico di catene alteramente passeggia. Dev’essere comodo… E mentre passeggia si duole delle circostanze e del colpo che la sua morte sarà per la povera Medora e poi, per dimostrare che ha un’anima d’acciaio, si dispone a ingannare il tempo con un pisolino.

Ma in queste prigioni ottomane non si riesce nemmeno a dormire in pace senza che ti piombi tra capo e collo una donna innamorata che, dopo averti informato di non sapere troppo bene perché è venuta, né come fare per salvarti, si ricorda di avere corrotto le guardie per farti fuggire, e si ritrova in tasca (oh, ma guarda!) la chiave dei ceppi e un pugnale per uccidere Seid. giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

I nostri due indugiano il tempo che serve a scambiarsi qualche confidenza sul fatto che l’uno ama Medora e l’altra odia Seid, e Corrado fa qualche difficoltà – prima perché se non ha saputo vincere gli sembra brutto sottrarsi alle conseguenze, e poi perché lui no, non è tipo da pugnali… No, nemmeno se si tratta di salvare se stesso, i suoi e Gulnara. No, nemmeno se rimanere significa condanannare a morte anche la ragazza che un atto fa ha rischiato tutto per salvare dal fuoco…

Gulnara, non incomprensibilmente, si altera un nonnulla.

GULNARA:
Di seguirmi tu dunque disdegni?

CORRADO:
Io disdegno…

GULNARA:
Terror d’un pugnale
Provi tu, masnadiero, corsale?
(Risoluta)
Un imbelle a vibrarlo t’insegni!

“Ah, che fai?” le grida dietro l’intuitivo Corrado. E Gulnara, ci dice Piave, fugge rapidamente pel cancello brandendo colla massima esaltazione il pugnale.

Odesi un tuono, e Corrado se ne resta lì a sperare di morire… dove si capisce che dopo tutto lui e Medora sono a match made in heaven.

Un istante più tardi, la nostra tostissima fanciulla ritorna con il pugnale insanguinato – e Corrado l’accoglie al grido di

Tu?… Gulnara, omicida!…

Lei gli fa notare che l’ha fatto per lui, lui finalmente si decide ed entrambi scappano.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveMa precediamoli all’isola sull’Egeo, dove Medora se ne sta a piagnucolare sul molo, dicendo al coro che sa che Corrado è morto, e che è contentissima di seguirlo nella tomba… Ma che appare là lontan sul mare? Una nave! E che nave sarà? È una nave amica! E chi mai ci sarà a bordo? È Corrado!

Il coro esulta, e noi ci aspettiamo che esulti anche Medora, giusto? E allora perché invece la fanciulla assume quest’aria inorridita?

Perché, e ce lo lascia capire mentre corsari, ancelle, Corrado gioiscono per quella che sembra una felice conclusione, lei è genre savvy, e lo sa che all’opera non va mai a finire bene. Così, sulla fiducia che Corrado fosse morto, si è avvelenata. E già, non voleva altro fin dall’atto primo…

Adesso però le sorge il dubbio di essere stata un tantino precipitosa – anche perché chi è questa bellezza in vesti trasparenti che accompagna il suo amante e si torce le mani piena di rimorso?

Conscio dell’urgenza del momento, Corrado le riassume il secondo e terzo atto alla velocità del lampo:

Per me infelice – vedi costei;
Rischiò suoi giorni – pe’ giorni miei.
Fu di Seide – la favorita;
Ardea l’haremme, – salvai sua vita.
Grata e pietosa – le mie ritorte
Infranse, e tolsemi – da orrenda morte;
Fuggimmo insieme. –

Oh! esclama il coro… giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Ma Gulnara non vuole essere ringraziata: l’ha fatto per amore e, se adesso Medora muore, stia pur certa che lei e Corrado la ricorderanno sempre. Insieme.

Yes, well. Ma la nostra ex almea ha fatto i conti senza l’oste – o almeno senza il corsaro che, non appena Medora muore, si butta in mare con tutta l’intenzione di seguirla nella tomba.

Che fai? Corrado!… Ah corrasi
Quel misero a salvar!

strepitano i corsari, ed escono di scena – come pure escono di scena le ancelle, portandosi via la defunta, e lasciando Gulnara a svenire tranquillamente in privato.

Sì, ecco, appunto.

E comunque, una volta visto il libretto – pur verseggiato con amore – a Verdi l’entusiasmo era scemato alquanto. Tanto che compose un po’ così e poi, a opera pronta, non si fece nemmeno vedere alla prima triestina, in barba agli obblighi contrattuali.

E un po’ per l’assenza del compositore, un po’ per i modesti meriti di libretto & musica, il povero cast di prim’ordine (tra gli altri Gaetano Fraschini e la Barbieri-Nini) dovette accontentarsi di un tiepido successo.

E se avete l’impressione che quello di comporre un po’ come veniva stesse diventando un vizio di Verdi, non so davvero darvi torto…

 

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* “Non riesce a trattenere la gioia,” c’informa Piave. Questo sì che si chiama andare sotto copertura…

** Visto? Quando manca la caverna c’è la torre.

 

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Macbeth

Questa tragedia è una delle più grandi creazioni umane!… Se noi non possiamo fare una gran cosa cerchiamo di fare una cosa almeno fuori del comune,

scriveva Verdi a Piave ai primi di settembre – questa tragedia era il Macbeth di Shakespeare.

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo vareseVerdi era uno shakespeariano furibondo, conosceva la tragedia scozzese a menadito e aveva idee molto precise e dettagliate su come dovesse essere tradotta in libretto. Prima di tutto, voleva brevità e sublimità… e fosse stato tutto qui!

Piave – povero Piave! – ci si mise d’impegno, ma scoprì presto che non c’era modo di accontentare Verdi. Nulla di quel che scriveva andava mai bene. Le lettere di rimprovero si susseguivano, sempre più brusche e sempre più impazienti. I versi non erano mai abbastanza stringati, le parole delle streghe non erano mai abbastanza strane, la Lady non era mai abbastanza incisiva…

Alla fin fine, quando il libretto fu finito – e Verdi scontento come all’inizio – Piave fu pagato ed estromesso dalla faccenda. Il suo nome non sarebbe comparso in copertina, e Maffei avrebbe risistemato le streghe e la Lady sonnambula…

Non posso fare a meno di chiedermi se Solera, da Madrid, sapesse dell’odissea e sghignazzasse tra sé e si sentisse vendicato per l’Attila rimaneggiato.

Ma vediamo un po’ che cosa musicò Verdi in sei mesi di frenesia compositiva…

Atto Primo.

Tutti sappiamo che si comincia con le streghe… Verdi voleva che parlassero in versi tronchi:

I. Che faceste? dite su!
II. Ho sgozzato un verro. E tu?
III. M’è frullata nel pensier
La mogliera di un nocchier:
Al dimon la mi cacciò…
Ma lo sposo che salpò
Col suo legno affogherò.
I. Un rovaio ti darò…
II. I marosi leverò…
III. Per le secche lo trarrò.giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varese

Tronchi sono tronchi – e troncati ulteriormente dall’ingresso di un paio di capitani scozzesi. Gente vittoriosa: Macbeth (talora detto anche Macbetto per esigenze metriche), generale di fiducia del buon Re Duncano, e Banco.

Ora, le streghe salutano Macbeth come signore di Glamis e Caudore*, nonché re di Scozia.

E Macbeth, che delle tre cose è soltanto la prima, ma forse qualche pensierino alle altre due l’aveva fatto, trema.

“E io?” chiede Banco. Oh, lui non sarà re – ma i suoi figli sì.

E le streghe svaniscono, lasciando i due generali comprensibilmente scossi…

Tanto più che l’ingresso successivo è quello di un messaggero reale: in premio per la battaglia vinta, il buon Duncano concede a Macbeth la signoria di Caudore, appena levata a un vassallo ribelle…

Ops.

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo vareseMa allora, se uno dei vaticini rispondeva a verità… Macbeth impiega meno di una sestina a fare due più due e a decidere che non, non, non è il tipo del golpista. E intanto Banco è meno compiaciuto di quanto dovrebbe o potrebbe essere un buon amico…

Chi ha tutta l’aria di volersi divertire un sacco sono le streghe, che tornano per un attimo a promettere cose sinistre. Ma d’altra parte, questo è Shakespeare – per non parlare di Verdi! Saremmo delusissimi del contrario, giusto?

