editing · elizabethana · teatro

Piccolo Bollettino Notturno

In pratica, una scena (The Message) e mezza (Old Friends in Bad Times).

E finalmente Mabel-the-Doxie ha una voce tutta sua.

Da oggi spero di riuscire a mantenere ruolini di scrittura più stabili e più sensati. E forse, per cominciare, dovrei cercar di finire OFiBD adesso, perché poi la scena successiva è tosta, rilevante – e in prima stesura l’ho lasciata troppo lunga e a tratti appena abbozzata. Un sacco di lavoro.

Oh well. Sapevo che il Secondo Atto sarebbe stato più brigoso.

Ora la domanda successiva è: riuscirò a finire la seconda stesura prima del Festivaletteratura?

Oggi Tecnica · teatro · Vitarelle e Rotelle

Ad Alta Voce E Con Le Cesoie In Mano

Era un po’ di tempo che non si parlava di tecnica, ma nel giro di pochi giorni mi è capitato un paio di volte di sentirmi dire (o implicare) che scrivere teatro è “più facile”, perché in fondo si tratta solo di scrivere dialoghi.

Perché a proposito dei dialoghi vige questo bizzarro mito: be’, quanto può essere difficile scrivere dialoghi? È la forma di linguaggio con cui tutti abbiamo, per forza di cose, più dimestichezza, no? Tutti parliamo, tutti usiamo il dialogo ogni giorno… ergo, scrivere dialoghi è facile.

Ebbene, no. È vero che tutti usiamo quotidianamente il dialogo, ma basta provare a trascrivere verbatim un pezzo qualsiasi di conversazione per accorgersi di che differenza abissale ci sia tra quel che si dice e un buon dialogo letterario – o teatrale.

Per prima cosa, trascrivendo, ci si rende conto che Nella Vita Quotidiana si dicono (e ripetono) un sacco di cose irrilevanti, sciatte e vacue, che per iscritto si condensano, rendono coerenti e intelligibili – possibilmente conservandone efficacia e sapore. Randy Ingermanson dice che il buon dialogo è pesce già sfilettato: solo le parti buone. Non si tratta di riprodurre pari pari il modo in cui parlano le persone, ma di trovare il giusto equilibrio tra realismo, registro ed efficacia, e servirsene per convogliare soltanto informazioni rilevanti.

Tutto quello che si mette sulla pagina deve servire a caratterizzare un personaggio e/o far avanzare la storia – possibilmente entrambe le cose. Ogni battuta di dialogo che non svolge almeno una di queste funzioni… a questo punto dovrei dire “va eliminata”, ma mi limiterò a qualcosa di meno drastico. Ogni battuta di dialogo che non svolge almeno una di queste funzioni, non ha una ragione narrativa per essere dov’è. Non è sempre facile. Personalmente, devo continuare a impormi di potare tutto ciò che è soltanto decorativo – non importa quanto mi piaccia. E non sempre ci riesco. A volte, nel tentativo di rendere rilevante qualcosa che mi piace troppo per poterci rinunciare, sono capace di dissennati equilibrismi, fino al momento in cui mi rendo conto che sto facendo John&Iris – e allora taglio tutto quanto, e in genere la scena ne guadagna.

Ma questo non mi rende necessariamente più saggia per la prossima volta.

Oh, e John&Iris è lessico famigliare per l’eccesso opposto al chit-chat decorativo, quando si lardella il dialogo di informazioni non plausibili. Può essere necessario informare il lettore sul rapporto tra il narratore, John e Iris, e del fatto che sono passati tre mesi dalla scena precedente, ma non per questo si può far esclamare al narratore “Buongiorno John, mio vecchio e fraterno amico! E come sta tua moglie Iris in questa splendida giornata di giugno?” In molti romanzi in cui una tecnica di qualche genere – non importa se si tratti di sottomarini, procedura legale, arazzi o curling – gioca un ruolo, capita di trovare lunghe pagine di dialogo in cui due o più personaggi si scambiano dettagliate informazioni su particolari che dovrebbero già conoscere a menadito. Ricordate il Comandante Phillips e la Regola del Sottomarino Nucleare?

