Storia&storie

La Chiusura dei Teatri

Il 28 di gennaio 1593, in seguito al preoccupante aumento dei casi di peste a Londra e dintorni, il Privy Council, il consiglio privato della Regina, inviò una lettera alle autorità cittadine, ordinando la chiusura dei teatri fra molte altre cose.

“Riteniamo conveniente,” scrivevano i ministri di Elisabetta, “che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.”

Il Consiglio ingiungeva al Lord Sindaco, alle corporazioni e alle parrocchie di pubblicare la misura per proclamazione, e di esercitare speciale vigilanza nei luoghi deputati all’esercizio di simili passatempi. Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione…

A parte il sistema di applicazione… suona familiare? Quattrocentoventisette anni più tardi, sembra proprio che ci risiamo. Le autorità prendono precauzioni – forse non necessariamente le più sensate, ma quelle con cui sperano di contenere il diffondersi di un contagio sulla cui dinamica nessuno è poi troppo sicuro; i teatri si svuotano; la gente si procura i sacchetti di erbe medicinali da tenere davanti a naso e bocca; i barcaioli del Tamigi protestano per il mancato profitto; si isolano i focolai; si compilano liste di contagio e di decessi; si diffida di chi viene da fuori…

Col che non voglio minimamente apparentare il “nostro” virus alla peste bubbonica, e naturalmente sono passati quattro secoli e moneta, la conoscenza scientifica, le comunicazioni, la società sono enormemente cambiate – eppure certe cose…

Non finisco mai di restare affascinata dal modo in cui, per quanto tempo passi, certe cose non cambiano mai troppo.

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(E già che ci siamo, una comunicazioncella di servizio: anche al Teatrino d’Arco le rappresentazioni sono sospese fino a nuovo ordine)

 

 

 

Lunedì del D'Arco · Storia&storie

Viaggio al femminile con i Lunedì del d’Arco

E mentre io ero distratta dall’afterglow londinese, sono iniziati i Lunedì del d’Arco. Quest’anno si parla di viaggiatrici del passato – donne straordinarie che, tra Sette, Otto e Novecento, hanno infranto ogni genere di convenzioni per seguire il richiamo di orizzonti lontani…

Parliamo di un’epoca in cui, per una donna, viaggiare non era soltanto una questione di passaporti e di frontiere. Una viaggiatrice doveva superare ben più che i confini fisici di regni e imperi. C’erano i confini culturali e sociali del ruolo prescritto per una donna – e non era certo quello di viaggiare per curiosità e sete d’avventura.

E se è vero che fin dal Seicento le donne inglesi seguivano padri, mariti e fratelli in giro per l’impero, la figura della viaggiatrice – per così dire – in proprio è rara, e circondata da una serie di resistenze scritte e non scritte.

Nel secondo Settecento Jeanne Baret, di cui lunedì scorso si sono occupati Serena Zerbetto e Andrea Flora sotto la guida di Diego Fusari – dovette travestirsi da ragazzo per seguire il suo amante botanico nella spedizione Bougainville. Jeanne era determinata, intelligente, una botanica di grande talento a sua volta – eppure la legge non le consentiva d’imbarcarsi. Lei infranse la legge, varcò ogni genere di confini, scoprì migliaia di specie, circumnavigò il globo – e, a detta degli amici di Freudiana Libera Associazione che anche quest’anno ci accompagnano – per tutta la vita inseguì se stessa.

E anche noi, di Lunedì in Lunedì, seguiamo Jeanne e le sue sorelle ideali – viaggiatrici, esploratrici, sfidatrici di destini.

Stasera tocca a Freya Stark, la signora dei deserti – a cura di Maria Grazia Bettini.

L’appuntamento è per questa sera alle 21 al Teatrino d’Arco – ma vi rivolgo il consueto invito ad arrivare per tempo se volete trovar posto, perché non c’è prenotazione e i Lunedì sono popolari e affollatissimi.

