elizabethana · grilloleggente · romanzo storico

L’Uomo dal Guanto – Pag. 309

The_End_BookIl che significa che il libro è finito. Din don dan.

Volete sapere come? Well, sul versante cinquecentesco, il giovane Will, privato dell’università dai guai economici dell’ex supermercante che si ritrova per padre, seguita a studiare per conto suo, conosce Anne Hathaway, la mette incinta senza mai amarla veramente, la sposa in fretta e furia con scarso entusiasmo della famiglia, la mette incinta di nuovo e poi… Sapete la faccenda degli Anni Perduti? Il periodo tra il 1585 e il 1592, in cui nessuno sa troppo bene dove diamine fosse Shakespeare? Ebbene, o Lettori, ecco la risposta: il giovane Will era in Italia a girare per atenei, corti e meraviglie, apprezzato da tutti e ciascuno – soprattutto il lontanto cugino duca Guglielmo (che per qualche motivo Covarrubias spesso chiama granduca…), che gli procura persino una morosa a tempo determinato, una bellissima, intelligente e colta danzatrice e coreografa (!) ebrea. E poi torna a casa, naturalmente, e con questa educazione da principe e i suoi bei quarti di noblità, seppure illegittima, si sceglie la carriera più reprensibile e malcerta che l’Inghilterra offra a un uomo al di qua del limite penale: il teatro. Hurrà! mundi_thema_giuntini

E nel nostro secolo? Ebbene, uno dei nostri storici professionisti, messo sulla pista da un sogno premonitore, non solo intuisce l’esistenza di un oroscopo di Shakespeare – ma lo trova al primo colpo! E l’altro decide che, pur con tutte le prove inattaccabili di cui dispongono, non è il caso di presentare la teoria in maniera scientifica. Meglio scriverci sopra un romanzo – che diamine. E un romanzo serio, mica una robetta à la Dan Brown. Non l’abbiamo mai fatto prima, non conosciamo “i trucchi del mestiere” – ma che ci vorrà mai, per due storici professionisti?

E fu così che iniziarono…

E dite la verità: l’avevate indovinato che le parti “storiche” di questa faccenda erano i capitoli del romanzo dei nostri eroi? Per cui, se questo è il risultato dell’implicito “che ci vorrà mai?” con cui si conclude la parte moderna… well.

AnashakespeareE non parlo soltanto della festicciola a base di tè – per quanto, in un romanzo purportedly scritto da due storici, il tè sia già uno scivolone maiuscolo. Ma che dire di Will che si chiede se la sua preferenza per l’unico figlio maschio sia un retaggio medievale – e poi decide che no, sono il Rinascimento e il Neoclassicismo a parlare in lui? O di John Shakespeare, che fa fuoco e fiamme quando Will deve sposare l’inadeguata Anne, ma accetta abbastanza allegramente l’idea che il suo superfiglio onnicompetente si metta a scrivere per il teatro? E Will stesso, che il teatro lo vuole per scrivere robe immortali e migliorare l’immagine della sua natia Italia agli occhi degli Isolani?

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui “teatrante” era più o meno sinonimo di scarafaggio, e se c’era un tipo di scrittura che si considerava effimera, inferiore e commerciale, era – you guess it – il teatro. E questo uno storico dovrebbe saperlo anche nel sonno – così come un non-storico cui pruda l’uzzolo di scrivere un romanzo su Shakespeare.

Ma, pare obiettare Covarrubias nella predicatoria postilla, il punto è che “questo non è un romanzo, è una storia vera, seppure romanzata.” Questa sarebbe “la vera storia di William Shakespeare”  – e, se è vero che la postilla è firmata dai due storici fittizi, la traduttrice e curatrice conferma nella sua presentazione che Covarrubias partiva da documenti che gli erano effettivamente capitati tra le mani.

Viene da chiedersi quali, vero?UomodalGuanto048

Il libro contiene in effetti la riproduzione di parte di un elenco di battezzati – tra cui Scespe Guglielmo di Giovanni – e della registrazione del battesimo dello stesso Guglielmo, datato 30 aprile 1564 – entrambi in Italiano. Non ci sono riferimenti, ma sia il  l’elenco – alfabetico e numerato – che la registrazione mi sembrano un nonnulla strani. Però, pur avendo consultato qualche liber baptizatorum dell’epoca, ammetto che la mia esperienza in materia è limitata e non mi pronuncio oltre.

E tuttavia, se volete, posso spingermi ad ammettere che questo non importa poi molto. Se fosse un gioco incentrato su dei documenti immaginari, non ci sarebbe nulla di male. Un romanzo storico è un romanzo storico, e il Documento Ritrovato è forse la più vecchia e onorata convenzione del genere. A patto che poi dal documento ritrovato si parta per scrivere bene una storia plausibile, senza bambinaie francesi e, potendosi, senza anacronismi.

