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Amazon Affiliate

Chiariamo una cosa.

Da qualche tempo avete cominciato a veder comparire qua e là per SEdS dei link con immagine che conducono a una pagina di Amazon.it o Amazon.uk su cui è possibile acquistare l’uno o l’altro libro. Si tratta di affiliate links: se qualcuno giunge alla pagina in questione e compra il libro, io ricevo una commissione. Ebbene sì: mi sono affiliata.

Perché l’ho fatto? Non tanto inseguendo il miraggio di folli guadagni – tra l’altro le commissioni non sono quel che si dice faraoniche, e sono destinate a diminuire – quanto perché abbastanza spesso mi capita di ricevere mail del tipo: dove trovo il tale e il tale altro libro? E mentre per i libri in Italiano, quando si parla di edizioni fuori catalogo, posso sperare di indicare qualche biblioteca, per quelli in Inglese la faccenda è più complicata, e Amazon è spesso una buona soluzione. Mi è capitato molte volte, girellando per blog altrui, di scoprire un libro che volevo assolutamente leggere, e di apprezzare il link del posto in cui potevo procurarmelo subito. Perché non offrire lo stesso genere di possibilità?

Vi dirò di più: siccome myBlog ha appena reso possibile la creazione di pagine aggiuntive, non è affatto improbabile che Senza Errori di Stumpa sviluppi un suo piccolo bookshop, dove sarà possibile trovare link diretti per l’acquisto dei miei libri e di un ristretto numero di altri titoli – quelli da cui sono particolarmente ossessionata. Anche quelli saranno affiliate links.

Ciò detto, è ovvio che continuerò a recensire, raccontare e dissezionare del tutto indipendentemente da quello che Amazon vende o non vende, e non tutto quello di cui parlerò sarà disponibile su Amazon.

Intanto sperimentiamo. Quando avrò rodato un po’, semmai riparleremo di come funziona.

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La Leggenda Del Buon Rifiuto

Vi diranno che c’è rifiuto e rifiuto. Vi diranno che dapprima le case editrici vi rifiutano e basta, poi cominciano a rifiutarvi con riserva… e questo è il segno che state per farcela.

Non dico che non sia così in assoluto, ma lasciate che vi racconti a little cautionary tale.

Qualche anno fa, nel mio candore, mando a un Piccolo Editore un romanzo di 250.000 parole. Ne avete già sentito parlare: è il primo volume-mostro della mia trilogia sulle Guerre di Vandea.

Non del tutto incomprensibilmente, la risposta è nograzie, però è un nograzie qualificato. Il PE mi convoca (addirittura!) per parlarne. E’ impressionato, dice. Il romanzo è notevole, dice. Solo improponibilmente lungo per una casa piccola come la loro. Perché non riprovo con qualcosa di più corto?

Io torno a casa gasatissima: ho appena ricevuto un Buon Rifiuto, quella bestia mitica che, stando alle leggende dell’ambiente, significa che si è catturato l’interesse dell’editore. Quella bestia che, se opportunamente coltivata, può condurre all’accettazione, alla firma del contratto, alla pubblicazione… you get the idea.

Così, un paio di anni più tardi, spedisco al Piccolo Editore qualcosa di più corto.

“Bello, davvero bello. Originale, ben scritto, ci si vede dietro molta ricerca e molta conoscenza del periodo. Però quest’ambientazione così poco conosciuta…” Perché non riprovo con un po’ di storia locale per sfondo?

Ancora un annetto ed eccomi alla porta del PE con la storia locale.

“Ah, interessantissimo, che stile originale, e che taglio fuori dal comune! Peccato che il mercato non sia più quello di tre o quattro anni fa. Sa, il mercato del romanzo è asfaltato dalle grandi case editrici, e noi sopravviviamo con la saggistica di nicchia. Però, con uno stile come il suo… non ha mai pensato di scrivere qualcosa di divulgativo?”

E bisogna dire che io sia proprio cretina, perché invece di sorridere, ringraziare e augurare privatamente una vita in tempi interessanti, ho anche scritto loro qualcosa di divulgativo – ricordate gli Sbregaverze? Ecco, a partire da quelli. Risultato? Indovinate…

“Che cosa carina, brillante e divertente. Ma sa bene anche lei che un testo del genere non ha mercato.”

Ammetto che un grado di recidività come il mio probabilmente merità questo ed altro*, ma beware: il giorno in cui riceverete un Buon Rifiuto gioitene pure, ma non scartate del tutto la possibilità che l’editore (specie se è un Piccolo Editore) stia menando il can per l’aia.

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* Vengo a sapere che costui “parla bene di me” con altra gente. Ah, è brava questa ragazza. Scrive cose molto originali…

 

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L’Itala Giuditta Al Salone Del Libro di Torino

In occasione del Salone del Libro di Torino, SBF Narcissus – con cui ho pubblicato la versione Epub de L’Itala Giuditta – ha scelto un certo numero di ambassadors, autori di cui mostrare dati, titoli e miracoli sugli schermi nello stand. Una sorta di semi-presentazione virtuale, a titolo d’informazione e dimostrazione “per chi volesse avvicinarsi al servizio”, dice Marco Croella, capo della publishing services division.     

