Storia&storie · teatro

Nellie Bly: Il Giro del Mondo in 72 Giorni

Settantadue, sì – non ottanta.

Quello degli ottanta giorni è Phileas Fogg – e non  lo ha fatto sul serio. O meglio, nel romanzo lo fa eccome – ma è tutta teoria e narrativa: i calcoli di un giornale e l’immaginazione di Jules Verne.

Nellie, invece…

Nellie non è il personaggio di un romanzo – ma potrebbe esserlo.

Elizabeth Cochran(e) aveva 16 anni quando scrisse il suo primo articolo, contestando appassionatamente l’idea che le ragazze fossero fatte solo per la maternità e la casa – impressionando il direttore del Pittsburgh Dispatch, e guadagnandosi il suo primo lavoro da giornalista, sotto uno pseudonimo ispirato a una canzone in voga: Nellie Bly.

A 21 anni, decisa a fare “qualcosa che nessun’altra ragazza aveva mai fatto”, trascorse sei mesi in Messico, scrivendo corrispondenze sulla vita locale e mettendosi nei guai con la dittatura di Porfirio Dìaz per avere difeso la libertà di stampa. Aveva 23 anni quando trascorse dieci giorni sotto copertura in un manicomio per denunciare le condizioni di vita delle malate di mente, e ne aveva 25 quando intraprese il giro del mondo, nell’intento di seguire l’itinerario di Phileas Fogg e batterne il teorico record di ottanta giorni. A chi le diceva che una donna non avrebbe mai potuto compiere da sola un simile viaggio, Nellie rispondeva che niente è impossibile, se si applica la giusta energia nella giusta direzione.

Intrepida, determinata, pratica, piena di curiosità e di buon umore, acuta e ingenua al tempo stesso, Nellie viaggia contro il tempo, per scommessa e per lavoro, per dimostrare che nulla è impossibile a una donna risoluta, e per scoprire il mondo con gli occhi di una ragazza americana del tardo Ottocento.

E sabato sera noi ve la presentiamo, Nellie Bly, in un’altra delle serate di Racconti d’Estate a Palazzo d’Arco. Sarà lei stessa a raccontarvi la sua avventura, in un adattamento del libro che scrisse al suo ritorno – un bestseller all’epoca!

C’è ancora qualche posto –  per lo spettacolo e, volendo, per la visita alle incisioni raffaellesche di Marcantonio Raimondi, eccezionalmente esposte nelle sale del Palazzo. Per informazioni e prenotazioni, potete consultare il sito di Palazzo d’Arco. Cliccate il pulsante giallo “prenota ora” in basso a destra.

Giornalista d’inchiesta, viaggiatrice, paladina delle donne… Venite a conoscere questa straordinaria ragazza, e imbarcatevi con lei per un viaggio intorno al mondo – in settantadue giorni!

Vi aspettiamo a Palazzo.

Shakespeare · Storia&storie · teatro

Il ritorno dei Sonetti

Eugé, o Lettori! Dopo quasi sei anni di attesa, i Sonetti tornano in scena.  Tornano nella forma di una delle letture di Racconti d’Estate, nel bellissimo cortile di Palazzo d’Arco, con un meraviglioso cast costituito da Diego Fusari, Francesca Campogalliani, Luca Genovesi, Rossella Avanzi e Davide Cantarelli. Tornano incorniciati tra le due più incantevoli fantasie shakespeariane – Ariel e Puck…

E non ho bisogno di dirvi, credo, quanto sono affezionata a questo testo -per tutti i motivi ovvi, e per il delizioso gioco che è stato scriverli…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie in proposito, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia, non credete?

