grillopensante

Sul Linguaggio dei Formaggi Altrui

FromageBleuAllora, riproviamo…

Il post che il Blogo Mannaro mi ha trangugiato l’altro giorno iniziava facendo riferimento a quest’altro post – e in particolare a questo commento di B.

Pensa a come i nostri dirimpettai d’oltralpe abbiano nobilitato il volgarissimo termine di ”formaggio verde” con il ben più armonico ”fromage bleu”.
Decisamente più invitante…

E io ammettevo il carattere tutto sommato più casalingo di “formaggio verde”, e la complessiva durezza del suono – un suono quasi marziale, a ben pensarci… fin troppo marziale per un formaggio? Certo, in confronto, le soffici sillabe transalpine, fromage bleu, si sciolgono in bocca – per rapprendersi di nuovo alquanto se le traduciamo in Inglese: blue cheese. O almeno così funziona per me, sulla base del suono – perché poi, se andiamo a considerare i colori, non posso davvero dire che il verde mi evochi muffe peggiori o più repellenti del blu. Però magari per B. è proprio così, e le venature blu non le fanno affatto la stessa impressione bruttina delle erborinature verdi? E che impressione avrebbe fatto le fromage bleu al piccolo A., che aborriva il formaggio verde ma adorava il gorgonzola?

LanguagePerché il punto, alla fin fine, è il fascino dello strato connotativo del linguaggio – quella rete fittissima di associazioni, iridescenze, echi, implicazioni e riverberi,  che ogni frase, ogni parola, ogni sillaba e ogni suono si portano dietro, attraverso cui si percepisce, filtra e utilizza il linguaggio. Ciascuno di noi possiede ed elabora costantemente una rete del genere – che in parte si sovrappone a quella altrui: l’ambiente a cui apparteniamo, il lavoro che facciamo, i libri che leggiamo, le lingue che parliamo, lo sport che pratichiamo contribuiscono a crearla, in modi che condividiamo con gente della stessa nazionalità, della stessa cultura, della stessa provenienza, che fa lo stesso lavoro, legge gli stessi libri, parla le stesse lingue – in un’infinita varietà di combinazioni individuali e più o meno generali. E a tutto questo va aggiunto il diverso grado di sinestesia (associazione di percezioni sensoriali diverse) che funziona per ciascun individuo…

Fascinating stuff – interessante da esplorare, prezioso per caratterizzare un personaggio o costruire una voce narrante, del pari favoloso e frustrante nel tradurre. Ah, le meraviglie del linguaggio! E dove si finisce per arrivare, partendo da un pezzetto di formaggio, non trovate?

 

elizabethana · Storia&storie · Vitarelle e Rotelle

la Caratterizzazione è un Apostrofo di Colore a Scelta

Rieccomi, o Lettori! Direi che ho trovato le chiavi di casa – ma in realtà non ho idea di come sia successo: fino a ieri non c’era verso di fare il login, e invece oggi sì. Ah well, meglio così.

E visto che sono tornata, parliamo di personaggi, volete? Nicholl Lodger

Chi di noi non vorrebbe popolare i suoi libri di gente indimenticabile? È al tempo stesso una tecnica difficile da padroneggiare, un elemento chiave della buona scrittura e uno degli aspetti più complessi di quella malattia da scrittori che Tolkien chiamava il complesso della subcreazione: infondere la scintilla vitale nei propri personaggi, soffiare la vita nelle narici della creatura impastata con inchiostro e carta…

Curiosamente, ho trovato un affascinante bit of advice in proposito in un libro che non è né un manuale di scrittura né un romanzo, ma una curiosa specie di biografia. In The Lodger – Shakespeare on Silver Street, lo storico inglese Charles Nicholl concentra le sue prodigiosamente minuziose ricerche sul soggiorno di Shakespeare presso una famiglia di fabbricanti di acconciature di origine francese – e la parte da lui avuta in una causa civile tra due generazioni della famiglia.

Non è che Shakespeare faccia una gran figura nell’insieme, ma non è di lui che voglio parlare, bensì della sua padrona di casa, Marie Mountjoy, che era arrivata in Inghilterra da profuga ugonotta e aveva fatto tanta carriera nel suo campo da creare acconciature per la consorte di Re Giacomo VI e I, nientemeno.

simon-formanMarie, mercantessa agiata (e forse moglie adulterina, ma se suo marito era come appare dal lavoro di Nicholl c’è da capirla), a un certo punto consulta il Dottor Simon Forman, astrologo, medico e sapiente, nella speranza di recuperare un paio di anelli e del denaro che ha perduto. La pratica era comune all’epoca, e Forman uno dei praticanti più reputati nel suo campo. Tra l’altro, il dottore teneva annotazioni dettagliate dei suoi casi – annotazioni in buona parte sopravvissute. È nei suoi quaderni che Nicholl trova una serie di affascinanti particolari su Marie, compreso un piccolo elenco di tre personaggi che include Margery, una domestica di casa Mountjoy, “una ragazzotta alta e lentigginosa” nella descrizione della sua padrona. A tall and freckled wench.

Queste poche parole, annotate da Forman mentre parlava con Marie, sono qualcosa che mette i brividi: una voce di quattrocento anni fa registrata senza il tramite di elaborazioni letterarie o formule giuridiche e religiose. Nicholl coglie e sottolinea la meravigliosa immediatezza di questa piccola finestra aperta su un altro secolo: ogni volta che voglio ricreare Marie nella mia mente, la immagino mentre pronuncia lentigginosa con un accento francese*.Marie

Queste sono gioie nella vita di un ricercatore e di un romanziere. Provate a fare il piccolo esercizio d’immaginazione descritto da Nicholl: ecco Marie a trent’anni, protesa in avanti nella luce incerta delle candele di Forman, con la fronte corrugata sotto la cuffia e la bocca stretta in contenuta disapprovazione, con le mani serrate in grembo e la sua erre francese.

Vera, viva e vivida dopo quattrocento anni, e tutto per quelle tre parole dette all’astrologo, tre parole che conservano la traccia delle sue origini, della sua mentalità, delle sue credenze, della sua personalità.

A volte basta proprio poco per (ri)creare una persona.

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* “Whenever I try to conjure up a sense of Marie, I imagine her while she pronounces “freckled” with a French accent.”