Intanto, al castello… Oh d’accordo, non “intanto”, ma tanto tempo dopo quanto ne basta perché arrivi un messaggero a cavallo, Lady Macbeth legge la lettera con cui il consorte le racconta quel che sta accadendo. E subito capiamo che Lady M. è fatta di un’altra pasta: la sua prima preoccupazione sembra essere per la carente malvagità di Macbeth.

E in effetti, ricordate che aveva detto di non voler fare nulla di truce? Però

Pien di misfatti è il calle
Della potenza, e mal per lui che il piede
Dubitoso vi pone, e retrocede!

Oh well, poco male. Gli uomini vanno guidati – ed è per questo che ci sono le mogli, giusto? Ci penserà lei a spingerlo sul trono, costi quel che costi.

E chi ti va ad arrivare proprio al momento giusto? Ma il buon Re Duncano, con Macbeth al seguito.

Trovi accoglienza quale un re si merta,

sibila Lady M. – e noi di questa donna cominciamo proprio ad avere paura.

Dopo di che, ai Macbeth ricongiunti basta il più scarno dei recitativi ad accordarsi sull’accoglienza in questione. Lui esita: e se si fallisce? Forse lasciato a se stesso rinuncerebbe, ma Lady M. è inflessibile: se non ora, quando?

E infatti, qualche ora più tardi, appena il re si è ritirato al suono di musica villereccia, Macbeth comincia a vedere pugnali dappertutto, trema, si agita e poi prende il coraggio a quattro mani e va ad agire.

Quando rientra, stravolto e con un pugnale in mano, diventa subito chiaro che l’omicidio a sangue freddo non è il suo mestiere. Sente le voci, trema, delira… Lady M. è scossa a sua volta, ma molto più lucida e un nonnulla disgustata. Quando né ordini né incoraggiamenti** né sarcasmo servono a nulla, è lei a rientrare nelle stanze del re per lasciare il pugnale e sporcare di sanguegiuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varese le guardie.

Così i gufi bubbolano, Lady M. depista, il marito di Lady M. si sente arrivare addosso l’insonnia cronica da rimorso e…

Chi bussa?

Macbeth è pronto a perdere la testa. Per fortuna c’è sua moglie ad avere la brillante idea di farsi trovare a letto. I due sposi e complici si dileguano, ciascuno con le mani insanguinate e, quando Banco e il nobile Macduff scoprono il cadavere di Re Duncano, ricompaiono con le mani pulite e l’apparenza del più profondo sbigottimento.

Sono persino capaci di unirsi al coro che maledice gli ignoti assassini – e nessuno si stupisce se la maggior parte dei registi rende la maledizione di Lady M. più convinta di quella del marito. 

E sipario.

Al giungere dell’Atto Secondo, il figlio di Duncan è fuggito in Inghilterra e tutti lo credono colpevole, e Macbeth è re di Scozia ma, come molti re all’opera, non è che dorma proprio bene.

Rimorso? Ssssì, ma più che altro, continua a pensare alla seconda metà della profezia, quella che riguarda i figli di Banco.

E lo si può anche capire: tutta quella fatica per poi passare la corona alla prole altrui? Giammai.

E guardate come Lady M. gli lascia credere che sia sua l’idea:

LADY:
Egli e suo figlio vivono, è ver…

MACBETH:
Ma vita immortale non hanno…

LADY:
Ah si, non l’hanno!

MACBETH:
Forz’è che scorra un altro sangue, o donna!

Ma sì, che vogliamo mai? Omicidio più, omicidio meno… E se Macbeth deve sforzarsi per convincersi, è chiaro che invece Lady M. ci prova gusto. Lei lo voleva proprio, questo trono – e non sarà certo un Banco qualsiasi a levarglielo, che diavolo!

E non so se, al posto di Banco, sapendo quel che Banco sa e dubitando quel che Banco dubita e sospettando quel che Banco sospetta, me ne sarei andata a spasso per il parco di Macbeth a notte fonda e senz’altra compagnia che un figlio ragazzino. Dopodiché non vedo che possa davvero lamentarsi quando un allegro coretto di sicari gli zompa addosso nel buio, vi pare?

Intanto, al castello i Macbeth intrattengono regalmente il coro e Macduff (che è un tenore della varietà non amorosa, e finora non è servito a granché – ma abbiate fiducia). E c’è forse un che di forzata gaiezza in questi due – ma come biasimarli? Tanto più che arriva un sicario ad annunciare che Banco è morto, ma il figlio no… ops. Questo vanifica un po’ tutto, vero?

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo vareseMa non davanti agli ospiti. Nell’ansia di fare buon viso a cattivo gioco, Macbeth si lagna dell’assenza di Banco… finché non ne vede il fantasma tranquillamente seduto a tavola.

E allora, capite, perde un pochino la testa. Ora, tutto si può dire di Macbeth, ma non che sia un codardo. Invece di fuggire strillando, si rivolge allo spettro, lo apostrofa, lo interroga, lo minaccia… Peccato che lo veda soltanto lui. Gli ospiti sono, non del tutto incomprensibilmente, sconcertati, e Lady M. è livida:

E un uomo voi siete?
Vergogna, signor!

Tra l’altro, il fantasma è intermittente: ogni volta che Macbeth tenta di minimizzare o la sua consorte riprende il brindisi, eccolo che fa bubu settete di nuovo. Macbeth farnetica, Lady M. si chiede che razza di mozzarella abbia sposato, e gli ospiti si dileguano quatti quatti – perché non c’è nulla come un’apparizione di fantasmi per rovinare una cena. L’ultimo ad andarsene è Macduff, cui comincia a balenare qualche ombra di sospetto.

E mentre cala il sipario, che resta da fare a un povero usurpatore omicida, se non decidere di cercare quelle imbroglione tendenziose delle streghe e cantargliene quattro?

Atto Terzo

È il momento della caverna regolamentare. Questa è oscura anziché orrida – ma caverna è. E ci sono le streghe, col calderone. E, ad opera del cavalier Maffei, giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varesecantano così:

I. Tre volte miagola la gatta in fregola.
II. Tre volte l’upupa lamenta ed ulula.
III. Tre volte l’istrice guaisce al vento.

TUTTE:
Questo è il momento.
Su via! sollecite giriam la pentola,
Mesciamvi in circolo possenti intingoli:
Sirocchie, all’opera! l’acqua già fuma,
Crepita e spuma.
(gettando nella caldaia)

I. Tu, rospo venefico
Che suggi l’aconito,
Tu, vepre, tu, radica
Sbarbata al crepuscolo
Va’, cuoci e gorgoglia
Nel vaso infernal.

II. Tu, lingua di vipera,
Tu, pelo di nottola,
Tu, sangue di scimmia,
Tu, dente di bòtolo,
Va’, bolli e t’avvoltola
Nel brodo infernal.

III. Tu, dito d’un pargolo
Strozzato nel nascere.
Tu, labbro d’un Tartaro,
Tu, cuor d’un eretico,
Va’ dentro, e consolida
La polta infernal.

Tutte: (danzando intorno)
E voi, Spirti

Negri e candidi,
Rossi e ceruli,
Rimescete!
Voi che mescere
Ben sapete,
Rimescete! Rimescete!

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varesePittoresco, nevvero? Arriva Macbeth a chiedere lumi, e gli si propone una consultazione con gli spiriti – i quali gli dicono: a) di guardarsi da Macduff – e a questo ci aveva già pensato da solo; b) di star sicuro che nessun nato da donna può nuocergli; c) che il suo trono sarà saldo finché non si muoverà il bosco di Birna(m). Data la non elevatissima densità di gente non nata da donna e boschi semoventi nella Scozia dell’epoca, Macbeth potrebbe fermarsi qui e andarsene a dormire contento…

E magari lo farebbe, se fosse un tenore. Ma essendo invece un baritono, ha una mente logica e gli viene il dubbio: ma se è così invincibile, come la mettiamo con la discendenza di Banco?

Le streghe cercano di eludere la domanda, ma poi gli mostrano una processione di spiriti coronati scortati dallo spettro di Banco.

Ma… si stupisce Macbeth. Eh sì, replicano le streghe. I calcoli Macbeth può farseli da solo e, facendoseli, sviene.

E qui nell’edizione riveduta per la Francia del ’65 (quella che per lo più s’esegue oggidì), c’è un balletto di spiriti aerei che si suppone debba rinfrancare il nostro povero usurpatore.

E arriva Lady M., e Macbeth, rinfrancato ma scosso, le racconta delle nuove profezie. Con logica impeccabile, Lady M. decide che sono tutte vere tranne l’ultima e comunque, nel dubbio, meglio liberarsi una volta per tutte di Macduff con moglie e figli e del figlio di Banco.

