Poesia · teatro

Mostri Divini – Dante a Palazzo d’Arco

Nella Divina Commedia, Dante (ri)crea un intero mondo. Non soltanto un vertiginoso viaggio metafisico che esplora, tra immaginazione e teologia, le credenze del suo tempo in fatto di Aldilà – ma anche uno specchio sfaccettato che riflette, in frammenti vividissimi e concentrici, l’animo del poeta, la sua Firenze, il suo secolo e l’intera umanità. Continua a leggere “Mostri Divini – Dante a Palazzo d’Arco”

considerazioni sparse · teatro

Indovina Chi Viene a Cena – venerdì sera…

No, niente Hepburn-Poitier-Tracy. Tutt’altro, in realtà. Enfasi sulla cena: il teatro in cucina, e il cibo a teatro.

Perché il cibo è uno dei piaceri della vita oltre che il nutrimento indispensabile del nostro corpo. Ma è anche sostanza dello spirito quando diventa letteratura, pittura, scultura, musica e… teatro. Perché il cibo è arte, in cucina, sulla tavola e non solo.

Così il cibo, da alimento del corpo, diventa anche nutrimento immateriale, un elisir dell’anima da assaporare con tutti i sensi, con il pensiero e le emozioni. Non è certo un caso che, per tutta la storia, l’alimentazione abbia ispirato pittori a scultori a riprodurre cibi, bevande, tavole imbandite, cucine ricche di utensili, dispense colme di ogni ben di Dio… Ma attorno al cibo ruota anche tutta una parte essenziale della nostra vita, fatta di tradizioni, rituali di famiglia, convivialità e, all’occasione, conflitto. A tavola si parla, si ricorda, si celebra, ci s’innamora, ci si ritrova, si litiga… Sarà forse vero che a tavola non s’invecchia, ma di certo ci si vive – e di questa particolarissima vita la letteratura e il teatro si nutrono da sempre.

Questo spettacolo vuole raccontare proprio quel lato dell’umanità che si raccoglie attorno all’arte di mangiare e cucinare – e lo fa dosando con cura ingredienti di prima qualità: teatro e poesia, prosa e ricette, classici e contemporanei, conditi con abbondante ironia, un pizzico appena di cattiveria e un filo di nostalgiche memorie.

Quel che ne nasce è un buffet di assaggi, sfizioso e vario – dai tortelli di zucca all’aragosta Thérmidor, da Benni a Molière ad Ayckbourn… (E, se siete curiosi, le “mie” portate sono una fettina di Cyrano di Bergerac e un Pranzo di Babette mignon).

Menu ghiotto, non vi pare? E, già che ci siamo, comunicazione: a causa delle bizze del meteo, lndovina Chi Viene a Cena è spostato da martedì 13 a venerdì 16!

 

teatro

E la Rassegna Estiva!

Vi avevo promesso notizie più precise, giusto?

Ebbene… ecco qui!

Un cartellone ricco e vario, nevvero? Abbiamo lavorato (e stiamo lavorando) tanto per proporvelo, per poter celebrare sul palcoscenico i nostri settantacinque anni di teatro, per ritornare dopo… dopo tutto quanto. Sarà meraviglioso, vedrete!

Da un punto di vista pratico, le prenotazioni (obbligatorie) aprono oggi sulla biglietteria online, accessibile tramite il nostro sito. In alternativa c’è la biglietteria del Teatrino d’Arco, aperta dal giovedì al sabato, tra le 17 e le 18.30 – e raggiungibile al numero 0376 325363 oppure via mail, all’indirizzo biglietteria@teatro-campogalliani.it. Il biglietto costa 10 €, e se proprio dovesse piovere, lo spettacolo si replicherà la sera successiva.

Non vediamo l’ora – e vi aspettiamo a Palazzo d’Arco!

 

 

 

 

 

Storia&storie · teatro

Nellie Bly – ovvero: nulla è impossibile

Nell’autunno del 1888 la giovane giornalista Nellie Bly piombò sul suo redattore capo al New York World con un’idea per una serie di articoli: avrebbe fatto il giro del mondo seguendo l’itinerario di Phileas Fogg, il celebre personaggio di Jules Verne – in meno di 80 giorni.

Saltò fuori che in redazione l’idea circolava già – ma l’intenzione era quella di affidare il viaggio a un uomo… Continua a leggere “Nellie Bly – ovvero: nulla è impossibile”

elizabethana · Storia&storie · teatro

L’Uomo del Globe

Globe WanamakerSam Wanamaker era un attore americano trentenne quando nel 1949 sbarcò a Londra e, per primissima cosa, chiese al tassista di portarlo “nel posto di Shakespeare.”