 

Storia&storie · teatro

La Scoperta di Rebecca

Parlavamo di adattamenti teatrali, nevvero? Ed è appena possibile che, quando parlavo di prime armi a proposito del mio fallito tentativo di adattamento di Lord Jim, stessi esagerando un pochino. Perché in realtà…

In realtà avevo undici anni quando scrissi il mio primo adattamento: of all things, Sir Walter Scott. Ivanhoe, per la precisione, in una di quelle sfrondatissime traduzioni illustrate per fanciulli. E figuratevi un po’: non solo finii l’adattamento – ma a furia di insistenza e ricatto emotivo, convinsi i miei compagni di classe a metterlo in scena.

Sì, lo so… ero quel tipo di bambina. Ed ero anche quel tipo di bambina che faceva la regista, sotto la divertita supervisione dell’insegnante di lettere. E per di più volevo assolutamente la parte di Rowena.

Lady Rowena, vedete, era l’eroina nominale, quella carina, con i bei costumi e il lieto fine, e non mi dispiaceva il ragazzino che interpretava l’eroe eponimo… Quindi sì, volevo la parte. A undici anni ero piuttosto… tenace – e per di più, essendo la regista, ero in ingiusto vantaggio rispetto alle altre aspiranti Rowena, che non avevano voce in capitolo in fatto di distribuzione…

Poi naturalmente non arrivammo mai a mettere in scena Ivanhoe. A parte tutto, la mia comprensione di quel che si poteva fare o non fare su un palcoscenico era vaga nella migliore delle ipotesi, e il mio adattamento, oltre ad avere abbastanza personaggi per popolare le Americhe, era piena di battaglie, assedi, cavalcate, tornei… Che posso dire? Avevo undici anni.

Dopo qualche mese di entusiastici progetti e – se ben ricordo – una singola prova, con la fine dell’anno scolastico l’intera faccenda evaporò in nulla, lasciandomi un pochino delusa. E nel corso delle vacanze mi parve bello curare la delusione con l’ennesima rilettura di Ivanhoe – ed è qui che feci un’interessante scoperta: dopo avere fatto il diavolo a quattro per avere la parte di Rowena, all’improvviso trovai che non m’importava granché di lei. È graziosa e alla fine sposa Ivanhoe – ma dopo tutto che cosa fa, oltre a sospirare con aria dolce e aspettare di essere salvata?

Rebecca, invece… Rebecca di York è una guaritrice di tutto punto, è capacissima di prendere iniziative e sa destreggiarsi con la legge. E soprattutto è orgogliosa, piena di dignità nei momenti peggiori e, per quanto innamorata senza speranza, è capace di soffrire in silenzio. Un personaggio molto più complesso e, mi rendevo conto persino allora, molto più interessante da recitare.

E questa è, credo, l’occasione in cui scoprii che il protagonista nominale non è necessariamente il personaggio migliore, e che tridimensionalità e complessità sono molto, molto meglio dei bei costumi e del lieto fine. E ciò va a dimostrare che non si sa mai, vero? Forse la scoperta di Rebecca iniziò come un caso di volpi undicenni e uva acerba – ma finì con l’essere una pietra miliare nella mia preadolescente percezione delle storie e dei personaggi. Se ne può concludere che adattare per il teatro fa bene alla salute – e che, alla lista dei libri che hanno influenzato la mia formazione narrativa, si può aggiungere Ivanhoe, passando per una sfrondatissima traduzione illustrata per fanciulli e un play che non vide mai la luce.

gente che scrive · Storia&storie

Charlotte Ritrovata

charlotte bronte, constantin hégerDomani Charlotte Brontë avrebbe compiuto 204 anni… no, non c’è modo al mondo in cui avrebbe potuto compierli, e non è nemmeno una data straordinariamente tonda – ma lasciate che colga l’occasione per raccontarvi una storia, volete?

Allora, dovete sapere che le sorelle Brontë avrebbero voluto aprire la loro scuola per fanciulle nella casa parrocchiale di Haworth.