Qui, alas – e quale che sia la dose di veridicità di questa storia – non è andata così.

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L’Uomo dal Guanto – Pag.152

Rieccoci qGertrudeui con Covarrubias – e mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate e le mie perplessità dissolte come nebbia al sole mattutino, ma…

Vediamo un po’. Eravamo rimasti al ritrovamento fortunoso (e, if you ask me, moderatamente convincente) del certificato mantovano di Guglielmo/Will, giusto?

Ebbene, nelle 120 pagine successive Salvatore Grottarossa ha subito un’ingiusta batosta accademica – però ha trovato l’amore, e si è preso un anno sabbatico per dedicarsi alla nuova ricerca. Fin qui, né lui né Silvio hanno fatto un singolo passo avanti. Però anche Silvio ha trovato l’amore.

Tutti hanno trovato l’amore, per dire il vero. Vi ricordate di Ilaria, figlia under the rose di Baldassarre Castiglioni sfuggita al sacco di Roma? Bene, è cresciuta a Mantova con i fratellastri, ed è diventata l’amante del Cardinal Ercole, da cui ha avuto a sua volta una bambina illegittima, la Gertrude del documento. E questa Gertrude è cresciuta a sua volta, sotto tutela della sua bellissima e straordinaria mamma, ed è divenuta una bellissima e straordinaria giovane donna – grande amica dell’altrimenti incompreso Guglielmo Gonzaga e non solo pittrice – ma apprezzatissima allieva nella bottega veneziana del Tiziano. John

Nel frattempo, nel lontano Warwickshire, discende (da gente straordinaria), nasce, cresce, prospera e si marita il bellissimo e staordinario John Shakespeare – che nascerà anche contadino, ma presto diventa intraprendente guantaio. Tanto straordinario è il ragazzo che un influente mercante veneziano di passaggio a Stratford lo invita a Venezia per imparare il mestiere…

Siete appiattiti anche voi dall’estrema plausibilità cumulativa di tutto ciò?

Direi che poi peggiora – ma in realtà tutti ci aspettiamo quel che accade: a Venezia, la straordinaria nobile Gertrude (ospitata con ogni munificenza al locale Palazzo Gonzaga dall’altrimenti avarissimo cugino duca) e lo straordinario guantaio foresto, giunto lì dopo un viaggio low-cost ma altamente istruttivo, s’incontrano per caso a una festa e scocca la scintilla.

E pensate un po’: la straordinaria mamma della straordinaria fanciulla non ha la minima obiezione a che la figlia frequenti da sola-solissima lo straordinario plebeo – perché loro sono straordinariamente open-minded, e lui è… be’, è straordinario – e comunque aspira al cavalierato nel giro di pochi anni.

 

VeneziaE così, tra una dotta disquisizione artistico-filosofica e una tirata sulla natura della nobiltà, i due straordinari fanciulli si amano con trepido tripudio…

But wait a minute! Non era sposato, lo straordinario John? Non ha lasciato a casa un’incomparabile mogliettina – la dolce, bella, coraggiosa, affettuosa Mary Arden, per di più orbata di un paio di figli piccoli? Sì – ma che fa? Mary è un po’ meno straordinaria di Gertrude, e comunque all’amore non si resiste, giusto? John ha più remore per non avere ancora detto a Gertrude del suo stato coniugale che per aver tradito Mary – sul cui possibile abbandono riflette come se si trattasse di pranzare o non pranzare alla taverna.

E a questo punto mi sono fermata per ora – più perplessa che mai.

Trama a parte, temo di non avere ancora trovato un singolo pregio in questo libro. Non solo la Guglielmoscrittura è quel che è, i dialoghi stentati e le descrizioni banali. C’è anche un costante tono pedagogico che sconsola… I personaggi non la piantano mai di istruirsi a vicenda – e di istruire il lettore – nella più bieca delle maniere. “Parlami del commercio della lana, visto che te ne occupi,” chiede l’assai democratica Donna Ilaria a John – e giù una fittissima pagina abbondante di trattatello de mercatura (che Gertrude ascolta con gli occhi lustri, orgogliosa della competenza del suo moroso). E quando John si confida con il suo migliore amico veneziano, ecco che l’altro gli legge lunghi estratti da Platone – con una divagazione su struttura e funzioni del Maggior Consiglio. E poi luoghi, arte, filosofia, teologia, tecniche pittoriche, commercio, controversie religiose… Questa gente non conversa mai: tiene conferenze – e lo fa in termini da XXI secolo. Posso confessare di trovare tutto ciò tanto irritante quanto noioso? Aggiungeteci una robusta dose di Sindrome della Bambinaia Francese, in base alla quale i protagonisti ragionano e parlano come gente del XXI secolo, soprattutto in fatto di religione e società – e coloro che così non fanno sono di necessità retrivi e/o stupidi. E con un altro tocco atto a rendermi felice, le più bambinaie di tutti sono le donne – per questo ammiratissime dalle brave persone…

