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Di terze stesure, scadenze, e differenze franco-inglesi

Ieri sera, con un giorno di ritardo e una certa sorpresa, ho inserito nel taccuino rosso dedicato a Road to Murder il calendario mensile di novembre – una faccenda che è per metà un ruolino di marcia, e per metà resoconto quotidiano di quel che faccio (o non faccio).

E dico che l’ho fatto con una certa sorpresa perché… novembre! Un mese alla scadenza. Un mese alla consegna. Ancora quasi tutto un mese. Solo un mese… oh dear! Sì, ecco. Sto lavorando sulla terza stesura – in realtà, più che altro, una serie di aggiustamenti e la dannata Montreuil sur Mer – e non so più troppo bene se sono indietro, avanti o a un punto ragionevole…

No, davvero: non lo so più. Va a tratti. Immagino che dipenda dalla quantità di tè assunto, dal meteo, dalla dannata Montreuil…

E sia ben chiaro, non ho nullissima contro Montreuil sur Mer – se non il fatto che in rete non se ne trova una pianta cinquecentesca a nessun patto. O finora io non l’ho trovata e non la trovo, e in fondo dovrei solo capire un paio di cose su come erano rispettivamente piazzate e distribuite cittadina e cittadella… e sapete la cosa peggiore? Che i Francesi non sono di nessun aiuto.

Voglio dire: avete un dubbio su come fossero fatte le navi che nel tardo Cinquecento facevano la spola tra Dover e Calais trasportando merci e qualche passeggero per arrotondare? Vi domandate cose come il tipo di costruzione, il numero di alberi e cose così – e, per quanto cerchiate, trovate ben poco di consclusivo, che sia contemporaneo o moderno? Ebbene, quel che fate è scrivere a qualcuno di inglese o di americano. Può essere uno storico che tiene un blog, il curatore di un museo navale, il webmaster di un sito che traccia le rotte commerciali in età Tudor… Scrivete una piccola mail cortese in cui spiegate il vostro dubbio, raccontate a che punto siete riusciti ad arrivare da soli, e formulate la vostra domanda – e… nel giro di qualche giorno, ecco che arriva la risposta!  Nella più blanda delle ipotesi, vi indirizzano verso qualche libro o archivio online – ma di solito offrono risposte dettagliate o, dove non ce ne sono, ipotesi ragionate. E vi salutano augurandovi buona fortuna per il romanzo e sperando di essere utili… Ed è meraviglioso.

Però funziona solo con gli Anglosassoni.

Provate a fare lo stesso con un museo, un archivio o un’associazione culturale francesi. Provate pure – ma non aspettatevi nulla. Nemmeno una risposta per dire che non vi possono aiutare. E non sto facendo l’anglomane ossessiva – è che, per esperienza diretta e recente, è proprio così. In fairness, dirò che una volta, una ventina abbondante d’anni fa, ho avuto risposta – cartacea e dettagliata – dal Musée des Guerres de Vendée di Cholet. Una volta. Più di vent’anni fa. Fine.

Quindi sì, forse sono un’anglomane ossessiva – ma dopo tutto ho le mie ragioni. Ecco.

E adesso torno alla mia terza stesura, e a cercare notizie sulla Montreuil del tardo Cinquecento, e a cercar di capire se sono indietro, avanti o, dopo tutto, nessuna delle due cose.

Vi farò sapere.

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Piccolo Bollettino Estremamente Soddisfatto

Rejoice with me! Ho finito la prima stesura di Road to Murder!

Poco fa, con un paio di giorni di anticipo sul ruolino… dopo tutto, checché me ne paresse la settimana scorsa, mi sono data una mossa e sono giunta a conclusione. Tra parentesi, è per questo che oggi non ho postato sul serio e vi tocca soltanto questo PBES. E naturalmente tra qualche giorno si ricomincia con una seria campagna di revisioni – ma intanto… well, a dire il vero non scrivo mai la fatidica paroletta in fondo alle prime stesure – ma, se lo facessi, poco fa avrei potuto scriverla.

Ecco.

Volevo mettervi a parte.

Vado a festeggiare… non so con cosa di preciso (i famosi biscotti al cioccolato?) – ma vado a festeggiare.

Come dicevasi all’inizio: gioite con me!