Tra questi nunzii della nuova editoria indie, o Lettori, ci sono anch’io. Purtroppo quest’anno una combinazione di impegni lavorativi ed elettorali mi tiene lontana da Torino e dal Salone, altrimenti sarei là a presentarla di persona, la Giudi. Però ci sono in ispirito e in immagine: semmai passaste dalle parti dello stand PAD2-J126… Oddìo, in realtà non so nemmeno bene che cosa suggerirvi di fare, perché ci saranno solo una foto, una copertina e dei link che conoscete già.

Però mettiamola così: se per caso siete al Lingotto in questi giorni, che passiate o meno dalle parti dello stand PAD2-J126, abbiatevi una certa quantità della mia invidia, visto che quest’anno la mia tradizionale capatina a Torino è saltata. E considerate le ironie della vita: da ragazzina volevo fare (in ordine sparso) la guardia forestale, la commediografa, la diplomatica e la scrittrice – e adesso mi ritrovo ambassador editoriale con una novella steampunk, sono molto grata di non essere una guardia forestale* e per quel che riguarda il teatro… diciamo che ci sono significative novità all’orizzonte. Stay tuned.

E intanto lasciate che vi mostri il widget “bancarella” di Narcissus, di cui ho appena scoperto l’esistenza, e che mi piace tanto:

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* Mica per altro, ma se aveste visto la scena invereconda di strilli e fughe che ho fatto poco fa per un r. (bestia con otto zampe) grosso più o meno come la falange del mio pollice… Credetemi: non sono la persona giusta da mettere a sorvegliar foreste.

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Grazie Per Averci Mandato Il Suo Racconto…

Nel mondo editoriale anglosassone non ti ringraziano mai con tanto calore come quando ti rifiutano una storia. E ti augurano ogni bene per la tua carriera di scrittore, e chiudono con qualche citazione che dovrebbe ispirarti a mantenere viva la fede nel tuo talento. Keep writing.

E sì: questo tono lievemente cinico si deve al fatto che dopo tutto A Soul For Cunning non è piaciuto agli Irlandesi – non abbastanza da includerlo nella loro shortlist. Qualche settimana fa avevo ricevuto notizie analoghe da Glimmer Train, e quindi adesso mi sento più qualificata del solito per scrivere un post sulla reazione a questo genere di accadimenti.

1) Fase Blasée: Oh, d’accordo. Sapevamo che era difficile, giusto? Insomma, GT pubblica gente come Annie Proulx, era un tentativo e non è riuscito – andrà meglio la prossima volta, giusto? In fondo, quante volte è stato rifiutato Il Gattopardo? E’ tutto a posto. E’ tutto normale. Adesso lo spedisco altrove, e prima o poi…

2) Fase Werther: Oh, ma chi voglio prendere in giro? A cosa serve mandarlo altrove? Perché diciamocelo: c’è anche la concreta possibilità che il racconto non sia un granché, dopo tutto. E poi non sono nemmeno madrelingua. E poi ho mai dato un’occhiata a un’antologia? Sono ben altre le cose che vincono i premi e finiscono sulle riviste… Hanno ragione loro, non era proprio niente di speciale.

3) Fase Achille (sconfinante in un nonnulla di Complesso della Vittima): Oh, che poi, te li raccomando, i premi e le riviste! Se non scrivi di droga, donne maltrattate o squallori misti assortiti, non ti guardano neanche. E che devo dire? Io ho avuto un’infanzia felice, non ho mai fumato nemmeno uno spinello e non ho un marito che mi picchia… significa che non posso scrivere racconti? Possibile che i lettori vogliano leggere solo di quello? Io sarò fuori mercato, ma è il mercato che è morboso. E gli editor delle riviste sono morbosi. E i giurati sono morbosi. Ecco! Morbosi, ingiusti, cattivi, pessimi, grrrrrrr!

4) Fase Doom&Gloom: Oh, che cosa infantile prendersela con la giuria… Il fatto è che non so più scrivere. Anzi, non ho mai saputo scrivere, e non so come abbia mai potuto credere il contrario. Quanta carta e quanto inchiostro sprecati – per non parlar del tempo! Dov’è, dov’è, dov’è la più vicina scogliera? Oppure – failing that – dov’è il più vicino caminetto, per alimentarlo con i miei patetici sforzi? O mie velleità letterarie, ardete in un funerale vikingo!

– Qui di solito intervengono quantità massicce di cioccolato. Oppure biscotti al cioccolato intinti nel cappuccino fasullo. –

5) Fase Tutto Daccapo: Oh, eppure l’idea non era male… E se lo rivedessi un’altra volta? E se provassi a modificare l’inizio? E se aggiungessi un altro personaggio o due? E se cambiassi il protagonista? E se trasportassi tutto in epoca moderna? E se aggiornassi molto il linguaggio? E se modificassi il tema? E se stravolgessi il finale? E se tagliassi tutta la prima metà? E se infilassi un flashback prima della risoluzione? E se eliminassi i riferimenti filosofici? E se lo riscrivessi daccapo? Tutto daccapo?

