grillopensante · teatro

Non Solo Per Bambini

Con la prima che incombe, si discute se Bibi & il Re degli Elefanti sia per bambini oppure no.

E, se lo chiedete a me, sono tentata di dire di no. At the very least, non è solo per bambini. 

bibi e il re degli elefanti, accademia teatrale campogalliani, teatrino d'arcoÈ vero, ci sono gli elefanti parlanti, e le pulzelle, e gente uscita dai libri – ma sotto il linguaggio, il tono e i colori della favola, Bibi è costruita attorno a una serie di domande dannatamente adulte. Da un lato, questioni di come si reagisce di fronte alla malattia, di come si convive con la paura, di cosa costituisce la forza dell’individuo. Dall’altro, il ruolo dell’immaginazione nella crescita. E in mezzo c’è l’idea che l’uno e l’altro siano legati in modo molto, molto stretto quando la malattia colpisce un bambino.

E c’è anche un omaggio ai compagni immaginari, che alle nostre latitudini sono a tutti gli effetti pratici una specie protetta… Ne avevamo già parlato, ricordate? Mi troverete sempre pronta a spezzare una lancia in favore dei compagni immaginari – e ce n’è bisogno, a giudicare dalla diffidenza che li circonda. È davvero così necessario affrettarsi a confinare l’immaginazione dei bambini? Qualche settimana fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di tre anni e mezzo… un’età davvero matura per acquisire un senso della realtà, don’t you think?

Ecco, in B&RdE si sostiene che l’immaginazione non è una fuga, ma una fonte di forza di fronte alla malattia.

Questioni adulte – raccontate in un modo abbastanza bifronte. 

Da un lato c’è la favola, con la piccola Bibi, il suo elefante e la Pulzella. Dall’altro c’è la storia della mamma di Bibi, terrorizzata e fragile davanti alla malattia di sua figlia, e anche davanti a quel mondo immaginario che Bibi si costruisce per difendersi da una sofferenza che non capisce.

Non so fino a che punto questo sia paradossale, ma l’aspetto più difficile da centrare è stato quello fiabesco. Scrivere per i bambini è stata una bizzarra esperienza sotto molti punti di vista. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne una ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende…

Mi conforta nell’idea di esserci riuscita almeno un po’ il parere di A., che ha cinque anni e, dopo avere visto B&RdE ha chiesto a sua madre se poteva avere anche lei Bogus come amico immaginario. Ma di solito, quando il sipario si chiude e le luci si accendono in sala, non ci sono solo i bambini con gli occhi sgranati. Ci sono anche gli adulti con gli occhi lucidi.

Perché nonostante sia una storia di bambini, e nonostante Bogus, la Pulzella e il Piccolo Lord, questa non è solo una storia per bambini.

 

grillopensante

Compagni Immaginari

220px-Harvey_1950_poster.jpgSono sconcertata.

Intendevo scrivere un post sui compagni immaginari, credendo di trovarne all’infinito nella letteratura per fanciulli, e in effetti è così, ma sembra che siano per lo più nella letteratura per fanciulli – e per fanciulli grandi – angloamericana. Non solo, scopro anche che in Italia l’idea del compagno immaginario tende ad essere considerata lievemente malsana.

Ossignor.

Quindi scopro anche che per anni ho avuto abitudini lievemente malsane e non lo sapevo…

Se non bastasse, scopro in rete un esercito di madri preoccupate per l’equilibrio dei loro pargoli e di gente che guarda con disapprovazione alla disinvoltura con cui gli Anglosassoni trattano l’argomento. Potrei citare autori come Neil Gaiman (il cui taglio è, come ci si potrebbe aspettare, un nonnulla inquietante, ma facciamo finta di nulla), come Cecelia Ahern, come Jodi Picoult, come Patricia Polacco (il cui adorabile e geniale Emma Kate rivolta l’intero concetto come un guanto), come Maurice Sendak (peccato per il film!), come A.A. Milne e, naturalmente, Bill Watterson.

