grilloleggente

Duecentosettanta Pagine Più Tardi

the-end-The-EndRicordate quel che dicevamo qualche giorno fa sul finale di Kidnapped? Ebbene, ne ho avuto questa reazione:

Ma davvero non ti sei mai accorta che mancava il finale? Proprio tu, che ti attacchi alle tende se una storia non ha l’arco aristotelico – o come cavolo si chiama?  Tu, che sei capace di mugugnare su un finale che non ti piace per anni, e hai poca pazienza con le multilogie perché i libri individuali non finiscono? Non offenderti, ma ci credo poco.

E in effetti è tutto vero – ossessioni per la fabula, mugugni, scarsa pazienza e tutto. Well, nego di essermi mai attaccata alle tende, se non in senso metaforico – ma per il resto… E però resta il fatto che, se non mi fosse stato fatto notare, difficilmente mi sarebbe mai saltato in mente di inserire Kidnapped in un eventuale elenco di Libri che Non Finiscono – e ciò benché, come dicevasi, di fatto non finisca.

E allora com’è?

KidnBankLa reazione di cui sopra mi ha fatto venire in mente un vecchio post, in cui mi domandavo che cosa mi rendesse più indulgente nei confronti di certi libri che di altri, e come mai potessi adorare certe storie nonostante la presenza di difetti che bastavano a farmene detestare altre. A parte l’idea che l’età renda soffici, ipotizzavo ragioni di spudorata parzialità per ambientazione e lingua, per poi concludere che in realtà dev’essere una questione di qualità della scrittura: un finale molliccio ma ben scritto non solo è più digeribile di un finale molliccio scritto male, ma si redime da sé anche in termini non comparativi.

E questo probabilmente vale anche per Kidnapped: quando lo lessi per la prima volta avevo vent’anni – età in cui non si è soffici affatto – ed è vero che avevo sviluppato di recente una parzialità per l’Inglese, ma le Sollevazioni Giacobite erano terreno interamente sconosciuto, seppure attraente. Semmai, a catturarmi furono la scrittura e la capacità narrativa di Stevenson e, soprattutto, l’incomparabile Alan Breck…

Quindi si direbbe uno di quei casi in cui, da uno scrittore che sappia davvero quel che fa, sono disposta a tollerare dispetti come un finale molliccio? È del tutto probabile, come dicevo – ma in realtà, a ben pensarci c’è qualcos’altro. C’è il fatto che, quand’ero entusiasticamente a metà lettura, scoprii l’esistenza di un seguito e me lo procurai al volo – cosicché, la sera in cui giunsi sulla soglia della British Linen Company, non feci altro che appoggiare un libro sul comodino, prendere l’altro, e ricominciare a leggere. kidnandCat

E insisto nel dire che Catriona nel suo complesso non è soddisfacente nemmeno la metà di Kidnapped – non foss’altro che per la limitata presenza di Alan – ma ci riprende esattamente sulla stessa soglia dove ci aveva lasciati, ci conduce attorno per qualche centinaio di pagine e, quando finisce, finisce.

E quindi è proprio vero: non mi sono accorta che il finale mancasse, perché ho trattato i due libri come uno solo. Il finale in realtà c’era – bisognava soltanto andarlo a cercare duecentosettanta pagine più tardi.

grilloleggente

Appesi alla Soglia di una Banca

KidnSi parla di finali ancora, o Lettori – per cui, se siete di quelli cui non piace parlare di finali non letti, forse questo non è il post per voi. Altrimenti, onwards.

Mi si fa notare che a Kidnapped, il Ragazzo Rapito, manca tutto sommato quell’interessante accessorio – un finale.

E sapete cosa? È piuttosto vero. Sono molto stupita di non esserci mai arrivata da sola, ma è proprio così: all’ombra della fatidica paroletta di quattro (o tre) lettere, David vaga più o meno senza meta per Edimburgo. Ha salutato il fuggitivo Alan che parte per la Francia; ha nebulosamente deciso di fare qualcosa per l’ingiustamente incarcerato James of the Glens, ed è pronto per entrare in possesso della sua eredità…

Tuttavia pensavo sempre ad Alan sul “Riposati e Ringrazia”*; e tutto il tempo […] sentivo come una fredda stretta al cuore, come il rimorso per qualcosa di sbagliato.