 

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Udite – Udite! (Ovvero, Sapere Books & Io)

Era da un po’ che ogni tanto vi accennavo a un lavoro in corso di ambientazione elisabettiana chiamato TW, nevvero? Quello con l’itinerario smarrito e ritrovato, per capirci. E quello i cui cartoncini sono attualmente sul Narravento. E qualche volta forse ho anche sussurrato che TW prometteva sviluppi…

Ebbene, o Lettori, gli sviluppi ci sono stati – e sono estremamente lieta di annunciarvi che ho firmato un contratto con Sapere Books, una meravigliosa piccola casa editrice… sull’Isoletta!

Stiamo parlando di gialli storici ambientati, tanto per cominciare, nei primi anni Ottanta del Cinquecento – con un pochino di spionaggio aggiunto per buona misura. Il mio protagonista e investigatore, Thomas Walsingham fa il corriere diplomatico per il suo famoso cugino, Sir Francis dello stesso nome, ministro e capo del servizio di spionaggio della regina Elisabetta… È il genere di carriera in cui s’incontrano un sacco di pericoli e di misteri – e Tom avrà il suo bel daffare a risolvere misteri.

È ancora tutto molto all’inizio, e ci vorrà un po’ prima che abbia una data di pubblicazione – ma state pur certi che vi farò sapere. Intanto gioite con me – e qui c’è la mia author page sul sito dell’editore.

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In Cerca di Alan Breck (Parte II)

Dove eravamo rimasti? A Michael Caine, ricordate? E con poca soddisfazione… Fin qui l’Alan migliore è stato Peter Finch – che nel 1960 ci va vicino, ma è ancora un pochino carente in fatto di follia danzante.

E dopo la versione Disney segue un’attesa di quasi vent’anni – ma ne vale la pena. Ora, forse non è del tutto giusto paragonare un singolo film a una (mini)serie, non foss’altro che per la durata: è ovvio che, nel corso di vari episodi, sceneggiatori, regista e attori hanno molto più spazio per esplorare una storia e un personaggio. E in effetti è proprio questo che fa la produzione anglo-franco-tedesca del 1978, riuscendo persino a restarsene ragionevolmente fedele al romanzo e al suo seguito Catriona. Alan è David McCallum, forse un po’ carino per il ruolo – ma pressoché perfetto: spavaldo, irritabile, fanciullesco, permaloso, scafato e ingenuo al tempo stesso, con un autentico accento scozzese e l’atteggiamento generale di un galletto da combattimento. E poi si comporta molto, molto bene nella mia scena prediletta. Quando, dopo aver messo in fuga Hoseason e i suoi bravacci, Alan abbraccia uno scombussolato David e gli chiede se non è uno spadaccino con i fiocchi, McCallum è perfetto: pieno di adrenalina, estremamente compiaciuto di se stesso, e un nonnulla matto… ecco la follia danzante, enfin! E a parte questo, mi piace come gli sceneggiatori si siano disturbati a caratterizzare Alan in modi che Stevenson suggerisce o implica. Lo vediamo combattere a Culloden, leggere per diletto, spazientirsi dei giochi politici alla corte in esilio di Bonnie Prince Charlie, inghiottire lealmente le sue malinconie sul destino della causa… Ebbene, signori della giuria, per quanto mi riguarda questo è Alan.

Di certo non è quello di Armand Assante nel film del 1995. Magari ci sono arrivata prevenuta, quando l’amica che mi ha prestato il DVD mi ha avvertita che avrei trovato Alan trasformato nel cugino scozzese di Jack Sparrow… Oh dear. Ho iniziato a guardare con i peggiori pregiudizi – e, quando Alan è entrato in scena dopo un’oretta di divagazioni ben poco stevensoniane, sono inorridita al primo sguardo. So cho appena lamentato la scarsità di follia danzante per parecchie centinaia di parole – ma Assante va decisamente fuoribordo nel ritrarre Alan come un mezzo psicopatico, rozzo e mal lavato.  Non è del tutto improbabile che l’Alan storico fosse qualcuno del genere – ma non è per questo che siamo qui, giusto? Noi vogliamo l’irresistibile spadaccino di Stevenson – ciò che Assante proprio non è.