Perché, ebbene sì, Winnie The Pooh e Hobbes sono compagni immaginari – o come altro chiamare degli animali di pezza resi vivi dalla fantasia dei loro padroncini? Un altro caso di questo genere è Emily, la bambola di Sara Crewe ne La Piccola Principessa. Adesso mi comprometto dichiarando che LPP è, a mio avviso, una piccola gemma sottovalutata, ben diversa da altre storie strappalacrime per fanciulli, da cui si differenzia celebrando il potere dell’immaginazione. Pensandoci bene, la faccenda merita un addendum tutto suo a questo post, ma per il momento non divaghiamo e limitiamoci a ricordare come Emily non sia “la bambina” di Sara, bensì un’amica e confidente con cui condividere la nostalgia per l’India e il padre lontano: un’amica immaginaria a tutti gli effetti.

Non tutti i compagni immaginari sono giocattoli in partenza, e a questo proposito mi viene in mente un raro esempio italiano: naturalmente adesso non la trovo più, ma mi pare proprio di ricordare una filastrocca intitolata Il Buio è un Cavaliere*, in cui un bambino affronta la paura del buio trasformando la temuta oscurità in un amico immaginario.

Questo sembra esemplificare bene le teorie sostenute da alcuni studi recenti, secondo cui una percentuale altissima di bambini si crea almeno un compagno immaginario, traendone conforto, complicità e divertimento, superando paure e difficoltà, elaborando eventuali traumi, esercitandosi ai rapporti sociali, al dibattito e alla riflessione. Non mi sembrano cattivi risultati.

Cinema e televisione hanno proposto una serie infinita di compagni immaginari, e credo che citerò un paio di casi soltanto: l’eponimo coniglione Harvey e le tenere bestiole di Miss Potter. Ho scelto tutti questi conigli per due motivi precisi. Il primo è che Wikipedia ha un’intera pagina dedicata alla discutere la natura di Harvey: secondo una scuola di pensiero, non sarebbe un compagno immaginario propriamente detto, perché nel film si afferma esplicitamente che è reale. Lo stesso sembrerebbe dover valere per Hobbes, le cui azioni sembrano avere talvolta risultati reali, come le palle di neve tirate a Calvin. Non sono del tutto certa di essere d’accordo: molti compagni immaginari fittizi** assumono vari gradi di realtà all’interno delle loro storie, ma questo ha che fare con la natura della finzione narrativa e la sospensione dell’incredulità, più che con la natura immaginaria dei compagni stessi.

In secondo luogo, sia Harvey che Miss Potter descrivono compagni immaginari di persone adulte. Naturalmente, Elwood è considerato matto (hence il suo trionfo sugli increduli quando Harvey risulta essere reale) e Beatrix irreparabilmente eccentrica, ma per entrambi i compagni immaginari sono presenze positive. Per BP sono addirittura una sorta di personificazione dell’immaginazione creativa: vere e proprie muse con tanto di coda lanosa. E se pensate che questa sia un’iperbole narrativa, lasciatemi terminare con la storia di Paul Taylor.

Paul Taylor fu un grande coreografo americano, un innovatore e un eclettico. Aveva un compagno immaginario, un singolare personaggio provvisto di un dottorato e varie onorificenze, cui attribuiva pubblicamente il merito di parte del suo lavoro. E no, Taylor non era scisso e non mancava di alcun venerdì: il suo amico immaginario era una proiezione di parte della sua creatività (forse quella consapevole, se bisogna giudicare dai titoli accademici, ma non è detto…), una versione adulta di quelle sagome colorate o quegli animali di pezza in cui il bambino trova confronto, gioco e stimolo intellettuale. E scusate se è poco!

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* C’è una raccolta di fiabe di Marina Valcarenghi con questo titolo, ma non so se la filastrocca ne faccia parte. Se avessi dovuto azzardare un autore, avrei detto Rodari. Però stiamo parlando di ricordi vecchi di trent’anni, e potrei sbagliarmi di grosso.

** Nel senso di “compagni immaginari di personaggi fittizi”, as opposed to “compagni immaginari di persone reali. Come definiremo allora i compagni immaginari dei ritratti fittizi di persone reali? E fa differenza se la persona reale in questione aveva davvero un compagno immaginario? Sento che mi sto avviando per una strada molto tortuosa…