E all’idea di una nave fantasma… “Mine!” strilla il mio gabbiano interiore*.
Solo che poi seguo le mollichine, rintraccio il film** e scopro che si tratta di un film in bianco & nero del 1943, diretto da Mark Robson, nonché “un thriller psicologico con elementi horror.” E che il produttore è Val Lewton, specialista di zombie e altre amenità consimili…
Ok, macchine indietro tutta.
“Come, come, come puoi pensare che io guardi un film con elementi horror?” mi lagno con L.
L. leva gli occhi al cielo. Credo forse, anatra*** che non sono altro, che horror significhi squartamenti, urla e raccapriccio generale?
E che volete che vi dica? Io sì. È proprio questo che credo…
“Guarda The Ghost Ship,” ripete allora L., con tono oracolare e l’aria generale di qualcuno la cui pazienza sia messa a dura prova.
Così guardo The Ghost Ship, e scopro che credevo malissimo, che L. ha ragione e che non c’è affatto bisogno di sangue a fiumi per generare “senso di sbigottimento generato dalle tenebre, dall’oscurità.”
E anzi, qui di sangue non se ne vede una goccia, ma ogni inquadratura, ogni battuta di dialogo, ogni gioco di luce e ombra grondano tensione, minaccia – e la sgradevole sensazione che non tutto sia così roseo come il povero Tom crede all’inizio…
Da vedere – non foss’altro che per ridefinire frettolose categorie di genere.
* Gabbiano che, sia ben chiaro, non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con Jonathan Livingstone. È come i gabbiani di Nemo, avete presente? O se preferite, è una gazza interiore, che vede gli oggetti luccicanti e ci si tuffa.
** Originariamente su Internet Archive, che però in questi giorni non mi vuole bene, perché non ce lo ritrovo più…
E oggi parliamo di quando Hitchcock, ben prima di migrare Oltretinozza, faceva i film muti in Inghilterra.
Come The Lodger, del 1927 – più un thriller che un giallo, con un sacco di tensione, un interessante uso dei colori per creare atmosfera e delle soluzioni registiche già molto smaliziate. Ma d’altra parte, questo è considerato il miglior film muto del non ancora Sir Alfred.
Per la cronaca, sì: il film è tratto da un romanzo del 1913, con il quale però la sceneggiatura conserva la più lontana delle parentele. Hitchcock avrebbe voluto un finale più… aperto*, ma la produzione non ne volle sapere, nel timore che il pubblico dell’Isoletta e il botteghino riportassero traumi irreparabili vedendo Ivor Novello al centro di un finale troppo aperto…
Era la prima volta che Hitchcock si ritrovava a dirigere un attore davvero celebre: scatto di carriera – no doubt – ma anche un sacco di costrizioni in più. Ma niente paura: l’atmosfera resta cupa, e la minaccia e il dubbio funzionano alla perfezione fino all’ultimo.
All’epoca il Solitario Misterioso E Malinconico Con Un Segreto era la specialità di Ivor Novello – personaggio eclettico: compositore, musicista, produttore, playwright, attore di teatro e cinema…
E se vi pungesse vaghezza di vedere un film muto per intero, potreste far di peggio che provare con The Lodger. Lo trovate (insieme a vari altri titoli passati nel pubblico dominio) qui.
Avete mai visto Paris When It Sizzles? È un film anni Sessanta, assolutamente delizioso. Un po’ metacinema, un po’ parodia, un po’ commedia sofisticata. Mi pare che in Italia sia tradotto come Insieme A Parigi (meh…), e ogni tanto lo ridanno – in genere d’estate, alle due del pomeriggio o dopo mezzanotte, you know…
E c’è persino una comparsata di Noël Coward. Quel Noël Coward. No, davvero.
Se vi capita e non l’avete mai visto, vale la pena. Questa però non è una recensione. È una faccenda di vitarelle e rotelle. Dialoghi, per la precisione.
Perché dovete sapere che, proprio all’inizio di PWIS, Audrey Hepburn irrompe nella suite di William Holden, armata del suo fascino e di una gabbia contentente canarino a nome Richelieu, per assumere le sue funzioni di dattilografa. Lui, sceneggiatore talentuoso, pigro, alcolizzato e non poco eccentrico, l’accoglie con una serie di istruzioni e raccomandazioni strambe.
“E soprattutto, non risponda mai a una domanda con un’altra domanda. Ha capito bene?”
“Perché?” cinguetta Audrey. “L’ho fatto?”
