elizabethana

La Dura Vita Del Conferenziere

TurtleInizierete soddisfatti di voi stessi, perché a dieci giorni dalla conferenza avete tutto pronto. Why, la scaletta l’avete buttata giù lo scorso anno, mentre suddividevate e organizzavate la vostra scorta di elisabettianerie in una mezza dozzina di conferenze da proporre in giro. In fondo si tratta soltanto di prepararla, giusto? È così che inizierete.

E poi vi siederete a gambe incrociate su un divano comodo con la scaletta in grembo, una tazza di tè a portata di mano e una gatta soriana per pubblico, e farete una prima prova.

E vi renderete conto che dura due ore e un pochino.

E allora, perplessi e sconcertati, farete una seconda prova, cercando di capire dove vi siete lasciati prendere la mano. Perché si capisce, chi dice che quando parlate di cose elisabettiane siete inclini a lasciarvi prendere la mano, mente – but still. Così riproverete, e allo scoccare dell’ora dovrete arrendervi all’evidenza che non siete arrivati nemmeno a metà della scaletta.

Allora vi farete un’altra tazza di tè, e così fortificati vi metterete a fissare trucemente la scaletta – forse nella vaga speranza che, sentendosi in imbarazzo, si faccia piccola piccola.

E non funzionerà, sapete. La faccia di bronzo delle scalette è da non dirsi.

L’indomani ricomincerete daccapo, con una prova infelicissima. L’infelicità deriverà dal fatto che ogni volta che state per divagare un pochino, ogni volta che vi viene in mente un dettaglio interessante, ogni volta che siete sul punto di dire qualcosa che non sia essenziale alla comprensione del discorso, il pensiero delle due ore e passa vi tratterrà. Il risultato sarà vivace e interessante come fil di ferro, ai limiti dell’ermetico e comunque durerà un’ora e quarantadue. Not good.

Allora vi arrenderete all’idea che c’è troppa roba e, armati di un metaforico machete, comincerete a sfoltire. E sfoltire. E poi sfoltire ancora un pochino. E poi a riorganizzare quel che è rimasto.

E sarà a questo punto che, convinti di avere potato tutto il potabile, vi darete alla preparazione della presentazione powerpoint. Ne uscirete con 22 slides, e vi riterrete ragionevolmente soddisfatti. Vi darete persino (in ispirito) un paio di pacchette sulla testa per avere superato l’emergenza da eccesso di zelo, e per aver saputo rinunciare a diverse cose che vi piacevano.

Il dubbio di aver detto gatto prima di averlo nel sacco vi coglierà alla prima prova con le immagini quando, rilassati e compiacenti – forse un tantino troppo rilassati e compiacenti – vi ritroverete a cronometrare un’ora e cinquantaqo. Un’ora e cinquantaqo? Per nulla rilassati, riproverete senza più reintrodurre una cosetta qui e un’altra là (perché tanto avete tagliato…) e riuscirete a scendere a una tutt’altro che ottimale ma più ragionevole ora e venti. E però… E però l’insieme vi sembrerà sbilanciato. Secco e sbilanciato. Secco, sbilanciato e… hmf.

Così riorganizzerete il tutto un’altra volta e, di conseguenza, dovrete – come mi ha detto qualcuno di recente – rimescolare le slides che nemmeno un mazzo da poker. E mentre rimescolate, vi verrà in uggia il colore dello sfondo, e deciderete che con un paio d’immagini si potrebbe far di meglio – ma questi sono dettagli.

Più o meno a questo punto, vi verrà da chiedervi perché diavolo questa conferenza vi agiti tanto. È un decennio che fate conferenze in una manciata di città, che diavolo, e vi piace da matti parlare in pubblico, e l’argomento lo conoscete come le vostre tasche, e vi state preparando per una platea conosciuta e bendisposta… Che sono, vi domanderete un po’ seccati, questi mooligrubs?

Ad ogni modo, vi parrà di avere risolto i vostri problemi e, a parte qualche aggiustatura, vi sentirete liberi di dedicarvi a strologare una locandina adatta alla pubblicità che intendeve farvi in rete – e metterete insieme un arnese che non vi dispiacerà affatto.