“Io a Stratford-upon-Avon non ce la porto,” gli rispose il cabbie, e Sam, convinto di avere trovato il tassista più tetragono delle isole britanniche, fece un sorrisetto e spiegò che intendeva il posto di Shakespeare a Londra.

“Shakespeare, ha presente? Il poeta e drammaturgo.”

Il cabbie alzò le spalle. Chi diamine si credeva di essere, questo transatlantico del cavolo? ” E io che ho detto? William Shakespeare, essere o non essere. Stratford-upon-Avon.”

Sam cominciava a sentire un vago sconforto, ma si fece portare a Bankside, giusto sull’altra riva del Tamigi, dove, secondo lui, dovevano esserci quanto meno le rovine del Globe Theatre…

Il tassista fece quel che gli si chiedeva: chi era lui per rifiutare denaro dagli Americani squadrellati? Era il Quarantanove, e l’Inghilterra faticava assai a riprendersi dopo la guerra… se il piccolo coloniale voleva pagare per essere portato a vedere un bel niente, erano fatti suoi, giusto?

E così Sam arrivò a Bankside e scoprì, sconcertatissimo, che il cabbie aveva ragione: non c’era… niente. Oddìo, c’era una placca commemorativa sulla parete di una birreria: In questo luogo sorgeva… eccetera eccetera. E basta. Nient’altro. Della culla del teatro inglese non restava nulla.

Sam, pieno di sacro fuoco artistico, non capiva come ciò potesse essere – ma vedeva un soluzione: perché non ricostruire un Globe al posto giusto? E in uno di quei momenti che cambiano la vita, sposò quello che sarebbe diventato il suo Sogno con la S maiuscola: un nuovo Globe. Globe_Theatre_mid

Ma il nostro transbardolatra non aveva fatto i conti con due problemi: da un lato, l’Inghilterra era, come dicevamo, stremata dalla guerra, e dall’altro… Be’, immaginatevi il mondo accademico inglese davanti a un attore americano ansioso di prendere in mano delicate questioni shakespeariane, e ricostruire un teatro elisabettiano distrutto da secoli, e portarci dentro pubblico e turisti… Heavens above – giammai! E il povero Sam se ne tornò in America sospinto dal fragore delle loro esclamazioni inorridite.

Ma non per questo rinunciò. Anzi, fece qualcosa di geniale: cercò alleati tra le file nemiche, per così dire, cominciando a corrispondere con singoli accademici su entrambe le sponde dell’Atlantico, raccogliendo le più accreditate opinioni su come dovesse/potesse essere stato un teatro elisabettiano… Come dovesse/potesse essere stato il Globe. Perché il fatto era, vedete, che allora come adesso nessuno lo sa con certezza. Abbiamo qualche descrizione, una certa quantità di evidenza archeologica da altri posti, lo schizzo di un turista svizzero, e un contratto per la costruzione di un altro teatro che riporta con dettagliata precisione alcuni particolari da copiarsi dal Globe – ed è tutto. E considerate che ai tempi di Sam “tutto” era considerevolmente meno del “tutto” che sappiamo noi. Ma ciò non impediva agli studiosi di intrecciare teorie su teorie, e ogni sorta di ragionevoli ipotesi…

Sam era un visionario e un uomo perseverante. A dispetto di un sacco di oppositori che temevano una specie di Disneyland pseudoelisabettiana nel cuore di Londra, e con qualche appoggio dalla famiglia reale, nel 1970 fondò lo Shakespeare Globe Trust, e cominciò a raccogliere fondi in tutto il mondo. Perché il fatto è che l’interesse per il progetto era enorme, e si cominciava a vedere che l’Americano faceva le cose molto, ma molto seriamente.

globe-todayNon che i problemi fossero finiti: non era possibile costruire là dove erano sorti i due successivi Globes originali (costruiti rispettivamente nel 1599 e nel 1614), e il progetto che andava emergendo era spaventosamente incompatibile con le moderne norme antincendio… Sam e i suoi scesero a ragionevoli compromessi: si spostarono nel punto utile più vicino, incorporarono modifiche antincendio, fecero qualche concessione all’idea generale di come dovesse apparire un teatro elisabettiano… E in premio ebbero un colpo di fortuna: nei tardi anni Ottanta gli archeologi trovarono, a poca distanza, le fondamenta di quello che era stato il teatro rivale: il Rose di Philip Henslowe… Henslowe aveva detestato con qualche energia i Burbage, forza motrice del Globe, e teatri e rispettive compagnie si erano fatti guerra per anni: decidete voi se sia una beffa o una poetica riconciliazione il modo in cui il ritrovamento del Rose servì a consolidare e definire il progetto del Globe risorto, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1991.