Inutile dire che lo sceneggiatore diventa sarcastico e i due cominciano a battibeccare adorabilmente, mettendo subito in vetrina il tipo di dialogo brillante, sofisticato e appena nonsense che costituisce un terzo del fascino di questo film.
Ecco, questa è un’abitudine leggermente irritante nella vita reale, ma una meravigliosa tecnica nello scrivere dialoghi. E lo è perché: a) crea conflitto*; b) consente di usare badilate di sottotesto, perché ovviamente tutte le domande successive alla prima sottintendono la mancata risposta e le ragioni della mancata risposta; c) permette di caratterizzare efficacemente varie tipologie di personaggio. Possono esserci varie ragioni per rispondere a una domanda con un’altra domanda: ingenuità, curiosità iperattiva, sovrana indifferenza alle esigenze altrui, tortuosità più o meno machiavellica, sfida, menzogna, evasività, provocazione scherzosa… you name it. E diversi modi per farlo; d) consente di produrre scambi (e battibecchi) incisivi, efficaci e pieni di ritmo.
Per dire, in teatro… ecco.
Poi naturalmente, come tante cose, è da usarsi come il curry – ovvero con cautela. Ma considerando che il dialogo dovrebbe sempre caratterizzare il personaggio o far avanzare l’azione/conflitto (e possibilmente entrambe le cose insieme), direi che questo fits the bill.
* Fate un piccolo esperimento: al lavoro o in famiglia, scegliete qualcuno di moderatamente nervoso e provate a rispondere con una domanda a ogni domanda che vi viene rivolta. Fatelo due o tre volte, non una sola, e poi sappiatemi dire se genera conflitto oppure no…
Perché prima del giocattolone in technicolor del 1952 – quello con Stewart Granger e la più alta densità di duelli della storia del cinema – c’era stato, nel 1923, un film muto diretto da Rex Ingram, con Ramon Novarro nel ruolo eponimo…
E allora volete che non diamo nemmeno un’occhiatina alla versione silenziosa? Figurarsi! Per cominciare, i titoli di testa con una fetta di musica originale di William Axt e Leo Kempinksi:
E qui Danton che infiamma le folle, con quella che sospetto essere la musica rimaneggiata da Jeffrey Silvermann per il DVD:
E per finire, una spassosa e puntuale recensione comparata delle due versioni (completa di un sacco di immagini tratte da quella silenziosa…) da quel favoloso sito che è Movies, Silently.
E questo è, alas, tanto vicino quanto si può andare a vederlo, il film muto – perché il DVD esiste ma non è codificato per le nostre latitudini…
Oh be’, chi lo sa. Magari in qualche futuro. Per ora vi auguro buona domenica.
Di fretta. Sono in partenza per una ventura teatrale.
Non lo dico nemmeno più che stavolta, stavolta sarà un disastro. Lo so che nessuno mi crede – ma stavolta… Non ho nemmeno l’energia di invocare lo Spirito del Bardo.
Questo post parte da una conversazione con T. Una conversazione a proposito di vecchi film, di colonne sonore, di compositori, di Korngold e di Addinsell. Ed è così che è saltato fuori il Concerto di Varsavia.
Allora, Richard Addinsell era un compositore inglese che scriveva principalmente per il teatro e qualche volta per il cinema. Non vi piace l’idea di un compositore che fa carriera scrivendo per il teatro? A me tanto…
Ma non divaghiamo. Nonostante il teatro (riviste nel West End, una Alice in Wonderland e una lunga collaborazione con Clemence Dane, tra molte altre cose…), il brano più celebre di Addinsell resta il Warsaw Concert, tratto dalla colonna sonora di un film del 1941 chiamato, a scelta, Dangerous Moonlight oppure Suicide Squadron.
No, davvero.
Comunque vogliamo chiamarlo, il film è una storiellona di guerra, piloti polacchi e pianoforti. Il protagonista è un concertista e compositore polacco diventato pilota in tempo di guerra – l’epitome del romanticismo inglese Anni Quaranta. E per il capolavoro di costui, il regista Brian Desmond Hurst voleva qualcosa à la Rachmaninov. Peccato che Rachmaninov, contattato in proposito, non volesse saperne. Allora Hurst pescò Addinsell, che scrisse la colonna sonora e l’effettivamente rachmaninoviano concerto:
E questo era Laszlo Kovacs, con l’Orchestra Sinfonica Ungherese – perché sì: oggidì il film è dimenticatissimo, ma il concerto no. Più di settant’anni dopo, a est e a ovest d’Italia lo si esegue ancora nei concerti con una certa frequenza. Mica male, non credete, per un calco di Rachmaninov, scritto per un finto compositore?