– Qui di solito segue notte parzialmente insonne: troppe idee che frullano per le cervici, troppe riaccensioni di luce per annotare quella che sembra sempre la folgorazione risolutiva, troppo cioccolato a tarda ora… –

6) Fase Scarlett: Com’è che, dopo averci dormito sopra, non mi pare più così tragicamente brutto? Forse potrei dargli un’altra occhiatina. Forse potrei supplicare qualcuno a HNR di leggerlo e darmi un parere. Forse potrei sottoporlo al mio critique group (anche se sono mesi che non mi faccio viva con loro). Forse potrei cercarmi un altro concorso o due e mandarlo… In fondo, quante volte è stato rifiutato Il Gattopardo? E’ tutto a posto. E’ tutto normale. Fa parte della vita dello scrittore, la vita dello scrittore è costellata di rifiuti. Basta paturnie. Mai più paturnie. Cattive paturnie. E in fondo, domani è un altro giorno. (*cue Tara Theme*)

Quindi adesso ho spedito A Soul For Cunning altrove, e suppongo che da qualche parte verrà rifiutato e mi farò venire di nuovo tutte le fasi canoniche, e prima o poi, qualcuno lo accetterà, e allora potrò sorridere delle mie paturnie – fino al rifiuto successivo.

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Poste&Telegrafi E Il Mestiere Di Recensore

1915-PostHorn.jpgRant ahead, vi avverto.

Lo sapete tutti, scrivere recensioni per HNR è un lavoro che mi riempie di soddisfazione, mi dà modo di studiare il mio craft e di avere la mia firma su una rivista importante nel mio settore… 

Non è la mia fonte principale di reddito, e questo è un bene, perché quello di recensore per la Historical Novel Review è un lavoro che finirò col perdere – e sarà merito di Poste Italiane.

Le copie dei libri da recensire mi vengono spedite dalla redazione inglese, e dovrebbero impiegare – a voler essere larghi di manica – dai 10 ai 14 giorni lavorativi per giungere nella mia cassetta della posta. Poi invece succede che impieghino due mesetti, arrivando quando la scadenza è ormai vicinissima. E magari capita anche che l’ufficio postale si rifiuti di consegnarmi il plico di sabato, perché il postino ha lasciato l’avviso in tarda mattinata, e il libro non giace qui al Villaggio, ma nel Capoluogo Municipale dove, pur scapicollandomi, arrivo solo un minuto prima delle 12 e 20, quando la direttrice, avendo l’orologio avanti, ha già chiuso tutto da cinque minuti. E mi tratta anche male, perché la supplico di non farmi aspettare fino a lunedì.

Chiaramente, non sono fatti suoi se perdo il lavoro…

E prima o poi lo perderò, perché finora mi sono arrabattata leggendo tomi di 600 pagine in due notti e un giorno, e consegnando le recensioni all’ultimissimo secondo utile (compresa l’ora di differenza col fuso accanto!!), ma verrà il giorno in cui Poste Italiane tratterrà un libro nei suoi meandri per un giorno di troppo e io non sarò pronta in tempo, oppure, cedendo al panico, scriverò al mio editor-in-chief chiedendogli una seconda copia con urgenza…

E lui scoprirà così che assumere un’Italiana non è una buona idea, perché la cosa ti costringe a scegliere tra spendere di più per il corrispettivo britannico del Pacco Celere* e rischiare ogni volta che il pezzo non arrivi in tempo per la chiusura del numero. E diciamocelo, le mie recensioni sono tutt’altro che male, ma oserei dire che HNR può prosperare anche senza di me – e assumere al mio posto qualcuno che abiti sull’Isoletta, dove Royal Mail funziona, e la gente è sicura di ricevere la sua posta anche se è solo posta ordinaria.

E quando avrò perso il lavoro, non potrò nemmeno denunciare Poste Italiane, perché la risposta degli ineffabili postali ai miei alti lai è sempre qualcosa come “colpa sua, che si fa spedire le cose per posta ordinaria!” Ovvero: noi offriamo un servizio standard, ma è solo per scherzo. Della roba spedita per posta ordinaria non ce ne frega poi molto. Se lei e il suo mittente volete che facciamo qualche sforzo bisogna che paghiate di più – altrimenti noi lo interpretiamo come un chiaro segno che non importa troppo nemmeno a voi…  

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* Che poi, anche quelli, ve li raccomando: il 17 dicembre ho spedito, con formula Paccocelere3giorni, un pacco natalizio al mio figlioccino e alla sua mamma. A Cuneo, badate bene, non in qualche sperduto angolo desertico del Queensland. Il pacco è arrivato il 29, completamente schiacciato. Adesso mi dicono che non posso sporgere reclamo – semmai lo può fare il destinatario. Non ci credo molto, e sporgerò ugualmente, ma tanto per dire…  Oh, e il 29 stesso mi sono arrivati due plichi: riviste dall’America e lettere e fotografie dalla Danimarca, entrambi aperti e danneggiati.

