Vitarelle e Rotelle

Finale Misto Assortito

wordsmithvSo che abbiamo già parlato abbondantemente di finali, del loro come e del loro perché, ma l’argomento è saltato fuori – with a vengeance – durante Gente Nei Guai II, e la faccenda è stata interessante.

Dato l’entusiasmo del gruppo per l’argomento, ho avviato un po’ di discussione in proposito, nella forma di questa domanda: che finali vi piace leggere, e che finali scrivete?

Si è rivelato uno di quei momenti-millepiedi, in cui s’inciampa in qualcosa che non si era mai consapevolmente considerato prima – riassunto nella risposta di B.:

Quando leggo esigo, proprio esigo il lieto fine, ma quando scrivo… er…

Dal fatto che B. avesse appena scritto un paio di storie dal finale estremamente truce, tutti abbiamo dedotto che le sue esigenze di lieto fine non si estendessero alla scrittura.

D’altra parte, questo è stato uno dei gruppi più sanguinari con cui mi sia capitato di scrivere, per cui non mi sono stupita di scoprire che diverse altre allieve condividevano l’idea di B. Magari non tutte esigevano il lieto fine nelle loro letture, ma condividevano la tendenza a scrivere finali men che gioiosi.

Quel che mi ha fatto levare un sopracciglio, semmai, è stata la motivazione ricorrente:

È che il lieto fine suona sempre… un po’ banale.

E prima che collassiate tutti in convulsi di risate, esclamando che sono allieve mie e le ho tirate su ciniche e narrativamente diabetiche, vi ricordo che sono adulte, e hanno avuto tutto il tempo di formarsi la loro personale intolleranza allo zucchero prima di cadere sotto la mia perniciosa influenza.

Se tutto ciò prova qualcosa, è che non sono un caso del tutto isolato… Oh, avanti – piantatela di sghignazzare.

Poi naturalmente abbiamo discusso di temi e messaggi e convinzioni personali e il modo in cui si traducono nella nostra scrittura e del non voler essere originali per amore dell’originalità*, e le posizioni si sono sfumate e diversificate, ma si direbbe che il dubbio sia rimasto – e di nuovo, a dar voce al dubbio è stata B.:

Come si fa a scrivere un lieto fine senza cadere nella banalità?

Ecco, la mia teoria in proposito è che, se proprio si vuole scrivere un lieto fine, lo si può temperare.

Antonio, Bassanio e Porzia finiscono in gloria, ma non possiamo fare a meno di dispiacerci per Shylock. Ned Kynaston torna ad essere la stella dei palcoscenici londinesi, ma tutte le sue certezze sono ancora in frantumi – e difficilmente le recupererà mai. Jane Eyre sposa Mr Rochester, ma lo sposa cieco e senzatetto. David Balfour recupera nome ed eredità, ma Alan resta un fuorilegge destinato all’esilio perpetuo per una causa persa. William Dobbin sposa finalmente Amelia – solo per rendersi conto di averla idealizzata oltre ogni ragionevolezza. Henry Morton sposa Edith, ma sotto l’ombra della morte di Lord Evandale. Jean Valjean muore sereno, benedicendo Cosette e Marius – ma nondimeno muore. Su Dickens non cominciamo nemmeno, perché come screzia i finali lui…

Ma il fatto è proprio questo: se proprio vogliamo la luce in fondo, luce sia – ma non soltanto. Un po’ d’ombra, please. Un prezzo da pagare per tutta questa felicità e questo zucchero. Un prezzo serio, che metta in rilievo il valore di questa felicità conquistata.

Sarà meno banale, B. Sarà anche più vero. Sarà soddisfacente da un punto di vista narrativo. E, pur essendo lieto, farà spargere qualche lacrimetta – o almeno qualche sospiro – al lettore, e questo non guasta mai.

_________________________________________

* O se volete, nel mio triste caso, per orrore della banalità

 

4 risposte a "Finale Misto Assortito"

  1. “When I buy a new book, I read the last page first. That way, in case I die before I finish, I know how it ends. That, my friend, is a dark side.”

    Lo sapevi vero che avrei commentato?
    Lo sapevi.

    la mia prima osservazione è che in termini di banalità, un finale cupo tetro e disperato non è meno banale di un lieto fine zuccherino – anzi, a guardare i trend correnti, è molto più comune, facile e banalotto.
    È una tendenza culturale – si crede in linea di massima che a dire che le cose andranno male si risulti più maturi, più onesti, più “significativi”.
    È una sciocchezza.
    “Banale” non è una qualità dell’ottimismo o del pessimismo – è una qualità della scrittura.
    La mia idea – l’ho detto più volte – è che se alla fine della storia io devo potermi portare a casa qualcosa di buono… che può essere anche solo l’aver trascorso piacevolmente qualche ora scordandomi dei miei guai.
    Poi ci sono le inclinazioni personali, naturalmente – e lo sappiamo che io sono uno di quegli sciocchi che credono che le cose andranno bene.
    D’altra parte, per citare il poeta…

    For life is quite absurd
    And death’s the final word
    You must always face the curtain with a bow.
    Forget about your sin – give the audience a grin
    Enjoy it – it’s your last chance anyhow.