La mano della provvidenza mi condusse, in quella marea, proprio alle porte della banca della British Linen Company.**

KidRABTFine. Dopo tutte quelle avventure e peripezie… tutto qui? Non è nemmeno davvero questione di appendere personaggi e lettori a una scogliera: Alan sembra bene organizzato per fuggire in Francia, e per un po’ dovrà abbandonare la rischiosa carriera del corriere giacobita. Vero è che, trattandosi di lui non si può mai dire – ma la cosa peggiore a questo punto è che i due amici non contano davvero di vedersi mai più. Hence il freddo al cuore. E David… si sta imbarcando in un’altra odissea potenzialmente pericolosa, è vero – ma diciamolo: dopo i pericoli, i rapimenti, i naufragi, la violenza e le fughe nella brughiera dell’orfano diseredato, i potenziali guai giudiziari del ricco gentiluomo si promettono un pochino blandi. E comunque, al di là delle nobili intenzioni, nemmeno li vediamo, questi guai, perché tutto finisce… sulla soglia di una banca.

Lo sentite anche voi, il rumor di semolino che si spiaccica sul pavimento?

Ecco. Ed è vero che c’era un seguito a venire, il meno efficace Catriona – quindi forse Stevenson voleva preparare il terreno per quello? Mi domando come reagissero i ragazzini per cui il romanzo era ostensibilmente inteso. Vi ho raccontato una storia eccitante e avventurosa, o fanciulli – e non l’ho finita. Se siete molto bravi, la prossima volta parleremo di tribunali, intrighi politici e corteggiamenti.

Hm. rls

Ho letto da qualche parte (e sarebbe bello ricordarsi dove!) che Stevenson si era un po’ incartato politicamente:  poteva il pio protestante whig David compromettersi più di quanto avesse già fatto per la causa dei ribelli cattolici? Un conto è l’orfano in pericolo, ma il gentiluomo e proprietario terriero? Non so – e lo dico in senso stretto – fino a che punto mi convinca l’argomento: da un lato, il tema centrale di Kidnapped è proprio il modo in cui le avversità spingono David a rivedere i suoi pregiudizi, rendendosi conto che non tutti i ribelli cattolici sono bestiacce malvage e disoneste – e anzi, prima dell’ultima pagina dovrà vita, posizione e patrimonio proprio alla generosità e al coraggio di uno di questi giacobiti; dall’altro, però, non è del tutto azzardato immaginare che Stevenson si sia lasciato trascinare dall’entusiasmo vicino a un crinale che, nella Scozia e Inghilterra di fine Ottocento, era ancora materia di nervosismo…

KidnCatE comunque c’era il seguito all’orizzonte – o almeno l’idea di un seguito. Nella postfazione, Stevenson sostiene di avere ancora molto da dire su questi due improbabili amici – solo che gli editori e il pubblico siano interessati. Se così non fosse, e quasi a titolo di riparazione, si affretta a dichiarare…

… che tutto andò bene per quei due, nel senso umano e ristretto della parola “bene”; che, qualsiasi cosa sia poi loro accaduta, non fu disonorevole; e che, qualsiasi cosa sia loro mancata, essi non mancarono certo a se stessi.

Il che, naturalmente, vuol dire tutto e nulla – e non fa altro che rendere Catriona lettura obbligatoria per chi è rimasto appeso alla soglia della Banca dei Drappieri… Il fatto che poi Catriona non funzioni bene come Kidnapped – almeno non quando Alan è offstage – è un’altra faccenda.

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*È un posto a Edimburgo – o meglio, a Corstorphine, all’epoca – non lontano dal porto. Adesso c’è persino un monumento stevensoniano, con due statue a grandezza naturale di Alan e David.

** Traduzione di Piero Gadda Conti.

grillopensante · Vitarelle e Rotelle

Provvidenza 2, Peste 0

PSvotoParlavasi di romanzi storici… oh, right: da queste parti ne parliamo spesso – ma, di recente, se ne parlava qui. E, nei commenti, con B. si strologava sui Promessi Sposi – che piacciono a entrambe, ma a B. più che a me. E mugugnavo, come di consueto, per la conversione dell’Innominato, per Santa Lucia Perfettissima Mondella, per il Cardinale Borromeo – e per l’onnipresente Provvidenza&Carità…