E alla fine la perseveranza, l’entusiasmo e l’intelligenza di Sam Wanamaker vinsero la partita – anche se lui non visse abbastanza a lungo per vederlo: quattro anni dopo la sua morte, lo Shakespeare’s Globe Theatre ha aperto i battenti nel 1997, ed è una meraviglia – a vedersi e per le meravigliose stagioni teatrali e musicali che vi si tengono. Per l’opera educativa che vi si svolge. Per la sensazione di viaggio nel tempo che offre…GlobeWan

Dopodiché non è come se ci si fosse fermati: da qualche anno il Globe è affiancato da un altro piccolo teatro al chiuso: la ricostruzione – ipotetica ma molto ragionevole – di un teatro giacobita indoor. Ed è solo giusto – non trovate? – che quest’altra meraviglia, dove si recita rigorosamente a lume di candela, porti il nome del sognatore che ha dato inizio a tutta l’avventura: the Sam Wanamaker Playhouse.

 

teatro

Sugli effetti del teatro

Ieri sera, dopo avere guardato in streaming il bellissimo Dieci Piccoli Indiani della Campogalliani, ero in quel felice stato di effervescenza in cui mi mette il buon teatro. Quel felice stato per cui mi pare che potrei rivedere subito lo spettacolo in questione. Quel felice stato per cui ho pagine di appunti da prendere in proposito. Quel felice stato per cui le idee – narrative e registiche – germogliano a frotte. Quel felice stato…

“Per cui prendi il volo e poi atterri bruscamente?” ha domandato P., vedendomi svolazzare con una pila di piatti e bicchieri in mano e la testa altrove. Continua a leggere “Sugli effetti del teatro”

Digitalia · teatro

Natale con la Campogalliani

E se vi dicessi che il Teatrino d’Arco, benché chiuso, non è fermo?

Certo, se le cose fossero normali, se il mondo non fosse cambiato in modi che mai avremmo immaginato, saremmo nel bel mezzo del terzo giro di repliche di Canto di Natale, e in attesa di un debutto per la sera di San Silvestro… E se tutto fosse andato anche solo un po’ meglio di quanto sia andato, staremmo rappresentando qualcosa di nuovo e di adatto ai tempi – pochi attori in scena, pubblico limitato, scenografie ridotte e suggestioni immutate, perché una delle magie del teatro è che sa funzionare in ogni dimensione.

Invece abbiamo tutti sotto gli occhi la situazione, e sappiamo che i teatri sono chiusi fino a data da destinarsi… Sipario chiuso, luci spente, platea vuota.

Però…

Però l’Accademia Campogalliani non si ferma, e abbiamo deciso di offrire un’alternativa. Un’alternativa tecnologica, un’alternativa a distanza. Un’alternativa.

Un piccolo cartellone natalizio di spettacoli interpretati dagli allievi dei nostri corsi e riproposizioni di vecchi successi, in diretta o registrati, accessibili in via digitale:

Lunedì 21 dicembre, ore 20.30 – Donne da Palcoscenico

Martedì 22 dicembre, ore 20.00 – Natale con Delitto

Mercoledì 23 dicembre, ore 18.00 – Un Natale da Favola

Venerdì 25 dicembre, ore 17.00 – Canto di Natale, di Charles Dickens

Sabato 26 dicembre, ore 17.00 – Canto di natale, di Charles Dickens

Martedì 5 gennaio ’21, ore 17.00 – Il Fantasma di Canterville, di Oscar Wilde

Mercoledì 6 gennaio ’21, ore 17.00 – Il Fantasma di Canterville, di Oscar Wilde

 

Che ne dite? Volete unirvi a noi in queste feste a distanza, per vivere e rivivere la magia del palcoscenico – seppure da lontano? Tenete d’occhio la nostra pagina Facebook: oltre a permettervi di accedere ai link per vedere gli spettacoli, è un buon modo per non perdersi novità e aggiornamenti. E poi, naturalmente, c’è il nostro sito.

Nonostante le porte chiuse, il Teatrino è aperto e più vivo che mai. Noi, una volta di più, ci siamo.