 

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E poi…

E poi, invece, ci sono sere in cui vi scapicollate per cinquanta km sotto un’acqua che Dio la manda, colmi di sacro fuoco all’idea di presentare il vostro libro.

Quando arrivate, per prima cosa, vi dicono che il vostro relatore non c’è e non ci sarà. Ha chiamato un quarto d’ora fa per avvisare e scusarsi, e dirsi certo che ce la farete alla grande da soli.

“Ah, be’…” mormorate, cercando di sorridere. In fondo l’avete già fatto, no? Vi è già capitato di presentarvi da soli, che ci vuole?

Così entrate fiduciosamente nella sala dove vi hanno predisposto una quantità sterimnata di sedie, un tavolino con due poltroncine, i fiori, i vostri libri in bella vista, le bottigliette d’acqua…

Sperdute tra la quantità sterminata di sedie, siedono quattro persone. Una quinta entra mentre l’organizzatore vi spiega che in fondo sono solo le nove in punto, forse si può aspettare ancora un po’… è un peccato che, in contemporanea, ci sia un film al cinema/un torneo di freccette/un dibattito sul nucleare in sala civica. E poi piove così forte…

Tenendo gli angoli della bocca ben alti, appoggiate armi e bagagli (compresa una borsina di copie del libro, metti mai…) accanto al tavolino con i fiori, fate cenni incoraggianti ai cinque coraggiosi e poi vi allontanate con l’organizzatore, sperando che all’altro capo della sala vi riesca meglio di mantenere un’aria di elegante nonchalance.

Alle nove e diciotto non è arrivato nessun altro. Scambiate sguardo e scrollata di spalle con l’organizzatore e prendete posto al tavolino. L’organizzatore vi introduce in due parole due e poi vi abbandona al vostro destino.

Voi pensate a Liszt e cominciate. Fate del vostro meglio, parlate di libri, di storia e di scrittura, raccontate aneddoti, leggete pezzetti… due dei cinque hanno l’aria di divertirsi, gli altri mica tanto. Dopo un po’, tuttavia, trovate la temperatura giusta: dopo tutto, è il vostro argomento, ne sapete parlare anche nel sonno e vi piace tanto… Parlate per un’oretta, con passione e, sperate, con efficacia. Conducete il discorso a una logica conclusione, guardate la vostra five-people-audience e sfoderate il vostro miglior sorriso.

“Domande?”

Nessuno apre bocca.

L’organizzatore interviene e vi fa un paio di domande, una delle quali riguarda i vostri scrittori contemporanei preferiti. Voi annaspate un attimo, ve la cavate con una battuta e vi fate una noterella mentale di prepararvi una risposta migliore, per il caso che questa domanda dovesse ricomparire in futuro. Poi uno dei cinque alza la mano e vi si risolleva il cuore…

E il cuore faceva male a risollevarsi. “Certo che sono libri un po’ pesanti, vero?” è la domanda. “Voglio dire, bisogna sapere bene la storia, per leggerli…”

Ricordate quando credevate di avere parlato con passione ed efficacia? Ecco, ben vi sta. Raccogliete il vostro mento da terra e cercate di spiegare che i vostri sono romanzi, proprio romanzi: storie contenute in se stesse, che funzionano anche senza enciclopedia a portata di mano… l’organizzatore interviene a darvi manforte, passate a parlare della percezione comune del genere “romanzo storico”, di generi e sottogeneri,  di editoria italiana ed editoria anglosassone, qualche altra domanda arriva…

Un quarto d’ora più tardi, segretamente mogi e senza avere venduto una singola copia, salutate l’organizzatore fingendo che tutto sia andato bene, riprendete l’automobile e via, sotto la pioggia e nel vento. Siccome sentite il bisogno di qualche forma di consolazione, siete pallidamente lieti di trovare nel lettore CD la vostra incisione preferita dell’Andrea Chenier. Almeno questo!

Per un po’ guidate e ascoltate l’opera, e ascoltate l’opera e guidate, e canterellate anche un pochino, e quasi vi commuovete sulla scena della Vecchia Madelon*, e ascoltate, e guidate…

A un certo punto arrivate a un incrocio a T che proprio non vi par di riconoscere e, appena svoltato, scoprite di essere dalla parte sbagliata della città… Naturalmente avete allungato la strada di un bel pezzo, e siete ben lontani da dove dovreste essere, e intanto piove con gioioso abbandono. Che cosa scommettete che, una volta a casa, scoprirete di avere dimenticato le chiavi?

Ecco, appunto. Poi ci sono sere così.

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* Cribbio, che mozzarelle sentimentali state diventando con l’età!

