editing · elizabethana · teatro

Piccolo Bollettino Notturno

Ricordate il bollettino di ieri? Una scena a posto, un’altra a buon punto, e poi arriva quella centrale e intensa, quella da mettere bene a fuoco, quella che richiede serie potature…

Ecco, quello era il programma.

E poi non so che cosa sia successo, ma oggi ho ripreso in mano la prima scena di ieri, finito la seconda – quando si dice procrastinazione nascosta – e poi, ma molto poi, ho cominciato finalmente a lavorare su Making Way.

E pota di qua, pota di là, taglia, togli, cassa e cancella, e sistema e lima e rigira e riscrivi, adesso Making Way è di circa 150 parole più lunga di quando ho cominciato.

E il bello si è che non sono nemmeno a metà dell’opera.

Giuro che non so bene come ho fatto, ma mi sento proprio tanto, tanto, ma tanto astuta.

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Piccolo Bollettino Notturno

In pratica, una scena (The Message) e mezza (Old Friends in Bad Times).

E finalmente Mabel-the-Doxie ha una voce tutta sua.

Da oggi spero di riuscire a mantenere ruolini di scrittura più stabili e più sensati. E forse, per cominciare, dovrei cercar di finire OFiBD adesso, perché poi la scena successiva è tosta, rilevante – e in prima stesura l’ho lasciata troppo lunga e a tratti appena abbozzata. Un sacco di lavoro.

Oh well. Sapevo che il Secondo Atto sarebbe stato più brigoso.

Ora la domanda successiva è: riuscirò a finire la seconda stesura prima del Festivaletteratura?

Oggi Tecnica · teatro · Vitarelle e Rotelle

Ad Alta Voce E Con Le Cesoie In Mano

Era un po’ di tempo che non si parlava di tecnica, ma nel giro di pochi giorni mi è capitato un paio di volte di sentirmi dire (o implicare) che scrivere teatro è “più facile”, perché in fondo si tratta solo di scrivere dialoghi.

Perché a proposito dei dialoghi vige questo bizzarro mito: be’, quanto può essere difficile scrivere dialoghi? È la forma di linguaggio con cui tutti abbiamo, per forza di cose, più dimestichezza, no? Tutti parliamo, tutti usiamo il dialogo ogni giorno… ergo, scrivere dialoghi è facile.

Ebbene, no. È vero che tutti usiamo quotidianamente il dialogo, ma basta provare a trascrivere verbatim un pezzo qualsiasi di conversazione per accorgersi di che differenza abissale ci sia tra quel che si dice e un buon dialogo letterario – o teatrale.

Per prima cosa, trascrivendo, ci si rende conto che Nella Vita Quotidiana si dicono (e ripetono) un sacco di cose irrilevanti, sciatte e vacue, che per iscritto si condensano, rendono coerenti e intelligibili – possibilmente conservandone efficacia e sapore. Randy Ingermanson dice che il buon dialogo è pesce già sfilettato: solo le parti buone. Non si tratta di riprodurre pari pari il modo in cui parlano le persone, ma di trovare il giusto equilibrio tra realismo, registro ed efficacia, e servirsene per convogliare soltanto informazioni rilevanti.

Tutto quello che si mette sulla pagina deve servire a caratterizzare un personaggio e/o far avanzare la storia – possibilmente entrambe le cose. Ogni battuta di dialogo che non svolge almeno una di queste funzioni… a questo punto dovrei dire “va eliminata”, ma mi limiterò a qualcosa di meno drastico. Ogni battuta di dialogo che non svolge almeno una di queste funzioni, non ha una ragione narrativa per essere dov’è. Non è sempre facile. Personalmente, devo continuare a impormi di potare tutto ciò che è soltanto decorativo – non importa quanto mi piaccia. E non sempre ci riesco. A volte, nel tentativo di rendere rilevante qualcosa che mi piace troppo per poterci rinunciare, sono capace di dissennati equilibrismi, fino al momento in cui mi rendo conto che sto facendo John&Iris – e allora taglio tutto quanto, e in genere la scena ne guadagna.

Ma questo non mi rende necessariamente più saggia per la prossima volta.

Oh, e John&Iris è lessico famigliare per l’eccesso opposto al chit-chat decorativo, quando si lardella il dialogo di informazioni non plausibili. Può essere necessario informare il lettore sul rapporto tra il narratore, John e Iris, e del fatto che sono passati tre mesi dalla scena precedente, ma non per questo si può far esclamare al narratore “Buongiorno John, mio vecchio e fraterno amico! E come sta tua moglie Iris in questa splendida giornata di giugno?” In molti romanzi in cui una tecnica di qualche genere – non importa se si tratti di sottomarini, procedura legale, arazzi o curling – gioca un ruolo, capita di trovare lunghe pagine di dialogo in cui due o più personaggi si scambiano dettagliate informazioni su particolari che dovrebbero già conoscere a menadito. Ricordate il Comandante Phillips e la Regola del Sottomarino Nucleare?