Dopodiché trovare (e mantenere) la giusta combinazione di efficacia e plausibilità è tutt’altro che facile: è una questione d’orecchio, buon senso e intuito in parti variabili.

Io trovo utili due metodi – e li sto usando parecchio per la seconda stesura del Play Senza Titolo – di cui magari state seguendo le vicende via bollettini notturni. In primo luogo, mi leggo i dialoghi ad alta voce. Meglio ancora sarebbe farseli leggere da qualcuno – se avete una o due persone pazienti e disponibili, e so di gente che fa da sé, si registra e riascolta. Ora non dico che sia a prova di bomba, ma nove volte su dieci, se c’è, la magagna viene a galla.

Ma prima, o dopo, o prima e dopo, prendo la mia scena e fingo con convinzione di poterne tenere solo due terzi*. A che cosa proprio non si può rinunciare? È divertente quasi come farsi estrarre i denti del giudizio – ma la maggior parte delle volte, potato di fioriture, svolazzi e quisquilie varie, il dialogo ne esce più affilato, più efficace e più vivido.

Per cui, no: non c’è niente di facile nello scrivere dialoghi, thank you very much. È roba da liutai, una di quelle faccende di orecchio, precisione, tecnica, pazienza, numerose fasi e, tanto per cambiare, un sacco di lavoro. 

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* O tre quarti – anche se conosco anime avventurose e drastiche, che riducono alla metà.

editing · elizabethana · teatro

Piccolo Bollettino Notturno

Evidentemente c’è del vero nella teoria secondo cui più frenetico è il ruolino di marcia, più si riesce a scrivere. La teoria l’ho ritrovata di recente nella versione di Chris Baty – il creatore di quella follia scrittoria che è NaNoWriMo – e apparentemente funziona.

Almeno per me.

Oggi doveva essere ed è stato il giorno più intenso dell’intensa settimana, ed ero grudgingly rassegnata a non combinare un bottone.

Poi è vero che la scena di oggi, Sweet Joan, era già stata in parte sistemata per il corso di Karl Iglesias, e così a pranzo e al posto di parte della cena, ho deciso che potevo darci almeno un’occhiatina. L’occhiatina è diventata una rilettura ad alta voce*. La rilettura ad alta voce ha portato alla collazione di due versioni precedenti e alla modifica abbastanza radicale di tre battute. E alla fin fine, dopo avere appuntito un po’ il battibecco tra Kit e Joan e avere disseminato tra le battute un paio di elisabettianerie, ho deciso che ci siamo.

E sulla base di questo insperato successo, credo di meritarmi qualche segnale stradale di liquirizia, che dite?

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* Before you ask: pranzavo da sola e in relativa solitudine.

gente che scrive · Poesia

Febbre Di Mare

john masefield, salt-water ballads, C’è un che di Kiplingiano ma non troppo in John E. Masefield, l’orfano che voleva diventare marinaio e non ci riuscì. Amava il mare e le navi, ma non ne possedeva la tempra fisica e, soprattutto, voleva scrivere.

E così scrisse – diventando romanziere storico e per fanciulli, memorialista, biografo e Poet Laureate d’Inghilterra dal 1930 alla morte*.

Però non smise di scrivere di mare, e le sue Salt-Water Ballads, pubblicate per la prima volta 110 anni orsono, si possono considerare un equivalente navale delle Barrack Room Ballads di Kipling.

Un altro particolare molto kiplingiano (dal mio punto di vista, almeno) è questo: sapevo dell’esistenza di Masefield, ma lo consideravo un autore per fanciulli per via di The Midnight Folk e relativi seguiti, ma fino a poco tempo fa non mi era mai capitato di leggere le sue poesie.