Non so chi pensassero di poter attirare in un posto così isolato, così malsano, così sperduto tra le brughiere – un posto che, a parte tutto, avrebbero perduto alla morte del loro padre. Tra l’altro, a nessuna delle tre piaceva affatto insegnare… Ma d’altra parte, nessuna delle tre faceva gran conto di sposarsi, c’era l’esigenza di guadagnarsi da vivere e non c’erano molte possibilità aperte per una donna della loro situazione sociale. Scartata l’ipotesi di fare le dame di compagnia, se insegnamento doveva essere, che fosse almeno a casa, e per qualche anno tutta la famiglia fece del suo meglio per considerare The Misses Brontë’s School For Young Ladies un’opzione sensata per il futuro delle ragazze.

Ora, per allettare le young ladies con l’offerta di un buon curriculum di studi, era necessario che le future insegnanti parlassero un Francese non troppo eccepibile – magari perfezionato all’estero. Parigi, la scelta ovvia, dovette sembrare troppo lontana, troppo costosa, troppo risqué – ma c’erano alternative: nel 1842, con la benedizione del Reverendo Patrick e il finanziamento della zia Branwell, Charlotte e Emily partirono per Bruxelles con l’intenzione di studiare il Francese al Pensionnat Héger – dove si pagavano parte della retta insegnando a loro volta Inglese e musica.

All’epoca e nelle circostanze generali, non era cosa di tutti i giorni. Era un passo audace e una maniera di costruirsi un futuro che non molte donne dell’epoca, a parità di circostanze, avrebbero anche solo considerato. Purtroppo  non andò a finire nel modo che tutti si aspettavano. A Bruxelles Emily durò poco – come sempre accadeva quando si cercava di allontanarla da Haworth e dalla sua casa. Era un’allieva molto brillante ma, quando la zia Branwell morì pochi mesi più tardi e si rese necessario tornare in Inghilterra, decise che ne aveva avuto abbastanza. Rivoleva la libertà di scrivere, camminare per miglia nelle brughiere e scrivere to her heart’s content. constantin héger, charlotte brontë

Invece Charlotte tornò a Bruxelles nel gennaio del ’43. Ci tornò perché era innamorata del suo professore – incidentalmente il marito della proprietaria della scuola. Constantin Héger era un’omarino brusco, colto e affascinante, mosso a simpatia nei confronti delle due allieve inglesi – eccentriche, quasi adulte e tanto più intelligenti della scolara belga media. Charlotte, intrecciò con lui un’intensa amicizia intellettuale, s’innamorò (letteralmente) come una scolaretta, visse per un anno al pensionato – solitaria, infelice, tormentata dai sensi di colpa e, quando Mme. Héger ebbe il buon senso di metterla alla porta con tutta la grazia e il tatto possibili, se ne tornò a casa con il cuore a pezzetti molto piccoli e treni merci di materiale da romanzo.

Il suo primo romanzo (prima di Jane Eyre, anche se venne pubblicato solo nel 1857) s’intitolava, guarda caso, The Professor. Protagonista un giovane insegnante (celibe) in una scuola femminile di Bruxelles, che s’innamora (ricambiato) della sua giovane allieva anglo-svizzera, nonostante le beghe della perfida direttice della scuola…

Er… yes, well.

Nel 1853 Charlotte era ancora abbastanza presa dalle sue esperienze di Bruxelles da riscriverle nella forma di Villette, di nuovo una storia di pensionati, allieve e professori in un Belgio appena velato sotto i nomi fittizi. Interestingly, la protagonista inglese Lucy, la consueta orfana che studia Francese, s’innamora di due uomini diversi – il Prof. Paul, modellato su Héger, e un giovane dottore inglese che era il ritratto di George Smith, l’editore di Jane Eyre. Ora, si dà il caso che il giovane e bel George Smith fosse più che un po’ innamorato di Charlotte e, seguendo la stesura di Villette, fu tanto esplicito quanto le convenzioni del tempo lo permettevano nel suggerire a Charlotte di far convolare Lucy e il Dottor John. Ma Charlotte, incrollabile, tenne Lucy fedele al (defunto?) Professor Paul.

