elizabethana · teatro

Zolfo, Incenso, Inchiostro

FaustusSe le teorie fossero rane, questo post sarebbe un girino.

Se non volete batraci per casa, chiamiamolo un rimuginamento per iscritto – a proposito del Doctor Faustus di Marlowe. Ora, vedete, il Faustus era popolarissimissimo. La Compagnia dell’Ammiraglio, il cui primattore Edward Alleyn aveva presumibilmente creato il ruolo, la rappresentò con gran profitto ventiré volte tra il 1594 e il 1597 – il che, considerando le lunghe e ripetute chiusure dei teatri in quel periodo, è una specie di record elisabettiano. Se diamo retta ad E. K. Chambers, le folle londinesi dell’ultimo decennio del Cinquecento erano disposte a spendere per questa storia più che per qualunque altra… D’altra parte, fin dal debutto, Faustus aveva mandato in terrorizzato visibilio il pubblico, con la sua combinazione di evocazioni diaboliche, teoria e scene comiche – conclusa da un finale di potenza sconvolgente. Prima di Marlowe, nessuno si era mai azzardato ad affrontare in questi termini questioni di anime vendute, inferno, paradiso, conoscenza e umanità…

Poi Marlowe fece la fine che sappiamo, e le sue opere gli sopravvissero con successo. Immagino che ne sarebbe stato soddisfatto. E forse si sarebbe divertito se avesse saputo che genere di leggende cominciò a germogliare abbastanza presto attorno al suo Faustus.

Nel 1632 William Prynne raccontò di un diavolo soprannumerario comparso in scena e… puf! – sparito in una nuvola di zolfo non appena gli attori cercarono di capire chi fosse l’intruso. Ora, di Prynne potremmo non preoccuparci nemmeno troppo: era un puritano accanito e ce l’aveva a morte con il teatro – e per di più nella prima metà del Seicento, in ambiente puritano, era assai di moda dipingere a tinte nigerrime il povero Kit e tutto quel che aveva a che fare con lui.

Tuttavia, Prynne non doveva essersi inventato completamente la storia. È probabile che l’avesse raccolta da qualche parte. Ed è vero che tra i capi d’accusa ai danni di Marlowe raccolti dallo spregevole Richard Baines c’era anche l’aver evocato diavoli nel bosco a Cambridge – ma dubito che la cosa fosse terribilmente risaputa. A quanto pare, piuttosto, fin dall’inizio girava la storia secondo cui il Faustus avrebbe contenuto veri incantesimi tratti da un vero grimorio…

Se Prynne aveva fatto succedere la sua apparizione durante una rappresentazione londinese, altre versioni della storia la volevano accaduta in provincia, durante una prova. A fine Seicento, il sempre pittoresco John Aubrey non si accontentava di dare la sua versione dell’incidente, ma ne faceva la causa del ritiro dalle scene di Alleyn. Faustusc

Insomma, la storia girava – e non posso fare a meno di immaginarla che nasce, si sussurra, si ricama, si abbellisce e si gonfia di bocca in bocca tra l’eccitabile pubblico londinese… Si parlava di diavoli per tutto il tempo, giusto? E gli attori vestiti di rosso apparivano e sparivano tra nuvole di fumo colorato, e quel Marlowe non era un bestemmiatore e un ateo?

Eppure (ed ecco che arriva il girino), mi chiedo se non ci fosse anche un altro motivo, più inconsapevole per il sorgere di queste storie… Perché è vero che Faustus, peccatore multiplo, superbo e venditore di anime, finisce esemplarmente punito all’inferno – ma non prima di avere detto e ascoltato una certa quantità di cose piuttosto incendiarie dal punto di vista teologico e religioso. Faustus ritiene la teologia tanto capziosa quanto inutile, vende la sua anima, interroga il diavolo per sapere com’è l’inferno, rifiuta varie possibilità di redenzione e, quando si pente, non trova la minima ombra di misericordia o perdono…

E quindi mi domando se il pubblico elisabettiano non sentisse un che di sulfureo in questa tragedia, e traducesse la percezione in apparizioni diaboliche, magia nera e spaventi vari.

Storie nate in reazione a una storia.

Si direbbe che Marlowe i diavoli li evocasse per davvero: quelli fittizi che il fittizio Faustus convocava in scena – e poi quelli metaforici creati nella mente degli spettatori.

 

 

elizabethana · Storia&storie · teatro

Marlowe, Aubrey, Spenser, Jonson

Questa è la storia di una collisione storico-letteraria – con la partecipazione del sentito-dire.

