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Le Traduzioni Son Desideri…

TranslateDa rimuginare su Entered from the Sun a rimuginare di traduzioni letterarie, alla fin fine, è stato un passo solo. Sennonché vi ho afflitti ripetutamente con il mio atteggiamento di reverente scetticismo nei confronti della traduzione letteraria, vero? Ebbene il fatto è che, pur restando dell’idea che non sia completamente possibile trasporre in un’altra lingua tutto quello che c’è tra le righe di un testo, ammiro alla follia chi riesce a decifrare, diciamo, in Italiano un’immagine della ragnatela connotativa dell’Inglese. E viceversa, si capisce.

Detto questo, il gioco in sé – la ricerca della riproduzione dello stesso effetto per menti dalla forma diversa – è una delle tentazioni più attraenti che si possano immaginare. Confesso di avere un certo numero di titoli che mi piacerebbe immensamente provare a tradurre, libri che non sono mai arrivati in Italia – ed è un peccato per vari motivi, e che in vari casi presentano sfide linguistiche e stilistiche di tutto rispetto.

wooden overcoat 02The Wooden Overcoat, di Pamela Branch (primi Anni Cinquanta), è un… be’, se fosse un film (e credo che ne uscirebbe una sceneggiatura coi fiocchi), lo definirei una commedia nera con sfumature gialle. Londra postbellica, tessere per il razionamento, case condivise: in una di queste, in una zona bene-ma-non-troppo, abitano due giovani coppie con ambizioni artistiche. E nella casa accanto è insediato l’Asterisk Club, circolo esclusivissimo, visto che è riservato agli assassini erroneamente assolti. Solo che all’AC non c’è posto per alloggiare l’ultimo arrivato, e lo sgradevole Mr. Cann viene messo a pensione presso i quattro ragazzi della porta accanto, solo troppo felici di raggranellare qualche sterlina extra. E quando l’ospite defunge, presto seguito da un’altra pittoresca esponente dell’AC, i nostri quattro – ciascuno sospettando e volendo proteggere il rispettivo coniuge – si ritrovano alle prese con un problema inedito: come si fa liberarsi di un cadavere – per non parlare di due? E qui tutto si fa molto esilarante, con una trama intricatissima, una schiera di personaggi azzeccatissimi nella loro spassosa improbabilità, una parodia del gialllo inglese classico e degli hard-boiled americani, una quantità di folklore sulla derattizzazione e dei dialoghi frizzantissimi. È uno di quei libri che vi fanno scoppiare a ridere forte mentre leggete in luogo pubblico, per capirci. Credo che dare almeno un’idea dell’intreccio di accenti (di luogo e di classe, very Britishly) sarebbe di per sé un lavoro.index

History Play, di Rodney Bold, è tutt’altra storia – e non quella che potrebbe sembrare. Cominciamo col dire che si presenta come un saggio – uno di quei saggi accademici adattati per il pubblico: specifici con tendenza al brillante e l’occasionale sconfinamento in territorio seminarrativo. Bolt parte spiegando quanto poco sappiamo di William Shakespeare, l’uomo che si suppone abbia scritto un treno merci di capolavori teatrali e poetici e nel suo testamento non ha lasciato nemmeno un libriccino in quarto. Il tutto debitamente corredato di note, riferimenti e appendici documentarie. E quando tu, o Lettore, cominci a levare le sopracciglia e a domandarti come mai, se tutto ciò è vero, non ti sia mai passato per il capo di dubitare, ecco che la parodia del tono accademico e lo sforamento narrativo cominciano a farsi più palpabili… e allora, colto da sospetto, te ne vai a controllare le seriosissime note e l’austerrima bibliografia, o lettore, e scopri che metà delle fonti citate sono immaginarie (attribuite ad anagrammi del nome dell’autore – e come diamine hai fatto a non accorgertene prima?!) e che i fatti, pur essendo reali, sono alterati, scelti, potati, tinti di violetto e inclinati a 45°, in modo da far sembrare incontrovertibili delle affermazioni via via più stravaganti. Qui ci sarebbe da sudare per bilanciare esattamente la sottilissima progressione da aguzza parodia accademica, su su su fino al pieno, spudorato romanzo marloviano.