Va un po’ meglio e non va meglio affatto nell’ultima versione – o almeno l’ultima di cui sappia – quella del 2005 targata BBC, con Iain Glen nei panni di Alan. Premattiamo che Glen non se la cava troppo male, col giusto luccichio negli occhi, un’ombra di malinconia per la causa perduta e una discreta combinazione di signorilità e squilibrio. Peccato che la sua interpretazione si perda in un insieme che ha ben poco a che vedere con Stevenson. Potrei anche sorvolare sul fatto che il tutto sia girato in tratti di Nuova Zelanda che non somigliano affatto alla Scozia, ma che bisogno c’era di armare Catriona di moschetto e trasformarla nella semiselvaggia cugina (o forse sorella adottiva) di Alan? E chi da dove saltano fuori i non meglio precisati malvagi in nero che inseguono i nostri eroi per tutte le (chiaramente non) Highlands? Ninja scozzesi? Entrano tre assassini? Nazgul avanzati? E perché macellare ogni singola scena e battuta di dialogo?

Insomma, si direbbe che in un secoletto sceneggiatori, produttori e registi non abbiano imparato granché, quando si tratta di lasciare che Stevenson racconti la sua storia… Verrebbe da pensare che sia ovvio – e non può essere una coincidenza che le versioni più fedeli al romanzo abbiano prodotto gli Alan migliori in Finch e McCallum, eppure… eppure. Malguidati tentativi di restituire a David il centro della scena, la necessità percepita di inserire personaggi femminili e un’ansia di modernizzazione hanno causato molta macelleria ai danni del romanzo, e di Alan in particolare. Chissà, magari fra una decina di anni qualcuno ci riproverà di nuovo – e staremo a vedere che succede.

Nel frattempo, possiamo considerare questa malinconica vicenda come uno studio di quel che, secondo produttori e registi, un pubblico può o non può digerire, apprezzare e volere.

 

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In Cerca di Alan Breck (Parte I)

Vennesi a parlare, nel corso del ponte, di Alan Breck Stewart.

Sì, Alan – sapete di chi parlo. Sono anni che vi dò il tormento in proposito a intervalli irregolari: il protagonista di fatto del Kidnapped di Stevenson, e il più perfetto personaggio di tutta la letteratura anglosassone secondo Henry James.

Ebbene vennesi a parlarne nel corso del ponte – del romanzo, del personaggio storico, e delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive. E io dicevo che è davvero difficile trovare sullo schermo un Alan come si deve… E ciò accade, ammetto, perché è davvero difficile rendere Alan come si deve.

Voglio dire, Alan entra in scena a secondo atto iniziato, con “una spece di follia danzante negli occhi” che è “allo stesso tempo attraente e allarmante”, un nome regale e i bottoni d’argento. Per di più è un diavolo con una spada in mano e compone ballate impromptu – musica e parole – alla minima provocazione… E volete che uno così non rubi del tutto la scena a quel buon e noioso ragazzo che sarebbe il protagonista eponimo?

Non è facile rendere tutto ciò senza trasformare Alan in una macchietta o senza ingrigirlo per evitare di esagerare – e questo lo ammetto senza riserve. Il che non ha impedito a generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori di provarci – con risultati che definiremo… alterni.

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.

Indeed, va molto peggio una ventina d’anni più tardi, nel 1938, quando ci si mettono in non meno di sette sceneggiatori a macellare la storia di Stevenson, fino a rendere i personaggi pressoché irriconoscibili. Davie Balfour ringiovanisce in un undicenne petulante e insopportabile, e c’è una generica fanciulla corteggiata dall’assai più gravemente generico Alan di Warner Baxter. Ora, questo l’ho visto una volta sola, decenni orsono, e doppiato in Italiano – e quindi dell’accento americano mi posso lamentare soltanto per sentito dire, ma quale che sia il suo accento, Alan non può andarsene attorno con aria blanda e lievemente confusa, giusto?

Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan.

E fin qui a “follia danzante” andiamo maluccio, non trovate? Io sì – al punto che, quando ho scoperto l’esistenza della versione Disney del 1960, e ho letto che Peter O’Toole era nel cast, ho esultato.  Perché se era lì, O’Toole poteva soltanto essere Alan, giusto? Sbagliato – perché Alan era invece Peter Finch… Ora, a me Peter Finch piace, sia chiaro – ma mi sembrava poco adatto, troppo posato… e invece mi sbagliavo ancora, perché Finch ci va vicino: l’avventuriero spudorato e fumantino, la combinazione di buon cuore e leggero squilibrio… Alan, finalmente – o quasi.

Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

E su questa nota un nonnulla deprimente, per oggi ci fermiamo – ma non abbiamo finito affatto. Suvvia, potremmo forse aver finito? Riuscirà la Clarina a trovare l’Alan ideale? Che altro avranno combinato sceneggiatori e registi dopo il 1971? per scoprirlo, non perdete il prossimo episodio di… In Cerca di Alan Breck!

 

 

 

anglomaniac · pennivendolerie · romanzo storico · Storia&storie

O Forse Non Proprio Glasgow…

GlasgowSkyRieccomi qui! Vi avevo detto Glasgow, giusto?

Invece non era affatto Glasgow, dopo tutto, ma Cumbernauld – villaggio nelle collinosette campagne glasvegiane… E per dire la verità, anche del villaggio ho visto ben poco, quel che si vede di un posto passandoci accanto in taxi, perché i miei tre giorni scozzesi sono stati trascorsi tra seminari, lezioni, dimostrazioni pratiche di armi e costumi d’epoca, dibattiti – e una favolosa cena di gala, con tanto di piper e candelieri d’argento… ammetto che, entrare a cena in processione preceduti dalla cornamusa, è stata un’esperienza da romanzo – storico, of course.

E ho incontrato due agenti – nessuno dei quali rappresenta esattamente il genere di cose che scrivo… e su questo potrei levare un piccolo sospiro, perché nel cercarsi un agente, ci si sente dire di fare i compiti a casa, di cercar di capire che cosa il singolo agente cerca… e io l’avevo fatto, studiando siti web, interviste, twitter… salvo poi scoprire cose che, ad averle sapute prima, mi avrebbero indotta a presentare il mio pitch a qualcun altro. Quindi sì, o Agenti – è giusto che dobbiamo fare qualche sforzo per trovare la persona giusta, ma come possiamo farlo, se quel che si trova in rete è incompleto o addirittura fuorviante?

Ma ciò non toglie che gli agenti in questione, di persona, si siano rivelati persone gentilissime e disponibili, con un sacco di consigli da dare, e di cose molto lusinghiere da dire sulla mia scrittura e sul mio romanzo… Non foss’altro che come paio di opinioni di gente “dell’industria”, come suol dirsi, i due incontri sono stati molto soddisfacenti e utili.

E poi…

GlasgowPrizeE poi, inutile girarci attorno: il punto focale dell’intera faccenda, è stata la Short Story Competition…  Ricordate la storia che non voleva essere scritta? Quella della scadenza rispettata all’ultimissimo minuto utile? Ebbene, la sera prima di partire ho scoperto che la storia in questione era nella terzina finalista della HNS – e non vi dico che soddisfazione sia stata già quella. La HNS è uno dei non tantissimi palcoscenici riservati alla narrativa storica, ed è notoriamente difficile da accontentare. Per cui, quando sabato pomeriggio sono andata alla proclamazione, ero pienamente disposta a considerarmi contenta di un secondo o anche di un terzo posto. Poi Richard Lee, presidente della HNS, dopo avere annunciato la terzina e fatto qualche considerazione sulla qualità molto alta delle storie partecipanti e sulle difficoltà incontrate dalla giuria nello scegliere,  ha chiamato il terzo classificato – e non ero io. Poi ha chiamato il secondo… e nemmeno quello ero io.

“You’ve won! You’ve won!” ha cominciato a strillare Wendy, l’autrice americana che era seduta accanto a me… e non aveva tutti i torti: il racconto vincitore era il mio, The Revolution in Rivabassa.