The antiquarians John Aubrey and William Stuke...Per prima cosa bisogna che vi dica di John Aubrey, uno di quei bizzarri ed eclettici eruditi secenteschi, ur-archeologo, ur-folklorista, naturalista, storico, occultista, curioso generale, glorioso pettegolo e biografo, autore – tra un diluvio di altre cose pubblicate postume, delle Brief Lives, o Schediasmata, una raccolta di… be’, lo dice il titolo: note biografiche di personaggi notevoli, elisabettiani e contemporanei.

Ora, queste note biografiche tendevano ad essere pittoresche. Aubrey si documentava spulciando l’occasionale libro, ma soprattutto raccogliendo aneddoti e annotando conversazioni – il che tande a rendere le Brief Lives più affascinanti che affidabili. È al pettegolo ma credulo Aubrey che dobbiamo, tra l’altro, alcune singolari informazioni sugli anni perduti di Shakespeare, che vogliono il giovane futuro bardo maestro di scuola in provincia, bracconiere lungo l’Avon e parcheggiatore di cavalli a Londra…

L’attendibilità di queste notizie, pur riprese con entusiasmo da successivi biografi settecenteschi, in realtà lascia molto a desiderare. Quanto a desiderare? Be’, è possibile farsene un’idea considerando la nostra collisione, che si trova nelle pagine che Aubrey dedica a un altro autore elisabettiano, Ben Jonson.

A un certo punto, veniamo informati che Jonson

 Uccise Mr. … Marlowe, il poeta, a Bunhill – giungendo dal teatro chiamato Green Curtain. Così dice Sir Edward Shirburn.

Ora, chi fosse questo malinformato baronetto non sono riuscita ad appurare, ma di sicuro non aveva le idee chiare. Marlowe, come  Benjamin Jonson, after Abraham van Blyenberch.... sappiamo bene, era morto a Deptford, nel 1593 – in circostanze dubbie, se volete, ma che nulla avevano a che fare con Ben Jonson. Col che non voglio dire che Jonson non fosse tipo da omicidi, sia ben chiaro. Da quel che sappiamo di lui, e dalle non-proprio-memorie che dettò al suo amico – il paziente poeta scozzese William Drummond, doveva essere singolarmente irascibile e permaloso, con un ego delle dimensioni di un fox terrier. Nel 1598 uccise in duello un celebre attore, il ventenne Gabriel Spenser. In realtà, che si trattasse di un duello formale e che a lanciare la sfida fosse stato Spenser lo sappiamo soltanto da Jonson (via Drummond). Quel che è certo è che Spenser era a sua volta un personaggio alquanto infiammabile, e che il buon Ben sarebbe finito a Tyburn se, grazie a uno sconcertante residuo giudiziario di origine medievale, non avesse dimostrato di saper leggere e scrivere, cavandosela così con un marchio a fuoco sul pollice…

Quindi sì: Marlowe fu ucciso in una rissa, e Jonson uccise un uomo in duello – solo che non si trattava della stessa occasione. E naturalmente, dopo gli anni ottanta del Seicento, epoca di compilazione delle Brief Lives, le circostanze della morte di Marlowe erano abbondantemente note – se non altro perché una quantità di autori di persuasione puritana ne avevano fatto un caso esemplare di hybris punita, godendo nel raccontare in truce e sanguinoso dettaglio la fine dell’ateo colpito con il suo stesso pugnale – e proprio nel cervello che aveva partorito tante perniciose idee…

Considerando tutto ciò, possiamo soltanto immaginare che il misterioso Sir Edward Shirburn, magari alticcio dopo una cena bene annaffiata, combinasse le due storie della morte di Marlowe e del duello di Jonson in una sola, a beneficio di un altrettanto avvinazzato Aubrey* – con il singolare effetto, per un lettore particolarmente pio che conoscesse anche gli autori puritani, di trasformare Ben Jonson in uno strumento del furore divino.

L’irruente Ben aveva ammirato Marlowe, creatore del possente verso sciolto – ma aveva una notevole opinione di se stesso e un moderato riguardo per la verità. Non posso fare a meno di domandarmi quanto gli sarebbe piaciuto vedersi raffigurare, seppur indirettamente, nei panni della vendetta celeste.

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* Che le sue conversazioni di documentazione fossero alquanto conviviali ce lo dice lui stesso – più di una volta.

 

 

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