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  2. 😀 Sì, sapevo che avresti commentato…
    Ne abbiamo già discusso abbondantemente, per cui sai che invece appartengo alla categoria degli sciocchi secondo cui NON andrà affatto tutto bene.
    Ciascuno è sciocco a modo suo, I guess.
    Detto ciò, vengo dalla lettura di un romanzo in cui, tra agnizioni, controagnizioni, gente che non era poi così morta come si credeva, felici ricongiungimenti, scambi di persona e bugie sante, tutto finisce talmente in gloria che… Ugh.
    A parte l’allegra implausibilità della faccenda specifica, a rendermi infelice quando finisce tutto troppo bene è il tasso di zucchero.
    Mi si dice che sono narrativamente diabetica – ed è probabile che, nel dirlo, non si abbiano tutti i torti.
    In realtà, nulla va bene quando è banale – né la saccarina né la cupaggine che, e in questo sono d’accordo, è capacissima di essere la fiera dell’ovvietà, ma che devo dire? Ho la sensazione che sia più facile caderci quando tutti vivono felici e contenti…
    E non perché a dire il contrario si debba risultare più onesti (!?) o più maturi o più significativi, ma perché personalmente trovo più soddisfacenti, anche solo da un punto di vista narrativo, le ombre, i prezzi da pagare, le conseguenze ineluttabili, ciò che si perde per sempre, ciò che non si può avere affatto…
    Faccio parte, ripeto, di quella categoria di sciocchi lì. Da molto tempo.
    La sorpresa è stata scoprire che non sono del tutto l’unica.

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  3. Io non sono affatto sorpreso che ci siano persone che condividono la tua weltanschaung.
    Anzi.
    In fondo, è lo stile di moda.

    Il rischio, ora, è che questa discussione deragli (piacevolmente, ma deragli) in un discorso sulle personali convinzioni filosofiche. Che indubbiamente influenzano i gusti letterari – tanto nella scrittura quanto nella lettura.
    E lo sappiamo che io il bicchiere lo vedo in un modo, e tu in un altro, per quanto entrambi si gradisca il contenuto, del bicchiere.

    (i buddhisti naturalmente dicono che non esiste alcun bicchiere, che tu sei il bicchiere, ma quella è un’altra storia)

    Io vorrei restare su un discorso più generale, però.
    La mia impressione da lettore è che la tendenza sia verso un grado crescente di disperazione – disperazione nel senso di rimozione della speranza.
    È stata ampiamente sdoganata l’idea che i finali positivi siano irrealistici, che chiudere con una vittoria sia fasullo.
    Non succede, ci dicono, comunque andrà male – e non nella maniera ironica e divertita del finale, per dire, di The Princess Bride, o in quella intellettualmente positiva del Lovecraft degli ultimi anni (che contrappone alla futilità universale una dignità personale nella resistenza al nulla).
    Troppo spesso è solo tetraggine per il gusto della tetraggine.
    Nel mio ambito preferenziale – quello della narrativa d’immaginazione – si lodano sperticatamente, si vendono e si richiedono (da parte degli editori) storie nelle quali non si riesce a immaginare nulla di meglio, né – sempre più di frequente – si riconosce una dignità alla resistenza, per quanto futile, contro la bruttura.
    È una cosa che mi preoccupa, perché noi apprendiamo attraverso la lettura – ci raccontiamo storie per descrivere il mondo.
    Ecco, la mia impressione è che si descriva sempre più di frequente un mondo nel quale il bicchiere è sempre e solo mezzo pieno, ed è comunque mezzo pieno di veleno, ma tanto non importa.
    Invece importa.
    Se non importa, non vale la pena di scrivere.

    E qui chiudo, perché mi rendo conto che sto diventando noioso.

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  4. Hm… sai che non leggo tantissima produzione contemporanea – a meno che non si tratti di romanzi storici. In quel che leggo, di questa tendenza alla disperazione non ne vedo poi tantissima, né troppissimi finali bleak for bleakness’ sake – anche se si tratta di un genere in cui un certo numero di finali è condizionato perché certi fatti sono andati come sono andati, e… well.
    C’è sempre l’ucronia, giusto?
    Detto ciò, nei finali tristi della “mia” nicchia, vedo piuttosto una specie di valorizzazione del mezzo bicchiere. Quel che c’è non è tantissimo, ma è tanto più importante e prezioso proprio perché è poco, fugace e talvolta condannato in partenza.
    Anche di questo abbiamo già discusso, e anche per questa via rischio di deragliare, perché it happens to be something che penso anch’io…
    Però no, non mi ha l’aria di una moda del cupio dissolvi.

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