Dopodiché… il mondo anglosassone è siffatto che ho passato la maggior parte delle ventiquattro ore successive a ricevere le congratulazioni di un sacco di gente – anche gente pubblicata, pubblicatissima e celebre, e agenti letterari, ed esperti americani di marketing letterario… Ecco – ho ricordi molto dorati di questi tre giorni scozzesi.edinburgh-skyline-in-watercolor-splatters-with-clipping-path

Ero ancora molto sulle nuvole domenica pomeriggio, a passeggio per il centro di Edimburgo – e mi è venuto da pensare che a Edimburgo ci ero arrivata per la prima volta ventisei anni fa, scolaretta spedita in Scozia a imparare la lingua, pressoché incapace di mettere insieme due frasi di senso compiuto… È stato bello – e in qualche modo “giusto”, if you see what I mean, venirmene via di nuovo, dopo un quarto di secolo abbondante, con un premio in tasca per una storia scritta in Inglese.

anglomaniac · pennivendolerie · romanzo storico

Glasgow!

GlasgowHNSMentre leggete qui, sono a Glasgow.

O quanto meno, sulla via di Glasgow – dipende da quanto siete mattinieri… E in realtà, nemmeno a Glasgow proper: nei dintorni, a Cumbernauld. Per la Conference della Historical Novel Society. Tre intensi giorni di incontri, seminari, conferenze, contatti… Tra le altre cose, incontrerò due agenti letterari per parlare del mio romanzo.

Inutile dire che tutti i lepidotteri dell’Emisfero stanno tenendo un sit in sul mio diaframma…

Towers of Kelvingrove Art Gallery and MuseumEro già stata alla Conference nel 2016, a Oxford – e l’esperienza era stata favolosa. Non mi aspetto nulla di meno – e in più, questa volta, ho da ritrovare persone conosciute allora, contatti e amicizie-da-lontano coltivate nel corso degli ultimi due anni.

Vi racconterò – intanto incrociate le dita per me, volete?

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Gente Vera E Personaggi

English: This photograph was taken in Lyon, Fr...In realtà, ormai sono passati anni da quando A. S. Byatt ha dichiarato che piazzare in un romanzo gente vera – viva o morta – è riprovevole e pericoloso.

“Proprio non mi piace l’idea di basare un personaggio su qualcuno,” disse nel 2009 in un’intervista in occasione della sua candidatura al Man Booker Prize. “È come appropriarsi della vita e della privacy altrui. Inventarsi qualcun altro è un po’ come usargli violenza.”

E procedeva spiegando come conoscesse casi di gente giunta al suicidio per essersi “ritrovata” in un romanzo, e come lei per prima cercasse di parlare di sé il meno possibile con certi colleghi romanzieri, sempre così interessati a quel che si ha da dire…

Ecco, io la Byatt la ammiro molto, ho letto diverse cose sue e mi piacciono davvero tanto – ma questa sua boutade mi ha lasciata davvero perplessa.

Potremmo cominciare col dire che lei per prima ha basato parecchi personaggi su “qualcuno”. In Possession, per dire, può darsi che Ash sia una commistione tra Browning e Tennyson, ma nessuno mi toglierà di mente che Christabel sia Christina Rossetti in diguise. Per non parlare di The Biographer’s Tale, i cui ritratti di Ibsen, Galton e Linneo fanno abbastanza a pugni con il veemente attacco contro quegli scrittori che “mescolano realtà e finzione.” Entrambi libri vecchi di uno o due decenni, nel 2009, questo è vero – peccato che nel suo titolo candidato al Booker di quell’anno, The Children’s Book, apparisse gente come Oscar Wilde o Rupert Brooke… cui però, a suo dire, non aveva messo in bocca nulla d’inventato…

hilary_mantel_preferred_1_june_2016_credit_anita_corbin-399x600Mah. Sarà stato per questo che più di un giornale, all’epoca, vide in tutta la faccenda un attacco, nemmeno troppo velato, contro la sua rivale per il Booker, la romanziera storica Hilary Mantel – che, guarda caso, le soffiò la vittoria…

Ma in fondo non è questo il punto. Da nessuna parte è scritto che le grandi scrittrici debbano essere sempre sensate ed obbiettive, giusto? Il punto è che, se la signora Byatt avesse ragione, i romanzieri storici si ritroverebbero il campo severamente limitato. Perché se è vero che si può sempre lavorare sulla gente fittizia sullo sfondo di fatti veri, è vero anche che parte del fascino del genere consiste nella possibilità di indagare la mente, la mentalità, le motivazioni e le idee di quei personaggi che la storia l’hanno forgiata.