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10 Modi sicuri Per Farsi Bocciare Un Manoscritto Alla Prima Pagina

In linea di massima: va’ a sapere! Tutti conosciamo le raccapriccianti storie dei rifiuti ricevuti da autori poi non solo diventati celebri, ma considerati pilastri delle rispettive letterature nazionali – o dei rispettivi generi. Ci sono ottimi libri che non vengono accettati, ci sono buoni libri che non incontrano interesse, ci sono pessimi o mediocri libri che scalano le classifiche: può essere questione di tante cose, gusto che cambia, mercato, moda, mal di denti, spudorata fortuna… E allora non c’è molto da fare se non tentare, ritentare e ritentare ancora.

Detto questo, però, ci sono alcuni difetti che, fin dalla prima pagina, fanno molto per soffocare qualsiasi interesse o attrazione la storia possa esercitare – un po’ come un copriletto zuppo d’acqua gelida gettato in testa al lettore, avete presente?

Due diversi blogger, Chuck Sambuchino e Livia Blackburn, hanno affrontato il problema per Writer’s Digest – nella sezione dedicata agli agenti letterari. Distillando i loro sforzi combinati, e nella convinzione che in generale quello che repelle un agente faccia scappare a gambe levate anche un editor o un editore, eccovi dieci errori che sarebbe davvero meglio evitare:

1. Un prologo misterioso ai limiti dell’ermetismo e/o terribilmente aulico e/o minutamente espositivo e/o profetico-apocalittico, dopo il quale si passa a una scena in cui la protagonista è in cucina, occupata a friggersi un uovo al tegamino. Guai al prologo che fa pensare al lettore: ma perché sto leggendo questo?

2. Iniziare con dettagliate descrizioni di funzioni corporali, autopsie, amputazioni e altre consimile amenità. Sì, d’accordo: catturare il lettore, il fascino dell’orrido, il realismo… tutto quello che si vuole, ma l’idea di choccare il lettore in partenza ha cessato di essere originale ed efficace almeno tre decenni fa e, tolto l’effetto sorpresa, quel che rimane delle dettagliate descrizioni in questione sono la sgradevolezza e il ribrezzo – non il modo migliore di conquistare l’affetto del lettore. A meno che non stiamo parlando di un romanzo horror.

3. Un inizio lento. I personaggi sono in scena e, invece di fare cose rilevanti che avviino la storia e suscitino la curiosità e l’interesse del lettore, lavano i piatti e ricordano quell’estate del ’79 in spiaggia a Riccione, in cui non successe assolutamente nulla. Poi si preparano il caffè, guardano la pioggia attraverso la finestra, si grattano una macchia di calce dai jeans, pensano al noioso consiglio di classe del giorno prima, fanno uscire il gatto, si sentono soli… Sbadiglio – gemito – manoscritto accantonato definitivamente.

4. Un sacco di esposizione. Anche ammettendo che l’inizio in medias res sia un tantino sopravvalutato (specie al di fuori di certa letteratura di genere), un romanzo che per pagine su pagine suona come una guida turistica, una storia sociale o un trattato di psicologia difficilmente terrà molto a lungo l’attenzione del lettore. Questo vale anche per personaggi ancora sconosciuti che dialogano lungamente raccontandosi a vicenda cose epocali o tecniche che dovrebbero già sapere. Vale anche per il mentore che, chiuso in una biblioteca o seduto davanti al fuoco, trasmette quantità bibliche di conoscenza al protagonista.

5. Portare in scena un personaggio a pag. 1, renderlo interessante e simpatico, far sì che il lettore gli si affezioni e poi farlo morire a pag. 4 o, peggio ancora, relegarlo in un ruolo marginale. Il lettore non apprezza di essere spinto ad affezionarsi a vuoto. L’unica (cautamente) ammissibile eccezione è il migliore amico* che il protagonista passerà il resto del romanzo a vendicare – ma attenzione, perché questo genere di indagini/vendette è già stato scritto in quantità industriale.

6. Il sole [aggettivo] e [aggettivo] sorse [avverbio] nel cielo [aggettivo], [aggettivo] e [aggettivo], gettando [avverbio] la sua [aggettivo] luce [aggettivo] sulla [aggettivo] terra [aggettivo] e [aggettivo]. Ecco, a questo punto l’editor è già crollato sotto il peso degli aggettivi e non gl’importa più un granché di quanto possa essere buona la storia. E questo vale per ogni forma di prosa eccessivamente fiorita o poetica, per la punteggiatura creativa, per l’uso ingiustificato di termini aulici o, viceversa, per la riproduzione fonetica di accenti, dialetti e inflessioni. E’ un po’ come dotare ogni pagina di un cartellino pop-up che dice “ehi, visto come scrivo bene?”

7. Labirintiche introduzioni che lasciano il lettore a domandarsi che diavolo stia succedendo, un’irragionevole densità di parole in un’altra lingua (vera o inventata), personaggi che agiscono in maniera incomprensibile scambiandosi lapidarie battute di dialogo esotericissimo, scene iniziali che sembrano vere e poi si rivelano un sogno, tutto ciò che confonde e disorienta un lettore di normale intelligenza, tutto ciò che lo fa sentire stupido, trattato con sufficienza o imbrogliato, tutto ciò non va bene. E citare Umberto Eco non è un’attenuante.