iridescenceDi Entered From The Sun abbiamo parlato un po’. George Garret è stato il poeta laureato della Virginia, e dire che la sua prosa tradisce una forma mentis poetica è un inverecondo eufemismo. Mettersi a tradurre questo romanzo sarebbe un’impresa oceanica. Anche avendo le idee chiare sugli scogli fittissimi delle eccentricità linguistiche, la sintassi tortuosa complicherebbe non poco il calcolo della rotta. Senza contare le tempeste continue di una trama né troppo comprensibile né (alla fin fine) troppo rilevante. E vogliamo parlare delle irresistibili correnti profonde di sottotesto, delle sirene attraenti e inafferrabili del punto di vista e delle apparenti (e solo apparenti) inaccuratezze biografiche? Con l’equipaggio – gente inaffidabile al massimo grado, di cui sappiamo sempre tutto e raramente capiamo abbastanza – non cominciamo nemmeno. Sì, lo so, sembra irritante: l’ultimo libro che qualcuno potrebbe voler navigare – leggere o tradurre. Eppure lo stile di Garret è un aliseo, e had I but time and world enough…Kyd

Christoferus – or Tom Kyd’s Revenge è un romanzo di Robin Chapman, insusuale sotto un paio di aspetti, prima di tutto la scelta del protagonista: Thomas Kyd. Tra i vari autori elisabettiani, Kyd non sembra materiale per farne un eroe, e infatti in genere compare in narrativa nelle vesti di comprimario dimesso, bilioso e sfortunato. Quello che ha i complessi perché non è andato all’università, quello che ha scritto una singola tragedia di enorme successo e poi più nulla, quello che ha pagato un’amicizia sbagliata con la tortura e poi è sparito nell’oblio. Chapman prende questa figura meschinella e la ribalta: il suo Tom diventa un uomo brillante e tormentato che si dibatte fieramente tra le maglie di un complotto molto più grande di lui, in cerca di verità e vendetta per la parte che è stato costretto ad avere nella morte del suo amico e amante Kit Marlowe. Qui non ci sono stranezze, eccentricità o particolari sorprese, ma la scrittura è meravigliosa: vivida, piena di luce e ombra, ricca, appagante – miele, velluto e filigrana, per dare un’idea. Perché, e qui divago solo un istante e nemmeno troppo, per me la scrittura ha sempre una consistenza: è una sensazione quasi tattile, come maneggiare della stoffa o della carta: certa scrittura è seta cruda, altra è lino grezzo, e poi ci sono carta di riso, pessimo rayon, stagnola, broccato… Ecco, la sfida nel tradurre Christoferus sarebbe una questione di questo: rendere in Italiano questa meravigliosa consistenza.

PLagueInfine A Plague Of Angels, o in mancanza di quello un volume qualsiasi della serie su Sir Robert Carey di P.F. Chisholm. Siamo a metà strada tra il giallo storico e l’avventura, con un figlio del Lord Ciambellano (incidentalmente un cugino illegittimo della Grande Elisabetta) che arriva al selvaggio confine tra Inghilterra e Scozia, dove ci si aspetta che mantenga l’ordine tra i clan con la bellezza di sette soldati indigeni sotto il suo comando. Per fortuna di Carey, uno dei sette è il formidabile sergente Dodd, un allampanato giovanotto dall’aria lugubre, che fa del suo meglio per nascondere un’acutissima intelligenza. Oh la ricostruzione storica, la ricostruzione storica, la ricostruzione storica! Oh i personaggi, i personaggi, i personaggi! Oh i dialoghi, i dialoghi, i dialoghi! E badate che il linguaggio non è sempre rigorosamente period. Anzi: più di una volta mi è capitato di ripensare a qualche espressione peculiare di Dodd o Carey e, facendo due ricerche, scoprire che si tratta di un modo idiomatico più moderno. Ma il tutto è usato in modo così appropriato, così intelligente e frizzante e così perfetto per la caratterizzazione che la licenza è non solo perdonabile, ma benvenuta. Chisholm sarebbe forse il compito meno ostico della mia lista – e uno dei più divertenti.

Ecco, questo è il genere di traduzione che mi piacerebbe essere in grado di fare. Ma sarei molto soddisfatta di vederlo fare da qualcuno più bravo di me. Traduttori? Editori? Anyone?