E questa volta Macbeth non fa più nemmeno finta di esitare. Siamo in ballo e balliamo, giusto?

Sipario. giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varese

Atto Quarto – e si direbbe che Macbeth si sia lasciato prendere un nonnulla la mano. Non solo ha sterminato la famiglia di Macduff, ma ha messo a ferro e fuoco la Scozia nella sua caccia, tanto che cori interi di profughi se ne stanno a lamentarsi molto pateticamente appena al di qua del confine inglese.

Ma comincia a sembrare che i Macbeth possano aver fatto i conti senza l’oste, perché non solo Macduff è ancora vivo e affamato di vendetta, ma c’è anche Malcolm (il figlio di Duncano, ricordate?), che arriva parimenti intenzionato conducendo molti soldati inglesi e, in un momento d’ispirazione tattica, ordina a tutti quanti di provvedersi di un ramo mimetico dai rami del bosco.

Quale bosco? Il bosco di Birna(m).

Oh oh…

Intanto al castello, da una parte una sonnambula Lady M. ha le ben note difficoltà igieniche:

Di sangue umano
Sa qui sempre… Arabia intera
Rimondar sì piccol mano
Co’ suoi balsami non può.

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo vareseE dall’altra Macbeth si dibatte tra rimorso, paura, ferocia, solitudine e rimpianto…

E sì, potevano pensarci prima – ma, forza di Shakespeare e di Verdi, noi non siamo capaci di restare insensibili alla disperazione dell’uno e dell’altro.

Dopodiché tutto comincia ad assumere l’inconfondibile forma di una pera.

Lady M. muore – se di affanno, suicidio o altro non è chiaro – e Macbeth la prende in maniera… stramba.

Ma non basta, naturalmente, e arriva una sentinella ad annunciare che, o prodigio, la foresta di Birna(m)… er, si muove.

E Macbeth si scuote un po’ di più. Ma è un fiero signore della guerra scozzese: di nuovo, invece di scappare strillando, impugna la spada e va ad affrontare il suo destino.

Che gli si presenta nella forma di… Macduff. giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo varese

Oh, d’accordo. Avremmo preferito qualcuno di un po’ più.. un po’ meno… Però state a sentire: quando Macbeth lo invita a levarsi di torno, perché nessun nato da donna può fargli un baffo, Macduff si svela. Non so se conti come un’agnizione, ma sta di fatto che il nostro tenore-non-amoroso è nato con parto cesareo. Tecnicamente non è nato da donna.

Vatti a fidare delle streghe.

E sì, è un inqualificabile cavillo, ma che vogliamo farci? Macduff e Macbeth escono di scena duellando, e tutti sappiamo come va a finire. E poi tutto succede offstage, e Macduff rientra trionfante, e il coro esulta, e Malcolm si proclama re, e la Scozia è liberata, e tutti sono molto felici, e noi parteggiavamo per il baritono, ma fa lo stesso.

Sipario.

Ecco qui. Quando ebbe messo tutto in musica, Verdi cominciò a seguire le prove con la ferocia incontentabile di un gallo da combattimento. Le prove furono un massacro creativo. Sopravvivono le lettere in cui Verdi istruisce puntigliosamente il baritono Carlo Varesi, primo Macbeth. Marianna Barbieri-Nini, la prima Lady Macbeth (scelta perché era brutta e di voce aspra come Verdi voleva), scrive nelle sue memorie di avere provato un certo duetto non meno di centocinquanta volte, prima che fosse cupo e “quasi parlato” come lo voleva il compositore…

giuseppe verdi, macbeth, shakespeare, francesco maria piave, andrea maffei, marianna barbieri-nini, carlo vareseMa Verdi aveva ragione: nel marzo del 1847 il Macbeth debuttò alla Pergola di Firenze, e fu un successo maiuscolo – con la possibile eccezione del libretto.

A quanto pare c’è un intrecciarsi di nemesi beffarde, quando si tratta di libretti. Vi ricorderete che il nome di Piave non compariva, ma si sapeva che l’autore era lui. A Firenze Piave non era popolare – e che le stroncature dei versi fossero un po’ partito preso lo dimostra il fatto che i pezzi più presi di mira furono proprio il coro delle streghe e la scena del sonnambulismo. Quelli di Maffei. Quelli di cui il povero Piave era del tutto innocente.

 

 

________________________________________

* Cawdor, in realtà. E a dire il vero non so nemmeno se valga la pena di cominciare con la toponomastica scozzese ad uso dei melomani…

** Yes well, dubito che l’equivalente operistico di “dormiamoci su e domattina andrà tutto meglio” sia fatto per funzionare in caso di assassinio.

Anno Verdiano · Storia&storie

Librettitudini Verdiane: Attila

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei“Perché non Attila?” disse Maffei – e Verdi, se avesse avuto delle antenne, le avrebbe rizzate.

Andrea Maffei – marito della più celebre Clarina – era un poeta, un librettista, un traduttore dall’Inglese e dal Tedesco. Per cui conosceva bizzarrie germaniche come il dramma di Zacharias Werner sul re degli Unni…

Verdi qualche tempo prima aveva letto De l’Alemagne, di Mme de Staël, in cui, tra l’altro, proprio quel dramma si riassumeva con entusiasmo. E ne era rimasto colpito. Gli pareva una bella storia cupa e romantica (nel senso meno sentimentale del termine), piena di forza tragica e ambientata in un tardo impero tanto oscuro da essere esotico di risulta. Figurarsi quando Maffei glielo propose come soggetto “barbaro”!

Dopo la batosta napoletan-peruviana dell’Alzira, bisognava andare sul sicuro: la collaudata Fenice e il fidato Solera sembravano una buona combinazione… peccato che Solera fosse a Madrid, in autoesilio per sfuggire ai creditori, e fosse men che sollecito nel consegnare i versi. Per di più aveva le sue idee su come dovesse essere il libretto, continuava a battere sull’aspetto risorgimental-patriottico, a discapito delle psicologie individuali e dell’Impero che franava a valle – che a Verdi interessavano molto di più. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Quando diventò evidente che Solera nicchiava con l’atto terzo – e forse in considerazione del fatto che battere troppo su un’Italia che si libera dei barbari occupanti significava cercar grane con la censura – Verdi si rivolse a Piave chiedendogli (con la consueta abbondanza di istruzioni e raccompandazioni) di risistemare e finire il tutto.

Solera, dalla Spagna, si offese a morte e non volle mai più collaborare con Verdi. Il povero Piave-Gatto si lesse Mme de Staël, si lesse Werner (forse tradotto da Maffei) e sistemò tutto come voleva Verdi.

Quindi: Verdi, Solera, Piave – e anche Werner, e probabilmente un po’ Maffei… Vediamo che ne uscì.

Il Prologo comincia ad Aquileia caduta. Eruli, Ostrogoti & Unni si aggirano tra le macerie fumanti, compiacendosi coralmente dell’abbondanza di urli, rapine, gemiti, sangue, stupri e rovine…  Credevano forse di resistere ad Attila, questi scemi di Aquileiesi? Ha!

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiEd eccolo qui, Attila su un carro trainato dagli schiavi, duci, re, ecc…* E prima che noi possiamo farci domande su quell’affascinante ecc…, il coro barbarico accoglie il suo condottiero così:

Viva il re delle mille foreste,
Di Wodano ministro e profeta;
La sua spada è sanguigna cometa,
La sua voce è di cielo tuonar.
Nel fragore di cento tempeste
Vien lanciando dagl’occhi battaglia;
Contro i chiovi dell’aspra sua maglia
Come in rupe si frangon gli acciar.

E Attila (basso) sarebbe soddisfatto, non fosse che il suo fedele schiavo Uldino entra conducendo un gruppo di donne locali che, contrariamente agli ordini, ha salvato per offrirle in dono al Re. Dopo tutto sono una rarità esotica, e hanno pugnato in armi.

Allor che i forti corrono
Come leoni al brando
Stan le tue donne, o barbaro,
Sui carri lagrimando.
Ma noi, donne italiche,
Cinte di ferro il seno,
Sul fumido terreno
Sempre vedrai pugnar,giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

chiarisce Odabella**, il nostro soprano – e chi vuole intendere, intenda. Attila s’innamora sur-le-camp, le offre una grazia a scelta e, quando lei chiede una spada, le offre gentilmente la sua e la lascia libera di vagare a suo gusto per il campo.