Vi aspettiamo!

Storia&storie · teatro

La Memoria in Scena

Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…

Da un lato c’è Processo a Dio, la spietata riflessione di Stefano Massini sulla domanda che, sotto molti aspetti, è La Domanda di tutta l’umanità.

Dov’era Dio, mentre tutto ciò accadeva?

“Dio è sotto processo da cinquemila anni,” dice il Rabbino Bidermann, in uno dei tanti momenti memorabili di questo dramma terso e tagliente. Non aspettatevi di uscire da teatro con delle risposte – e d’altra parte offrirne non è il mestiere del teatro. “Il posto delle domande è sul palcoscenico,” dice Jeffrey Sweet, “Ma le risposte si devono trovare in platea.” Ed è precisamente quello che fa la storia di Elga Firsch: solleva questioni vitali e potenti, e poi ci manda fuori scossi e pensanti. Il resto del lavoro è nostro.

Se non avete ancora visto Processo a Dio, c’è ancora tempo fino al 31: restano pochissimi posti – ma vale la pena di provare.

E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.

Ma anche un motivo di… ecco, è difficile parlare di ottimismo e di speranza a proposito di questo argomento – ma resta il fatto: attraverso le sue ore più buie, lo spirito umano continua a voler capire e a voler sorridere. L’umanità, o almeno parte di essa, non smette di pensare. E quindi, direbbe Cartesio, non smette di essere.

C’è consolazione in questo, non trovate?

Storia&storie · teatro

E adesso Massini

Cambiamo registro…

Debutta sabato 11 il serrato, profondo dramma di Stefano Massini sulla necessità di risposte ben al di là della pura sopravvivenza. Dov’è Dio, quando le grandi tragedie si compiono? E, a ben pensarci, dov’è l’umanità? Con una regia sobria e rigorosa, Mario Zolin ci conduce in un viaggio di ricerca e di coscienza.

In scena dall’undici al ventisette gennaio. Si prenota online oppure telefonicamente al numero 0376 325363, dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

Vi aspettiamo!

 

cinema e tv · romanzo storico · Storia&storie

In Cerca di Alan Breck (Parte II)

Dove eravamo rimasti? A Michael Caine, ricordate? E con poca soddisfazione… Fin qui l’Alan migliore è stato Peter Finch – che nel 1960 ci va vicino, ma è ancora un pochino carente in fatto di follia danzante.

E dopo la versione Disney segue un’attesa di quasi vent’anni – ma ne vale la pena. Ora, forse non è del tutto giusto paragonare un singolo film a una (mini)serie, non foss’altro che per la durata: è ovvio che, nel corso di vari episodi, sceneggiatori, regista e attori hanno molto più spazio per esplorare una storia e un personaggio. E in effetti è proprio questo che fa la produzione anglo-franco-tedesca del 1978, riuscendo persino a restarsene ragionevolmente fedele al romanzo e al suo seguito Catriona. Alan è David McCallum, forse un po’ carino per il ruolo – ma pressoché perfetto: spavaldo, irritabile, fanciullesco, permaloso, scafato e ingenuo al tempo stesso, con un autentico accento scozzese e l’atteggiamento generale di un galletto da combattimento. E poi si comporta molto, molto bene nella mia scena prediletta. Quando, dopo aver messo in fuga Hoseason e i suoi bravacci, Alan abbraccia uno scombussolato David e gli chiede se non è uno spadaccino con i fiocchi, McCallum è perfetto: pieno di adrenalina, estremamente compiaciuto di se stesso, e un nonnulla matto… ecco la follia danzante, enfin! E a parte questo, mi piace come gli sceneggiatori si siano disturbati a caratterizzare Alan in modi che Stevenson suggerisce o implica. Lo vediamo combattere a Culloden, leggere per diletto, spazientirsi dei giochi politici alla corte in esilio di Bonnie Prince Charlie, inghiottire lealmente le sue malinconie sul destino della causa… Ebbene, signori della giuria, per quanto mi riguarda questo è Alan.