 

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grilloleggente · libri, libri e libri

Indulgenze Letterarie

Sto leggendo due libri dall’identico titolo di The School Of Night – del che riparleremo, perché insieme costituiscono un’affascinante lettura comparata e portano a farsi più di una domanda – e, nell’approssimarmi all’ultima pagina del primo, mi sono sorpresa a sorprendermi che mi piacesse, pur pieno com’era di difetti che in genere mi irritano parecchio.

La sorpresa veniva, prima di tutto, da un certo qual senso di déjà-vu, perché nel dirmelo mi sono ricordata di aver pensato qualcosa di simile a proposito di Entered From The Sun di George Garret e, seppure in misura minore, di Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge. Ora, una volta capita e due sono una coincidenza, ma in tre volte comincia ad emergere un fenomeno – e i fenomeni vanno studiati.

Così la prima domanda è se l’età mi stia rendendo soffice. E può anche essere. Forse sto diventando un po’ meno intransigente in fatto di fabula, e questa potrebbe non essere una cattiva evoluzione. E tuttavia resta il fatto che, in diversi gradi nei diversi casi, stiamo parlando di finali flosci o mancanti, di sovrano disprezzo del punto di vista, di acrobazie linguistiche, di erudizione letteraria e filosofica sparsa a manciate… tutti peccati abbastanza capitali. E allora?

Allora, domanda successiva: i tre libri in questione sono in Inglese – non sarà che sono sfacciatamente parziale nei confronti di tutto ciò che è scritto in Inglese? Perché per esempio, l’erudizione esibita è una magagna maiuscola che The School Of Night (I) ha in comune con il detestatissimo e francese L’Eleganza Del Riccio

Ma tutto sommato mi sento la coscienza pulita, visto che ho praticamente stroncato gli ultimi tre libri (in Inglese, of course) che ho recensito per HNR. Tre di fila. Vero è che tutti e tre esibivano peccati di natura ben diversa, peccati d’incompetenza e inaccuratezza… E vero è che in Alan Wall non c’è la minima traccia della complice superiorità con cui Mme Barbery tratta il lettore (“lascia, O Lettore, che ti elargisca il segreto della Cultura e dell’Eleganza, lascia che ti mostri come salvarti da questo Gretto e Meschino Occidente!”)*…

Domanda numero tre: sono forse portata a una colpevole indulgenza per tutto ciò che è elisabettiano – specie se vi compare il nome di Christopher Marlowe? Ammetto che potrebbe essere.

Ma, e lo dico con un certo sollievo, forse sono abbastanza innocente anche di questo. Dopo tutto, ho detestato lo shakespeariano (e ben scritto ma self-complacent) The Book Of Air And Shadows e i marloviani The Slicing Edge Of Death e The Intelligencer.

Ciò detto: e allora?

E allora si direbbe che la qualità della scrittura redima molte cose ai miei cinici occhi. La qualità dell scrittura, personaggi con cui riesco a identificarmi, qualche genere di ironia** e un’impressione di deliberata competenza. Wall, Chapman Garret scrivono da molto bene a divinamente, fanno cose sorprendenti con l’aria di farlo apposta e senza troppo sforzo, non annaspano e, se mi conducono in tondo, lo fanno in una maniera che sembra calcolata per il mio diletto, e non per gratificare il loro ego. E riescono a farmi affezionare ai loro personaggi anche se non voglio. E riescono a farmi ingoiare difetti che normalmente detesterei, e che anche in loro considero difetti, ma che sono compensati da altre qualità o dalla efficace spudoratezza con cui sono perseguiti.

Forse sto diventando soffice con l’età, ma con un barlume di coerenza: in fondo ho sempre pensato che scrivendo si possa fare tutto e rompere qualsiasi regola – a patto di sapere molto bene quel che si fa.

E voi? Con quali peccati linguistico-narrativi siete indulgenti? Qual è l’autore a cui perdonate tutto? Quali sono state le vostre sorprese di lettura – libri che in teoria avreste dovuto detestare, e invece…?

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* Would you believe quanto sono ancora acida a proposito di questo libro? Cattiva, cattiva Clarina!