8.Luoghi comuni, tanto dal punto di vista linguistico quanto narrativo. Se si comincia con uno scalcinato investigatore privato alle prese coi postumi di una sbornia, o con una prostituta dal cuore d’oro, o con il sole che spacca le pietre, o con due nemici alla resa dei conti, sarà bene avere smontato il luogo comune nel giro di un paio di paragrafi – non molti di più, o ci si sarà già perso l’editor per strada.

 9. Protagonisti che, mentre vengono strangolati, si perdono in minute descrizioni di ciò che provano, ciò che ricordano, ciò che capiscono, ciò che vorrebbero fare, ciò che potrebbe salvarli, ciò che purtroppo hanno trascurato di dire alla fidanzata… La gente non ha molto tempo per pensare in maniera coerente o lirica mentre viene strangolata, e se lo fa, forse non sta venendo strangolata davvero. In altre parole, il principio di verosimiglianza non si può violare impunemente nemmeno dentro la testa dei personaggi.

10. Errori di battitura, di grammatica, di sintassi. Questo in realtà dovrebbe essere il n° 1, perché in scrittura la forma è la sostanza, e perché nessuno considererebbe le torte di un pasticcere che non distingue lo zucchero a velo dal lievito, e perché non c’è ragione di pensare che una persona incapace di coniugare i verbi sia in grado di raccontare una storia per iscritto a livello professionale.

E so perfettamente che dozzine di meravigliosi romanzi contraddicono grandiosamente la maggior parte di questi dieci punti, ma sono lavori di una padronanza tecnica pressoché sovrumana e/o di genio. Una sovrana certezza che per noi e il nostro romanzo le regole non valgano tende ad essere il segno distintivo, più che del grande narratore, del dilettante onnirespinto. Nel dubbio, meglio sapere bene che cosa fa storcere il naso alla gente che decide e poi, semmai, correre rischi calcolati.

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* o la sorellina, o il padre putativo, o l’ancora amatissima ex moglie… ci siamo capiti.

pennivendolerie · scribblemania

Potando “A Soul For Cunning”

Ieri credevo di passare una giornata di vacanza e di guardare Fire Over England. Credevo. Invece salta fuori – all’ultmissimo momento, si capisce – che i termini di un certo premio letterario a cui voglio tanto partecipare scadono martedì. E questa volta ho il racconto perfetto. Scritto per tutt’altro, è vero, ma assolutamente perfetto anche per questo. Così vado sul sito e, per prima cosa, constato un dettagliuzzo che proprio non ricordavo: massimo 5000 parole.

Cribbio.

E dico cribbio perché ASfC (il presunto racconto perfetto) è più lungo. Un bel po’ più lungo. E che si fa? O si lascia perdere o si passa la domenica a potare drasticamente. Io ho potato drasticamente, e la faccenda è andata così:

8.35 – Rapido calcolo: devo amputare 923 parole su 5923. Tanti auguri.

8.37 – Cominciamo con una seria rilettura…

8.50 – …e decidiamo che no, non è umanamente possibile. Il racconto funziona, è davvero piuttosto buono, e mi piace tanto così com’è, con tutti i suoi pezzi, parole, ramoscelli là dove li ho messi – ciascuno per una buona ragione. Fine della storia. 

9.15 – Però…

9.18 – Non è un peccato lasciar perdere? Mi piace questo premio, mi piace proprio tanto. Ci ho già provato diverse volte, con racconti che non erano buoni nemmeno la metà di questo. Hm.

9.20 – Ok, vediamo se non c’è davvero niente da fare.

9.21 – Ulteriore rilettura. E per dimostrare che faccio sul serio, faccio una copia di ASfC in un altro file .doc, pronto per essere potato. Mi sento come se stessi legando il mio gatto al tavolo della vivisezione.*

9.28 – A un certo punto della rilettura, mi viene l’uzzolo di contare quante parole ci sono in una pagina. Risposta: circa la metà di quelle che devo tagliare. Oh. E sì, è sempre circa un sesto del totale, ma così fa ancora più impressione.

9.31 – M’imbatto in uno speech tag particolarmente elaborato che in effetti potrei tagliare. Lo faccio, rileggo il paragrafo e… ehi! Scorre persino meglio! Adesso sono più vicina all’obbiettivo. Di ben 7 (sette) parole.

9.37 – Incoraggiata dal piccolo successo, ricomincio daccapo: leggo ad alta voce, elimino un aggettivo qui, una similitudine là…

9.45 – Continuo.

9.55 – Continuo.

10.03 – In uno sprazzo di lucidità mi chiedo dove credo di arrivare una parola alla volta, ma continuo. Sprazzo molto breve.

10.08 – Inciampo in un passaggio… non è un cattivo passaggio, ma forse non è del tutto necessario? Ci penso su, provo a sistemare mentalmente il paio di riferimenti che resterebbero in sospeso. Potrebbe anche funzionare.