Inutile dire che Smith non la prese particolarmente bene.

Ingratitude.jpgPerché vi racconto tutto questo? Perché qualche anno fa, dagli archivi di un museo belga, è (ri)saltato fuori L’Ingratitude, un compito scritto di Charlotte, datato ai primi mesi di Bruxelles, una sorta di favola ispirata a quelle di La Fontaine. Questo genere di dévoir era parte del metodo del Professor Héger, che credeva nello sviluppo per imitazione. Le allieve dovevano scrivere variazioni su brani di scrittori classici, come si vede tanto in The Professor quanto in Villette. Attraverso questo esercizio, sia Frances Henri* che Lucy Snowe rivelano non solo un’abissale superiorità rispetto alle compagne di classe, ma anche un talento fuori dal comune, attirando così l’attenzione dei rispettivi insegnanti.

Molto autobiografico, anche se, a dire il vero, L’Ingratitude, storia di topini senza lieto fine, scritta in un Francese claudicante, non sembra granché ad occhi moderni. È affascinante vedere la giovane Charlotte che cerca le sue gambe narrative in una lingua che non è la sua – pensando anche alle lettere in cui, in anni più tardi, confessava l’influenza dell’insegnamento di Héger non solo sul suo Francese, ma sulla sua scrittura in generale.

C’è da presumere che, se avesse mai aperto la sua scuola, Charlotte avrebbe applicato lo stesso metodo nell’insegnamento del Francese.

Ma The Misses Brontë’s School For Young Ladies non andò mai oltre lo stadio di una bozza di volantino pubblicitario. La mancanza di denaro, la disgrazia famigliare nella forma del riprovevole fratello Branwell (chi avrebbe mandato una figlia a studiare presso la famiglia di un seduttore di donne sposate?), la malattia e la morte si misero di mezzo.

Il protagonista de L’Ingratitude (di cui potete leggere qui l’originale e una Branwell Brontëtraduzione inglese) è un giovane topo ingrato che finisce male per non avere ascoltato i consigli paterni. Niente più di una cautionary tale ma, col senno di poi, la tentazione di vederci un ritrattino di Branwell, che nel 1842 si stava già attivamente mostrando come un inaffidabile caposcarico, è forte.

E chissà se, dopo che Branwell era morto di tisi, laudano e cattivo gin nel 1848, Charlotte ripensasse mai alla fine del suo topolino ingrato. Non è un’idea allegra.

____________________________________________________________

* “Composition became the breath of her nostrils…” nota William di Frances, che prima di allora aveva giudicato un nonnulla dull.

 

Storia&storie

Fuoco!

0395_light_my_fire.jpgCi sono cose che l’umanità comincia con l’adorare, poi ne fa un simbolo e come tale lo passa in letteratura – il che, a suo modo, è un’altra forma di adorazione più complessa.

Il fuoco appartiene alla categoria a pieno titolo.

Non c’è mitologia che non abbia la sua divinità del fuoco, dall’indù Agni, messaggero divino eternamente giovane che rinasce ogni mattina, all’irlandese Brigit, poetessa e signora delle fiamme alte, dal greco Efesto, protettore dei fabbri, al giapponese Kojin, che protegge i focolari e simboleggia la violenza degli elementi posta al servizio dell’umanità.

I significati simbolici associati al fuoco sono numerosi, positivi e negativi: rinnovamento, purificazione, immortalità, iniziazione, sacrificio, forgiatura, distruzione… basta pensare al mito della Fenice che brucia e rinasce dalle proprie ceneri, a Prometeo che ruba il fuoco agli dei per emancipare almeno un po’ l’umanità, alle fiamme che custodiscono il sonno della valkiria disobbediente, alla colonna di fuoco che guida Mosè e i suoi nell’Esodo, al fuoco inestinguibile di Vesta, alle fiamme della dannazione eterna.