Tutto vero, ha risposto B. – ma soprattutto:

per me la cosa più inaccettabile ed inverosimile resta la sopravvivenza alla peste dei nostri. Considerando come l’epidemia falcidiò la popolazione europea, lo trovo assai improbabile…

A ben pensarci, da un punto di vista medico e statistico, B. ha tutte le ragioni: proprio loro due devono sopravvivere separatamente e poi ritrovarsi giusto in tempo per la pioggia salvifico-batttesimale? Improbabilino anzichenò – e tuttavia…

Non ricordo se abbiamo già parlato della Hermiston Theory di Stevenson… forse un accenno a proposito del Capitan Fracassa? Ad ogni modo, a proposito del suo incompiuto Weir of Hermiston, Stevenson sosteneva che, per andare a finir male, una storia deve cominciare a finir male dalla prima pagina.

rlsNon perché le sciagura debbano cominciare a capitare a pagina 1 – ma perché, nel raggiungere la fatidica paroletta di quattro lettere, il lettore deve scuotere malinconicamente il capo e dirsi che sì, in realtà non poteva finire diversamente… C’è dunque una specie di forza di gravità, nelle storie, che inizia presto a rotolare a valle, verso un certo tipo di finale?

L’editore Charpentier e la moglie di Theophile Gautier sostenevano di sì: come poteva un libro scintillante e gaio come Le Capitaine Fracasse finire con un desolato suicidio nella cripta di famiglia? Era orribile, sosteneva Mamade Grisi. Avrebbe sconcertato i lettori, diceva Charpentier. Stevenson non era ancora nato, all’epoca, ma di lì a qualche decennio l’avrebbe pensata allo stesso modo.

Come poi questo dovesse applicarsi a Hermiston non è chiaro, perché il romanzo è rimasto incompiuto… Il protagonista Archie Weir, malinconico sognatore d’animo gentile, sembra appartenere alla schiera di coloro che non sono equipaggiati per prosperare… Se dovessi dire come inizia a finire questo libro, direi: maluccio. Roderick Hudson

Quella gente come Lord Jim, come James Sands, come Daisy Miller e Roderick Hudson*, come Enjolras e compagnia, come Johnny Nolan: li incontriamo e, senza nemmeno accorgercene, cominciamo subito a farci un’idea. Qualche capitolo, e ne siamo certi: non può finir bene. Doomed people. Mi viene in mente la volta in cui, qualche decennio fa, leggendo il primo capitolo della prima stesura di un mio romanzo, un amico arrivò al punto in cui entrava in scena uno dei protagonisti e, dopo una riga di descrizione, profetizzò: “Hm. Questo qui muore giovane.” Ed essendo una fanciulla ingenua e acerba, spalancai gli occhi in tutta sorpresa – perché era assolutamente vero…

Ma d’altra parte, non è soltanto questione del personaggio: è la storia nel suo complesso, è l’atmosfera, sono le idee su cui la storia è costruita. Poteva Sigognac, dopo varie centinaia di pagine di scanzonate avventure, lasciarsi morire tra le tombe degli antenati? Poteva Lord Jim, dopo aver dato tante disastrose prove di non saper venire a patti con la realtà, invecchiare felice insieme a Jewel? Ed ecco allora che torniamo ai Promessi Sposi: poteva Manzoni, dopo averci assicurato ad nauseam, che la Provvidenza bada alle sue pecorelle, lasciar morire di peste Renzo o Lucia – o entrambi?

PSFinePoi va detto che in tutto ciò c’è probabilmente una vasta quantità di senno di poi, e che un lettore smaliziato sa riconoscere i segni molto presto, e che non è sempre stato così – e che, stando ai famigliari, Stevenson aveva in mente un lieto fine per Archie e Christina…**

Ma a quest’ultimo particolare non so se credere. Può lo scrittore che teorizzava il finale triste da pag. 1 aver pensato di far prosperare Archie Weir? Ne sarei un pochino delusa – allo stesso modo in cui, pur sopportandola pochino, sarei molto sconcertata di veder morire di peste Lucia Perfettella.

Voi che ne dite, o Lettori? Ci sono storie che secondo voi non potrebbero finire altrimenti? E storie che invece dovrebbero?