“Una catena di donne straordinarie e uomini di poco valore,” commenta Gertrude a proposito della sua ascendenza. Considerando che l’ascendenza in questione (seppur illegittima) conta uomini come Baldassarre Castiglione ed Ercole Gonzaga, non male, bambina!

 

 

 

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – Pag. 31

copj170.aspE sì – un diario di lettura.

Quindi forse è bene avvertirvi qui: se, oltre a non avere letto L’Uomo dal Guanto – storie shakespeariane, il romanzo postumo di Jesùs Covarrubias, avete intenzione di leggerlo, vi conviene saltare a pie’ pari la serie di post che inizia con oggi – e magari tornare a leggerla dopo, per confrontare le impressioni. Perché un diario di lettura è proprio quel che c’è scritto sulla scatola: impressioni, gioie e frustrazioni in corso, mano a mano che la lettura procede.

Non lo facevo da secoli. Mi è capitato di farlo con libri che ho detestato e libri che mi sono piaciuti tantissimo. Questo… francamente non lo so. Non ancora – in fondo è presto per dire – ma ammetto di non essere partita con la migliore disposizione possibile.

Voglio dire: un altro libro sulla vera identità di Shakespeare… E no, per carità: apparentemente qui Shakespeare è proprio Shakespeare – ma a sentire Covarrubias le cose non stanno per niente come tutti abbiamo sempre pensato. Come stiano in realtà si capisce abbastanza presto, tant’è vero che a pagina 31 ci siamo già arrivati.

Siamo partiti dal Sacco di Roma del 1527, e dalla morte dell’amante di Baldassarre Castiglione. Si salva invece la figliolina Ilaria. Che Baldassare_Castiglione,_by_Raffaello_Sanzio,_from_C2RMF_retouchedc’entra con Shakeaspere? Ci arriviamo – e con questo arriviamo alla mia prima perplessità.

Fin qui pare che la storia segua due piani temporali a capitoli più o meno alterni, saltellando tra il XVI secolo e oggidì… E secondo voi che cosa succede oggidì? Vi darei tre tentativi per rispondere, ma in realtà non c’è n’è bisogno: oggidì il docente universitario Salvatore Grottarossa (get it?) e il suo migliore amico mantovano inciampano nel Documento Destinato A Cambiare Shakespeare Come Lo Conosciamo.

E sì. Un’altra volta.

Per un romanzo celebrato per la sua sconcertante originalità, dovete ammettere che non cominciamo troppo bene. Andiamo, quante, quante, quante volte abbiamo già visto questo specifico escamotage narrativo applicato a questa specifica storia? Così, off the top of my head, mi vengono in mente almeno cinque romanzi – ma di sicuro sono ben di più.

L’originalità non sta nemmeno tanto nella connessione italiana (già fatto) – ma in questa connessione forse sì. A pagina 31 abbiamo già visto…

[e ve lo dico per l’ultima volta: se proprio non volete anticipazioni, questo è l’ultimo momento utile per fermarvi]

gonzagaA pagina 31 abbiamo già visto, dicevo, un certificato di battesimo cinquecentesco, relativo al figlio di Gertrude Gonzaga e dell’assente Giovanni Scespe. Naturalmente Giovanni è John Shakespeare, e Gertrude è figlia di Ilaria Castiglione – la stessa che, bambina, sopravvisse al Sacco di Roma.

E quindi eccoci qui: uno Shakespeare in parte italiano, con sangue mantovano, Gonzaga e Castiglione… Questo, lo ammetto, è potenzialmente originale. Come si svilupperà? Che ripercussioni avrà questa ancestry sul giovane Guglielmo/Will? Come sarà arrivato a Mantova il guantaio del Warwickshire? Come c’entra (perché a quanto pare c’entra) il Tiziano in copertina? E come reagirà il mondo accademico alla tellurica scoperta di Salvatore&Silvio? Presumibilmente cercheranno anche qualche appoggio più solido per la loro teoria?