Di certo non è quello di Armand Assante nel film del 1995. Magari ci sono arrivata prevenuta, quando l’amica che mi ha prestato il DVD mi ha avvertita che avrei trovato Alan trasformato nel cugino scozzese di Jack Sparrow… Oh dear. Ho iniziato a guardare con i peggiori pregiudizi – e, quando Alan è entrato in scena dopo un’oretta di divagazioni ben poco stevensoniane, sono inorridita al primo sguardo. So cho appena lamentato la scarsità di follia danzante per parecchie centinaia di parole – ma Assante va decisamente fuoribordo nel ritrarre Alan come un mezzo psicopatico, rozzo e mal lavato.  Non è del tutto improbabile che l’Alan storico fosse qualcuno del genere – ma non è per questo che siamo qui, giusto? Noi vogliamo l’irresistibile spadaccino di Stevenson – ciò che Assante proprio non è.

Va un po’ meglio e non va meglio affatto nell’ultima versione – o almeno l’ultima di cui sappia – quella del 2005 targata BBC, con Iain Glen nei panni di Alan. Premattiamo che Glen non se la cava troppo male, col giusto luccichio negli occhi, un’ombra di malinconia per la causa perduta e una discreta combinazione di signorilità e squilibrio. Peccato che la sua interpretazione si perda in un insieme che ha ben poco a che vedere con Stevenson. Potrei anche sorvolare sul fatto che il tutto sia girato in tratti di Nuova Zelanda che non somigliano affatto alla Scozia, ma che bisogno c’era di armare Catriona di moschetto e trasformarla nella semiselvaggia cugina (o forse sorella adottiva) di Alan? E chi da dove saltano fuori i non meglio precisati malvagi in nero che inseguono i nostri eroi per tutte le (chiaramente non) Highlands? Ninja scozzesi? Entrano tre assassini? Nazgul avanzati? E perché macellare ogni singola scena e battuta di dialogo?

Insomma, si direbbe che in un secoletto sceneggiatori, produttori e registi non abbiano imparato granché, quando si tratta di lasciare che Stevenson racconti la sua storia… Verrebbe da pensare che sia ovvio – e non può essere una coincidenza che le versioni più fedeli al romanzo abbiano prodotto gli Alan migliori in Finch e McCallum, eppure… eppure. Malguidati tentativi di restituire a David il centro della scena, la necessità percepita di inserire personaggi femminili e un’ansia di modernizzazione hanno causato molta macelleria ai danni del romanzo, e di Alan in particolare. Chissà, magari fra una decina di anni qualcuno ci riproverà di nuovo – e staremo a vedere che succede.

Nel frattempo, possiamo considerare questa malinconica vicenda come uno studio di quel che, secondo produttori e registi, un pubblico può o non può digerire, apprezzare e volere.

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte I)

Vennesi a parlare, nel corso del ponte, di Alan Breck Stewart.

Sì, Alan – sapete di chi parlo. Sono anni che vi dò il tormento in proposito a intervalli irregolari: il protagonista di fatto del Kidnapped di Stevenson, e il più perfetto personaggio di tutta la letteratura anglosassone secondo Henry James.

Ebbene vennesi a parlarne nel corso del ponte – del romanzo, del personaggio storico, e delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive. E io dicevo che è davvero difficile trovare sullo schermo un Alan come si deve… E ciò accade, ammetto, perché è davvero difficile rendere Alan come si deve.

Voglio dire, Alan entra in scena a secondo atto iniziato, con “una spece di follia danzante negli occhi” che è “allo stesso tempo attraente e allarmante”, un nome regale e i bottoni d’argento. Per di più è un diavolo con una spada in mano e compone ballate impromptu – musica e parole – alla minima provocazione… E volete che uno così non rubi del tutto la scena a quel buon e noioso ragazzo che sarebbe il protagonista eponimo?