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* Isabel Archer, on the other hand…

** Mi par di ricordare che a qualche punto la BBC ne abbia tratto uno sceneggiato. Sarei curiosa di sapere come finisce.

grilloleggente

E Come Va A Finire? (Spoilers Ahead)

spoiler-4e440ba-intro-thumb-640xauto-24554.pngOra, cominciamo col dire che con aNobii ho avuto, a suo tempo, una breve relazione – e poi ho smesso, perché ho deciso che il tempo passato su aNobii era tempo sottratto alla lettura.  Però ho fatto in tempo, nel mio periodo di zelo, a scrivere qualche recensione – tra cui una del Gattopardo. E una signora commentò la mia recensione protestando severamente contro lo spoiler non segnalato.

E sapete perché?* Perché la recensione accennava alla principessina Concetta “sconfitta e altera”. O almeno immagino che quella fosse la ragione, perché non c’era altro che potesse qualificarsi come spoiler. E confesso che la cosa mi aveva divertita molto: come se si leggesse Il Gattopardo per sapere come va a finire Concetta…

Ma evidentemente sì: c’è chi lo legge per sapere come va a finire, e io sono una snob e non dovrei sogghignare su quella che in fondo è un’esigenza tutto sommato legittima e certamente diffusa. In fondo basta gettare l’occhio più distratto a qualsiasi sito di recensioni per vedere che la pratica di indicare preventivamente gli spoilers è universale. Persino quella scanzonata miniera narratologica che è TVtropes**, pur irriverente come pochi nei confronti delle aspettative del lettore/spettatore, ha un sistema anti-spoiler, che consente di calare tendine bianche su tutto ciò che possa qualificarsi come tale. Potrei dire per inciso che lo trovo irritante oltre ogni dire, il sistema anti-spoiler, perché si attiva per default ogni volta che manco per un po’ dal sito, e non mi ricordo mai dove devo andare per toglierla di mezzo. E potrei anche dire che non capisco fino in fondo il gusto o lo scopo di leggere decostruzione narrativa sbianchettata come una lettera dal fronte, ma tant’è: una volta di più, si vede che l’esigenza è diffusa – o i Tropers non ci si sarebbero disperati, direi.

Per quanto mi riguarda, non rimprovererò mai nessuno per avermi spoiled una storia. Oddìo, forse sì, in caso di gialli, perché sapere chi è l’assassino toglie un certo qual gusto alla lettura di un libro costruito attorno alla domanda “Chi Sarà Mai l’Assassino?” Eppure confesso di avere riletto un buon numero di gialli di Agatha Christie per il gusto delle sue descrizioni della vita inglese, e per studiare il modo in cui Aunt Agatha costruisce i suoi meccanismi. Ma forse non faccio testo, perché sono una rilettrice compulsiva, perché smontare i meccanismi delle storie è una delle gioie della mia vita, e perché otto volte su dieci scrivo a partire dal finale. Detto questo, ammetto che ci sono storie in cui la sorpresa finale è stata concepita dall’autore come sorpresa finale, e quindi potrebbe non essere una cattiva cosa leggerle almeno una volta secondo le intenzioni di chi le ha scritte…

Poi c’è la mia amica F. che sistematicamente legge per prima cosa le ultime cinque o sei pagine, così poi è “libera di apprezzare il libro senza l’ossessione di scoprire come va a finire.” E anche questa è una teoria. Vastamente condivisa, tra l’altro, e forse anche scientificamente fondata: in questo post, Jonah Lehrer – che legge con lo stesso metodo di F. – racconta di essersi sentito un lettore squadrellato finché non si è imbattuto in uno studio della University of California in materia. Due ricercatori hanno fatto leggere alle loro cavie una dozzina di racconti di vario genere – compresi quattro piccoli gialli – svelando in anticipo il finale a una parte dei lettori e registrando il gradimento di ciascuna storia. E, sorpresa sorpresa, undici storie su dodici (compresi i gialli – l’eccezione è Cechov) sono piaciute di più a chi sapeva in anticipo come sarebbe andata a finire.