Il fuoco è bello e pericoloso, benefico e distruttore, utile e terrificante: cosa potrebbe essere più adatto a rappresentare la divinità? E poi, essendo il poeta sempre un essere prometeico, il fuoco viene strappato all’esclusiva raffigurazione divina per diventare in letteratura un elemento simbolico della natura e delle azioni umane.

Frate Fuoco, secondo San Francesco, è “bello, et robustoso et forte”, ma qualche decennio più tardi “S’i fosse fuoco arderei l’mondo,” canta quel cattivo soggetto di Cecco Angiolieri, eleggendo le fiamme a segno della sua indole sfrenata. Più o meno negli stessi anni, Dante di fuoco ne sparge per tutto il suo visionario Aldilà: il fuoco del tormento che lambisce “ambo le piote” ai simoniaci, o le lingue di fuoco che avvolgono i consiglieri fraudolenti, le fiamme dei lussuriosi nel Purgatorio e il fuoco mistico e luminoso del Paradiso.

Ma oltre a queste connotazioni di contrappasso morale, il fuoco ne assume di più decorative e alphabet-light-writing.jpgdescrittive. Shakespeare, all’inizio dell’Enrico V, fa chiamare al suo prologo una Musa di Fuoco, necessaria a cantare gli eventi grandiosi e tragici che, o Spettatori, state per veder rappresentati. Il fuoco torna spesso in Shakespeare, con tutta la varietà possibile, dal fuoco pallido della luna al fuoco dell’amore – più difficile da spegnere di quanto non lo sia accendere il fuoco vero con la neve. Marlowe usa il fuoco in tutte le sue varietà simboliche e concrete nella maggior parte delle sue tragedie: i suoi personaggi seguono fuochi nel cielo, hanno temperamenti di fuoco e occhi fiammeggianti, muoiono di dolori che bruciano le viscere, incendiano città, palazzi e laghi (sì, laghi), invocano il fuoco alchemico, torturano e sono torturati con ferri incandescenti o vengono bolliti a morte, temono, minacciano e sperimentano le fiamme dell’inferno e portano molto fuoco in battaglia. Amore, peccato, fierezza, ambizione, sfida, orgoglio, bellezza, arte…

Tutto ben lontano dall’estasi febbrile di uno Schiller che, nell’Inno alla Gioia, decrive “noi” come “ebbri di fuoco”, dal fuoco che sussurra e mostra figure, unico e amatissimo compagno del fuochista che accoglie Nell e suo nonno nella dantesca fabbrica del Vecchio Negozio di Curiosità o, per restare con Dickens, dal fuoco che ruggisce allegro in ogni pagina di Canto di Natale. O ancora dal fuoco magico e benevolo in cui si manifesta il Dagda ne La Pietra del Vecchio Pescatore. Passione, gioia, ancora arte, entusiasmo, calore, sicurezza, protezione…

Ci sono metafore meno allegre e fuochi letterari più cupi. Ci sono incendi punitivi e vendicatori come quello appiccato dalla moglie pazza di Rochester in Jane Eyre, come le fiamme selvagge che distruggono il palazzo del tirannico Duca d’Ofena nelle Novelle della Pescara, o come l’ultima rivalsa della signora Danvers ne La Prima Moglie. Ci sono fuochi inquietanti, come quelli su cui si bruciano i libri (e occasionalmente i bibliofili) in Farhenheit 451. E ci sono le battaglie: l’incendio di Mosca in Guerra e Pace, le navi da battaglia in fiamme de Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche, l’assalto alla prigione in Barnaby Rudge. Rabbia, furia incontrollata, vendetta, ferocia, distruzione, arroganza, guerra…