** Alan Wall e il suo protagonista accatastano elizabethiana e rimuginamenti storico-filosofici in quantità massicce alla maniera di un malinconico dato di fatto. Sembra quasi di vederli dare una scrollatina di spalle con fare di scuse…

grilloleggente

Entered From The Sun – The End

Finito.

Finito e sono molto perplessa. No, non è vero: dovrei essere perplessa, perché non ho capito moltissimo. Ho capito che è stato Sir Walter Ralegh a ingaggiare Barfoot, il quale, in una bellissima serie di scene notturne concitate e sospese, va a rapporto e spiega che secondo lui a far uccidere Marlowe è stato Tom Walsingham.

Non sono sicura di aver capito se il committente di Hunnyman fosse lo stesso Tom Walsingham. Secondo Ralegh e Barfoot sì, per verificare se ci fosse modo di risalire fino a lui – ma, ripeto, non sono sicura. Ad ogni modo, Hunnyman non ha capito un bottone (men che meno l’esatta natura del servizio per cui è stato pagato). Al posto di Walsingham – sempre che sia davvero lui – non mi sentirei troppo al sicuro per non essere stata sgamata da un investigatore tanto inetto…

Non ho capito affatto la rilevanza della linea narrativa in cui il fantasma di Marlowe visita la vedova Alysoun, specialmente perché per fare svanire il fantasma stesso è bastato che Alysoun ne parlasse al Dottor Forman (senza nemmeno dirgli di chi si trattava). Fantasma timido?

Ho capito che la gente sveglia non necessariamente trionfa alla fine. Barfoot muore combattendo in Irlanda durante la campagna del conte di Essex; Alysoun, che si è fatta mettere incinta da Barfoot, si libera del povero Hunnyman, sposa convenientemente un giovane apprendista, sembra avere ottenuto tutto quel che voleva, e poi muore di peste con marito e prole. Il misterioso poeta-narratore in prima persona è morto, assassinato dagli uomini del misterioso-giovanotto-che-forse-è-Walsingham (era al servizio di Ralegh, lui, e tutta la faccenda l’ha narrata da morto). Hunnyman riprende la sua vita d’attore in una compagnia di giro particolarmente scalcinata e, parecchi anni dopo, lo troviamo installato in un maniero di campagna, scoprendo che ha sposato un’altra vedova e, alla morte di lei, ha ereditato castello e terre, su cui regna con benevolenza se non con particolare sagacia, generoso, amato da tutti, finalmente soddisfatto e del tutto dimentico di Marlowe.

Insomma, ricapitolando: la trama ha senz’altro un inizio, ma se ha un mezzo non me ne sono accorta, e la fine è solo vagamente imparentata con l’inizio; l’arco narrativo non c’è; i punti di vista sono più di quanti riesca a contarne – e neanche sempre individuabilissimi; i personaggi entrano ed escono di scena senza un briciolo di logica e agiscono per motivi non sempre comprensibili; il linguaggio è eccentrico e convoluto, con punte sperimentali ai limiti dell’azzardo sintattico; il finale non conclude la storia in modo soddisfacente, non risponde davvero alle domande sollevate all’inizio, non mostra cambiamento ed effetti del cambiamento causati dallo svolgersi della vicenda… se Garret avesse deliberatamente scritto un libro con tutte le caratteristiche che mi irritano nel profondo, non avrebbe potuto fare di meglio. Eppure…

Eppure mi è piaciuto alla follia. I want more. E per di più, voglio saperlo fare anch’io – qualunque cosa fosse. E forse, qualche volta, sono un pochino intransigente nella mia ossessione per la fabula? Ecco, tra le altre cose, Entered From The Sun mi porta ad ammettere che magari, forse -talvolta – molto raramente e appena un pochino, tanto quanto se ne potrebbe mettere sulla lama di un coltello – può anche capitare che lo sia.

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 227

Forse comincia a vedersi qualcosa, ed era ora: si comincia ad avere l’impressione  che Hunnyman e Barfoot si occupino davvero di Marlowe e della sua morte. E’ chiaro che Hunnyman non andrà molto lontano: parla con qualche attore, discute le sue magre scoperte con la Vedova Alysoun (che è sempre svariati passi avanti a lui) e si ritrova con un numero crescente di domande e ben poche risposte. Barfoot, uomo più efficace, e con connessioni migliori, consulta documenti di cancelleria, parla con Gesuiti in carcere, fa due più due. Ad ogni modo, entrambi si sono fatti un’idea della fine di Marlowe – indimostrabili congetture – e nessuno dei due crede alla storia dell’incidente nella taverna.