Che se ne deduce? Che F. non ha poi tutti i torti. Che il finale a sorpresa è sopravvalutato. Lehrer individua due meccanismi diversi: da un lato la predilezione della mente umana per la rassicurante prevedibilità rispetto alle sorprese, dall’altro il fatto che conoscere il finale rende ancora più interessante la scoperta di come al finale si arrivi.
In effetti molta letteratura di genere poggia saldamente su schemi prevedibili: l’assassino verrà smascherato, l’eroina convolerà a giuste nozze con l’uomo del suo cuore, l’Eletto salverà il mondo dal potentissimo malvagio di turno, il cowboy con il cappello bianco cavalcherà vittorioso verso il tramonto… Un sovvertimento troppo audace è il genere di mossa che può rovinare una carriera – o un matrimonio, a giudicare dalle vicende del Capitan Fracassa e della strettamente evitata crisi coniugale in casa Gautier.***

D’altro canto, invece, un minacciato sovvertimento funziona alla meraviglia: una tecnica narrativa viepiù diffusa è quella di cominciare con un flashforward del Nostro Eroe più o meno letteralmente appeso per i polpastrelli a ciò che resta di un ponte in fiamme, e poi lasciarlo lì per tornare a due settimane prima, quando il Nostro Eroe stava bevendo il tè con la moglie e i tre figli nel giardino della sua magione di campagna nello Shropshire. Ma badate bene, è un sovvertimento solo apparente, perché la domanda di fondo a questo punto diventa non tanto Il Nostro Eroe Se La Caverà? bensì Come È Arrivato Il Nostro Eroe Dallo Shropshire Al Ponte In Fiamme? E il fascino della storia continua a poggiare sull’implicita certezza che il Nostro Eroe se la caverà eccome, seppure all’undicesimissima ora.

Ma alla fin fine****, resta il fatto che l’ossessione per gli spoilers c’è, e resta la deliziosa ansia di non sapere quello che succederà, e resta il gusto dell’umanità per le sorprese e gli indovinelli, e resta anche la soddisfazione che gli scrittori provano nel congegnare sviluppi imprevisti e imprevedibili, per cui la varietà è probabilmente la chiave della faccenda: dal lato del lettore, ciascuno può avere con i finali il rapporto che preferisce, mentre dal lato dello scrittore, è proprio la diffusione del finale canonico a dar sale al finale imprevisto.

E voi, o Lettori? L’ultima pagina prima di tutto o la lenta scoperta? E avete mai staccato la testa a morsi a qualcuno che vi aveva anticipato un finale?

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* Oh, e naturalmente fermatevi qui, se non volete ritrovarvi con Il Gattopardo spoiled.

** E per chi ha sempre creduto di non poter godere di TVtropes per barriere linguistiche, scopro stamattina che ne esiste una versione italiana.

*** Hm… storia interessante anche questa. Ne parleremo in un altro post, eh?

**** So very apt, isn’t it?

scribblemania · teatro

La Clarina e il Serpente

Dragon3065La coda, sì…

Lasciate che vi spieghi che cosa è successo.

Sapete che stavo riscrivendo, giusto?  Ecco, riscrivevo e tutto andava bene, e mi compiacevo di quanto stesse andando bene, e di come tutto promettesse rimarchevoli miglioramenti rispetto all’originale – e forse mi sono compiaciuta un po’ troppo e, per dirla in termini classici, ho provocato l’ira degli dei…  Perché il fatto si è che, all’approssimarsi del finale, il tutto ha rivelato una natura serpentin-dragonesca.

Natura e coda, alla maniera di quei draghi stilizzati e nordici come quello qui di fianco: una coda variamente e pittorescamente arrotolata. E a un certo punto, la coda si è srotolata e poi riarrotolata – ma non allo stesso modo…

Un finale diverso. Un personaggio in più. Una simmetria molto più elegante, un riproporsi ulteriore di temi, uno strato in più, una conclusione molto più significativa…

“E bravo, Serpente!” ho esclamato io. “E a dire il vero, ci avessi pensato cinque anni fa – ma never mind, ci ho pensato adesso, e tutto è bene quel che finisce bene.”

Ed è capitato che, in questo felice stato d’animo e, certa di essere a un passo dalla fine, io abbia cenato con… be’, con la gente che stava aspettando la riscrittura.

“Oh, non c’è fretta,” ha detto questa gente, ascoltando le mie notizie. “Un personaggio in più? Va bene! Cambiamenti sostanziali? Va benissimo! Un finale diverso? Va benone! E soprattutto non c’è fretta. E dì un po’: quando possiamo aspettarci di ricevere il tutto?”

“Oh, ma in settimana…” ho cinguettatio io incautamente, e me ne sono tornata a casa felice.