carols_hands.jpgCi sono anche fuochi in musica, come “l’orrendo foco di quella pira” (a tempo di valzerino), o l’autodafè e la “divina fiamma” del Don Carlos, o l’Uccello di Fuoco – che, incidentalmente, è anche una fiaba, la meta magico-mitica delle peregrinazioni di un principe piuttosto stupido. D’altra parte, anche nelle fiabe il fuoco non manca: avete presente, solo per citarne qualche caso, l’Acciarino Magico, il forno della strega di Hansel e Gretel, i fiammiferi della Piccola Fiammiferaia? Oppure, meno canonizzati ma onnipresenti, i fuochi fatui e le anime del purgatorio?

Insomma: religione, mito, fiabe, letteratura – non sembra esserci angolo del paesaggio interiore dell’umanità che resti immune al fascino pericoloso e fiammeggiante del fuoco. Non sarà più una divinità da tanti millenni – ma di sicuro il fuoco arde, ruggisce e illumina ben saldo nell’immaginario umano.

Storia&storie

La Chiusura dei Teatri

Il 28 di gennaio 1593, in seguito al preoccupante aumento dei casi di peste a Londra e dintorni, il Privy Council, il consiglio privato della Regina, inviò una lettera alle autorità cittadine, ordinando la chiusura dei teatri fra molte altre cose.

“Riteniamo conveniente,” scrivevano i ministri di Elisabetta, “che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.”

Il Consiglio ingiungeva al Lord Sindaco, alle corporazioni e alle parrocchie di pubblicare la misura per proclamazione, e di esercitare speciale vigilanza nei luoghi deputati all’esercizio di simili passatempi. Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione…

A parte il sistema di applicazione… suona familiare? Quattrocentoventisette anni più tardi, sembra proprio che ci risiamo. Le autorità prendono precauzioni – forse non necessariamente le più sensate, ma quelle con cui sperano di contenere il diffondersi di un contagio sulla cui dinamica nessuno è poi troppo sicuro; i teatri si svuotano; la gente si procura i sacchetti di erbe medicinali da tenere davanti a naso e bocca; i barcaioli del Tamigi protestano per il mancato profitto; si isolano i focolai; si compilano liste di contagio e di decessi; si diffida di chi viene da fuori…

Col che non voglio minimamente apparentare il “nostro” virus alla peste bubbonica, e naturalmente sono passati quattro secoli e moneta, la conoscenza scientifica, le comunicazioni, la società sono enormemente cambiate – eppure certe cose…

Non finisco mai di restare affascinata dal modo in cui, per quanto tempo passi, certe cose non cambiano mai troppo.

_______

(E già che ci siamo, una comunicazioncella di servizio: anche al Teatrino d’Arco le rappresentazioni sono sospese fino a nuovo ordine)

 

 

 

Lunedì del D'Arco · Storia&storie

Viaggio al femminile con i Lunedì del d’Arco

E mentre io ero distratta dall’afterglow londinese, sono iniziati i Lunedì del d’Arco. Quest’anno si parla di viaggiatrici del passato – donne straordinarie che, tra Sette, Otto e Novecento, hanno infranto ogni genere di convenzioni per seguire il richiamo di orizzonti lontani…

Parliamo di un’epoca in cui, per una donna, viaggiare non era soltanto una questione di passaporti e di frontiere. Una viaggiatrice doveva superare ben più che i confini fisici di regni e imperi. C’erano i confini culturali e sociali del ruolo prescritto per una donna – e non era certo quello di viaggiare per curiosità e sete d’avventura.

E se è vero che fin dal Seicento le donne inglesi seguivano padri, mariti e fratelli in giro per l’impero, la figura della viaggiatrice – per così dire – in proprio è rara, e circondata da una serie di resistenze scritte e non scritte.