Staremo a vedere. Lasciatemi sperare che non ci siano bieche congiure oscurantiste in vista…

Da questo punto di vista, non so come prendere l’introduzione della traduttrice e curatrice Martha L. Canfield, secondo cui Covarrubias era sinceramente convinto della sua teoria, ma gli pareva che non ci fosse abbastanza a sostenerla se non in forma di romanzo… Anche questa è musica già sentita – e non so ancora se considerarla una premessa un nonnulla allarmante…

Di nuovo, staremo a vedere. E, dopo avere osservato en passant, che per ora la scrittura (o quanto meno la traduzione) non è davvero nulla di che, per ora mi fermo.

Vi farò sapere.

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La lettura prosegue: Pagina 152, Pagina 238, Pagina 309.

 

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 87

E’ dai tempi dell’Eleganza del Riccio che non faccio un diario di lettura, così ho pensato…

Stavolta Entered From The Sun, di George Garret, un tempo poeta laureato della Virginia, nonché prolifico romanziere. Non ho mai letto nulla di suo, prima. Ho comprato questo romanzo perché: a) parla di Marlowe; b) il titolo è una citazione di Emily Dickinson; c) ne ho trovato solo due recensioni, una schifata e una estatica – ce n’era più che a sufficienza per decidermi.

La mia copia, prima di essere mia, apparteneva a una biblioteca di Dayton, nell’Ohio. Sì: dismesso da una biblioteca, e allora? Capita e non vuol dire granché. Le pagine non hanno un’aria sfogliatissima, ma la costa della rilegatura rigida è malridotta, come se qualcuno avesse letto il libro piegandolo per tenerlo con una mano sola. Un po’ un’impresa, perché Entered From The Sun è pesantuccio anzichenò – ma, a mio modestissimo e privato avviso, una tendinite è un castigo molto mite per la gente che tratta i libri (specie altrui) in questo modo.  

Alla fine del saluto dell’autore ero conquistata. “Abbiate pazienza con me, fantasmi – e benediteci tutti, vecchi amici ritrovati. Parlate con me. Parlate attraverso di me. Parlate a noi.” Mi piace.

Una rapida occhiata rivela che mi aspetta una serie di capitoli di lunghezza variabile, ciascuno con il suo titolo descrittivo. Come tutto ha inizio per Joseph Hunnyman. Entra il Capitano Barfoot. Attore e Soldato. Hunnyman Sotto Esame. Consideriamo il Capitano Barfoot. Eccetera. Mi piace che ogni capitolo abbia un titolo.

L’incipit è fantastico: punto di vista di Hunnyman, si alza da tavola ridendo, rapida e vividissima descrizione (colori, luci, odori, temperatura…), poi esce dalla taverna ed è… be’, non c’è altra parola: rapito. Uh!

Segue colloquio con misterioso giovanotto che commissiona al nostro Hunnyman delle indagini segrete sulla morte di Marlowe, il poeta, assassinato. Sono passati degli anni, tutti sanno cos’è successo, e che cosa può fare un povero attore senza ingaggio… Il giovanotto sconosciuto ha risposte per tutto – oltre a due scagnozzi armati fino ai denti e una borsa di denaro. Hunnyman – giovane, bello, vanesio, non particolarmente coraggioso, non eccessivamente onesto, scaltro e incauto al tempo stesso, infondatamente speranzoso, non sa troppo bene come rifiutare. E poi c’è William Barfoot è tutt’altro genere di uomo: gentiluomo, soldato veterano, cattolico segreto, caritatevole, violento, spregiudicato e sottile. So dalla quarta di copertina che anche Barfoot verrà incaricato di indagare sulla fine di Marlowe, ma finora di questo non si vede traccia.

Poi entrerà in scena la bella vedova Alysoun, amante di Hunnyman: manipolatrice, calcolatrice, fredda, ambiziosa, intelligente…

Peccato che a questo punto la lettura sia diventata un po’ laboriosa. Lo stile è notevole, la voce è molto personale e molto elisabettiana al tempo stesso… no, non davvero elisabettiana, ma un’eco convincente nel lessico, nelle costruzioni e nella forma mentis. Tutto molto bello, ma le costruzioni convolute o bizzarre, il continuo passaggio dal presente al passato e viceversa, l’alternarsi di dialogo diretto e indiretto e un’abbondanza di digressioni non aiutano.

Faticosetto – il che non mi ha impedito di leggerne un’ottantina abbondante di pagine prima di rendermi conto che, dopo l’incipit fulminante, non era più successo niente. Oh sì, so un sacco di cose su Hunnyman, adesso, e so che Barfoot ha dei segreti, e ho scarsa simpatia per la vedova, e non ho ancora capito chi siano i committenti delle due indagini. Che sia Tom Walsingham il giovanotto misterioso? A pagina 85 mi sono imbattuta in un capitolino intitolato “Complicazioni Del Tempo Presente: Abbigliamento”, costituito da una serie di citazioni di documenti dell’epoca in fatto di abbigliamento, appunto – e lì mi sono arresa. O quanto meno sono stata tirata fuori dalla storia abbastanza da restarne fuori.

