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Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

gente che scrive · Vitarelle e Rotelle

La Scrittura Secondo Steinbeck

john steinbeck, the cup of gold, la santa rossa, consigli di scritturaE magari ve l’ho già detto, e non mi aspetto che sia del tutto sano, ma per me John Steinbeck è principalmente l’uomo de La Coppa d’Oro – o La Santa Rossa, che dir si voglia – romanzo storico singolarissimo, forse anche più singolare per storico.

Sono certa che la maggior parte dei lettori lo apprezza di più per altri titoli, come Furore, Uomini e Topi, la Valle dell’Eden… Che volete che vi dica? Mi rendo perfettamente conto che The Cup of Gold è lavoro da apprendista, con un sacco di orli un po’ ruvidi – ma la storia di Morgan, raccontata attraverso le bugie sempre più intricate e al tempo stesso sempre più trasparenti del protagonista, non finisce mai di incantarmi – e un giorno magari l’adatterò per il teatro.

Ma non è di questo che volevo parlare, bensì dell’intervista che Steinbeck rilasciò a The Paris Review nel 1975, e da cui sono tratti questi sei… consigli in fatto di scrittura, che adesso vi traduco – con chiose.

I. Abbandona l’idea di finire. Dimenticati delle quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno. È d’aiuto, e quando poi finisci è sempre una  sorpresa. 

(Il che non significa divagare come se non ci fosse un domani e ignorare la struttura narrativa dell’insieme, ma rifiutare di lasciarsi intimidire dalle dimensioni della vasta faccenda in cui ci si è imbarcati – e procedere un passo per volta.)

II. Scrivi con scioltezza e più rapidamente che puoi, e metti tutta la storia sulla carta. Mai correggere o riscrivere finché non è tutto sulla carta. Riscrivere a lavoro in corso, di solito, è solo una scusa per non andare avanti. E poi interferisce con quel flusso e quel ritmo che vengono solo da una specie di immedesimazione inconscia con quello che si sta scrivendo.

(Editare mentre si scrive è una delle principali cause di mortalità – e lo sappiamo. Poi l’immedesimazione inconscia è qualcosa che si può trovare più o meno desiderabile, più o meno allarmante, ma di sicuro flusso e ritmo soffrono sanguinosamente ogni volta che ci si ferma a decidere se le ciliegie ricamate sulla tovaglia della domenica siano rosse, scarlatte, vermiglie o che altro…)

III. Dimenticati il pubblico generale. In primo luogo, l’idea di un pubblico senza nome e senza faccia è terrificante – e poi non esiste nemmeno. A differenza del teatro, il pubblico di un libro è il singolo lettore. Trovo che qualche volta sia d’aiuto scegliere una singola persona – qualcuno che si conosce o una persona immaginaria – e scrivere per quella.

(Anche voi avete avuto una piccola epifania in proposito? Ok, ultimamente scrivo per lo più teatro – per il terrificante pubblico senza faccia e senza nome – e comunque è possibile che la socializzazione della lettura abbia cambiato un nonnulla la natura individuale del rapporto con il lettore tra il 1975 e oggi, ma l’idea di scrivere per un lettore singolo, di raccontare a un lettore singolo, mi piace molto. Figurarsi poi il concetto del lettore immaginario… Magari ne riparleremo.)

IV. Se con una scena o una sezione proprio non ce la fai, e però ti pare proprio di volerla, giraci attorno e vai avanti. Quando avrai finito, ci ritornerai – e forse allora scoprirai che se ti dava dei problemi è perché non doveva esserci affatto. 

(Perché, ricordiamoci, la prima stesura è una prima stesura, e ci sono problemi la cui soluzione si trova solo a storia ultimata.)

V. Attento alle scene a cui ti affezioni troppo, magari più che a tutto il resto. Di solito salta fuori che sono fuori sesto.

(Dopo sembro cinica, ma la faccenda è che… (roll of drums) il coinvolgimento emotivo non è neccessariamente una buona cosa…)

VI. Quando usi dialoghi, ripetili ad alta voce mentre li scrivi. È l’unico modo per farli suonare verosimili.

(Vale – inestimabilmente – anche per il teatro. E in realtà forse non vale solo per i dialoghi, but still. Poi trovo che un buon metodo alternativo sia quello di immaginarli pronunciati da qualcuno di specifico, con voce, cadenza, ritmo, vezzi… Ci s’immagina una faccia per i personaggi, giusto? E allora perché non anche una voce?)