10.14 – Agisco. Mica male, no? Hm. Però, anche sistemando qui e spostando là, la transizione suona forzatella anzichenò. Sono così grata a chiunque abbia inventato quella simpatica funzione ANNULLA. Ci avrei guadagnato 40 parole, ma tirem innanz.

10. 24 – Arrivo alla fine e, tutto sommato, non sono insoddisfatta della ripulitura. Peccato non averla fatta prima di spedire a GT… E siamo a 5486 parole. Non è favoloso? 437 andate; ne restano solo 486.

10.25 – Peccato che non siamo ancora a metà strada e non veda bene che cos’altro potrei tagliare senza menomare seriamente la storia.

10.26 – Per la seconda volta oggi, ci rinuncio. Proprio non c’è modo.

10.27 – Migro in cucina e comincio a dare una mano col Christmas Pudding: taglio la mela a pezzettini, spremo l’arancia e il limone, e sbaglio a pesare tre tipi diversi di uva passa- del che mi accorgo solo dopo avere innaffiato col brandy abbondanti quantità di frutta secca non necessaria. Il tutto, naturalmente, perché sono troppo occupata a rimpiangere di non partecipare al premio… Mi s’ingiunge di togliermi di torno e lasciar lavorare la gente, al che mi preparo un’altra tazza di tè. E c’intingo dentro due biscotti al cioccolato – mai una buona idea.

11.06 – Oh, che diavolo! Mi rimetto al computer, ben decisa a far vedere ad ASfC chi è che comanda. Dopo tutto sono già a metà strada, giusto? Che può mai volerci?

11.07 – Questa volta si fa sul serio – con metodo: pondero con cura la trama, passo in rassegna i personaggi in cerca di gente superflua, enuncio in un paragrafino il concetto originario, così da poter sfrondare tutto quello che non è strettamente attinente.

11.29 – Peccato che la trama sia già molto condensata, i personaggi soltanto due e il concetto tale da richiedere praticamente tutto quello che c’è per essere comprensibile. Ho lavorato per benino, sono stata stringata, essenziale, concentrata, non ho mai divagato e, quel che si poteva sfrondare, l’ho già sfrondato tra le 9.31 e le 10.24. Non è che andiamo molto bene.

11.30 – Adesso basta. Ricomincio da capo, brandendo un metaforico machete. Ogni tanto individuo un paragrafo o due che forse, con la debita cautela e una certa dose di sacrificio, potrebbero essere amputati senza eccessivo pregiudizio. Così ci penso tetramente per un paio di minuti e poi salta sempre fuori qualche ragione per cui non si può.

 11.47 – Però… però… All’improvviso trovo una sezione – un’intera sezione! – che, inclinata a quarantacinque gradi, tinta di violetto e guardata con la coda dell’occhio, potrebbe latamente definirsi una digressione. Una vasta digressione, anche: 415 parole, vale a dire nove decimi dei miei problemi risolti in un colpo solo – magari un po’ meno, considerando la necessità di coprire il buco con una transizioncella…

11.50 – A dire il vero, molta della roba in questione mi piace davvero. La tentazione, tuttavia, è forte…

11.56 – Ok, chiudiamo gli occhi e pensiamo all’Irlanda. CANC.

11.57 – Tra l’altro, a taglio effettuato, mi accorgo che ci sono altre 47 parole dispensabili, visto che servivano solo a introdurre quella che, tutto considerato, forse era davvero una digressione. CANC. CANC. E mi mancano solo 24 parole. Irlanda, aspettami!

11.59 – Però, pensandoci bene… Non è detto che ASfC debba rimanere per sembre sotto le 5000 parole, mentre invece una versione pre-sfrondamento (ripulità ma non amputata) potrebbe sempre farmi comodo, prima o poi. Dove ho letto che la lungimiranza è la virtù dei grandi? Annullo gli ultimi tre CANC, seleziono tutto, copio, incollo in un terzo file .doc, lo salvo con uno di quei nomi utili e significativi che non riuscirò a ricordarmi quando ne avrò bisogno**, torno al mio file, cancello di nuovo la digressione e mi sento molto più in pace con me stessa e il creato universo. Ora, quelle 24 parole…

12.11 – Mi si chiede se mi secca molto apparecchiare la tavola, nutrire il gatto e ricordarmi di prendere l’antibiotico***. Salvo accuratamente quel che resta di ASfC e mi dedico ad apprestare il desco famigliare.

13.42 – Mi rimetto all’opera. Per prima cosa faccio un conteggio parole e il computer mi dice 5016. Come sarebbe a dire 16? Non me ne mancavano 24? Colta da panico, controllo di non avere cancellato qualcosa di troppo… No, è tutto a posto, salvo la mia capacità di effettuare semplici calcoli aritmetici.

13.58 – Mentre controllo che i tagli non si siano lasciati dietro incongruenze, mi rendo conto che la soluzione più semplice è eliminare un altro paragrafo. CANC qualche riga e, come per magia, tutte le potenziali incongruenze da potatura sono prodigiosamente sparite. E per di più, il conteggio parole risulta 4953. E vai!