Sono incuriosita, leggermente irritata, un po’ frastornata e forse solidarizzo un po’ di più col recensore scontento. Non so se ho davvero voglia di leggere altre centocinquanta e rotte pagine di questo. Anche se, anche se… Stiamo a vedere.

 

grilloleggente

Pag. 319

Finito! Se piace agli dei della letteratura, ho finito L’Eleganza del Riccio.

Allora, ammetto che il finale mi ha sorpresa. Ho temuto abbastanza a lungo che la Portinaia finisse con lo sposare Monsieur Ozu, e…

C’est bien, prima di proseguire lo faccio di nuovo: se non avete letto L’EdR fermatevi qui, volete? Anche se credete di non leggerlo affatto, anche se vi rifiutate a priori di sfiorarlo anche soltanto con l’orlo della veste, questa serie di post è la prova che non si può mai dire. E qualora doveste leggerlo, credetemi, sarete lieti di avermi dato retta e di esservi fermati qui.

Detto ciò, è vero: twist in the tail. La morte di Renée è giunta inaspettata: proprio quando sembrava che la vita della Portinaia fosse destinata a cambiare, ecco che ci si mettono un impulso generoso e un furgoncino della lavanderia. Renée muore serena in quello che forse è il miglior momento possibile, sulla soglia della felice risoluzione. Ho sempre pensato, indipendentemente dal Riccio, che un passo dalla piena realizzazione sia l’apice della perfezione – e che tutto quello che viene dopo tenda ad essere una fregatura. Renée, tutto sommato, non finisce male: è finalmente in pace con sé stessa e con i suoi fantasmi, è rasserenata e raddolcita, ha scoperto di essere capace di amare e ha in mano la promessa della felicità. Risparmiarsi la quotidiana realtà da Mme Ozu, la reazione del condominio, un drastico cambiamento di abitudini a cinquantaquattro anni – o qualunque altra forma di piccola meschinità dovesse seguire il Momento Perfetto non è poi così male, almeno in via teorica. Muriel Barbery regala a Renée la Portinaia la felicità incorrotta, la promessa senza la disillusione, la vigilia senza l’indomani, e non sono cattivi doni da fare a un personaggio.

Mi è piaciuto, allora? Sono disposta a dire che dopo tutto il libro mi è piaciuto più di quanto pensassi?

Temo di no.

Per quanto apprezzi l’impianto concettuale del finale, restano un paio di fatti che me lo inacidiscono alquanto. Per cominciare, il complesso da sorella morta della Portinaia, di cui leggiamo per la prima volta – e del tutto out of the blue – a pagina 280 o giù di lì. C’è il pianto liberatorio con la IDI, apprendiamo che le spinosità di Renée si devono alla morte della sorella sedotta e abbandonata, e la cosa sembra finire lì. Venticinque pagine più tardi, abbiamo un secondo pianto liberatorio, stavolta con Monsieur Ozu in un ristorante giapponese: apparentemente, quello con la IDI non era stata sufficiente. E può darsi che sia solo questione della mia conclamata durezza d’animo, ma questa catarsi a puntate per me non funziona. Finisce con l’annacquarsi, col non essere veramente significativa nessuna delle due volte – al punto che, dopo avere letto la versione sushi, sono tornata indietro a rivedere la versione IDI, perché mi pareva di essermi persa qualcosa. Di essermi persa la rilevanza dell’intera faccenda, ad essere sincera: questa motivazione da melodramma appiccicata sopra tutto questo lungo disquisire di arte, filosofia e camelie mi fa davvero un po’ l’impressione dei cavoli a merenda.

Poi c’è tutto questo repentino affratellamento con la IDI. Possibile che si siano ignorate per dodici anni e all’improvviso vadano da sospettoso vicendevole scrutinio al gemellaggio d’anime in un paio di settimane? Tanto che la Portinaia consideri la IDI una sorta di figlia spirituale e la IDI si senta sconvolta e trasformata dalla morte della Portinaia? Anche supponendo che simili epifanie possano accadere nella realtà (e lo ammetto in via puramente teorica e con un certo scetticismo), in un libro suonerebbero meglio se fossero preparate con qualche anticipo.

E infine, com’era penosamente ovvio fin dal principio, la IDI non si suicida affatto: ha trovato nell’amicizia con la Portinaia il buon motivo per vivere. Posso dire che l’avevo detto?