Nel secondo Settecento Jeanne Baret, di cui lunedì scorso si sono occupati Serena Zerbetto e Andrea Flora sotto la guida di Diego Fusari – dovette travestirsi da ragazzo per seguire il suo amante botanico nella spedizione Bougainville. Jeanne era determinata, intelligente, una botanica di grande talento a sua volta – eppure la legge non le consentiva d’imbarcarsi. Lei infranse la legge, varcò ogni genere di confini, scoprì migliaia di specie, circumnavigò il globo – e, a detta degli amici di Freudiana Libera Associazione che anche quest’anno ci accompagnano – per tutta la vita inseguì se stessa.

E anche noi, di Lunedì in Lunedì, seguiamo Jeanne e le sue sorelle ideali – viaggiatrici, esploratrici, sfidatrici di destini.

Stasera tocca a Freya Stark, la signora dei deserti – a cura di Maria Grazia Bettini.

L’appuntamento è per questa sera alle 21 al Teatrino d’Arco – ma vi rivolgo il consueto invito ad arrivare per tempo se volete trovar posto, perché non c’è prenotazione e i Lunedì sono popolari e affollatissimi.

Vi aspettiamo!

Storia&storie · teatro

La Memoria in Scena

Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…

Da un lato c’è Processo a Dio, la spietata riflessione di Stefano Massini sulla domanda che, sotto molti aspetti, è La Domanda di tutta l’umanità.

Dov’era Dio, mentre tutto ciò accadeva?

“Dio è sotto processo da cinquemila anni,” dice il Rabbino Bidermann, in uno dei tanti momenti memorabili di questo dramma terso e tagliente. Non aspettatevi di uscire da teatro con delle risposte – e d’altra parte offrirne non è il mestiere del teatro. “Il posto delle domande è sul palcoscenico,” dice Jeffrey Sweet, “Ma le risposte si devono trovare in platea.” Ed è precisamente quello che fa la storia di Elga Firsch: solleva questioni vitali e potenti, e poi ci manda fuori scossi e pensanti. Il resto del lavoro è nostro.

Se non avete ancora visto Processo a Dio, c’è ancora tempo fino al 31: restano pochissimi posti – ma vale la pena di provare.

E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.

Ma anche un motivo di… ecco, è difficile parlare di ottimismo e di speranza a proposito di questo argomento – ma resta il fatto: attraverso le sue ore più buie, lo spirito umano continua a voler capire e a voler sorridere. L’umanità, o almeno parte di essa, non smette di pensare. E quindi, direbbe Cartesio, non smette di essere.

C’è consolazione in questo, non trovate?

Storia&storie · teatro

E adesso Massini

Cambiamo registro…

Debutta sabato 11 il serrato, profondo dramma di Stefano Massini sulla necessità di risposte ben al di là della pura sopravvivenza. Dov’è Dio, quando le grandi tragedie si compiono? E, a ben pensarci, dov’è l’umanità? Con una regia sobria e rigorosa, Mario Zolin ci conduce in un viaggio di ricerca e di coscienza.

In scena dall’undici al ventisette gennaio. Si prenota online oppure telefonicamente al numero 0376 325363, dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

Vi aspettiamo!

 

cinema e tv · romanzo storico · Storia&storie

In Cerca di Alan Breck (Parte II)

Dove eravamo rimasti? A Michael Caine, ricordate? E con poca soddisfazione… Fin qui l’Alan migliore è stato Peter Finch – che nel 1960 ci va vicino, ma è ancora un pochino carente in fatto di follia danzante.