E l’indomani, quando mi sono rimessa al lavoro, ho scoperto che il Serpente non aveva ancora finito con me, e per prima cosa ha srotolato la coda di nuovo, e l’ha arrotolata in un altro modo ancora.

No, non un altro finale diverso – del che son grata: lo stesso finale, ma disposto in modo leggermente diverso e leggermente migliore. Con qualche luccichio in più. E allora l’ho risistemato, perché chi sono io per ignorare i luccichii di un Serpente così gentile?

E solo allora mi sono resa conto che la nuova sistemazione richiedeva aggiustamenti più in su. E quindi ho aggiustato e, nell’aggiustare, si è presentata una nuova possibilità da aggiungere al finale – una possibilità migliore, con nuovi luccichii e una conclusione pressoché perfetta.

E quando ho ri-aggiustato il finale… indovinate un po’?

Insomma, per farla breve, per tutta la settimana passata, mentre la scadenza delle mie incaute promesse si avvicinava, il Serpente non ha fatto altro che luccicare e scuotere la coda di qua e di là e, quando ho annodato fermamente la coda in posizione, ha cominciato a scuotere il resto delle spire, e ogni volta che credevo di essere a una lucidatina dalla conclusione, la storia rivelava un’altra iridescenza inaspettata, una simmetria, una possibilità…

Alla fine – ma proprio alla fine – ne siamo venuti a capo, e ho consegnato quando si poteva ragionevolmente sostenere che fosse ancora la settimana scorsa in tutto tranne che nella più letterale e pedantesca lettura dell’orario.

Insomma, adesso il Serpente è a destinazione. Ci sarà il workshop, e poi sì vedrà – ma pittikins, è stata una settimana interessante…

grilloleggente · libri, libri e libri

La Fetta in Mezzo

trilNon so se sia perché qui si è messo a fare proprio caldo, o forse sono le zanzare o che altro – ma oggi devo dar voce a un peeve.

Oggi parliamo di trilogie. O tetralogie. O N-logie, se è per questo. E forse è il caso di premettere che esistono diversi tipi di di N-logie: ci sono quelle composte di libri a sé stanti legati da un protagonista o un’ambientazione; ci sono quelle in cui ciascun volume copre un arco minore all’interno di un arco generale; e ci sono quelle che in realtà sono un’unica storia divisa in parti…

Ciò detto, il post s’intitola come s’intitola perché ho appena finito il secondo volume di una trilogia da recensirsi per la HNR. Per quel che ne so è il secondo volume di una trilogia del terzo genere, e forse cominciare dal secondo volume non è il modo più saggio di accostarsi ad alcunché – ma non è questo il punto. L’inizio in medias res funziona, e l’autore ha fatto un buon lavoro nel chiarire fin da subito chi è chi e chi vuole cosa e perché, e la trama è più intricata in apparenza di quanto sia in realtà…

Quel che mi ha irritata – che mi irrita invariabilmente in situazioni del genere, è questo: si legge, si segue, pagina dopo pagina ci s’interessa a storia e personaggi, ci si lascia prendere dal ritmo e  dal movimento… Finché non ci si accorge che mancano cinquanta pagine alla fine, e non c’è umana possibilità che l’autore conduca in porto tutto quel che ha avviato… E d’accordo – è un volume da primo a penultimo, e dunque non ci si può (né deve) aspettare la Conclusione. Ma qualche genere di conclusione? E invece le pagine calano a trenta, a venti, a dieci… ed è evidente che nessun aspetto della trama mostra la benché minima intenzione di toccar terra. E infatti la fatidica paroletta di quattro lettere (o le due fatidiche parolette di tre) calano come un sipario e, nella migliore delle ipotesi, tutto rimane a pendere dal bordo di una scogliera.

Sì, questa è un'affettatrice...
Sì, questa è un’affettatrice…

E dico nella migliore delle ipotesi, perché talvolta – come nel caso in questione – non c’è nemmeno un buon vecchio cliffhanger. C’è giusto quel tanto di appoggio che basterebbe per una fine di capitolo, e la sensazione è quella che la storia sia stata tranciata in fette spesse con un’affettatrice da salumi – con più riguardo al numero commerciabile di pagine che alle aspettative del lettore o alla logica narrativa.

