grillopensante · Vitarelle e Rotelle

Elogio Dell’Espressiva Imperfezione

Questo post, a suo tempo, prendeva le mosse da un sacco di cose: parte di un articolo di Massimo Firpo sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, una chiacchierata in proposito con G.S., una vecchia discussione con A., uno sconsolato commento dell’ex-Renzo e, per finire, uno scambio di vedute sulle scelte metriche in un paio di edizioni recenti del Boiardo.

Ingredienti eterogenei, ma vediamo un po’.

Con G.S. si parla spesso di lingue e linguaggi, perché l’argomento piace a entrambi, e così si commentava l’articolo di Firpo che (in risposta a un altro articolo di Sergio Luzzatto), tra l’altro distingueva fra la necessità di un Italiano accademico/scientifico più chiaro e la colpevole esterofilia congiuntivicida; tra la deliberata (e colpevole) nebbia verbale e l’eleganza della consecutio temporum.

Credo che l’ex-Renzo simpatizzasse con Firpo, mentre badava al laureando che, nella sua tesi, usava sistematicamente “è risultato essere” al posto del buon vecchio e semplice “è”… E ho ancora vivido in mente il ricordo del tutor gallese che mi dice come gli studenti italiani battano tutti nel farcire le tesine di costruzioni convolute ed espressioni idiomatiche inutili per raggiungere il wordcount prescritto.

Tuttavia, sospirava G.S., citando Firpo, “sarebbe stato meglio se non avessi detto” non è tanto più bello di “era meglio se non dicevi”?

Temo di avere risposto “secondo le circostanze,” cominciando col distinguere non solo tra lingua parlata e lingua scritta, ma anche tra lingua scritta accademica (nella quale corretezza grammaticale e chiarezza dovrebbero essere priorità gemelle) e lingua scritta narrativa, che sullo stesso gradino della chiarezza mette l’efficacia espressiva. E questo mi ha riportato in mente una discussione vecchia di lustri, in cui A. sosteneva una versione estrema del sospiro qui sopra: “era meglio se non dicevi” è un crimine linguistico che andrebbe punito con impiccagione, annegamento e squartamento. La faccenda era resa ancor più drastica dal fatto che ero stata io a usare un certo numero di orrori del genere in un dialogo all’interno di un romanzo. A. era un purista molto tosto, e disapprovava con foga, incurante del fatto che la mia intenzione fosse quella di riprodure la lingua parlata di un gruppo di contadini vandeani.

“Neanche il parlato dovrebbe essere così,” tuonava A. back in the day, e anche lui aveva in mente l’eleganza della consecutio temporum.

Ma il fatto è che la lingua si evolve continuamente, che la lingua parlata si evolve più in fretta di quella scritta, che la tendenza è verso la semplificazione, che esistono arnesi come i registri linguistici, e che i registri bassi e informali semplificano più degli altri.

Nessuno tiene il discorso sullo stato della nazione nello stesso registro che impiega durante una partita a briscola* – per fortuna. E quando si scrive narrativa, la diversificazione dei registri, delle inflessioni e degli accenti è un mezzo espressivo potente. Queste variazioni servono a rendere il tono alla narrazione, a caratterizzare la voce narrante e i singoli personaggi nel dialogo, a ricreare un luogo o un’epoca, a sfondare la quarta parete, a richiamare una fonte, una convenzione o un genere… e mi viene in mente almeno un caso in cui costituisce il meccanismo della trama – Pygmalion, di G.B. Shaw, incentrato sulla trasformazione fonetica, grammaticale e sintattica di Eliza da fioraia Cockney a plausibile principessa morganatica.

Mi viene in mente anche Stevenson, che creò scalpore dando a Kidnapped un protagonista narrante che parlava Scots English invece dell’Inglese standard. La sua deliberata infrazione a una regola non scritta delle convenzioni letterarie e a un certo numero di regole grammaticali, sintattiche e fonetiche, costituì una svolta epocale rispetto a molti secoli di tradizione che confinavano l’uso letterario delle imperfezioni linguistiche a personaggi minori – spesso con funzioni di comic relief – e aprì molte strade espressive**, alcune delle quali ancora adesso non piacciono troppo agl’irriducibili del Regsitro Unico.

O lei, Barbuto Spettatore che, dopo una rappresentazione di Bibi E Il Re Degli Elefanti, cercò l’autrice e, avendola trovata, la invitò in tutta serietà a stare più attenta ai suoi congiuntivi***, mi creda: l’avevo fatto apposta. La mia esperienza di bambine di otto anni può essere limitata, ma credevo e credo ancora che una di loro, sul punto di piangere e frenetica nel tentativo di non lasciar andare il suo elefante immaginario, non si preoccupi molto della consecutio. Credevo e credo ancora che la bimba dica “Hai detto che non mi lasciavi sola,” e non “hai detto che non mi avresti lasciata sola.”