14.02 – Rileggo tutto da capo. Ad alta voce. Per sicurezza. E ogni tanto tagliuzzo ancora qualche fogliolina vagabonda.

14.12 – Ripristino una riga di descrizione che avevo eliminato con particolare riluttanza.

14.26 – Mi coglie il dubbio che, essendo adesso ASfC destinato all’Irlanda, forse sia meglio modificare lo spelling in British English. Tutto da capo, con l’aiuto del controllo grammaticale di Word.

14.39 – E a questo punto, credo proprio che ci siamo. 4568 parole. Salvo e lascio riposare per un’oretta – dedicandomi nel frattempo alla seconda fase del pudding.

16.27 – Se vi dicono che per la seconda fase del pudding basta un’oretta, non credeteci. Torno al computer, stampo la nuova versione di ASfC e, armata di tazza di tè e pennarello rosso, m’installo nella poltrona di fianco al fuoco per un ultimo controllino. Ci sono cose più facili che fare un ultimo controllino con 6 kg di soriano ronfante in grembo, ma pizzico nondimeno una virgola indebita, due errori di battitura e uno spazio doppio.

17.04 – Inserisco le correzioni, stampo un’altra copia e la piazzo sulla tastiera per l’ultimissimo controllo – domani mattina. In tutta franchezza, non voglio sentir nominare ASfC per almeno dodici ore, grazie.

E questo era ieri. Adesso mi dedico all’ultimissimo controllino e poi ASfC (versione breve) parte attraverso l’etere con destinazione Irlanda. Wish me luck!

 

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* Forse a questo punto, per evitare di sembrare isterica, farò bene a spiegare che ASfC è già stato revisionato, parzialmente riscritto, decapitato due volte, asciugato quanto si poteva e levigato con ogni cura – prima di essere mandato a Glimmer Train.

** Voi vi ricordereste qualcosa come polishedasfc.doc fra un anno o due?

*** L’avevo detto che da due settimane e un po’ sto godendo le gioie di una bronchite irriducibile?

pennivendolerie

Titoli – Non Abbiamo Ancora Finito

Pensavo che avessimo finito, in realtà, ma non posso non mettervi a parte del mio ultimo dramma personale in fatto di titoli.

Dunque, forse ricordate – o forse no – che sto revisionando, un po’ balzellon balzelloni, un romanzo in Inglese incentrato sull’ultimo (e fatale) assedio di Costantinopoli nel 1453. Forse ricordate anche che, a un certo punto, in uno di quegli episodi di deragliamento cosmico, il romanzo ha gettato la maschera rivelandosi per quello che è in realtà: due romanzi.

Quello che non sapete è che poi si è materializzata la possibilità di un terzo volume… er, sì: diciamo “crescita incontrollata” e non parliamone più. L’unica consolazione in tutto ciò era che avevo tutti i titoli. Tre titoli che mi piacevano proprio tanto, ciascuno perfetto per il rispettivo volume, ciascuno con le sue brave radici storiche, ciascuno rispondente addirittura a un certo schema di colori che avevo in mente…

The Red Apple, City Of The Moon, A Game Of Sorrows

Carino, no? Rosso, bianco e nero… è vero, mi mancano ancora un volume intero e due mezzi, ma sono dettagli: i titoli ci sono!

E invece dovrei saperlo che i titoli sono l’ultima cosa su cui si può fare conto… Che cosa vado a scoprire, infatti? Che qualche mese fa Shauna MacLean ha pubblicato un altro dei suoi bellissimi gialli storici ambientati nella Scozia del Seicento e lo ha intitolato… indovinate un po’? Ma A Game Of Sorrows, ovviamente!

E tutto sommato, con questo potrei ancora sperare di cavarmela – forse: è un sottogenere diverso dal mio, è tutt’altra ambientazione, ciò che, nel mondo anglosassone, potrebbe significare due tipi di pubblico abbastanza diverso perché il doppio titolo non conti poi troppo. Ma mi azzardo? Proprio non lo so. Richiedetemelo fra qualche mese.

E comunque, c’è di peggio, perché riguardando un vecchio numero della HNR che ti trovo? E davvero non so come potesse essermi sfuggito, ma, signore e signori, esiste già un romanzo sulla caduta di Costantinopoli intitolato The Red Apple.

Argh.

E così, invece di mancarmi un volume intero e due mezzi, mi mancano un volume intero, due mezzi e due titoli su tre. Non male, eh?

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Giusto per rendere la cosa ancora più amena: The Lulu Titlescorer, simpatico giochino statistico-nonsense assegnava a The Red Apple un 73% di possibilità di diventare un titolo best-seller. In realtà non significa nulla, se non che somiglia a titoli di libri che sono diventati best-seller, tant’è vero che l’altro The Red Apple non ha avuto successo (anche la recensione su HNR era pessima, tra l’altro). Resta il fatto che credevo di avere un titolo potenzialmente buono e invece nisba.