Non è facile rendere tutto ciò senza trasformare Alan in una macchietta o senza ingrigirlo per evitare di esagerare – e questo lo ammetto senza riserve. Il che non ha impedito a generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori di provarci – con risultati che definiremo… alterni.

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.

Indeed, va molto peggio una ventina d’anni più tardi, nel 1938, quando ci si mettono in non meno di sette sceneggiatori a macellare la storia di Stevenson, fino a rendere i personaggi pressoché irriconoscibili. Davie Balfour ringiovanisce in un undicenne petulante e insopportabile, e c’è una generica fanciulla corteggiata dall’assai più gravemente generico Alan di Warner Baxter. Ora, questo l’ho visto una volta sola, decenni orsono, e doppiato in Italiano – e quindi dell’accento americano mi posso lamentare soltanto per sentito dire, ma quale che sia il suo accento, Alan non può andarsene attorno con aria blanda e lievemente confusa, giusto?

Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan.

E fin qui a “follia danzante” andiamo maluccio, non trovate? Io sì – al punto che, quando ho scoperto l’esistenza della versione Disney del 1960, e ho letto che Peter O’Toole era nel cast, ho esultato.  Perché se era lì, O’Toole poteva soltanto essere Alan, giusto? Sbagliato – perché Alan era invece Peter Finch… Ora, a me Peter Finch piace, sia chiaro – ma mi sembrava poco adatto, troppo posato… e invece mi sbagliavo ancora, perché Finch ci va vicino: l’avventuriero spudorato e fumantino, la combinazione di buon cuore e leggero squilibrio… Alan, finalmente – o quasi.

Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

E su questa nota un nonnulla deprimente, per oggi ci fermiamo – ma non abbiamo finito affatto. Suvvia, potremmo forse aver finito? Riuscirà la Clarina a trovare l’Alan ideale? Che altro avranno combinato sceneggiatori e registi dopo il 1971? per scoprirlo, non perdete il prossimo episodio di… In Cerca di Alan Breck!

 

 

 

Storia&storie · teorie · tradizioni

Arcobaleni

Gli arcobaleni sono come il cioccolato e le Olimpiadi: c’è davvero qualcuno a cui non piacciono?

Chi di noi non ha, almeno una volta nella vita, puntato il dito ed esclamato in delizia e meraviglia per questo specifico fenomeno di rifrazione? Chi non ha ammirato i colori, cercando il punto in cui il verde diventa giallo? Chi non ha sorriso, e proposto per scherzo a qualcuno di andare a cercare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno?

Leggenda irlandese, questa, scivolata qui attraverso libri e film – una delle tante, in realtà. Non c’è civiltà, non c’è tradizione, non c’è corpus di miti che non abbia qualcosa da dire in proposito. Non che ci sia da sorprendersi: la relativa eccezionalità, la vivacità visiva, la forma – tutto cospira a fare dell’arcobaleno un simbolo perfetto, non vi pare?

E allora ecco Iride, messaggera divina nell’Iliade, e l’arcobaleno post-diluvio nella Genesi, e le masse di colori che annunciano a Gilgamesh quando gli dei sono d’accordo… Dopodiché, in aggiunta ai colori, c’è la forma: l’arcobaleno è l’arco del dio indù Indra, il ponte celeste degli dei creatori giapponesi, il Bifröst tra i mondi dell’universo nordico, la cintura di Tir, dio del sole e della conoscenza nel mito armeno, l’orlo del mantello del sole per gli indiani Cherokee, e tutta una varietà di serpenti per gli Aborigeni d’Australia, varie culture mesoamericane e gli antichi Estoni.

Va detto che, nelle sue incarnazioni serpentine, l’arcobaleno non è sempre particolarmente benevolo: inafferrabile e capriccioso, ha spesso a che fare con l’imprevedibilità e fondamentale indifferenza del ciclo delle stagioni.