E sì, per carità: mi rendo conto che l’idea è quella d’indurre il lettore a comprare il prossimo volume – but you know what? Su di me un non-finale troppo blando ha buone probabilità di ottenere l’effetto contrario. Non ho necessariamente obiezioni ad essere manipolata – tutti leggiamo narrativa con l’ovvia intenzione di essere manipolati un pochino – ma mi aspetto di essere manipolata con garbo e intelligenza.

E se la mia preferenza va ai libri che, per tradurre un’efficace espressione anglosassone, stanno in piedi da soli, non sono immune al gusto di finire un libro e compiacermi del fatto che se ne possa avere ancora… Tuttavia, persino quando in realtà si tratta di un’unica  storia suddivisa in tre, quattro, n parti, la mia mente – che in fatto di storie ragiona per archi – si aspetta una parvenza di punto d’attracco, di boa, di risoluzioncella minore, o persino di scogliera alla cui cima appendere tutto.

Persino se siete gente più saggia di me e cominciate sempre tutto dall’inizio, persino se non scrivete per una rivista che incoraggia recensori diversi ad occuparsi della stessa serie, ditemi un po’: non vi piace avere l’impressione che il sipario si chiuda per una ragione? Una ragione narrativa oltre che editoriale e commerciale?

 

Vitarelle e Rotelle

Finale Misto Assortito

wordsmithvSo che abbiamo già parlato abbondantemente di finali, del loro come e del loro perché, ma l’argomento è saltato fuori – with a vengeance – durante Gente Nei Guai II, e la faccenda è stata interessante.

Dato l’entusiasmo del gruppo per l’argomento, ho avviato un po’ di discussione in proposito, nella forma di questa domanda: che finali vi piace leggere, e che finali scrivete?

Si è rivelato uno di quei momenti-millepiedi, in cui s’inciampa in qualcosa che non si era mai consapevolmente considerato prima – riassunto nella risposta di B.:

Quando leggo esigo, proprio esigo il lieto fine, ma quando scrivo… er…

Dal fatto che B. avesse appena scritto un paio di storie dal finale estremamente truce, tutti abbiamo dedotto che le sue esigenze di lieto fine non si estendessero alla scrittura.

D’altra parte, questo è stato uno dei gruppi più sanguinari con cui mi sia capitato di scrivere, per cui non mi sono stupita di scoprire che diverse altre allieve condividevano l’idea di B. Magari non tutte esigevano il lieto fine nelle loro letture, ma condividevano la tendenza a scrivere finali men che gioiosi.

Quel che mi ha fatto levare un sopracciglio, semmai, è stata la motivazione ricorrente:

È che il lieto fine suona sempre… un po’ banale.

E prima che collassiate tutti in convulsi di risate, esclamando che sono allieve mie e le ho tirate su ciniche e narrativamente diabetiche, vi ricordo che sono adulte, e hanno avuto tutto il tempo di formarsi la loro personale intolleranza allo zucchero prima di cadere sotto la mia perniciosa influenza.

Se tutto ciò prova qualcosa, è che non sono un caso del tutto isolato… Oh, avanti – piantatela di sghignazzare.

Poi naturalmente abbiamo discusso di temi e messaggi e convinzioni personali e il modo in cui si traducono nella nostra scrittura e del non voler essere originali per amore dell’originalità*, e le posizioni si sono sfumate e diversificate, ma si direbbe che il dubbio sia rimasto – e di nuovo, a dar voce al dubbio è stata B.:

Come si fa a scrivere un lieto fine senza cadere nella banalità?

Ecco, la mia teoria in proposito è che, se proprio si vuole scrivere un lieto fine, lo si può temperare.

Antonio, Bassanio e Porzia finiscono in gloria, ma non possiamo fare a meno di dispiacerci per Shylock. Ned Kynaston torna ad essere la stella dei palcoscenici londinesi, ma tutte le sue certezze sono ancora in frantumi – e difficilmente le recupererà mai. Jane Eyre sposa Mr Rochester, ma lo sposa cieco e senzatetto. David Balfour recupera nome ed eredità, ma Alan resta un fuorilegge destinato all’esilio perpetuo per una causa persa. William Dobbin sposa finalmente Amelia – solo per rendersi conto di averla idealizzata oltre ogni ragionevolezza. Henry Morton sposa Edith, ma sotto l’ombra della morte di Lord Evandale. Jean Valjean muore sereno, benedicendo Cosette e Marius – ma nondimeno muore. Su Dickens non cominciamo nemmeno, perché come screzia i finali lui…

Ma il fatto è proprio questo: se proprio vogliamo la luce in fondo, luce sia – ma non soltanto. Un po’ d’ombra, please. Un prezzo da pagare per tutta questa felicità e questo zucchero. Un prezzo serio, che metta in rilievo il valore di questa felicità conquistata.