E direi che per uno che una dozzina d’anni prima aveva dichiarato di non nutrire una gran fede in consigli, ricette o dritte da passarsi tra scrittori, il buon John dava suggerimenti tra l’ottimo e il folgorante – e tutti molto pratici e praticabili.   

libri, libri e libri

Pirati, Corsari, Bucanieri

Mail:

Certo che, per essere una cui le storie di pirati non piacciono alla follia, ne hai lette un sacco…

scrive R., in riferimento alla nota alle illustrazioni di questo post.

Mah, non saprei dire se ne abbia lette davvero un sacco. Di sicuro sono vagamente irritata dal diluvio di piratitudini innescato da Jack Sparrow & compagnia* – ma quella tutto sommato potrebbe essere una reazione dovuta alla mia scarsa simpatia per i fads più che al genere in sé…

Oh, e poi c’è Sandokan. Da bambina ho destestato Sandokan e, a ben pensarci, anche i Corsari Variopinti. Li ho detestati con una certa energia – ma ne abbiamo già parlato, credo.

Per cui no: le storie di pirati non mi piacciono alla follia come genere. Non vado a cercarmele. Non ho mai fatto il pirata giocando a make-believe. Per di più, non sono affatto certa che non siano spesso minestroni di biechi luoghi comuni confezionati secondo formula…

Ciò detto, ci sono alcuni libri che mi sono piaciuti molto… benché parlassero di pirati. E incidentalmente parlavano di pirati. Oppure per il modo in cui parlavano di pirati.

Per dire…

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck1) L’Isola del Tesoro, che poi non è nemmeno il mio Stevenson preferito, ma di sicuro il primo che ho letto – ed è il genere d’incontro che non si dimentica. Anche solo l’inizio, con la locanda sulla costa ventosa, il misterioso ospite spaventato, la Macchia Nera… E poi vogliamo parlare di Silver? Fasullo, manipolatore, affascinante, contastorie e crudele… Tra l’altro, con il suo pappagallo sulla spalla e la sua gamba di legno, è Il pirata per eccellenza. D’altra parte, con questo romanzo (scritto, vuole la leggenda, in due settimane di vacanze piovose), Stevenson arredò buona parte del genere. pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

2) The Privateer, di Josephine Tey. Brillante, ironico, scritto in quella maniera sciolta e vivace che è marchio di fabbrica di Ms. Tey, con dei dialoghi da manuale. Ci sono arrivata perché l’autrice mi piace tanto e questo è, credo, il suo unico romanzo storico vero e proprio. C’è il consueto lavoro di smontaggio di miti, perché questo Henry Morgan non è il mostro di cartone di Exquemelin, ma un giovanotto ambizioso e desideroso di rivalsa, dotato di una mente tattica, un senso dell’umorismo e un temperamento fiammeggiante. C’è il mare, ci sono un sacco di avventure, c’è un corteggiamento tutt’altro che convenzionale – e c’è un’introduzione sul linguaggio nei romanzi storici che vale da sola il prezzo del biglietto. 

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck3) La Coppa d’Oro, che talvolta si traduce – chissà perché – come La Santa Rossa. John Steinbeck. Primo romanzo. Unico romanzo storico. Ancora Henry Morgan, ma tutt’altro mood. Una specie di monumento al narratore inaffidabile – e nemmeno in prima persona… Ma non si può mai essere certi nemmeno di quel che questo Morgan pensa, men che mai di quel che racconta. È il tipo che si reinventa le vite (più d’una) ogni volta che le racconta, aggiustandole per dare loro una simmetria narrativa e una profondità di significato che il lettore è invitato a sospettare non abbiano. E però, chi può dire che cosa rimanga di vero sotto le incrostazioni di menzogne, ritocchi e aggiustamenti? Con la beffa aggiuntiva che gli ascoltatori smettono di credergli abbastanza presto – ma non è detto che a Morgan importi granché. Per il discendente dei bardi gallesi, in fondo, l’importante è raccontarsi… pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

4) Captain Blood, perché sì. No, davvero: in fatto di avventura con Sabatini è difficile sbagliare. Un po’ il paradigma di quel che si diceva in fatto di letture estive, ricordate? Pittoresche avventure nei secoli passati. E Peter Blood che, con il suo passato turbolento, sarebbe felicissimo di restarsene a fare il medico e coltivar gerani – se non si ritrovasse impigliato nella Monmouth Rebellion e non finisse venduto schiavo a Barbados – è un personaggio perfetto. Una volta di più, è ispirato in parte a Morgan, la cui carriera da deportato a pirata a governatore, ammettiamolo, sembra fatta apposta da romanzare.