Col che non voglio dire che la sciatteria linguistica sia una bella cosa, naturalmente – cosa di cui pure mi accusò il Barbuto Spettatore, e per questo sento l’ansia di precisarlo: si spera sempre che sia possibile distinguere tra l’uso approssimativo dell’idioma e l’imperfezione deliberata.

L’imperfezione deliberata è espressiva, è significativa, serve a qualcosa, sta bene dov’è, perché c’è stata messa con uno scopo. Anche se sembra che a volte, quando passano i secoli, non sia più ben chiaro quale fosse questo scopo. E sto pensando a un’imperfezione metrica in particolare, certi endecasillabi dubbi nell’Orlando Innamorato che, a quanto pare, endecasillabi non sono. Qualche anno fa Cristina sentii Montagnani, dell’Università di Ferrara, proporre una soluzione che trovo ancora affascinantissima: con la “sillaba vuota” infilata qua e là per il poema, Boiardo avrebbe voluto richiamare la tradizione canterina, ovvero quei Libri di Battaglia – diciamo una versione pop dei romanzi cavallereschi – che del poema costituivano in parte i precedenti. Nei versi di questi poemi era comune la presenza di sillabe vuote che, come ancora fanno i pupari siciliani, i narratori riempivano battendo le mani o il piede, in una specie di accento non verbale.

A quanto pare, quando lo suggerì nella sua edizione critica nel 1999, la Montagnani fu metaforicamente lapidata da un buon numero di italianisti, che giudicarono l’idea dissennata. Che devo dire? A me piace immaginare un poeta quattrocentesco occupato a lardellare i suoi versi d’imperfezioni metriche nella metaletteraria intenzione di strizzare l’occhio a un genere minore, proponendo la versione colta della versione popolare dei poemi cavallereschi.

Perché la sillaba vuota non può essere ur-metaletteratura? Basterebbe a canonizzare San Matteo Maria Boiardo come patrono degl’infrangitori volontari di regole a fini espressivi.

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* Anche se mi si narra di un anziano avvocato che, in un momento di selvaggio abbandono in una tribuna di stadio, si unì ai tifosi che insultavano cordialmente un attaccante e gridò “Ma perdio, gliela passi, quella palla!” E d’altronde, un’anziana suora del mio collegio universitario, quando perdeva veramente le staffe, ululava “Furore tremendo!” come l’eroina di una tragedia greca…

** A dire il vero, aprì anche la strada a una quantità di irritanti eccessi: non vi mette una certa furia penare su pagine intere di trascrizione fonetica di chissà quale dialetto? Non che sia colpa di Stevenson…

*** Giuro: “Sa, il testo potrebbe essere anche carino, ma non ci s’improvvisa scrittori. Se non ci riesce da sola, può farsi aiutare da qualcuno che le controlli i testi, prima di darli a una compagnia.” Giuro.

Un pensiero riguardo “Elogio Dell’Espressiva Imperfezione

  1. “La lingua si evolve” – com’è brava, la lingua, ad evolvere se stessa, lo fa da sé, tutto da sola, adesso mi siedo qui e mi evolvo…
    😀
    No, ok, pet peeve da paleontologo – lo so che in italiano si dice evolversi, ma è sbagliato. Io evolvo (spero!) non “mi evolvo” 🙂
    Quel riflessivo nega gli assunti di base del processo evolutivo.
    Questo per dire che alla lunga la precisione scientifica non appartiene alla gramatica, ma casomai alla sintassi.
    E non concordo col tuo docente gallese – gli italianinon infarciscono iltesto di espressioni convolute per allungare il wordcount, ma perché il linguaggio accademico è gravato da costruzioni finto-eleganti e finto-forbite. Lo studente si convince che usando costruzioni astruse il suo lavoro risulterà più “maturo” – un problema che ha anche chi scrive, di solito agli esordi, quando tenta di suonare come “un vero scrittore”.
    Né io posso davvero dirmi imparziale sulla questione – notoriamente una mia storia venne additata al pubblico ludibrio perché a quanto pare un centurione romano non può usare l’espressione “far becco”, pena la sospensione dell’incredulità del lettore. E recentemente mi è stato fatto notare che un mio personaggio che dice “me dad” invece di “my father” sta sbagliando la grammatica (col sottinteso che sono io ad averla sbagliata… nonostante non l’abbia fatto per le restanti 300 pagine).
    Il linguaggio deve adattarsi alla realtà (o all’approssimazione di essa che noi ci inventiamo), non viceversa 😉

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