Qualcosa che finge di essere un chiarimento: ricordate il misterioso narratore in prima persona? Ammette di essere stato vago ed elusivo, di essersi fatto passare per un veterano per avvicinare Barfoot e adesso,bontà sua, confessa di essere in realtà un poeta a sua volta. Un poeta fallito, ridotto a fare l’intermediario in affari dubbi… e se credete che questo semplifichi alcunché le cose, lasciate che vi dica che non è così. L’unico (vago) progresso è che possiamo far coincidere il narratore in I persona con uno dei personaggi narrati in III, e domandarci quale delle due forme stia mentendo più spudoratamente.

Ma la persona che mente di più, scopre di più e ha più segreti è decisamente Alysoun e, in premio, la signora vince un capitoletto in prima persona dal suo punto di vista – forse. Perché in realtà potrebbe anche essere nel punto di vista di Hunnyman, che la ascolta raccontare in prima persona una versione molto purgata del suo incontro con Barfoot. Ad ogni modo, Alysoun è estremamente attratta dal Capitano, Alysoun consulta ripetutamente il Dottor Forman (singolare personaggio storico, parte astrologo, parte medico, parte alchimista, parte scienziato, parte ciarlatano), Alysoun è visitata nei suoi sogni dallo spirito senza requie di Marlowe, Alysoun vede molto meglio di Hunnyman la pania d’implicazioni di tutta la faccenda, Alysoun forse conserva in casa un libello eretico singolarmente pericoloso, Alysoun mente a tutti.

Ho detto di avere qualche dubbio sul punto di vista di Alysoun, ed era un eufemismo. Sto diventando come i personaggi di Garret? Può essere. In realtà potrebbe anche essere uno squarcio di III persona oggettiva che registra il menzognero monologo che la Vedova offre al povero Hunnyman per sviarlo da altri pensieri. Il povero Hunnyman sembra destinato a questo genere di cose: qualche decina di pagine più tardi c’è un altro capitolo, Quel Che Ingram Frizer Aveva Da Dire A Hunnyman, che funziona esattamente allo stesso modo. Frizer, tra parentesi, è un personaggio storico: l’assassino di Marlowe, rapidamente perdonato per legittima difesa. Ci viene lasciato supporre che Hunnyman lo interroghi, ma il capitolo è un altro monologo. Frizer parla, ostenta, si giustifica, minaccia sottilmente, rievoca, mente, versa lacrime di coccodrillo, offre un prestito, sa più di quanto Hunnyman vorrebbe, vanta le sue buone connessioni e, nel complesso, non permette a Hunnyman di dire una parola. Il tutto in una voce individuale e diversa da tutte quelle che abbiamo sentito finora. ‘Cipicchia! Ma il punto di vista di chi è? Di Frizer stesso? Di Hunnyman che ascolta, soverchiato e muto? Della cosiddetta “telecamera” che riporta solo le parole (e le eventuali azioni, ma qui non ce ne sono)? Difficile a dirsi e, a seconda dell’ottica che si sceglie, il senso della scena cambia sottilmente. Ho già detto qualche volta che considero l’iridescenza una delle più affascinanti qualità che la scrittura possa assumere?

Sempre più complesso, sempre più intricato, sempre più impossibile da abbandonare: we are in for the duration.

grilloleggente · Oggi Tecnica

Entered From The Sun – Pag. 145

Sì, dopo tutto non l’ho piantato lì, e dopo tutto anche il Capitano Barfoot è stato incaricato da altra gente (davvero?) di indagare sulla morte di Marlowe. A differenza di Hunnyman, Barfoot non accetta per paura o per avidità, ma perché è incuriosito e per proteggere gli interessi della sua famiglia. Tra parentesi, è vieppiù chiaro che Hunnyman è un caso senza speranza: un buon ragazzo che si crede molto più astuto e più cinico di quanto sia, alla completa mercé sia della vedova che del suo misterioso datore di lavoro – chiamiamolo Tom, per il momento. I have a fondness per Tom Walsingham, anche se forse nel 1597 non sarebbe stato considerato così giovane da descriverlo sempre come “un giovanotto”. E chiunque egli sia, il suo giudizio in fatto di investigatori è suscettibile di dibattito…

Ma non è di questo che volevo parlare.