Quindi no, le storie di pirati non mi piacciono alla follia, ma l’occasionale pirata ben scritto e significativo, a patto che sia ambientato come si deve e non nuoti in una zuppa di clichés, è ammesso alla compagnia. 

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* Di cui ho visto soltanto il primo film. Il fatto che lo abbia visto seduta praticamente sotto lo schermo e all’estremità laterale della fila, con grave pregiudizio dei miei cervicali, non ha contribuito a farmelo apprezzare, ma di sicuro non ho sentito il bisogno di vederne altri episodi.

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Cose Minori

Confesso (senza particolari sensi di colpa) una debolezza per le cosiddette opere minori. Quelle meno conosciute, quelle meno considerate, quelle che, quando le citi, sette interlocutori su dieci ti guardano tra il blank e il sospettoso.

Se poi l’autore in questione ha scritto un singolo romanzo storico a titolo d’esperimento – e l’esperimento è unanimemente considerato non dei più riusciti – statene certi: è mio.

opere minori, charlotte brontë, shirley, edmund dulacCharlotte Brontë, per dire. Charlotte ha scritto un solo romanzo che possa essere considerato storico: Shirley, ambientato durante le guerre napoleoniche. Opera minore – scritta in cerca di evasione durante la malattia mortale di Branwell, Anne ed Emily, spigolosa e ineguale e con un principio di MarySuismo. Epperò non so che farci: adoro Shirley. Lo adoro per quel che c’è di ben riuscito (Robert Moore, la famiglia Yorke, il Reverendo Helstone, e i curati… oh, i curati!) e perché quel che non funziona del tutto è una meravigliosa finestra sul processo di evoluzione di Charlotte-La-Scrittrice, su certi meccanismi che valgono per molti scrittori, nonché sulla mente di Charlotte-La-Donna. opere minori, dickens, barnaby rudge

Dickens invece di romanzi storici ne ha scritti due: il celeberrimo A Tale Of Two Cities (uno dei più letti tra i suoi lavori) e il dimenticato Barnaby Rudge. Indovinate qual è il mio prediletto? BR è una vicendona un po’ vaga ambientata sullo sfondo dei Gordon Riots – una quasi-surreale sollevazione anticattolica nella Londra del primo Settecento – con un protagonista eponimo che dev’essere una delle meno riuscite creazioni dickensiane e una coppia di Primi Amorosi di cartoncino. Ma il povero, matto Lord Gordon e il suo perfido segretario, il corvo Grip (cui si ispirò Poe), la cameriera Miggs, la sera d’inverno nella locanda a Chigwell e l’assalto alla prigione di Newgate… Ah! Può darsi che non sia il più coerente dei romanzi, ma là dove funziona è firstest rate.

opere minori, steinbeck, cup of gold, la santa rossaSe poi veniamo a Steinbeck, sono messa ancor peggio: Cup Of Gold (pubblicato in Italia come La Santa Rossa), non solo è il mio Steinbeck preferito, ma in tutta probabilità il solo Steinbeck che mi piaccia davvero. E immagino che questa sia un’ammissione molto grave, perché CoG è ‘prentice work, e si sente che l’autore (ventisettenne all’epoca) sta cercando la sua voce. Tuttavia sono affascinata da Henry Morgan che, ben al di là del suo enorme successo piratesco, per tutta la vita insegue chimere  e s’impania nelle sue stesse menzogne in cerchi concentrici.

E in una vena simile, confesso ancora che, se parliamo di A.C. Doyle, le mie preferenze vanno decisamente alle avventure del Brigadiere Gérard, che tra tutti i lavori di Hesse prediligo Il Giuoco Delle Perle Di Vetro, che in fatto di Yourcenar ricordo con maggior piacere L’Opera Al Nero che non Le Memorie Di Adriano, che di Kipling preferisco i racconti ai romanzi… e potrei continuare a lungo.

Non so: qualche volta è per l’ambientazione storica, qualche volta perché mi piacciono le spigolosità di un autore in via di formazione, e qualche volta – sospetto – per spirito di contraddizione. Ma credo che ad attirarmi più di tutto siano le imperfezioni impigliate nella grana della scrittura, il contrasto tra ciò che funziona e ciò che non funziona, l’attrito con il genere inconsueto o inadatto, le smagliature che lasciano intravedere l’interno del meccanismo… E forse anche, lo ammetto, il piacere di una predilezione solo mia – o quasi. Che volete farci? Ciascuno è sentimentale a modo suo

E voi? Quali sono le vostre opere minori preferite? E perché?