E dopo la versione Disney segue un’attesa di quasi vent’anni – ma ne vale la pena. Ora, forse non è del tutto giusto paragonare un singolo film a una (mini)serie, non foss’altro che per la durata: è ovvio che, nel corso di vari episodi, sceneggiatori, regista e attori hanno molto più spazio per esplorare una storia e un personaggio. E in effetti è proprio questo che fa la produzione anglo-franco-tedesca del 1978, riuscendo persino a restarsene ragionevolmente fedele al romanzo e al suo seguito Catriona. Alan è David McCallum, forse un po’ carino per il ruolo – ma pressoché perfetto: spavaldo, irritabile, fanciullesco, permaloso, scafato e ingenuo al tempo stesso, con un autentico accento scozzese e l’atteggiamento generale di un galletto da combattimento. E poi si comporta molto, molto bene nella mia scena prediletta. Quando, dopo aver messo in fuga Hoseason e i suoi bravacci, Alan abbraccia uno scombussolato David e gli chiede se non è uno spadaccino con i fiocchi, McCallum è perfetto: pieno di adrenalina, estremamente compiaciuto di se stesso, e un nonnulla matto… ecco la follia danzante, enfin! E a parte questo, mi piace come gli sceneggiatori si siano disturbati a caratterizzare Alan in modi che Stevenson suggerisce o implica. Lo vediamo combattere a Culloden, leggere per diletto, spazientirsi dei giochi politici alla corte in esilio di Bonnie Prince Charlie, inghiottire lealmente le sue malinconie sul destino della causa… Ebbene, signori della giuria, per quanto mi riguarda questo è Alan.

Di certo non è quello di Armand Assante nel film del 1995. Magari ci sono arrivata prevenuta, quando l’amica che mi ha prestato il DVD mi ha avvertita che avrei trovato Alan trasformato nel cugino scozzese di Jack Sparrow… Oh dear. Ho iniziato a guardare con i peggiori pregiudizi – e, quando Alan è entrato in scena dopo un’oretta di divagazioni ben poco stevensoniane, sono inorridita al primo sguardo. So cho appena lamentato la scarsità di follia danzante per parecchie centinaia di parole – ma Assante va decisamente fuoribordo nel ritrarre Alan come un mezzo psicopatico, rozzo e mal lavato.  Non è del tutto improbabile che l’Alan storico fosse qualcuno del genere – ma non è per questo che siamo qui, giusto? Noi vogliamo l’irresistibile spadaccino di Stevenson – ciò che Assante proprio non è.

Va un po’ meglio e non va meglio affatto nell’ultima versione – o almeno l’ultima di cui sappia – quella del 2005 targata BBC, con Iain Glen nei panni di Alan. Premattiamo che Glen non se la cava troppo male, col giusto luccichio negli occhi, un’ombra di malinconia per la causa perduta e una discreta combinazione di signorilità e squilibrio. Peccato che la sua interpretazione si perda in un insieme che ha ben poco a che vedere con Stevenson. Potrei anche sorvolare sul fatto che il tutto sia girato in tratti di Nuova Zelanda che non somigliano affatto alla Scozia, ma che bisogno c’era di armare Catriona di moschetto e trasformarla nella semiselvaggia cugina (o forse sorella adottiva) di Alan? E chi da dove saltano fuori i non meglio precisati malvagi in nero che inseguono i nostri eroi per tutte le (chiaramente non) Highlands? Ninja scozzesi? Entrano tre assassini? Nazgul avanzati? E perché macellare ogni singola scena e battuta di dialogo?

Insomma, si direbbe che in un secoletto sceneggiatori, produttori e registi non abbiano imparato granché, quando si tratta di lasciare che Stevenson racconti la sua storia… Verrebbe da pensare che sia ovvio – e non può essere una coincidenza che le versioni più fedeli al romanzo abbiano prodotto gli Alan migliori in Finch e McCallum, eppure… eppure. Malguidati tentativi di restituire a David il centro della scena, la necessità percepita di inserire personaggi femminili e un’ansia di modernizzazione hanno causato molta macelleria ai danni del romanzo, e di Alan in particolare. Chissà, magari fra una decina di anni qualcuno ci riproverà di nuovo – e staremo a vedere che succede.

Nel frattempo, possiamo considerare questa malinconica vicenda come uno studio di quel che, secondo produttori e registi, un pubblico può o non può digerire, apprezzare e volere.