Ho fatto qualche tipo di violenza ad Annibale e all’Ammirabile Critonio, cercando d’intessere una personalità attorno all’ossatura nuda dei documenti (pochini) che sono arrivati fino a noi? Ho mancato loro di rispetto, nel cercare di leggerli attraverso i secoli? Se sì, è un crimine che mi ritrova in buona compagnia. Provate a immaginare il genere senza nessun personaggio storico… non resta granché, temo. histnov

E poi, non si tratta soltanto del romanzo storico – anzi. A voler essere cinici, i romanzi storici sono proprio il problema minore, perché se non altro nessuno ci si suiciderà sopra. Ma tutto il resto? Tutti gli altri? Tutti i parenti, genitori, coniugi, amici, insegnanti, colleghi, nemici, conoscenti, contatti occasionali degli scrittori, quelli che sono serviti ad alimentare millenni di narrativa? Perché se è vero che nessuno scrive a prescindere da se stesso, lo è altrettanto che nessuno scrive a prescindere da chi gli sta attorno. Magari non saranno sempre ritratti dal vivo, magari si tende a combinare più persone in un personaggio, ma chi non ha mai, mai, mai basato almeno in buona parte un personaggio su una persona vera alzi la mano – e non si aspetti di essere creduto.

Non ho usato il verbo “alimentare” a caso: la letteratura si nutre di gente, almeno tanto quanto la gente consuma letteratura. E gli scrittori sono, alla fine fine, un genere ragionevolmente incruento di vampiri. Ragionevolmente incruento, ma vorace. E se, in linea generale, non compiono sacrifici umani, è pur vero che talvolta scrivere anestetizza un tantino la coscienza, e poi esistono cose come gli incidenti, le vendette, i danni collaterali e gli effetti preterintenzionali…

Il che mi fa ricordare la polemica della signora inglese che, qualche anno fa, scrisse alla HNR lamentandosi di come una romanziera avesse romanzato i suoi antenati. E mi fa ricordare Charlotte Brontë, maestra nel farsi nemici e offendere amici nella sua ansia creativa. E mi fa ricordare la spiritista tedesca secondo cui i morti fanno il diavolo a quattro per dettare le loro storie ai romanzieri storici. E mi fa ricordare C. che, una volta in cui ci scambiavamo confidenze, si bloccò e mi chiese se la stessi studiando per scriverla…

Perché il fatto è, o Lettori: se non basiamo i nostri personaggio su qualcuno, di chi – di che scriveremo?

 

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Facce

FacesMi è stato fatto notare che il mio romanzo in corso ha un sacco di personaggi, e che la caratterizzazione diventa sempre meno dettagliata e vivida mano a mano che ci si allontana dal centro – ovvero dal protagonista.

“Il che è anche normale,” mi si è detto, “ma c’è una certa quantità di gente, né protagonisti né comparse – e questa gente è un pochino generica.”

E a dire la verità è un dubbio/timore che nutrivo già – ma speravo, in quella maniera vaga in cui si sperano queste cose, che non si notasse troppo. Invece, a quanto pare, si nota, e quindi occorre riparare in qualche modo.  In particolare, mi ritrovo con due compagnie di attori da… ravvivare. Well, due compagnie e mezzo – o una compagnia e mezzo, se volete. O forse piuttosto una compagnia, più una compagnia, più qualche altro di contorno… Ah well, never mind. Le vicende, fusioni e passaggi delle compagnie elisabettiane costituiscono una storia intricata e tutt’altro che certa – ma questa gente è tutta storica. Di qualcuno sappiamo di più, di qualcuno sappiamo di meno o quasi nulla, ma tutti costoro sono esistiti.

VoiceChartNon che questo sia terribilmente importante ai fini pratici – se non per l’occasionale aneddoto che mette in luce un temperamento, oppure per una provenienza regionale che può influire su vocabolario e speech patterns per creare una voce individuale. E proprio da questo ho iniziato, preparandomi una tabella in cui riassumo tipo di voce e idiotismi per ciascuno di costoro. Dopo tutto sono attori, e il modo in cui parlano e usano la voce è rilevante, giusto? Anche solo la differenza tra una stage-voice e la voce normale è un tratto di caratterizzazione.