Sarà meno banale, B. Sarà anche più vero. Sarà soddisfacente da un punto di vista narrativo. E, pur essendo lieto, farà spargere qualche lacrimetta – o almeno qualche sospiro – al lettore, e questo non guasta mai.

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* O se volete, nel mio triste caso, per orrore della banalità

 

grilloleggente

Entered From The Sun – The End

Finito.

Finito e sono molto perplessa. No, non è vero: dovrei essere perplessa, perché non ho capito moltissimo. Ho capito che è stato Sir Walter Ralegh a ingaggiare Barfoot, il quale, in una bellissima serie di scene notturne concitate e sospese, va a rapporto e spiega che secondo lui a far uccidere Marlowe è stato Tom Walsingham.

Non sono sicura di aver capito se il committente di Hunnyman fosse lo stesso Tom Walsingham. Secondo Ralegh e Barfoot sì, per verificare se ci fosse modo di risalire fino a lui – ma, ripeto, non sono sicura. Ad ogni modo, Hunnyman non ha capito un bottone (men che meno l’esatta natura del servizio per cui è stato pagato). Al posto di Walsingham – sempre che sia davvero lui – non mi sentirei troppo al sicuro per non essere stata sgamata da un investigatore tanto inetto…

Non ho capito affatto la rilevanza della linea narrativa in cui il fantasma di Marlowe visita la vedova Alysoun, specialmente perché per fare svanire il fantasma stesso è bastato che Alysoun ne parlasse al Dottor Forman (senza nemmeno dirgli di chi si trattava). Fantasma timido?

Ho capito che la gente sveglia non necessariamente trionfa alla fine. Barfoot muore combattendo in Irlanda durante la campagna del conte di Essex; Alysoun, che si è fatta mettere incinta da Barfoot, si libera del povero Hunnyman, sposa convenientemente un giovane apprendista, sembra avere ottenuto tutto quel che voleva, e poi muore di peste con marito e prole. Il misterioso poeta-narratore in prima persona è morto, assassinato dagli uomini del misterioso-giovanotto-che-forse-è-Walsingham (era al servizio di Ralegh, lui, e tutta la faccenda l’ha narrata da morto). Hunnyman riprende la sua vita d’attore in una compagnia di giro particolarmente scalcinata e, parecchi anni dopo, lo troviamo installato in un maniero di campagna, scoprendo che ha sposato un’altra vedova e, alla morte di lei, ha ereditato castello e terre, su cui regna con benevolenza se non con particolare sagacia, generoso, amato da tutti, finalmente soddisfatto e del tutto dimentico di Marlowe.

Insomma, ricapitolando: la trama ha senz’altro un inizio, ma se ha un mezzo non me ne sono accorta, e la fine è solo vagamente imparentata con l’inizio; l’arco narrativo non c’è; i punti di vista sono più di quanti riesca a contarne – e neanche sempre individuabilissimi; i personaggi entrano ed escono di scena senza un briciolo di logica e agiscono per motivi non sempre comprensibili; il linguaggio è eccentrico e convoluto, con punte sperimentali ai limiti dell’azzardo sintattico; il finale non conclude la storia in modo soddisfacente, non risponde davvero alle domande sollevate all’inizio, non mostra cambiamento ed effetti del cambiamento causati dallo svolgersi della vicenda… se Garret avesse deliberatamente scritto un libro con tutte le caratteristiche che mi irritano nel profondo, non avrebbe potuto fare di meglio. Eppure…

Eppure mi è piaciuto alla follia. I want more. E per di più, voglio saperlo fare anch’io – qualunque cosa fosse. E forse, qualche volta, sono un pochino intransigente nella mia ossessione per la fabula? Ecco, tra le altre cose, Entered From The Sun mi porta ad ammettere che magari, forse -talvolta – molto raramente e appena un pochino, tanto quanto se ne potrebbe mettere sulla lama di un coltello – può anche capitare che lo sia.