Dopodiché trovare (e mantenere) la giusta combinazione di efficacia e plausibilità è tutt’altro che facile: è una questione d’orecchio, buon senso e intuito in parti variabili.

Io trovo utili due metodi – e li sto usando parecchio per la seconda stesura del Play Senza Titolo – di cui magari state seguendo le vicende via bollettini notturni. In primo luogo, mi leggo i dialoghi ad alta voce. Meglio ancora sarebbe farseli leggere da qualcuno – se avete una o due persone pazienti e disponibili, e so di gente che fa da sé, si registra e riascolta. Ora non dico che sia a prova di bomba, ma nove volte su dieci, se c’è, la magagna viene a galla.

Ma prima, o dopo, o prima e dopo, prendo la mia scena e fingo con convinzione di poterne tenere solo due terzi*. A che cosa proprio non si può rinunciare? È divertente quasi come farsi estrarre i denti del giudizio – ma la maggior parte delle volte, potato di fioriture, svolazzi e quisquilie varie, il dialogo ne esce più affilato, più efficace e più vivido.

Per cui, no: non c’è niente di facile nello scrivere dialoghi, thank you very much. È roba da liutai, una di quelle faccende di orecchio, precisione, tecnica, pazienza, numerose fasi e, tanto per cambiare, un sacco di lavoro. 

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* O tre quarti – anche se conosco anime avventurose e drastiche, che riducono alla metà.

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Piccolo Bollettino Notturno

Evidentemente c’è del vero nella teoria secondo cui più frenetico è il ruolino di marcia, più si riesce a scrivere. La teoria l’ho ritrovata di recente nella versione di Chris Baty – il creatore di quella follia scrittoria che è NaNoWriMo – e apparentemente funziona.

Almeno per me.

Oggi doveva essere ed è stato il giorno più intenso dell’intensa settimana, ed ero grudgingly rassegnata a non combinare un bottone.

Poi è vero che la scena di oggi, Sweet Joan, era già stata in parte sistemata per il corso di Karl Iglesias, e così a pranzo e al posto di parte della cena, ho deciso che potevo darci almeno un’occhiatina. L’occhiatina è diventata una rilettura ad alta voce*. La rilettura ad alta voce ha portato alla collazione di due versioni precedenti e alla modifica abbastanza radicale di tre battute. E alla fin fine, dopo avere appuntito un po’ il battibecco tra Kit e Joan e avere disseminato tra le battute un paio di elisabettianerie, ho deciso che ci siamo.

E sulla base di questo insperato successo, credo di meritarmi qualche segnale stradale di liquirizia, che dite?

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* Before you ask: pranzavo da sola e in relativa solitudine.

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Piccolo Bollettino Notturno

Oggi ho trovato il tempo per il mio play, ed è successa una di quelle cose.

Con improvvisa folgorazione mi sono resa conto che, anche prendendo per buona la primissima datazione possibile del Doctor Faustus, dovevo riscrivere daccapo almeno mezza scena.

E lo so, non dovrei lasciarmi schiavizzare dalle controversie sulle datazioni marloviane, e in fondo questo è teatro e non una tesi di dottorato… ma non c’è niente da fare. Dopo un rapido e feroce dibattito interiore, ha vinto la parte di me che, se deve barare con il Faustus e i Lost Years di Shakespeare, vuole ragioni migliori di quelle che erano sul tavolo oggi.

Che posso farci? Sono sei tipi d’idiota.

Se non altro, uno dei sei tipi è il genere d’idiota che non esce a cena per riscrivere la scena* e, pur non riuscendo a finirla, abbozza una soluzione che funziona anche meglio della scena originale.

Il resto è pesca di beneficenza.

E adesso è molto possibile che mi armi di segnali stradali di liquirizia e lavori ancora un po’…

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* E, se potete, perdonatemi la rima…

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Piccolo Bollettino Notturno

Un po’ più presto del solito.

Upstart Crow, la scena di oggi, l’avevo in buona parte sistemata come assignment per il corso di Karl Iglesias – il che è un bene, perché la giornata è stata, come previsto, impossibile*.

Qualche ora di lavoro post coenam mi ha condotta a un punto soddisfacente. È ancora troppo lunga, ma alas mi ci ritrovo affezionata.

Robert Greene è divertente da scrivere…

Prima di sfrondare vorrei sentirla letta, perché sulla carta sembra tutta necessaria. Ma in tutta probabilità sono io che non vedo le lungaggini per miopia da giornata e da malguidato affetto. Mi piace pensare che sarei capace di sentirle, le lungaggini…

Oh well – per stasera basta così, grazie. Domani non promette molto meglio, ma ho anche una specie di turno di guardia, potentially graveyard watch, in cui potrei riuscire a lavorare un po’ sull’ultima scena del I Atto.

O magari vedere se, col vantaggio di qualche ora di sonno, riesco a potare Robert Greene.

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* E mi piacerebbe vantarmi di avere eroicamente resistito alla tentazione di cominciare a leggere Foe, recapitato in tarda mattinata – ma ad essere sinceri è mancato il tempo materiale di cedere alle tentazioni, per cui…