Quindi, insomma, l’ho letto. L’ho letto tutto, sono partita prevenuta e strada facendo non ho trovato gran motivi per cambiare opinione. E’ senz’altro un libro astuto, ma a parte questo trovo pochi meriti da riconoscere a Mme Barbery. LEdR è una miscela di luoghi comuni, arte&filosofia in pillole, captatio benevolentiae mascherata da tutt’altro e acidità sociale, il tutto confezionato con occhio decorativo e una punta di snobismo.

Evidentemente se si deve giudicare dal successo enorme, la ricetta funziona.

grilloleggente

Pag. 198

Tra le prove tutte le sere e l’opera a Zurigo, non ho avuto molto tempo, ma tant’è: pag. 198.

E così Monsieur Ozu è arrivato, e non solo è proprio il regista*, ma essendo un artista giapponese (e non un Occidentale ottuso) ha sgamato Renée al primo colpo. Però, essendo un Giapponese delicato e gentile (e non un villanzone occidentale) ha aspettato qualche giorno prima di sgamarla ancora di più* e invitarla a cena.

A cena, sì. E allora abbiamo assistito a una trasformazione à la Cenerentola, con Manuela (la domestica portoghese, ricordate?) nelle vesti di fata madrina. Come sia andata la cena, ancora non lo so, perché Renée, sulla soglia dell’appartamento di Monsieur Ozu, si è bloccata in estatica contemplazione della copia di una natura morta fiamminga, e questo ha dato la stura a una serie di considerazioni teoriche sull’Arte che Mme. Barbery cerca di contrabbandare come un rallentamento del ritmo narrativo a fini di suspence.

In realtà, Mme Barbery sta tentando di contrabbandare un sacco di cose, a questo punto. Il fatto che proprio Monsieur Ozu venga ad abitare proprio al n° 7 di Rue de Grenelle mi sta anche bene, perché è il genere di straordinario incidente per cui esiste la sospensione dell’incredulità. Che anche lui sia un cultore di Tolstoj, che il gatto Lev compaia proprio al momento giusto, che un’inquilina sia lì per fare proprio la domanda che dà a Renée l’occasione di tradirsi con l’incipit di Anna Karenina, che la prima cosa che si vede aprendo la porta sia una natura morta – genere che Renée ama alla follia, anche se non l’abbiamo mai saputo prima di adesso – be’ tutto questo comincia a sembrarmi un po’ tanto da ingoiare. La mia incredulità comincia a sentirsi precariamente sospesa, e potrebbe franarmi in testa da un momento all’altro.

E poi, naturalmente, c’è l’Insopportabile Dodicenne Innominata. Avete notato che è stata promossa da Dodicenne Innominata a Insopportabile Dodicenne Innominata? Ecco, naturalmente la IDI ha fatto subito amicizia con M. Ozu, il quale, altrettanto naturalmente, l’ha invitata (sola tra i condomini) a prendere il tè insieme alla sua migliore amica, è affascinato dalla sua conversazione e la mette a parte delle sue elucubrazioni sulla Portinaia. Ora, vediamo un po’, risalendo in senso inverso (e saltando la conversazione). La Portinaia, prima di Ozu, la IDI l’aveva nominata una volta per sbaglio. All’improvviso, scopriamo che ci ha fatto su dei pensieri, che le ha visto un libro di filosofia nella borsa della spesa, che la sospetta di non essere quello che vuole sembrare, che la crede dotata dell’eponima eleganza del riccio. A little abrupt. Ma credo che mi si voglia indurre a pensare che la IDI fiorisce sotto la benefica e benevola influenza di M. Ozu, perché altrettanto all’improvviso scopriamo che la IDI ha, dopo tutto, una migliore amica. Stupiti, vero? Dopo essersi atteggiata ad asociale completamente isolata per metà abbondante del libro, la cara ragazzina c’informa dell’esistenza di Marguerite, la sua migliore amica da due anni, mezza francese e mezza nigeriana, “dal punto di vista concettuale e logico non un fulmine”, ma allegra, bella e dalla battuta sempre pronta.

Non so ancora se Marguerite conterà un granché nell’economia generale del romanzo; per adesso sospetto che sia solo parte dell’arredamento. Voglio dire: Monsieur Ozu, lo si è detto, è giapponese, come pure la sua adorabile nipotina Yoko; Marguerite è per metà nigeriana; Paul N’Guyen, il giovane, capace e bel segretario di M. Ozu, è per metà vietnamita**, la domestica Manuela è portoghese, e questi sono (con le note eccezioni della Portinaia e della IDI), i soli personaggi del romanzo provvisti di finezza d’animo, freschezza vitale e bontà di cuore. Capita l’antifona?