Ora, voi sapete che ho una predilezione per le voci gravi, ed è mia convinzione che, in questo come in molti altri casi, nessuna donna sana di mente che non ci fosse costretta dal libretto, potrebbe preferire il tenore al basso e/o al baritono. Ciò detto, se non vi siete fatti l’impressione che Attila sia candidabile al Nobel per la fisica, non so biasimarvi…

E infatti Odabella, che ha un padre e un moroso da vendicare, gioisce tra sé – perché quella spada non ha intenzione di usarla al posto delle forbicine da ricamo. E Attila si stupisce di come l’ardire e la bellezza di Odabella dolcemente gli fiedano il cuore. 

Ma non distraiamoci. La guerra è guerra, e Attila manda tutti quanti per la loro strada, perché ha da ricevere l’inviato di Roma.

E l’inviato di Roma altri non è che Ezio, il nemico preferito di Attila, quello che gli ha rifilato una batosta di tutto rispetto ai Campi Catalaunici – e l’abbiamo già capito, ad Attila piace la gente tosta, purché non se ne venga con proposte di pace…

Peccato che Ezio se ne venga a proporre qualcosa di peggio della pace. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Perché Ezio, vedete, è uno di quei generali di sangue barbaro che sono più fedeli a Roma dei Romani stessi, e la cui lealtà in genere viene ricompensata così così***. Ed Ezio non ne può davvero più dell’imbelle giovine**** Valentiniano che siede sul trono d’Occidente. Seccherebbe molto ad Attila spartirsi con Ezio questo vecchio impero malconcio e tanto bisognoso di una mano energica – o due?

Poffarbacco!

Noi Ezio lo perdoniamo (o almeno sospendiamo il giudizio) perché è un baritono, ma Attila, che non è frenato da queste considerazioni timbriche ed è un nobile re guerriero, s’indigna. Se Roma è così malmessa che il suo eroe più valido pratica tradimento e spergiuro, allora è proprio tempo che gli Unni radano tutto al suolo.

Ah be’, ma se la mettiamo così, Ezio non ha altro da dire, se non: guerra! Dopo tutto, gliele ha suonate una volta, ad Attila, ed è capacissimo di farlo ancora. E i due si separano vicendevolmente furibondi.

Chiudesi il prologo dalle parti della futura Venezia, dove un coro di eremiti accoglie un coro di aquileiesi in fuga, guidati da… Foresto? Possibile? Il comandante e salvatore dei fuggiaschi è un tenore che non è poi così morto come noi e il soprano credevamo, e che si dispera perché la sua bella è prigionera del nemico conquistatore – da cui, incidentalmente, vuole liberare la patria afflitta…

E lo so, suona familiare, ma fidatevi: secolo diverso, continente diverso, costumi diversi, finale diverso. Insomma, abbastanza diverso… oh well.

E con questo siamo soltanto alla fine del prologo. Sarà meglio che ci affrettiamo all’Atto Primo.

E cominciamo con Odabella che vaga nottetempo nei boschi e pensa ai casi suoi, giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeifinché non le arriva addosso Foresto travestito da Unno. E forse anche questo vi suonerà vagamente familiare, perché a lei quasi prende un coccolone nel vedersi davanti il moroso redivivo, ma lui è furibondo perché la crede collaborazionista: com’è che se ne gira libera e armata, eh?

E lei fatica un po’, tra giuramenti e citazioni bibliche, a convincerlo che tutto quel che vuole è vendicarsi infilzando Attila con la sua stessa spada.

“E perché non l’hai ancora fatto?” sarebbe la domanda sensata, viste le generali circostanze…

Ma Foresto è un tenore, e invece va in estasi, chiede perdono e i due cinguettano e s’invitano a vicenda a inebriarsi nell’amplesso–

Ma no, cosa avete capito? Opera, Ottocento, censura! Tutto molto casto – e comunque fade to

La tenda di Attila che, in una scena reminiscente del Riccardo III*****, si sveglia da un incubo. Perché insomma, imman gli apparve un veglio, che l’ha preso per i capelli e gli ha ingiunto di lasciare in pace Roma, che il suo incarico divino prevedeva la flagellazione dei mortali, ma Roma è di Dio.

Raccapriccio!

esclama il fedele Uldino – ma Attila si riprende prima di subito, arrossice della sua debolezza e anzi, convoca il coro tutto: armi e bagagli, ragazzi, che si parte per Roma.

Ma…

Che d’è quella religiosa armonia che risponde alle trombe guerriere degli Unni?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiÈ Papa Leone, con sei anziani e un corteo di vergine e fanciulli in bianche vesti. C’è anche Foresto, nascosto in mezzo al coro, ma nessuno bada a lui. Cosa più interessante, nel vecchio disarmato, Attila riconosce l’uomo del suo incubo. E, guarda caso, Leone ripete proprio le parole del sogno: basta così, grazie, flagellato abbastanza, Roma no…

Aiuta che alle sue spalle Attila veda un paio di gigantesche figure armate di spade fiammeggianti. Chi l’avrebbe mai detto? Per lo sbigottimento degli Unni e la meraviglia dei locali (e, a quanto pare, di Leone stesso), Attila cade in ginocchio, pronto a prendere, incartare e portare a casa la divina ammonizione.

E qui (soprattutto dalle mie parti), saremmo anche disposti a considerare finita la faccenda. E invece no: è finito solo l’atto primo.

E l’Atto Secondo comincia con Ezio, di umor nero perché il pavido Valentiniano lo riconvoca in tutta fretta a Roma, proprio adesso che si potrebbe dare il colpo di grazia agli Unni in ritirata… ah, dov’è finita la potenza di Roma? Dove andremo a finire? Non ci sono più le mezze stagioni, eccetera.

Ma a interrompere le lamentazioni del generale arriva uno stuolo di schiavi d’Attila, recante richiesta di un abboccamento. E perché mandare uno stuolo di schiavi a parlamentare? Ma perché così ci si può nascondere in mezzo, e poi restare indietro inosservato, Foresto. Foresto che viene a giocare agl’indovinelli. Non chiedermi perché, non ti dico chi sono o come lo so, ma in serata si fa fuori Attila. Tu tieniti pronto e, al segnale, attacca.

E magari sarebbe legittimo dubitare, non vi sembra? Trappola, imboscata, ruse de guerre?

Ma no: ad Ezio non par vero di avere l’occasione di ignorare gli ordini imperiali. Per mal che vada, morirà in battaglia, risparmiandosi il resto del declino di Roma.

E noi facciamo appena in tempo a tornare al campo di Attila, dove Eruli, Ostrogoti & Unni gozzovigliano, e Attila presiede con Odabella al fianco vestita da amazzone, e Foresto si nasconde in mezzo al coro (again)… Facciamo appena in tempo a tornare, dicevo, che arrivano Ezio e i suoi.

E salta fuori che, nonostante il carattere piuttosto truculento dei brindisi, quel che vuole Attila è offrire una tregua e celebrarla con una buona cena. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Il che, fanno lugubremente notare i druidi, porta malissimissimo… E se Attila crede di risollevare gli animi con un po’ di musica, sbaglia: il vento interrompe il già non allegerrimo canto delle sacerdotesse e spegne fuochi e lucerne, e tutti cominciano a farsi un nonnulla nervosi. 

Foresto ne approfitta per sussurrare a Odabella che il fedele Uldino è in realtà pronto ad avvelenare Attila; Odabella s’indigna perché Attila lo vuole infilzare lei; Uldino, col veleno in mano, cerca di farsi coraggio; il coro si agita; Ezio torna a proporre alleanza contro Valentiniano; Attila rifiuta sdegnato ma, a mezza via tra Winnie the Pooh e (again) Riccardo III, deve ammettere che:

Oh rabbia! Non sento più d’Attila il cor!

E poi il cielo si rasserena all’improvviso, e potremmo quasi credere a un anticlimax, se non fosse che Attila, nell’ansia di superare il momentaccio, sta per bere. Per bere dal boccale che gli ha portato Uldino…

Ma no! Odabella lo ferma, gli rivela il tentato avvelenamento e, quando Attila, non incomprensibilmente, vuol sapere chi è stato, è Foresto a farsi tenorilmente avanti.

Sensazione.

Attila riconosce il capitano aquileiese che tanto filo da torcere gli ha dato in battaglia – e adesso gliela fa vedere lui.

Poco sforzo, adesso! provoca Foresto.

E Odabella chiede in premio la sua vita.

E Attila acconsente, e ci aggiunge la corona di regina degli Unni, da suggellarsi con matrimonio l’indomani.