Addirittura, sparse per l’Africa, l’Asia e l’America del Sud, ci sono popolazioni cui l’arcobaleno pare sì un portento – ma uno pessimo, oppure la livrea ingannevole di qualche demone mangiatore di bambini… In certe tribù amazzoniche, all’apparire di un arcobaleno, si nascondono i bambini e gli adulti chiudono la bocca – perché non si sa mai.

Quindi immagino che la risposta alla domanda nel primo paragrafo sia: sì, c’è davvero qualcuno a cui l’arcobaleno non piace…

Non granché in occidente, a dire il vero. Noi l’arcobaleno tendiamo a vederlo – se non più come un portento – come un segno d’incanto, oppure, at the very least, qualcosa di bello. Magari non stabile né duraturo… non ricordo quale signora Woolfiana (Mrs. Dalloway? Mrs. Ramsay?) paragoni la fugacità della vita umana al carattere effimero dell’arcobaleno, mentre Wordsworth ci vede il simbolo di un’intatta capacità di entusiasmo e meraviglia. Quando smetterò d’incantarmi alla vista di un arcobaleno, esclama in My Heart Leaps Up, sarà tempo di morire. John Masefield aggiunge all’elenco l’arcobaleno notturno – come una sorta di chimerica meraviglia, uno dei doni di una vita in mare. Anche Keats assimila l’iride al fascino, alla meraviglia e al mistero del creato – pur se solo per lamentare come la fredda scienza smonti tutto in un blando catalogo di ordinarietà…

Ma tutto sommato forse Keats si sarebbe potuto risparmiare qualche patema: non è certo di rifrazioni e di prismi e di luce scomposta che Dorothy medita quando cinguetta che Somewhere over the rainbow, il cielo è azzurro e i sogni si avverano. E lo stesso più o meno vale, seppure con una certa dose di sarcasmo, quando Oltretinozza dicono che “non è tutto unicorni e arcobaleni”, per indicare che le cose sono meno ideali di quando appaiano. Né è un caso che la bandiera arcobaleno venga spesso adottata come simbolo di pace e tolleranza e di cambiamento.

E davvero, chi di noi non ha la sua piccola mitologia personale in fatto di arcobaleni? Visti a dozzine prima di un esame risolutivo, o seguiti per gioco con qualcuno, o apparsi doppi a mo’ di ponte in circostanze particolari

Nemmeno il più accanito detrattore può negare che l’arcobaleno, così vivido e inafferrabile, abbia sempre l’aria di dover significare qualcosa. E abbiamo millenni di miti, canzoni, storie, poesie, e istanti d’incanto a provarlo.

il Palcoscenico di Carta · Shakespeare · Storia&storie

Il Palcoscenico di Carta: Coriolano

Rieccoci! Dopo essere stati costretti a cancellare Molière lo scorso settembre, torniamo alla ribalta con un titolo dello Shakespeare meno noto: Coriolano.
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Attraverso l’ascesa e caduta di un generale abrasivo e provvisto di scarsa pazienza nei confronti della democrazia, l’ultima delle Tragedie Romane esplora temi ancora sorprendente attuali: l’austerità in tempo di crisi, il peso della guerra, i compromessi della politica, la disconnessione tra governanti e governati… il tutto condito con un’abbondanza di battaglie, duelli, intrighi, tradimenti e mamme ingombranti.
Le date sono il 4, 11 e 18 aprile alle ore 18.00, e il luogo è, come di consueto, la nostra beneamata libreria IBS+Libraccio, an n. 50 di Via Verdi.
Se volete leggere con noi, fatevi sentire compilando il form che trovate qui.Vi assegneremo un ruolo e spediremo il testo.
Se invece volete soltanto assistere, tutto quel che dovete fare è unirvi a noi in libreria, a partire da giovedì 4 aprile alle 18.
Vi aspettiamo!
anglomaniac · Lunedì del D'Arco · Storia&storie · teatro

I Lunedì del D’Arco: Puck delle Colline

LocE questa settimana tocca a me – con Kipling e Puck delle Colline.