Persino quando uno degli organizzatori telefonerà per accertarsi che non vogliate un proiettore conserverete il vostro autocontrollo. Pensando alle vostre 22 faticosissime slides, direte che in realtà sì, il proiettore lo vorreste proprio – come d’altra parte credevate di avere chiarito fin dalla prima mail di accordi… L’organizzatore alla fine dirà che il proiettore si può, dopo tutto, procurare. “E speriamo che ci sia un po’ di gente, eh…” aggiungerà ancora l’organizzatore, troncando a metà il vostro sospiro di sollievo. “Perchè non è proprio il tipo di argomento che attira le folle.” “Er… già,” direte voi, un nonnulla sconcertati. “Speriamo…”

E giusto per essere d’aiuto, a questo punto, la stampa locale pubblicherà un trafiletto sulla conferenza – un trafilettino grande come un francobollo da 10 centesimi che riporta la data sbagliata. Voi telefonerete agli organizzatori e gli organizzatori telefoneranno alla stampa locale, ma il sugo di tutto questo traffico sarà che non c’è più nulla da fare, così è il destino ed è il caso di farvene una ragione.

È per questo che, durante le ore insonni, mentre fissate l’oscurità, vi verrà da chiedervi se il vostro desiderio di guadagnarvi da vivere parlando in pubblico non sia dopotutto un tantino malconsiderato…

E forse è sempre per questo che la mattina del dì fatale vi sveglierete con i cervicali annodati e l’umor gaio di un tordo strinato, e sarete una croce per chi vi sta attorno. Non sarà d’aiuto un’ultima prova cronometrata a un’ora e trenta – minuto più, minuto meno. Troppo, troppo, troppo lunga, vi direte, torcendovi le mani all’idea di un pubblico annoiato che sbuffa e controlla l’orologio. Finché, verso metà pomeriggio, avrete un’Illuminazione. Sì, con la maiuscola. Vi albeggerà in mente una maniera efficace ed elegante di sfrondare all’oretta regolamentare senza ridurre l’insieme alla consistenza e sapidità del porridge scondito.

Così, in un vortice di attività, preparerete una nuova scaletta, farete a botte con la stampante che non vuol saperne di stamparvela, rimaneggerete la presentazione e alla fine, pur con il collo e la testa doloranti, vi troverete finalmente soddisfatti di quel che avete da dire.

Dopodiché vi farete carini, vi metterete al collo la Vita di Shakespeare in miniatura e partirete in ritardo, saltando la cena e rischiando di perdervi. Arriverete e troverete la sala vuota, e tutti i vostri misgivings torneranno a farvi le boccacce, e i cervicali si tenderanno come corde d’arpa… join-toastmasters-practice-public-speaking

Ma poi… oh, poi! Poi la sala si riempirà come un uovo, e il proiettore ci sarà e funzionerà, e vi ritroverete in prima fila due giovanissimeici di un vostro play, e voi comincerete a parlare, e prenderete il ritmo, e sentirete di avere catturato il pubblico, e vi rilasserete, e vi dimenticherete di possedere un collo, e reintegrerete un sacco di particolari che avevate soppresso, e il pubblico si divertirà, e ridacchierà nei punti giusti, e nessuno si agiterà sulla sedia, nessuno guarderà l’orologio – nemmeno voi – e il discorso seguirà il suo arco come una buona storia, arrivando alla sua conclusione naturale  – e costaterete di avere parlato per un’ora e dieci, ma il pubblico, dopo avervi coperti di applausi, avrà ancora l’energia di fare domande…

E poi ci saranno gli applausi, e i complimenti, e i fiori, e due bellissime litografie in regalo dall’artista locale, e altri complimenti, e vi diranno che a sentirvi descrivere un teatro elisabettiano par di essere là&allora*, e poi cavalcherete verso casa nella notte ventosa, e cenerete a tarda notte, e brinderete e vi domanderete come, come, come abbiate potuto dubitare, eccetera eccetera – e tutti vivranno felici e contenti fino alla vigilia della prossima conferenza.

(Per cui, semmai voleste qualcuno a bagolare di Shakespeare, Marlowe ed elisabettianerie miste assortite…)

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* R. passa di qui mentre scrivo e legge da sopra la mia spalla. “Làkallora?!” E io spiego che non è un errore di stumpa, e non è nemmeno una K, è ‘là – e commerciale – allora.’ “Che sistemi!” inorridisce R. “Orrore, orrore, orrooooooore!” How very Elizabethan…

 

 

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