E Foresto fugge non senza avere prima maledetto Odabella (again), e dite la verità: non potremmo quasi crederci tornati in Perù?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiA riprova del fatto che invece siamo ad Aquileia, Ezio si morde le nocche per il fiasco, Uldino pensa che l’ha scampata bella e che deve un gran favore a Foresto, e il coro non ne può davvero più: facciamogliela vedere, a questi Romani arroganti e avvelenatori, e che diamine!

Sipario.

Atto Terzo, e non ci stupiamo di trovare Foresto nel bosco tra il campo di Attila e quello di Ezio – lui che passa di qua e di là come se nulla fosse. Ad ogni modo, adesso è lì nella terra di nessuno a mangiarsi le unghie al pensiero di Odabella fedifraga. Ed entra Uldino a dire che la sposa è appena salita in automobile partita col corteo verso la tenda di Attila. Ed entra Ezio a chiedere che cosa stanno aspettando. E Foresto vaneggia ancora sull’infedeltà di Odabella. Ed Ezio, con tutta l’aria di avere sentito i vaneggiamenti molte e molte volte, gli fa notare che lui ha in mente cose più importanti di una ragazza poco seria – tipo il destino dell’Impero. Ed entra Odabella vestita da amazzone/sposa/regina******, vaneggiando a sua volta. Si direbbe che lo spettro del babbo sia venuto a tirarle le coperte: ma proprio Attila, doveva sposare? Foresto, ça va sans dire, concorda col fantasma.giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

E mentre Ezio cerca di affrettare i tempi, Odabella si proclama innocente e ultrice, e Foresto non le crede (again)…

Ed Ezio non aveva tutti i torti, perché arriva Attila, cercando la sua novella sposa.

E la trova abbracciata a un riluttante Foresto in presenza di Ezio.

Ops.

Ma come? s’infuria Attila. Lui ha sollevato Odabella da schiava a regina, ha risparmiato Foresto e non ha distrutto Roma – e adesso tutti cospirano contro di lui?

E a noi viene il dubbio che a Solera sia sfuggito qualcosa – o che Piave ci abbia messo parecchio di suo. Siamo sinceri: tra Foresto che passa il tempo a nascondersi tra gli alberi e le comparse e a maledire ingiustamente Odabella*******, Uldino che viene trattato come un figlio e ricambia col veleno, ed Ezio che, baritono o meno, muore dalla voglia di tradire qualcuno fin dal prologo, per chi dovremmo simpatizzare, se non per Attila?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiE mi sembra degno di nota che Odabella dica di non poter consumare il matrimonio con Attila perché lui le ha ucciso il padre. Non per altri motivi come, ad esempio, Foresto.

Ma a questo nessuno ha l’aria di badare troppo. Mentre si sentono in quinta le grida dei Romani che assaltano gli Unni già piuttosto su di giri, Foresto parte per pugnalare Attila, ma Odabella lo precede… Anche a voi sembra un gesto da donna innamorata? Ad Attila, devo dire, non molto.

E tu pure, Odabella?

mormora – e poi muore.

E in quella che credo sia la scena più breve della storia dell’opera, guerrieri romani irrompono da tutte le parti per informarci che

Appien sono
Vendicati, Dio, popoli e re!

Sipario.

E insomma, sì. C’erano grandi aspettative per questo Attila. Verdi ne scriveva dicendo che i suoi amici la consideravano la sua opera migliore – con quel genere di tono che implica “lo penso anch’io, ma non lo dico”, e doveva essere il riscatto dopo l’Alzira.

Tutto quel che si può dire è che la carriera di Verdi non fu un progresso trionfale di successi da far crollare il loggione, e che l’Attila andò tutt’altro che male.  

E sapete, tuttavia, quale fu la beffa più maiuscola? Verdi si aspettava grandi cose dai finali secondo e terzo, e invece la Fenice applaudì “con maggior fanatismo” proprio il più patriottico, più risorgimentale, più soleriano atto primo.

Solera, da Madrid, avrebbe potuto trarne tutta la consolazione che voleva.

 

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* Holla, ye pampered jades of Italy… No, scherzi a parte, non è bizzarro che nessuno abbia tratto un’opera dal Tamburlaine di Marlowe? Ci sono almeno un paio di Tamerlani – uno di Haendel, l’altro non ricordo – ma nessuno, per quanto ne so, tratto da Marlowe…

** Un giorno ci chiamerò una gatta.

*** Belisario, anyone? E sì, era Costantinopoli e non Roma – but still.

**** Werner, Solera e Piave ce lo fanno passare per adolescente, ma in realtà Valentiniano nel 452 aveva ben passato la trentina. Ma d’altronde nemmeno l’Imperatore d’Oriente Marciano era poi così tardo per gli anni e tremulo come vuole il libretto… Però così Ezio ci fa una figura vagamente migliore.

***** Altra cosa da cui è strano che nessuno abbia mai tratto un’opera. Almeno per quanto ne sappia. Qualcuno ha qualcosa da segnalare in proposito?

****** No, davvero.

******* D’altra parte, Vedi per primo… C’è una favolosa lettera con cui chiede a Piave di verseggiargli una romanza supplementare per Foresto, su richiesta del tenore russo Ivanoff. Ed è davvero una forma di consolazione leggere che Verdi descrive Foresto come quell’imbecille di amoroso.

Anno Verdiano · Storia&storie

Librettitudini Verdiane: I Due Foscari

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronEra un po’ di tempo che Verdi aveva in mente di tentare Byron, e in particolare The Two Foscari, una di quelle cupe storiellone veneziane, ispirata alle vicende del doge Francesco Foscari e del suo sfortunato figlio.

Solo che a Venezia la censura non aveva voluto saperne – e non del tutto incomprensibilmente, perché non è che Byron faccia fare una gran figura alla Serenissima, implacabile fino alla crudeltà, a tutto beneficio delle vendette private…

Insomma, per la Fenice non se ne parlava, ma Roma era tutt’altra faccenda e, forte del suo nuovo contratto con il teatro Argentina, Verdi mise il buon Piave a verseggiare prim’ancora che le autorità avessero approvato la selva. La selva, per capirci, era una specie di sinossi dettagliata del libretto, su cui la censura esercitava un controllo preventivo.

La selva dei Foscari passò lo scrutinio in trionfo, e Verdi e Piave ci si misero di buzzo buono. E non dovete pensare che, dato il successo dell’Ernani, Verdi si fosse messo quieto nei confronti di Piave – anzi. Presa confidenza e passato al tu, il compositore è ancor più draconiano nelle sue richieste. È chiaro che Piave doveva essere un buon verseggiatore senza troppa idea di come funzionasse il teatro dell’opera, perché le lettere che abbiamo in fatto di Foscari sono un susseguirsi ininterrotto di istruzioni e desiderata di notevole perentorietà. 

Fai questo e fai quello, caro il mio poeta-gatto, e non fare quell’altro – per carità! E quell’altro ancora è bellissima poesia, ma in teatro non si fa così… giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

Piave, brav’uomo, pare essere stato assai cedevole in questo principio di carriera. Non ho mai letto le sue lettere in risposta, ma vien da sospettare che a cose fatte, nel vedere il suo nome stampato sul libretto, dovesse abbandonarsi a qualche risatella amara…

Ad ogni modo, Verdi era molto soddisfatto. Il libretto gli piaceva molto – e ciò benché, tutto sommato, nei Due Foscari in scena succeda ben poco.

Per dire, al principio dell’Atto Primo, incontriamo il coro d’ordinanza nel ruolo del Consiglio dei Dieci che, a notte alta, in gran silenzio e mistero, si riunisce a Palazzo Ducale per deliberare su che si debba fare di Jacopo Foscari, il figlio del Doge, richiamato a bella posta dall’esilio cretese.

Che cosa Jacopo abbia combinato, al momento non è chiaro, ma di certo è ben felice di respirare di nuovo l’aria della sua amatissima Venezia. Un po’ meno di simpatia il giovanotto riserva per i Dieci: quando il comprensivo fante di scorta lo incoraggia ad aspettarsi pietà e misericordia, Jacopo inveisce contro la sete di sangue dei suoi nemici annidati in consiglio.  Apparentemente, non è comodissimo essere un Foscari nella Venezia del 1457 – e che l’innocenza serva a qualcosa è più materia di speranza che altro… Notate che questa tirade l’aveva voluta Verdi, cui pareva che lo Jacopo di Piave fosse deboluccio. Diamogli più carattere, insiste il compositore più e più volte. Diamogli più fuoco! Ed ha tutt’altro che torto – ma vedremo in futuro che per i suoi tenori non avrà sempre tutto questo riguardo.