E le poesie mi hanno rivelato un altro Masefield, del tutto diverso. Per cui, in omaggio all’umor nautico di questo periodo, e agli scrittori che sembrano qualcosa e invece sono tutt’altro, eccovi i versi del mio nuovo incontro con Masefield. Potrebbero quasi suonare convenzionali, se non fosse per l’urgenza del desiderio in tutti quegli and, and, and , e nelle ripetizioni, e nel ritmo battuto dal rincorrersi di parole mono- e bisillabiche…

Sea-Fever

I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face and a grey dawn breaking.

I must down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied ;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must down to the seas again to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way where the wind ‘s like a whetted knife ;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.


veliero, john masefield, salt-water ballads

E se mai vi venisse voglia di leggerne di più, qui trovate le Salt-Water Ballads complete presso Internet Archive**, in una varietà di formati da  scaricare  o leggere online.

Se vi piacciono velieri, tempeste e avventure nautiche vecchia maniera, potreste fare di peggio.

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* Chissà se gli pagavano lo stipendio in sack? Il sack è una specie di sherry, e a quanto pare, ancora nel tardo Settecento i Poets Laureate d’Inghilterra ricevevano l’intero stipendio in sack – pratica che in seguito perse importanza senza sparire completamente che in tempi relativamente recenti…

** E invece qui, sempre presso IA, trovate un certo numero di altre sue opere.

angurie · musica

Pioggia

Oh, svegliarsi e ritrovare la frescura…! No, qui in realtà non piove, ma è tutto bigio e fresco. Oh, respirare per la prima volta da settimane… Notate come in questo post piovano (un verbo a caso) puntini di sospensione?

Per cui, oggi…

Avevo intenzione di postare i Led Zeppelin o i Beatles, ma mentre cercavo sono inciampata in questo, che non è- oh sentite, fa lo stesso. La prima pioggia d’agosto rinfresca il bosco, and all that.

E buona domenica dalle ancora piuttosto riarse, ma non più così torride pianure…

editing · elizabethana · teatro

Piccolo Bollettino Notturno

Oggi ho trovato il tempo per il mio play, ed è successa una di quelle cose.

Con improvvisa folgorazione mi sono resa conto che, anche prendendo per buona la primissima datazione possibile del Doctor Faustus, dovevo riscrivere daccapo almeno mezza scena.

E lo so, non dovrei lasciarmi schiavizzare dalle controversie sulle datazioni marloviane, e in fondo questo è teatro e non una tesi di dottorato… ma non c’è niente da fare. Dopo un rapido e feroce dibattito interiore, ha vinto la parte di me che, se deve barare con il Faustus e i Lost Years di Shakespeare, vuole ragioni migliori di quelle che erano sul tavolo oggi.

Che posso farci? Sono sei tipi d’idiota.

Se non altro, uno dei sei tipi è il genere d’idiota che non esce a cena per riscrivere la scena* e, pur non riuscendo a finirla, abbozza una soluzione che funziona anche meglio della scena originale.

Il resto è pesca di beneficenza.

E adesso è molto possibile che mi armi di segnali stradali di liquirizia e lavori ancora un po’…

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* E, se potete, perdonatemi la rima…

editing · elizabethana · Vitarelle e Rotelle

Piccolo Bollettino Notturno

Temo molto di avere vinto la scommessa.

Non ho combinato un bottone in tutto il benedetto giorno.

Vero è che ho fatto più bruta fatica fisica che in tutto l’anno passato, ho vigilato su una cotta pre-adolescenziale allo stato nascente, mi sono quasi staccata un’unghia con una presa elettrica, ho battagliato – e perso – con la mia stampante, ho sedato zuffe e attacchi d’ansia in un gruppo di anziane signore e ho fatto nordic walking, ma ho la sgradevole sensazione che tutto ciò non conti molto ai fini della revisione… 

Ma domani è un altro giorno – non è così che si dice? Domani pomeriggio si lavora, e che diamine.

E questo, per nessuna buona ragione in particolare, mi fa venire in mente che non ho ancora nemmeno uno straccetto di titolo…