Quello che mi fa diventare matta in questo libro sono i punti di vista. Tutto è cominciato con una narrazione in III persona a punti di vista alternati: Hunnyman, poi Barfoot, poi Hunnyman, occasionalmente Alysoun… salvo che poi ogni tanto s’infila altra gente, come un misterioso narratore in I persona che all’inizio si è presentato come “nulla più che un fantasma”, poi ha cominciato a sconfinare nei capitoli di Barfoot, e io credevo che fosse uno sporadico intervento autoriale, ma adesso sono sicura che non è così. Costui salta fuori ogni tanto come un pupazzo a molla, fa considerazioni e digressioni, moraleggia e ipotizza, si rivolge al lettore – why, in almeno un’occasione, per un po’, identifica il lettore con Barfoot… E quando il discorso si fa indiretto, a volte sembra essere lui che ascoltiamo.

Un fantasma… che sia Marlowe? Ma no: da un lato, l’autore ha descritto tutti i personaggi come fantasmi; dall’altro il narratore in I persona (che non è l’autore) ha elencato i personaggi comprendendo sé stesso e Marlowe (che in questa storia non avrà molto da dire per sé) come entità distinte. Ossignor!

A scuola c’insegnano a limitare funzionalmente i punti di vista. Ad essere molto cauti nel mescolare I e III persona (e ad evitare la II come la peste); ad essere coerenti nei tempi verbali; e soprattutto a non confondere il lettore – mai – e a non permettere che la scrittura abbia il sopravvento sulla storia. Ebbene, con Garret non ho mai la più pallida idea di chi parlerà nella pagina successiva – e ho smesso di considerare significativi i titoli dei capitoli), mi trovo chiamata in causa come in conversazione nei momenti più inaspettati, vengo sbalzata continuamente dall’immediatezza colloquiale del presente al distacco apparente del passato remoto, dal discorso diretto (come usa nei romanzi) al discorso indiretto caricato di ulteriori strati di significato, mi ritrovo a sbirciare le lettere di Barfoot per suo fratello, e per di più mancano deliberatamente un sacco di pronomi.

Sono confusa? Un pochino, a volte, ma non tanto quanto mi pare che dovrei esserlo nelle circostanze. Noto troppo la scrittura? La noto di sicuro, ma con golosa delizia. Il notarla mi trascina fuori dalla storia? No, accidenti, no! In qualche misterioso, alchemico, invidiabile modo, questa scrittura fa parte della storia, o forse è la storia… o quanto meno, è congegnata in modo tale da non farmi notare l’allarmante particolare che la storia in realtà non c’è.

Perché siamo, per l’appunto, a pagina 145 e non è ancora successo un bottone. O almeno pochi bottoni. A parte il fatto che Hunnyman spera di sistemarsi con la vedova e Barfoot aiuta segretamente i missionari gesuiti, ci sono le due indagini, ed è vieppiù evidente che, se qualcuno può scoprire qualcosa, quello è Barfoot, che sa come muoversi per le cancellerie, ungere le ruote giuste (o pizzicarle con la punta di un coltello), dissotterrare informazioni dai posti più improbabili. A parte questo, zero. In circostanze normali sarei furibonda e avrei già abbandonato la lettura. E’ chiaro che la scrittura iridescente, imprevedibile e densa di Garret non è una circostanza normale.

E non solo voglio continuare a leggere: voglio provare a fare altrettanto, cribbio!

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 87

E’ dai tempi dell’Eleganza del Riccio che non faccio un diario di lettura, così ho pensato…

Stavolta Entered From The Sun, di George Garret, un tempo poeta laureato della Virginia, nonché prolifico romanziere. Non ho mai letto nulla di suo, prima. Ho comprato questo romanzo perché: a) parla di Marlowe; b) il titolo è una citazione di Emily Dickinson; c) ne ho trovato solo due recensioni, una schifata e una estatica – ce n’era più che a sufficienza per decidermi.