Ma lasciamo passare qualche ora e spostiamoci a Palazzo Foscari, dove Lucrezia Contarini, la bella sposa di Jacopo, apprende con notevole furia che i Dieci hanno condannato Jacopo all’esilio a vita. Perché, nel modo che è tipico di quest’opera, tutto si è deciso fuori scena. Ma Lucrezia non è un soprano-mammoletta. Tuona contro la falsa misericordia dei patrizi, invoca la vendetta divina sulle loro teste – e non dà gran retta al coro che l’esorta alla pia rassegnazione.

Nel frattempo, alla fattoria… er, no: nel frattempo, a Palazzo Ducale, i Dieci e la Giunta sciamano fuori dall’aula, commentando quel che sappiamo già. Di Jacopo bisogna fare un caso esemplare… ma che diamine ha fatto lo sciagurato ragazzo? Ebbene, ha tenuto corrispondenza con l’arcinemico: lo Sforza di Milano. Vero è che lui nega, ma che vogliamo farci?

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronPersino il Doge, nelle sue stanze private, ammette a se stesso di non poterci fare nulla: tutto sembra condannare Jacopo, e il tribunale ha deciso. Come padre lamenta il tutto, ma come Doge deve sostenere con imparzialità la giustizia.

Di tutt’altra opinione è Lucrezia, che irrompe al grido di:

L’amato sposo rendimi,
Barbaro genitor!

Al che il povero Doge risponde quel che ha già cantato a noi: un conto è quel che pensa il padre, e un conto quel che deve fare il Doge. Il vecchio Francesco vorrebbe tanto credere all’innocenza di Jacopo, ma che può fare di fronte alle lettere che lo incriminano? Perdonare, incalza Lucrezia – e tanto più che si è trattato solo di un’imprudenza commessa al fine di rivedere Venezia…

Il Doge rifiuta ancora, ma piange – ciò che induce la nuora alla speranza. Vuoi vedere che ce la caviamo? E su questa palliduccia alba, il sipario cala.

L’Atto Secondo ci porta alle prigioni, dove il povero Jacopo non si sente affatto bene. Torturato e febbricitante, delira per un po’, crede di vedersi davanti il fantasma minaccioso del defunto Carmagnola in cerca di vendetta, e sviene.

E qui apro una parentesi per un aneddoto: quest’opera l’ho vista una volta soltanto, all’Arcimboldi, un certo numero di anni fa. Il vecchio Foscari era Leo Nucci, il direttore d’orchestra era Muti. Chi fossero gli altri, francamente, l’ho dimenticato. Quel che non dimenticherò facilmente è che il tenore che interpretava Jacopo era troppo sferico per poter cantare altro che in piedi – o forse necessitava di un argano per essere rialzato da terra una volta che ci si fosse steso. Fatto sta che, al momento giusto, una comparsa entrò recando una sedia, in modo che Jacopo potesse “svenirci” sopra. A svenimento concluso, la comparsa ritornò, recuperò la sedia e la portò via. Eh…

Ma torniamo a noi giusto in tempo per vedere Lucrezia che entra nella cella e vede il marito svenuto. Il primo e non del tutto incomprensibile pensiero è che sia morto – ma siamo solo al principio dell’atto secondo, e Jacopo rinviene. Vero è che scambia la moglie per il defunto Carmagnola – ma sono dettagli. Quando è lucido a sufficienza scopre di doversene tornare in esilio e, mentre cerca di trovare qualche consolazione nella promessa di Lucrezia di seguirlo a Creta con i figlioletti, odonsi in lontananza delle voci festanti. giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

È il gondoliero
Che pel liquido sentiero
Provar debbe il suo valor,

spiega Lucrezia.

Jacopo sforna qualche maledizione – ma attenti, chi arriva avvolto in ampio e nero mantello? È il vecchio Francesco, venuto a consolare ed abbracciare un’ultima volta il figlio innocente. Ecco, Jacopo forse si sentirebbe più consolato se il padre non fosse così ansioso di andarsene – perché c’è un limite alla debolezza che il Doge può mostrare…

Ma a tagliar corto il congedo arriva Loredano, membro del Consiglio dei Dieci e nemico giurato dei Foscari, con la notizia che la galea per Creta è ferma in attesa sul primo binario, che Lucrezia ha il più assoluto divieto di seguire il marito, e vogliamo darci una mossa, per favore?

Jacopo e Lucrezia tirano accidenti a Loredano e il Doge li ammonisce severamente: la giustizia di Venezia va rispettata e non ci piove. Loredano gongola – fade to: la sala del Consiglio dei Dieci.

Anche qui c’è un gran parlare della giustizia di Venezia, e una certa impazienza per la partenza di Jacopo che, apprendiamo qui, ha anche ucciso un uomo. Jacopo, portato al cospetto del Doge, si dichiara innocente una volta di più e supplica misericordia…

Segue uno di quei meravigliosi passaggi in ottonari a rima baciata – che vi riporto:

CORO:
Non s’inganna qui la legge,
qui giustizia tutto regge.

DOGE:
Il Consiglio ha giudicato;
parti, o figlio, rassegnato.
(S’alza, tutti lo imitano)

JACOPO:
Mai più dunque ti vedrò?

DOGE:
Forse in cielo, in terra no.

JACOPO:
Ah, che di’? Morir mi sento.

LOREDANO: (ai custodi che gli si pongono al fianco, e si avviano)
Da qui parta sul momento.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronA interrompere la tempesta di ottonari arriva Lucrezia – irrompitrice di professione – con i due pargoletti al seguito. Suppliche, lacrime, abbracci e, a dirla tutta, persino qualche senatore della Giunta si commuove. Ma non i Dieci e di certo non Loredano. Jacopo viene trascinato via mentre ancora supplica il padre di badare ai figli* – orfanelli a tutti gli effetti pratici – ed è il turno di Lucrezia per svenire.

Sipario.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronE l’Atto Terzo si apre nell’antica piazzetta di San Marco, in vista di un subisso di gondole che vanno e vengono per il canale, mentre il sole volge all’occaso. Per la cronaca, il sole che volge all’occaso era uno dei tanti e tanti cambiamenti che Verdi aveva chiesto al povero Piave, perché il tramonto del sole è così bello…

E suppongo che avesse in mente le luci, perché al tramonto non accenna nemmeno per sbaglio il coro, gaio, ridanciano e barcarolante fino al momento in cui arriva la giustizia del leon, nella forma del corteo armato che scorta il povero Jacopo alla galea. E allora il coro si zittisce e ritira in buon ordine…

Questo volgo ardir non ha,

commenta sprezzante Loredano. E, considerando come fa esercitare la giustizia, forse non dovrebbe stupirsene… Segue ancora un po’ di mesto congedo fra Lucrezia e il povero Jacopo, che comincia ad accarezzare pensieri luttuosi. Ma Loredano è proprio malvagio oltre ogni dire: nell’ansia del suo odio per i Foscari, sente persino l’esigenza di far tagliare corto l’addio tra i due poveri innamorati che non si vedranno mai più…

Eh. Diciamo che non tutti gli antagonisti verdiani con voce di basso sono pieni di sfumature e di tormenti.

Anyway, Jacopo parte e noi ci trasferiamo nella stanze del Doge, a vederlo tormentarsi. Perché il povero Francesco, dovete sapere, ha già perso quattro figli giovani, e al quinto, superstite e amatissimo, abbiamo visto quel che capita. Il povero padre è intento a maledire il suo dogado quando un senatore non ostile entra con la prova dell’innocenza di Jacopo – quantomeno in fatto di omicidio**. Il tradimento a quanto pare diventa all’improvviso secondario, perché Francesco esulta: il cielo pietoso ha voluto rendergli un figlio! 

O forse no, dopo tutto: Lucrezia arriva a puntino per annunciare che, appena salito sulla galea, Jacopo è morto – presumibilmente di crepacuore.

Basta? No, non basta: Francesco Foscari non la prende troppo bene, ma non ha nemmeno il tempo di abbandonarsi al suo dolore, perché i Dieci vogliono parlargli.

E sapete che cosa vogliono i Dieci, guidati dall’esecrabile Loredano? Nientemeno che l’abdicazione, perché hanno il dubbio che il povero Foscari, rammollito colpito dall’età e dalla morte del figlio, non sia più all’altezza meriti pace e riposo.

Foscari, che in precedenza per ben due volte aveva chiesto invano di abdicare, ed era stato costretto a giurare di morir Doge, rifiuta fieramente dapprima, poi accondiscende in feroce amarezza.

Ma mentre si spoglia dei simboli del potere, odonsi le campane di San Marco.