Insomma, mi sembra di annaspare vieppiù tra luoghi comuni, luoghi comuni e altri luoghi comuni che né il finto rude candore dell’autodidatta, né la supponenza finto-ingenua dell’infanzia superdotata, né la robusta dose di affettazioni multiculturaliste riescono a rendere meno comuni. E dire che Renée mi piaceva, all’inizio… ma credo di averlo già detto altrove: sebbene mi piaccia essere condotta a spasso per molte pagine, mi aspetto di essere condotta a spasso con garbo, sottigliezza e rispetto, grazie.

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* Se a qualcuno interessasse, Renée si è tradita citando Tolstoj, del che ha dato la colpa a un caso lampante d’insaputo freudiano.

** Renée riconosce alla metà europea di N’Guyen i seguenti meriti: alta statura, zigomi slavi, occhi chiari. Le qualità spirituali sono tutte vietnamite. D’altra parte, nemmeno la mamma del giovanotto è francese, ma bielorussa: chissà se un Bielorusso conta come un Occidentale?

*ETA: Argh! Ennò, no, no! M. Ozu non è il regista, dopo tutto. E’, pensate un po’, un lontano cugino!! Arrossisco fino alla radice dei capelli… potrei dire che sono stata indotta a crederlo, potrei dire molte cose, ma il fatto è che non ho prestato attenzione. Quindi sono qui che pontifico e poi mi lascio sfuggire i dettagli. A riprova della mia buona fede, tuttavia, invece di emendare il post alla chetichella per nascondere la mia storditaggine, ammetto tutto pubblicamente. Deducetene quello che volete: o, per quanto mi sforzi, proprio non riesco a lasciarmi prendere a sufficienza da questo libro, oppure la mia non è un’analisi affidabile. Your choice, a questo punto.

grilloleggente

Pag. 113

Uffa.

Dopo la meravigliosa – sì, meravigliosa! – scena della seconda nascita di Renée a scuola mi ero illusa: ecco la poesia, ecco la bellezza, ecco che finalmente ci siamo…

E invece no. Archiviata la faccenda in una paginetta, si è tornati a girare in tondo. Kant, il gatto Lev, un condomino, l’altro condomino, i poveri & i ricchi, la Manuela portoghese, il tè al gelsomino, l’ottusità imperante… Ieri sera ho chiuso sull’ampiamente irrilevante sottocapitolo in cui la Portinaia e la diciannovenne Olympe (finalmente una condomina che si salva, ma è una dolce ragazza che vuole fare la veterinaria in campagna) discutono con dovizia di particolari la cistite idiopatica da stress della gatta Constitution.

Questo mi ha fatto sorridere, ma non per meriti del libro in sé: il fatto è che ce l’ho anch’io il gatto con cistite idiopatica da stress*, con pari divertita esasperazione del veterinario e mia.

Detto ciò, tuttavia, nelle ultime tre righe di questo capitoletto è giunta la prima cosa che somigli, anche da lontano, a un svolta della trama: la notizia che la neo-vedova del quarto piano (o è del sesto? Francamente non tengo il conto) vende l’appartamento. Anche senza la quarta di copertina sarei arrivata a dedurre speranzosamente che questo preluda all’arrivo di un nuovo e significativo condomino. Avendo letto la quarta in questione, suppongo che si tratti di Monsieur Ozu. Sarà poi il regista giapponese del cui lavoro la Portinaia è tanto éprise? Sarà un parente? Sarà un omonimo? Stiamo a vedere.

In ogni caso è un Giapponese, e quindi si preannunciano ulteriori diluvi di camelie sul muschio, tè al gelsomino ed altre espressioni di nipponica raffinatezza, perché se qualcosa si è chiarito in queste cento e tredici pagine, è che la Portinaia, la Dodicenne Innominata e Mme. Barbery adorano all things Japanese.

Tant’è che anche l’andamento narrativo di questa storia è molto giapponese**: come si spiegherebbe altrimenti che, a un terzo del libro, non abbiamo ancora fatto altro che predisporre la scena e sistemarci dentro i personaggi? Ripeto: il primo snodo della trama è a pagina 113, e dovete ammettere che, per una persona ossessionata dalla fabula come la sottoscritta, c’è di che lacrimare un pochino…

E intanto lo snodo c’è stato, il che non è una precisa garanzia del fatto che ce ne saranno altri, ma tirem innanz.

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* E guai a chi è anche solo tentato di suggerire che la colpa dello stress sia mia, per averlo chiamato Udrotti.