La mia copia, prima di essere mia, apparteneva a una biblioteca di Dayton, nell’Ohio. Sì: dismesso da una biblioteca, e allora? Capita e non vuol dire granché. Le pagine non hanno un’aria sfogliatissima, ma la costa della rilegatura rigida è malridotta, come se qualcuno avesse letto il libro piegandolo per tenerlo con una mano sola. Un po’ un’impresa, perché Entered From The Sun è pesantuccio anzichenò – ma, a mio modestissimo e privato avviso, una tendinite è un castigo molto mite per la gente che tratta i libri (specie altrui) in questo modo.  

Alla fine del saluto dell’autore ero conquistata. “Abbiate pazienza con me, fantasmi – e benediteci tutti, vecchi amici ritrovati. Parlate con me. Parlate attraverso di me. Parlate a noi.” Mi piace.

Una rapida occhiata rivela che mi aspetta una serie di capitoli di lunghezza variabile, ciascuno con il suo titolo descrittivo. Come tutto ha inizio per Joseph Hunnyman. Entra il Capitano Barfoot. Attore e Soldato. Hunnyman Sotto Esame. Consideriamo il Capitano Barfoot. Eccetera. Mi piace che ogni capitolo abbia un titolo.

L’incipit è fantastico: punto di vista di Hunnyman, si alza da tavola ridendo, rapida e vividissima descrizione (colori, luci, odori, temperatura…), poi esce dalla taverna ed è… be’, non c’è altra parola: rapito. Uh!

Segue colloquio con misterioso giovanotto che commissiona al nostro Hunnyman delle indagini segrete sulla morte di Marlowe, il poeta, assassinato. Sono passati degli anni, tutti sanno cos’è successo, e che cosa può fare un povero attore senza ingaggio… Il giovanotto sconosciuto ha risposte per tutto – oltre a due scagnozzi armati fino ai denti e una borsa di denaro. Hunnyman – giovane, bello, vanesio, non particolarmente coraggioso, non eccessivamente onesto, scaltro e incauto al tempo stesso, infondatamente speranzoso, non sa troppo bene come rifiutare. E poi c’è William Barfoot è tutt’altro genere di uomo: gentiluomo, soldato veterano, cattolico segreto, caritatevole, violento, spregiudicato e sottile. So dalla quarta di copertina che anche Barfoot verrà incaricato di indagare sulla fine di Marlowe, ma finora di questo non si vede traccia.

Poi entrerà in scena la bella vedova Alysoun, amante di Hunnyman: manipolatrice, calcolatrice, fredda, ambiziosa, intelligente…

Peccato che a questo punto la lettura sia diventata un po’ laboriosa. Lo stile è notevole, la voce è molto personale e molto elisabettiana al tempo stesso… no, non davvero elisabettiana, ma un’eco convincente nel lessico, nelle costruzioni e nella forma mentis. Tutto molto bello, ma le costruzioni convolute o bizzarre, il continuo passaggio dal presente al passato e viceversa, l’alternarsi di dialogo diretto e indiretto e un’abbondanza di digressioni non aiutano.

Faticosetto – il che non mi ha impedito di leggerne un’ottantina abbondante di pagine prima di rendermi conto che, dopo l’incipit fulminante, non era più successo niente. Oh sì, so un sacco di cose su Hunnyman, adesso, e so che Barfoot ha dei segreti, e ho scarsa simpatia per la vedova, e non ho ancora capito chi siano i committenti delle due indagini. Che sia Tom Walsingham il giovanotto misterioso? A pagina 85 mi sono imbattuta in un capitolino intitolato “Complicazioni Del Tempo Presente: Abbigliamento”, costituito da una serie di citazioni di documenti dell’epoca in fatto di abbigliamento, appunto – e lì mi sono arresa. O quanto meno sono stata tirata fuori dalla storia abbastanza da restarne fuori.

Sono incuriosita, leggermente irritata, un po’ frastornata e forse solidarizzo un po’ di più col recensore scontento. Non so se ho davvero voglia di leggere altre centocinquanta e rotte pagine di questo. Anche se, anche se… Stiamo a vedere.