Ops. Si direbbe proprio che Venezia si sia data un nuovo Doge – senza nemmeno aspettare l’abdicazione del precedente…

È davvero troppo. Senza più figli, senza trono, umiliato e vilipeso, tra la commozione di tutti – tranne uno – Francesco Foscari si abbatte per terra morto.

Pagato ora sono,

esulta l’implacabile Loredano, in mezzo all’inorridito sconcerto generale.

Sipario.

E insomma ecco qui. Verdi era riuscito ad avere il soggetto che voleva, il libretto che voleva, aveva passato il setaccio della censura ed era soddisfatto della musica che aveva composto. Gli piacevano proprio, questi Due Foscari…

E a questo punto sarebbe bello dire che all’Argentina fu un successo, ma… no. I cantanti stonarono, le aspettative del pubblico erano astronomiche, in teatro non si lavorò così bene come si sarebbe potuto.

Se i Foscari non sono del tutto caduti poco è mancato.

Scriveva Verdi all’indomani della prima.

Il fatto si è che l’opera ha fatto mezzo fiasco.

Del che si dispiaceva molto. Poi le cose andarono meglio, e i Foscari, pur non raggiungendo mai la popolarità di un Ernani o di un Nabucco, restarono ragionevolmente apprezzati e rappresentati per tutto l’Ottocento. Poi sparirono un po’ dalle scene, con l’occasionale ripresa e qualche incisione – ad onta della molta predilezione di Verdi, e di tutta la sua puntigliosa preoccupazione per il libretto.

 

 

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* Per la cronaca, è qui che si parla della celebre illagrimata polvere destinata di li a poco a scendere all’avello.

** In realtà, lo Jacopo storico uccise davvero quell’Ermolao Donà – apparentemente in una rissa di strada. Una di quelle cose che va’ a sapere. In compenso aveva davvero corrisposto con il Visconti e, non bastandogli, col Gran Turco. Se poi fosse davvero un traditore o solo uno scervellato, è difficile a dirsi. Di sicuro, qualunque cosa avesse fatto, la pagò cara, con la tortura e la morte in carcere a Creta. Il Francesco storico, meno intransigente di quello letterario, tentò di proteggere il figlio e lo fece anche fuggire una volta, ma non bastò – e mal gliene incolse. Dopo un anno di braccio di ferro con i Dieci, che tra l’altro gli rimprovaravano la debolezza nei confronti del figlio, fu davvero esautorato, e morì pochi giorni dopo.

 

 

 

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Ernani

I Lombardi a Milano erano andati benone, ma quando approdarono alla Fenice di Venezia, l’accoglienza fu molto, molto, molto più tiepida. Nondimeno il conte Mocenigo, direttore del teatro, propose a Verdi un contratto per un’opera.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoVerdi non disse di no e, con un librettista nuovo, si mise alla ricerca di un soggetto che gli piacesse. Il librettista nuovo era Francesco Maria Piave – del quale avremo modo di riparlare – e la scelta dei due cadde su un dramma storico di Victor Hugo, una vicendona spagnuol-cinquecentesca chiamata Hernani, celebre per avere scatenato a Parigi una furibonda querelle tra classicisti e romantici…

Non doveva essere facilissimo lavorare con Verdi. Le sue lettere al povero, inesperto Piave e al segretario della Fenice che faceva da tramite tra i due, sono estremamente istruttive. Non mi sognerei mai di se(c)care un poeta per fargli cambiare un verso, protesta Verdi, salvo poi tempestare per pagine intere su quel che Piave deve o non deve fare. Le raccomando la brevitànon so capire perché voglia fare un cambiamento di scena nell’atto terzo…. per l’amor di Dio non finisca col Rondò

Per un librettista alle prime armi dovette essere qualcosa a metà strada tra un incubo e un addestramento intensivo, ma è davvero interessante vedere come Verdi fosse attentissimo a ogni piega narrativa e drammaturgica in vista di quel che era praticabile in teatro e musicalmente efficace.

Che cosa uscì da questo passaggio di Piave al tritacarne? 

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoNe uscirono quattro atti truci e un nonnulla gonfi – persino per gli standard operistici… Lasciate che vi racconti.

Atto I – Il Bandito.

Il coro in apertura stavolta è composto di banditi che, in mancanza di meglio, si risollevano il morale col vino e il gioco. Ma quando il loro capo, il giovane Ernani, confida loro che la fanciulla del suo cuore sta per essere costretta a sposare il suo vecchio zio, gli allegri compari come un sol uomo si dichiarano pronti a rapire la nobile Elvira.

Elvira che, nel frattempo, si strugge nel castello dello zio e promesso sposo. Dove, dove, dov’è Ernani? Perché non viene a liberarla? Ha un bel gorgheggiare sulle gioie del matrimonio il coro delle ancelle (e vi pareva che potesse mancare il coro preimeneale?), Elvira è d’umor cupo.

Né è di grande aiuto l’arrivo di Don Carlo– no, non quel Don Carlo. Un altro, seppure imparentato. In fondo siamo soltanto nel 1519, giusto? Questo Don Carlo qui è (per ora) il re di Spagna e, guarda caso, è anche lui innamorato di Elvira. Essendo lui un baritono, però, lei non ne vuole sapere, e accoglie le sue avances strappandogli il pugnale dal fianco e minacciando di uccidere entrambi. Fateci caso: non è l’ultima volta che Elvira fa di queste minacce…

Ma sul più bello chi balza dentro dalla finestra?

Ma Ernani, ovviamente. I due giovanotti* si guardano in cagnesco e se ne dicono quattro. Ernani è bandito e orfano grazie alle tenere cure del predecessore e padre di Don Carlo. Vieni, adunque, disfidoti** o re! Elvira si mette in mezzo e minaccia di pugnalarsi se non la piantano – again. Peccato che Don Carlo provi pietà e qualche simpatia per l’aspirante vendicatore, che ha intenzione di lasciar fuggire. giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Il che, a voler vedere, leverebbe parecchio vento alle vele e ai febbrili proclami di Ernani, per non parlare dei propositi suicidi di Elvira, but never fear. Giusto per non farci mancare nulla, ecco che arriva anche il vecchio Ruy Gomez da Silva, basso della varietà nobile-ma-tirannica. Sarà l’età, ma Silva non riconosce il nemico pubblico numero uno, e nemmeno – cosa più grave – il suo sovrano. Però s’infuria, non del tutto incomprensibilmente, per la presenza di due baldi giovani nella stanza della sua promessa sposa, e li sfida entrambi a duello.

O li sfiderebbe, se non arrivasse molto a puntino uno scudiero reale a svelare l’identità di Don Carlo. Ops. Mentre Silva si profonde in scuse, il re dimostra di non essersi dimenticato i suoi propositi di misericordia. Con una scusa fa allontanare e fuggire Ernani – che pianta una grana, reitera giuramenti di vendetta nei confronti del re e poco manca che Elvira debba spingerlo tra le quinte per evitare che si faccia decapitare lì dov’è.

Don Carlo dice di volersi consultare con Silva sulle sue chances di ottenere la corona imperiale, il coro rapsodizza sulle virtù dell’augusto giovinotto, Silva comincia masticando amaro e finisce entusiasmandosi per le prospettive del suo sovrano, Elvira lamenta la sua sorte e le ancelle commentano che no, proprio non ci siamo – e cala il sipario.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoAtto II – L’Ospite

E rieccoci qui, col coro che canta le gioie dell’imminente matrimonio tra Elvira e Silva. Sì, ancora – non fateci caso, o meglio, fatecelo. Le cose in quest’opera tendono a succedere più di una volta.

Per esempio, arriva di nuovo Ernani, in vesti di pellegrino, e di nuovo Silva non lo riconosce. Non si direbbe che essere Grandi di Spagna stimoli granché i neuroni, vero? Ma quel che a Silva manca in fatto di cervello è compensato in senso dell’onore. Quando il pellegrino chiede ospitalità, il nobile veglio gliela promette con la stravaganza di termini che ci aspettiamo in questo genere di circostanza, e già che c’è lo mette a parte del suo imminente imene. Al che Ernani perde un nonnulla la testa, si svela, ci mette tutti a parte del fallimento della sua ribellione (che ne sarà stato degli allegri compari dell’Atto Primo?) ed esorta Silva a consegnarlo al re per ottenerne il favore.

Mille guerrier m’inseguono
Siccome belva i cani…
Sono il bandito Ernani,
Odio me stesso e il dì.

Elvira inorridisce, ma Silva ha promesso ospitalità, ricordate? A lui non importa granché che Ernani voglia morire: è ospite e lo si proteggerà – contro il re, se occorre. E se ne va per andare a predisporre le difese.