Nondimeno, la gente non è solo voce, e quindi ho aggiunto alla tabella una colonna per l’aspetto fisico e una per maniere, modo di muoversi e cose del genere. E non dovete pensare che non ci fosse nulla di tutto ciò finora: nel compilare la tabella mi sono consolata nel notare che in realtà alcuni degli attori sono ragionevolmente completi come sono – altri sono abbozzati in maniere promettenti, e qualcuno è curiosamente blando. Ed è in particolare su questi ultimi che sto lavorando.Faces3

E però mi accorgo che anche i più dettagliati sono un po’ vaghi quando veniamo a parlare di aspetto fisico. Non c’è nulla da fare, non sono una persona visiva e non sono fisionomista – il che si traduce in figuracce terribili nella vita quotidiana, e in una banda di attori senza volto nel romanzo. O non proprio senza volto – ma… hanno voci, maniere, predilezioni, movenze, ma non si vedono in faccia.

E così adesso credo che mi metterò al lavoro con Google Images e Pinterest, e metterò insieme una gallerietta di facce per i miei attori – ritratti, teatro, cinema, rievocazioni, whatnot – e vedremo che cosa salta fuori. È un metodo che ho utilizzato ancora, e so che funziona, e quindi perché non mi sia passato per il capino di farlo finora non saprei dire – ma tant’è.

Forse perché GI e Pinterest sono luoghi pericolosissimi, dove si sa quando si entra, ma non quando si esce, né dove si va a finire? Può essere, oh, può essere…

Ah well, se non ricompaio, sapete dove venire a cercarmi.

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Piccola Fenomenologia Del Segugio Tonacato

SegugiBrownPost lunghetto anzichenò, oggi, ma il fatto è questo: avete mai badato a quanti investigatori religiosi ci siano nei gialli – particolarmente nei gialli storici?

Il primo che mi viene in mente, in realtà, non è un caso di giallo storico affatto: il Padre Brown di Chesterton era contemporaneo – un pretino cattolico trasandato e acutissimo, che al suo amico e sidekick Flambeau (criminale riformato), perplesso sulla sua competenza in fatto di umana malvagità, dice: “Vi è mai venuto in mente quanto sarebbe improbabile che un uomo la cui occupazione consiste per lo più nell’ascoltare i peccati altrui fosse del tutto digiuno di umana malvagità?” O qualcosa del genere – cito a memoria e traduco a braccio, per cui… ma il sugo è quello, e forse è uno dei motivi della popolarità del sacerdote-detective: una combinazione di dimestichezza con gli aspetti meno edificanti dell’umana natura e di distacco dall’umana natura stessa…

Poi in realtà non tutti sono sacerdoti, non tutti sono confessori (anche se c’è una netta prevalenza di religiosi cattolici*) – ma tutti hanno qualche genere di passato.

segugiwilliam_de_baskerville_04Guglielmo da Baskerville è un ex inquisitore francescano. Apparentemente, una carriera nell’Inquisizione aguzza le meningi… oppure delle meningi aguzze favoriscono una carriera nell’Inquisizione. All’aprirsi del sipario de Il Nome Della Rosa, Guglielmo inquisitore non è più (disapprovava la quantità di innocenti arrostiti), ma è un ur-Holmes in saio con tanto di Watson – il giovane e candido novizio Adso da Melk, narratore e sidekick al prezzo di uno. Ma Eco va holmeseggiando in maniera spudoratamente metaletteraria – qualcosa che non tutti gli autori di historical whodunnit fanno.

Un altro con un passato è Fratello Cadfael, per esempio: monaco benedettino ed erborista nella turbolenta Inghilterra del XII Secolo, ma prima contadino gallese, servitore di un mercante di lana, crociato, armigero… tutte esperienze che gli vengono comode per la carriera di detective, al fianco dello Sceriffo di Shrewsbury, Hugh Beringar – di cui sarebbe il sidekick ufficioso, se le cose non stessero the other way ‘round. Naturalmente tutto questo passato (Cadfael ha persino un figlio saraceno convertito al Cristianesimo) e le idee non convenzionali che gliene vengono servono a molteplici scopi: conoscenze specifiche e non comuni, ma anche quel tanto di conflitto con i suoi superiori che non guasta mai e una giustificazione per quel genere di mentalità non proprio dugentesca che gli consente anche di fare da ponte tra l’epoca e il lettore.segugiDuLuc