Devo dire che a suo tempo – quando si è scelto il tema dei Lunedì 2018, e quando si è deciso che si poteva sconfinare dal territorio delle fiabe strettamente tradizionali – la scelta si è fatta quasi da sé.

Ho un debole per Puck of Pook’s Hill – e per il suo seguito Rewards and Fairies – da quando mi ci sono imbattuta per la prima volta più di vent’anni fa. L’idea di questi due ragazzini che, grazie a un Puck quasi shakespeariano, incontrano una serie di personaggi storici sembra fatta apposta per farmi felice… Sotto certi aspetti rimpiango di non avere scoperto questi libri da ragazzina – ma anche da adulta trovo che siano pieni di cose meravigliose.

Il rapporto fra mito, storia e folklore, il legame fra paesaggio e immaginazione, atmosfera a bizzeffe, una meravigliosa Inghilterra immaginaria, un tocco amarognolo, una spruzzatina di Shakespeare e, soprattutto, una bella riflessione sull’immaginazione umana…

PuckDanUnaVi pare che potessi lasciar perdere l’opportunità di portare tutto questo in scena? Giammai! E così ho scelto le due storie più strettamente fiabesche della prima raccolta – Weland’s Sword e la mia prediletta Dymchurch Flit – e le ho rimescolate in una piccola storia su come le storie nascono, cambiano e non muoiono mai del tutto.

Una fiaba sulle fiabe, se volete.

E a dare voce e vita ai personaggi di Kipling ci saranno i sempre ottimi Alessandra Mattioli, Francesca Campogalliani, Adolfo Vaini e Luca Genovesi – e due giovanissimi allievi della Scuola di Teatro Campogalliani: Mariasole Tartari e Tommaso Dalzoppo.

Poi il Dottor Alberto Romitti di Libera Freudiana Associazione ci condurrà ad esplorare l’elemento onirico di questa e di altre storie.

Che ne dite, vi unite a noi, questa sera? Una volta di più, vi raccomando di arrivare presto – ma presto per davvero, perché i Lunedì sono popolarissimi e il Teatrino si riempie con facilità. Vi ricordo che la serata è gratuita, non serve prenotare – e non è consentito “tenere posti”.

 

 

elizabethana · Storia&storie

Ned

Vi presento Edward “Ned” Alleyn (1566-1626), il grande attore tragico della sua generazione, creatore della maggior parte dei grandi ruoli marloviani.

OldNed

E magari a vederlo così non si direbbe che fosse il primo Tamerlano, il primo Faustus, il primo Ebreo di Malta… Ma il ritratto qui sopra è posteriore: Alleyn si ritirò dalle scene al colmo della sua fama, quando aveva poco più di trent’anni – e poi accumulò una notevole fortuna gestendo teatri, arene per gli orsi e proprietà di varia natura. All’epoca del ritratto era ormai un tranquillo e prospero gentiluomo, che collezionava quadri e libri e meditava di fondare una scuola per fanciulli indigenti. NedStatue

Poi lo fece, in effetti: poiché non aveva figli, tutto il suo considerevole patrimonio andò nella fondazione del God’s Gift College a Dulwich. E vi dirò: la scuola è ancora lì ai nostri giorni – insieme a una galleria con i quadri di Ned, alla maggior parte delle sue carte e alla statua che vedete qui accanto.

Immagino che non vi stupirà scoprire che la scuola (in cui tra molti altri studiò, anche se non felicissimamente, C. W. Hodges) ha una solida tradizione teatrale.

Da attore celeberrimo e scandaloso (non dimentichiamo che, quando vedeva Faustus vendere l’anima, il pubblico elisabettiano medio lo associava con l’attore più che con l’autore…) a filantropo: una di quelle carriere molto elisabettiane, nevvero?

Ma questo è solo un inizio. Credo proprio, o Lettori, che di Ned Alleyn parleremo ancora.