Ora, ricordate quel che si diceva sulla saggezza di lasciare da soli soprano e tenore? Dapprima Ernani respinge Elvira che, in fondo, ha colto sul punto di sposare Silva per la seconda volta in due atti. Ma poi lei gli racconta come, credendolo morto, avesse deciso di fingere obbedienza solo per pugnalarsi sull’altare. Again. E a noi viene da chiederci se pugnalarsi nelle sue stanze non fosse abbastanza dimostrativo, ma Ernani va in estasi. E com’è ovvio, nell’istante in cui i due si abbracciano rientra Silva, che giura vendetta. Again. giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Ma chi è che giunge alla guarnitissima porta di Silva in questo terribile momento? Nessun altro che il re. Again. Ma stavolta il re è all’inseguimento del ribelle sconfitto, e Silva è in un bel pasticcio: deve salvare Ernani – perché ha promesso di farlo e perché se lo consegna poi non può più tagliarlo a striscioline di persona. Così Ernani viene precipitosamente nascosto in una cavità dietro un ritratto – appena in tempo.

Entra Don Carlo, comprensibilmente sospettoso, e piuttosto alterato dopo che Silva ammette di avere il bandito nascosto da qualche parte, ma rifiuta di consegnarlo. Promettendo di stanare le idre della ribellione dai merlati covi col ferro e col fuoco, Don Carlo ordina una perquisizione lampo del castello, e dopo qualcosa come un paio di minuti il coro se ne torna lamentando che, benché del castello si sia esplorata ogni latebra più occulta, Ernani non si trova. Il re non è contento, e finirebbe male se Elvira non arrivasse a supplicare mercede. Supplica per due versi. Due. E Don Carlo cede – non senza decidere di portarsela dietro come ostaggio per la buona fede dello zio.

Silva non è contento, ma che può farci? Tra l’altro non sa che il re ha intenzioni a proposito di Elvira. Questo glielo dice Ernani quando esce da dietro il ritratto, e i due giurano vendetta. Again. Solo che questa volta giurano insieme. Ernani chiede di essere della partita e, siccome Silva non si fida molto di lui, offre in pegno la sua vita. Dà a Silva un corno da suonare nell’istante in cui lo vorrà morto:

Se uno squillo intenderà,
Ernani morirà.

E una volta stipulato questo allegro patto, Silva raccoglie i suoi cavalieri, Ernani i suoi banditi (ah, ecco dov’erano finiti! Non lontano…) e tutti se ne partono invocando sangue e vendetta. Sipario.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoAtto III – La Clemenza

Siamo ad Aquisgrana, signore e signori, nella cripta dove è sepolto Carlo Magno. Don Carlo si aggira attorno alla tomba del suo role model per a) soprendere i cospiratori che cospirano (e che altro?) contro di lui; b) attendere l’esito della Dieta che deve scegliere il nuovo imperatore; c) rimuginare sulla natura del potere.

E qui Piave inanella tre perle di cui devo mettervi a parte. Che stanno facendo gli Elettori? Ebbene,

Cribrano i diritti cui spetti del mondo la corona…

Ovvero, vagliano chi abbia più diritto alla corona imperiale. E come vuole Don Carlo essere avvisto, casomai spettasse a lui?

Tre volte il bronzo ignivomo
Della gran torre suoni…

E questa potete usarla alle feste, promettendo un premio in caramelle a chi indovina che il bronzo ignivomo è poi solo un cannone. E mentre aspetta le tre cannonate, Don Carlo rimugina e filosofeggia. Che sono mai scettri, dovizie, onori, bellezza e gioventù? Sono, sappiatelo…

Cimbe natanti sovra il mar degli anni.

Ed è meraviglioso sentire Placido Domingo (che era stato impostato come baritono) raccontare di come avesse cantato l’aria in questione a un concorso, pregando non tanto di cantare bene, quanto che nessuno si sognasse di chiedergli che diavolo fossero le cimbe. Ci voleva più di un dizionario comune per scoprire che si tratta di barchette…

Ma non divaghiamo e torniamo alla nostra cripta, dove entrano quatti quatti i cospiratori, con gran sfoggio di parole d’ordine, giuramenti e scambi d’informazioni a beneficio del pubblico. Dopodiché questa gente ammantellata procede ad estrarre a sorte il fortunato regicida – e indovinate a chi tocca? A Ernani, si capisce. Silva cerca di farsi cedere il biglietto vincente, ma figurarsi se Ernani si lascia sfuggire l’occasione di vendicare il babbo defunto.

Ma… è un bronzo ignivomo quello che sento tuonare in lontananza – una, due e poi tre volte? Ebbene sì. Don Carlo si palesa per lo sgomento generale, solo che non è più Don Carlo. Adesso è… Carlo Quinto!*** giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Entrano elettori, cavalieri e dame (Elvira compresa), e ormai è un po’ tardi per fare alcunché. I cospiratori sono arrestati e divisi: conti, duchi e grandi in generale sono condananti a morte. Ed è qui che apprendiamo che Ernani non si chiama affatto Ernani. Siccome un’opera non è un opera senza almeno un’agnizione, si scopre che il giovanotto è in realtà Don Giovanni d’Aragona – e quindi può morire con i suoi pari.

Ma non dimentichiamoci di Elvira, per favore. Elvira si getta ai piedi del re – no, pardon: dell’imperatore e supplica. Again. Carlo Quinto esita un filo di più dell’ultima volta, ma non molto. Dopo tutto vuole essere un sovrano virtuoso, e che c’è di meglio che cominciare con un atto di clemenza? Tutti graziati, tutti salvi e, per buona misura, che Ernani ed Elvira convolino a giuste nozze. Tutti esultano – tranne, non del tutto incomprensibilmente, lo scornato Silva. E sipario.

Atto IV – La Maschera

Ci siamo spostati a Saragozza, nel castello di Don Giovanni d’Aragona. Il coro giubila in vista del matrimonio… again. Quel che cambia è che stavolta lo sposo dev’essere Don Giovanni, e che a gettare un’ombra sulla canora letizia del coro si aggira un uomo intabarrato e mascherato di nero. Chi credete che sia?

Ma intanto Elvira e l’ex Ernani si compiacciono delle loro mutate circostanze e dell’imminente imene… non l’hanno ancora imparato che in quest’opera le nozze non vanno a buon fine? E infatti, mentre tubano, s’ode un lontano suon di corno.

Ve lo ricordate, il corno? Ernani/Don Giovanni sì, e allontana con una scusa la perplessa Elvira. Entra Silva paludato di nero, con il corno, una coppa di veleno e un pugnale. E l’ex Ernani… avreste detto che si gettasse ad adempiere al suo giuramento con l’impeto dissennato che ha dimostrato per tre atti? Be’, no: l’ex Ernani esita, vacilla, rilutta e tergiversa. Oh, per favore, è stato tanto infelice per tutta la vita e adesso gli si dischiudono le porte della gioia… non potrebbe Silva, almeno, ripassare domattina?

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoMa no, Silva è implacabile. Nemmeno il ritorno di Elvira, questa supplicatrice professionista, lo smuove di un soffio. Anzi: è proprio perché Elvira lo ama che l’ex Ernani deve morire… E insomma, un gentiluomo spagnuolo non può sottrarsi ai dettami dell’onore. Il giovinotto affera il pugnale e procede all’atto sanguinoso. Poi canta ancora per un po’**** per dissuadere Elvira, che vuole pugnalarsi. Again. E poi, avendo fatto tutto quello che un tenore deve fare, Ernani muore tra le braccia della sua sventurata fanciulla. Silva si compiace, Elvira sviene. Fine.

Successone, applausi, chiamate. E altrettanto a Milano e poi a Parma – dove si allungò il terzo atto a beneficio del tenore russo Nicolai Ivanov. E successo fu dovunque Ernani arrivasse – ma sapete chi non apprezzò affatto? Victor Hugo che, avendo concluso il suo dramma con il triplice suicidio di Hernani, Doña Sol (Elvira) e Don Ruy Gomez (Silva) trovava il finale sciaguratamente annacquato…

 

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* Se, stando a Hugo, Ernani ha vent’anni, Don Carlo ne ha 19 stando ai libri di storia.

** Disfidoti. No, davvero. Un giorno ci chiamerò un gatto…

*** Non ve l’avevo detto che era parente dell’altro Don Carlo?

**** “Si vede che non si è mica preso il polmone,” commentò in dialetto romagnolo il mio anziano vicino di posto, a Vigoleno di Verlasca.