 

 

elizabethana · Shakespeare · teatro

Esserci o Non Esserci

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonQuesto è il problema. Se sia meglio portare il fantasma in scena come uno spirito incarnato o suggerire la sua incorporeità per mezzo di luci blu, velari e macchina della nebbia – o magari non mostrarlo affatto. Spettro, apparizione, voce disincarnata, ossessione folle – e con un’idea registica dire che si è messo fine al dibattito sulla natura dell’ectoplasma vendicativo…

Perché il fatto è, vedete, che quando Shakespeare scrisse il suo Amleto, i fantasmi nell’Inghilterra riformata erano una vexata quaestio. Per i cattolici, naturalmente, erano anime del purgatorio, tornate a chiedere preghiere, esigere vendetta o sistemare faccenduole lasciate indietro. Ma la riforma aveva fatto piazza pulita di purgatorio, limbo e altre consimili sistemazioni provvisorie: una volta morti si ascendeva o si sprofondava in luoghi da cui nessuno tornava più.shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

Però i fantasmi c’erano – pochi dubitavano dell’esistenza di apparizioni spettrali. Il problema era come spiegarle… La risposta protestante era, come spesso accadeva, il diavolo. Non di fantasmi si trattava, ma di forme create illusoriamente (o abitate – su questo non c’era accordo) dal demonio al fine di sconvolgere le menti più impressionabili*, spingerle a compiere azioni riprovevoli come la vendetta e/o il suicidio e, già che ci si era, rastrellarne le anime.

Ma questi erano gli strologamenti dei teologi e dei re**, e l’opinione generale era che le anime dei morti tornassero indietro eccome. Magari non erano affatto raccomandabili, magari avevano davvero a che fare con il diavolo, ma erano propio fantasmi.

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonE la questione cessa di sembrare di lana caprina quando si guarda che cosa ne fa Shakespeare, portando in scena il fantasma di Amleto senior. Bernardo e Marcello, i primi a vederlo, non sanno bene che cosa pensarne ma, a ogni buon conto, chiamano e mandano avanti Orazio, perché Orazio sa il Latino e quindi è in grado di conversare con l’apparizione – e presumibilmente scacciarla, se necessario.

Orazio ha studiato a Wittemberg, e quindi arriva armato di accademico, filosofico e teologico disprezzo per tutto l’armamentario superstizioso medievale***. E infatti parte arringando lo spettro come se fosse un diavolo… E bisogna dire che allo spettro non piace molto essere perentoriamente invitato a parlare “per il cielo!”…

Questo potrebbe significare che si tratta in effetti di un diavolo cui non piace sentir nominare le cose superne, oppure che si tratta di un fantasma legittimo, offeso dal sospetto di Orazio. La faccenda rimane ambigua in una maniera che doveva essere accettabile per il Master of Revels e molto eccitante per un pubblico elisabettiano.

Diavolo? Fantasma? Fantasma? Diavolo?shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

La cosa buffa è che il filosofico Orazio si converte subito all’idea del fantasma, mentre Amleto, com’è nel suo stile, dubita. Ci saranno anche più cose in cielo e in terra che in tutta la filosofia di Orazio, ma perbacco, questa preoccupante apparizione vuole spingere il nostro tetro giovanotto a commettere peccato… diavolo o fantasma? Fantasma o diavolo?

E poi tutti sappiamo come va a finire.

Ora, la complessiva ambiguità dell’ectoplasma danese incarnava senza scioglierlo uno dei grandi dubbi dell’epoca, e l’Inglese medio si riconosceva nel rovello di Amleto: è o non è un fantasma? Defunto in cerca di giustizia (of sorts) o diavolo tentatore? È più indegno trascurare la volontà del trapassato o rischiare l’influenza diabolica? Eccetera, eccetera.

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonIn termini di pratica teatrale, la faccenda si traduceva in un attore in armatura che entrava in scena (da destra o da sinistra?), faceva le sue declamazioni con voce stentorea**** e poi si affrettava a cambiarsi per interpretare un’altra particina o due.

E così rimase per vari secoli, e ci volle il Novecento perché qualcuno cominciasse a porsi la questione in termini più registici che teologici.

Intanto, qualunque cosa l’apparizione fosse, bisognava in qualche modo segnalarne il carattere preternaturale. La voce da stentorea cominciò a farsi eterea ed echeggiante, la presenza scenica si sciolse in diluvii di nebbia, garze, tulli, luci blu, nebbia artificiale, ombre, proiezioni e – al cinema – trasparenze e doppie esposizioni.shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

Per esempio, nella versione olivieriana del 1948, il fantasma è un’armatura dalla celata semichiusa, avvolta in vortici di nebbia. Ricordo di avere visto, a Cardiff negli Anni Novanta, una produzione studentesca in cui il fantasma se ne stava dietro un canovaccio nero. Al momento giusto, un piazzato bianco illuminava l’attore, per dare l’impressione di un’immagine sfocata che emergesse dal buio. 