* Una volta o l’altra vi narrerò l’epica storia di come mi ritrovai esposta a Viaggio a Izu.

libri, libri e libri

Pag. 35

Dunque, l’ho iniziato. L’Eleganza del Riccio, intendo. E a titolo di segno di buona volontà, ci ho anche messo uno dei miei segnalibri preferiti (nastro di seta color porpora con un motivo a foglie)

Solo che, essendo una persona più furba della media, ho qualcosa che se non è un’influenza ci somiglia molto – a maggio! – e quindi al momento non sono una lettrice più fulminea del creato universo.

Quindi, sì: pagina trentacinque in tutto e per tutto. Allora, la Portinaia tutto sommato m’intriga, mentre per ora la voce della Dodicenne Innominata suona… non so, in qualche punto della scala tra fasulla e pretenziosa, ma comunque irritante. Il contrasto tra la vacuità, la meschinità e la grossolanità sostanziale dei ricchi da una parte, e dall’altra l’amore per la conoscenza e la signorilità innata (anche se talora dissimulata) dei poveri mi sembra un po’ insistito. Magari è presto per dire, ma di sicuro è molto insistito nelle prime trentacinque pagine. Sospendiamo il giudizio, e ci mancherebbe.

Di sicuro, per un libro che si scaglia con tanta veemenza contro i luoghi comuni, l’inizio mi sembra singolarmente zeppo di luoghi comuni (l’idiotino di buona famiglia che si gasa leggendo Marx, la grazia inattesa del rugbista maori, la domestica portoghese, l’incompresa profondità dei manga…) ma può ancora darsi che sia un’impressione creata con uno scopo preciso, magari un ribaltamento, un twist di qualche genere. Stiamo a vedere.

Per ora non sono conquistata. Però, prima di chiudere il libro, ieri sera ho dato uno sguardo all’inizio del capitolo successivo: ricordi di scuola della Portinaia, parrebbe. Ripeto: la Portinaia m’intriga. Qui vit verra.

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Oh, e siccome il paragrafo che segue si qualifica come spoiler, i tre o quattro altri platanicoli che, come me, non hanno ancora letto il Riccio, faranno bene a fermarsi qui.

Ad ogni modo, la Dodicenne Innominata ha precise intenzioni suicide, a meno che non trovi qualcosa di tanto bello (umano, animale, vegetale o minerale) da convincerla che vale la pena di vivere. Perché ho il forte, fortissimo sospetto che questo qualcosa finirà con l’essere qualche tipo di amicizia con la Portinaia assetata di conoscenza e bellezza? Hm… talk of telegraphing a story!

libri, libri e libri

Bandiera Bianca

E va bene, mi arrendo.

Cedo alla forza dei numeri.

Di solito non leggo i libri circondati da troppo hype. Non ho letto La Solitudine dei Numeri Primi, non ho letto nemmeno un romanzo di Camilleri o di Faletti, ho abbandonato Va Dove Ti Porta Il Cuore a pagina sei, non ho letto Il Codice Da Vinci, ho evitato Baricco per quanto potevo, non ho letto Il Cacciatore di Aquiloni, non ho letto Gomorra… L’ho detto più di una volta: vivo su un platano. E, mi si fa notare, probabilmente sono anche un pochino snob.

Però adesso sono sopraffatta dall’entusiasmo e dallo zelo missionario di troppe persone di cui mi fido letterariamente, tutte convinte che la mia vita manchi di un quid di luce e gioia se non leggo Il Libro. E quindi, dopo molti mesi di fiera resistenza, ecco che capitolo. Mi arrendo senza condizioni, e stasera (prove permettendo) comincio a leggere L’Eleganza del Riccio.

Oddìo, magari proprio senza condizioni no: non cedo con buona grazia, temo. Mi ci sento un po’ trascinata kicking e screaming, e parto prevenuta. Lo so che è pessimo da parte mia, ma non posso tacitare quella vocina subdola che continua a sussurrarmi “non ti piacerà. Non può piacerti. Sai benissimo che non può piacerti, per costituzione, per forma mentis, per spirito di contrarietà. Ti verrà qualche violenta reazione allergica, ci puoi scommettere. A pagina 10 sarai annoiata; a pagina 40 sarai di umore sarcastico; a pagina 65 considererai seriamente di piantare tutto – e sarai arrivata così avanti solo perché, essendoti sbilanciata su SEdS, ti sentirai in dovere di…

Plaf!

E questo era il rumore del cuscino che ho appena schiacciato sulla Vocina Subdola, nel tentativo di zittirla.

Quindi, stasera comincio. E vi farò sapere, vi terrò aggiornati con un bollettino di lettura, perché poi magari sono capace di cambiare idea e trovarlo incantevole – a volte succede anche questo: sono irragionevole, ma non irragionevolmente irragionevole.

E adesso, a noi due, portinaia di Mme Barbery!