Non so voi, ma personalmente ho sempre creduto che l’età eroica in cui cinema e teatri avevano il loro organo fosse terminata col tramonto dei film muti. Ebbene, scopro che non è affatto così.
O almeno, non dappertutto.
A quanto pare, all’inizio degli Anni Sessanta, strumenti e pratica sopravvivevano ancora. Le sale cinematografiche avevano organi di vario prestigio e varia potenza, e un organista residente che non accompagnava più i film, ma suonava durante gli intervalli, prima o dopo le proiezioni, oppure tra uno spettacolo e l’altro. Mi par di capire che la prassi variasse, ma gli organisti delle grandi sale erano artisti apprezzati e applauditi.
E adesso arriva l’aneddoto antipodeo…
Dovete sapere che a Sydney c’era il Prince Edward Theatre, un elegante cinema/teatro da millecinquecento posti, costruito nel 1924 e tutto parato di velluto azzurro. Ci si proiettavano film e ci si tenevano spettacoli musicali dal vivo, c’erano paggi e usherettes in uniforme, e ragazze in abito da sera bianco che distrubuivano programmi agli spettatori nelle occasioni importanti, e posacenere d’argento massicio nel foyer, un organo teatrale Wurlitzer e un’organista titolare che era una star cittadina: Noreen Hennessy.
Noreen era una signora vivace e un tantino svanita, che per tutta la sua carriera prestò servizio in improbabili abiti di chiffon, chiari e vaporosi come tante meringhe. Noreen non guardava quasi mai gli spettacoli. Verso la fine della proiezione andava a sedersi al suo organo Wurlitzer e, quando un occhio di bue segnalava che era giunto il suo momento, si alzava, s’inchinava al pubblico, annunciava “And my song for you tonight is…” si sedeva accomodandosi attorno le pieghe della meringa e poi suonava per la delizia generale. Una volta finito, raccoglieva gli applausi, sorrideva, faceva la riverenza e si ritirava fino all’intervallo successivo.
Ebbene, nel 1962 il Prince Edward ospitò la prima australiana del Billy Budd di Ustinov, con tanto di serata di gala e raccolta di fondi per non so quale causa benefica. Era una di quelle occasioni di cui si diceva: ragazze in bianco nel foyer, signore in abito da sera, uomini in abito scuro, la Sydney bene e la Sydney artistica raccolte nelle poltroncine di velluto azzurro…
Ecco, poi sappiamo tutti come va a finire Billy Budd, giusto?
Va a finire in modo tale che, quando Noreen entrò di soppiatto a una decina di minuti dai titoli di coda, il pubblico era occupato a singhiozzare con gran gusto…
Oh, poveri agnellini – benedetti i loro cuori teneri! dovette dirsi Noreen. Adesso ci penso io a risollevare millecinquecento animi afflitti…
E senza preavviso, sulla scena che conclude tragicamente un film per nulla allegro, la signora in chiffon color giunchiglia attaccò – poiché di Marina si trattava – Anchors Aweigh!
Il pubblico sobbalzò al repentino cambio d’atmosfera, spalancò collettivamente millecinquecento paia di occhi lustri e poi si sciolse in un’altrettanto collettivo convulso di risate. Non so quanto fossero soddisfatti Ustinov, lo spirito aleggiante di Melville e la gente della Allied Artists, ma Noreen si ebbe una standing ovation più lunga della sua esibizione, e si ritirò inchinandosi ad ogni passo e sorridendo come un faro nella notte.
Ah, cos’è che non si può fare, con la giusta dose di nonsense?
Sapevo vagamente dell’esistenza di questa versione cinematografica Anni Sessanta di Billy Budd. Quello di cui non avevo idea è l’onnipresenza di Peter Ustinov nel film.
Non solo Ustinov interpreta il Capitano Vere, ma è anche regista, co-produttore e co-autore della sceneggiatura adattata da Melville…
E il risultato è ottimo. Asciutto, teso, fedele al libro e bello a vedersi. Anche soltanto dal trailer, l’elettricità minacciosa di questa storia d’innocenza, malvagità, giustizia e legge è palpabile.
Mi piacciono in particolare la fotografia e il Claggart sottilmente minaccioso di Robert Ryan – e di certo non guasta il fatto che le navi siano navi vere. Che dire? Peter Ustinov sapeva quel che faceva.