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonOra, non è che questo ingentilimento e questa rarefazione dello spettro avessero eliminato del tutto l’opzione diavolo-cadavere-animato/posseduto, che ricompariva periodicamente nella forma di fantasmi-scheletri o fantasmi-zombi. E tuttavia, la tendenza ebbe uno sviluppo logico in altre direzioni: lo spettro scomparve del tutto quando i registi cominciarono a ipotizzare che non fosse un fantasma affatto – ma un caso di possessione, una proiezione dell’inconscio di Amleto o un sintomo della sua follia.

Per esempio, a New York nel 1964, John Gielgud diresse Richard Burton in una produzione quasi ghost-less: al momento fatale, un’ombra indistinta si proiettava sullo scenario, e Burton/Amleto faceva conversazione con la voce del regista in quinta – una soluzione di cui Gielgud era particolarmente orgoglioso. Ma la storica del teatro Eleanor Prosser era meno entusiasta:

Tutti i versi erano squisitamente salmodiati nel tono tremulo di un santo morente – tutti tranne quelli troppo spudoratamente rivoltanti oppure osceni. Quelli – la descrizione dell’avvelenamento e l’immagine della lussuria che si pasce di letame – erano cassati. Ma in queste produzioni moderne, abbiamo mai modo di essere davvero spaventati o scossi da quel che il Fantasma dice, e da come lo dice?*****

E poi, nel 1980, Vincent Price interpretò a Londra un Amleto interamente senza fantasma. Le battute del defunto babbo le diceva lui, con una voce diversa

[U]n grugnito tipo teatro Noh, che suonava come un tritarifiuti shakespeariano,

ricorda l’attore e regista shakespeariano Paul Whitworth, prima di esprimere tutta una serie di dubbi: c’è il fatto che scegliere proprio Vincent Price per una faccenda di (forse) possessione sembrava singolarmente poco sottile; c’è il non del tutto trascurabile particolare che anche Bernardo, Francesco, Marcello e Orazio vedono il fantasma senza che Amleto sia nei paraggi; c’è la conseguenza che così Amleto, anziché scivolare gradualmente nei guai di una causa che si presenta con qualche merito di giustizia, appare fin dall’inizio matto da legare e matto da legare rimane fino alla fine.

E non so quali e quanti Amleti abbiate visto in vita vostra, ma sono certa che le apparizioni del fantasma variavano attraverso tutta la gamma – a riprova del fatto che, se gli Elisabettiani non avevano le idee chiare in fatto di spettri, non le abbiamo del tutto nemmeno noi. Anima in pena, diavolo, follia, inconscio represso? L’ambiguità deliberata di Shakespeare in proposito lascia spazio alle interpretazioni – anche quelle che non avrebbero avuto un senso definito a cavallo tra Cinque e Seicento.

La cosa importante è che il Fantasma non è una pittoresca particina secondaria, né un comodo device letterario. Nato come espressione di un dilemma che la riforma protestante si trascinava dietro come le catene di Marley, rimane un fulcro concettuale di tutto il dramma: la risposta registica alla domanda “che cosa è il Fantasma?” la dice lunga su chi è Amleto – e su chi siamo noi che ne interpretiamo la storia. 

È davvero calzante, non credete, che proprio questo fosse il ruolo in cui Shakespeare saliva in scena a incontrare il suo pubblico? Supponendo che sia vero, naturalmente… ma questa è, in tutta probabilità, un’altra storia.

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* Tra l’altro, un temperamento malinconico (leggi depressivo, in modern parlance) esponeva particolarmente a questo genere di attacchi. Amleto, per dire.

** Per dire, Giacomo VI e I era un appassionato (e bilioso) demonologo, ossessionato da streghe, diavoli e apparizioni, su cui scrisse abbondantemente – e si capisce che l’opinione di un re tendeva a fare testo. Poi viene da chiedersi se, quando era ancora solo VI, detestasse il conte di Bothwell perché lo riteneva uno stregone, o se dicesse che era uno stregone perché lo detestava…

*** Disprezzo molto elisabettiano e riformato, si capisce.

**** Leggenda e il solito Aubrey vogliono che Shakespeare recitasse il ruolo del fantasma – dal che i biografi deducono che non dovesse essere un attore straordinariamente bravo, ma possedesse polmoni di tutto rispetto.

***** Eleanor Prosser, Hamlet and Revenge, 1971. (Traduzione mia)