Qualcosa del genere vale anche per Charles Du Luc, il giovane Gesuita di Judith Cook. Anche Charles ha un passato: squattrinato rampollo della piccola nobiltà provenzale, ex soldato, pieno di dubbi sulla revoca dell’Editto di Nantes per motivi famigliari, essendo parte dei suoi congiunti di fede ugonotta. Tutto ciò offre un’ombra di plausibilità storica alle idee non ortodosse di Charles, lo rende alquanto tollerante nei confronti dei peccati altrui e lo provvede di amatissima cugina ugonotta – lontana ma mai dimenticata – periodico attrito con i superiori (come sopra) e dosi ricorrenti di dubbio vocazionale.

Per ragioni di voti e/o di regole monastiche, ogni mossa dei detective in tonaca va giustificata con la segreta connivenza di un superiore o con un atto di disobbedienza – e in genere in ogni giallo il protagonista mette insieme una buona collezione di entrambi. La cosa si complica quando il detective diventa una suora, che si suppone goda di minor libertà d’azione – e sarà forse per questo che ci sono meno esemplari femminili della specie. Al momento me ne vengono in mente due.

segugioFidelma-closeupSuor Fidelma è una religiosa irlandese del VII Secolo, ma è anche una principessa reale e un avvocato – il tutto compatibile con le peculiarità della chiesa celtica dell’epoca. E quindi anche Fidelma ha un passato, dei dubbi sui suoi voti, delle competenze e tutto l’armamentario del caso, compreso un marito, religioso a sua volta, erborista, sidekick e attratto dall’ortodossia romana. Conflitto, conflitto, conflitto… Abbastanza perché i casi di Suor Fidelma siano sempre diabolicamente complicati, pieni di sottotrame politiche, giudiziarie e sentimentali.

Le cose sono un po’ meno intricate con il Canonico Sidney Chambers, giovane ecclesiastico protestante che James Runcie piazza a Grantchester, nel Cambridgshire, nei primi anni Cinquanta. Irrepressibilmente curioso, Sidney indaga accanto all’amichevole ma impaziente Ispettore Keating – e si gioca molto sul contrasto tra l’idillio apparente della campagna inglese e le ombre gettate dalla guerra recente e dalla malvagità umana in generale. Una specie di Padre Brown protestante, sotto certi aspetti – se non fosse per l’età e perché Sidney ha guai personali di un genere più moderno, visto che i traumi del suo passato militare sono tanto un tormento quanto un aiuto nel comprendere i tormenti altrui. segugiPelagia

Non so granché invece di Suor Pelagia, protagonista di tre o quattro gialli di Boris Akunin. So che è una suora ortodossa, insegnante in una scuola per fanciulle nella Russia a cavallo tra Otto e Novecento, e so che agisce per conto del suo vescovo, ma ho letto solo qualche recensione – non abbastanza per avere le idee chiare. Sospetto, tuttavia, che come tutti i suoi colleghi, Suor Pelagia possieda qualche genere di passato e di competenze e di dubbi – sennò come potrebbe andarsene attorno a risolvere omicidi?

Perché sono certa che sto tralasciando parecchi nomi**, ma mi azzardo a dire che la scelta di un detective religioso in altri secoli sembra rispondere ragionevolmente a una serie di criteri: la summentovata combinazione di conoscenza e distacco; la plausibilità di una buona istruzione; la possibilità di accedere a vittime e sospetti della più varia estrazione senza violare (troppo) le convenzioni sociali del tempo; l’autorevolezza dell’abito; un’ambientazione con qualche grado di singolarità. E poi a tutto ciò si aggiungono i parimenti summentovati dubbi e passato – giusto per tendere un ponticello al lettore, e per giustificare una certa proclività alla disobbedienza senza la quale, sembrano implicare generazioni di giallisti, la verità non si trova mai.

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* e probabilmente legioni di sacerdoti e sacerdotesse antichi, druidi e druidesse, e vestali – d’accordo, forse quelle no)

** Naturalmente, per una certa quantità di secoli non è che l’Occidente offrisse una gran varietà di alternative – ma inclino a credere che per una fetta del pubblico anglosassone gli ordini monastici cattolici abbiano un certo genere di… esotismo? Mistero? Singolarità?