scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Un Taccuino, Più Taccuini

Parlavasi nei commenti a questo post, con Lucius Etruscus, di taccuini – le gioie e le scomodità, il grado di Taccuinoprobabilità di ritrovare e utilizzare davvero un’annotazione, la comparativa comodità del computer… E io spiegavo che, se una parvenza di metodo c’è nel mio disordine in proposito, esso consta di una singola idea: non un solo taccuino, ma un certo numero di essi.

Perché il fatto è che mi ci è voluta mezza vita per arrivare alla conclusione che devo sempre avere con me un taccuino. Mezza vita, un sacco di frustrazione e l’occasionale lacrimetta versata su idee perdute, scampoli di dialogo o descrizione, riferimenti bibliografici e tutte quelle cose che non arrivavano mai a diventare annotazioni perché non avevo sottomano il mezzo per annotarle.

Con gli anni sono diventata marginalmente più saggia, e mi sono provvista di un taccuino. Un taccuino, con la sua matita al seguito – e l’idea generale era di portarlo sempre con me e annotare felice e contenta per sempre. Sennonché, mi si potrebbe descrivere, senza troppi sforzi d’immaginazione, come un tantino distratta – e Un Taccuino aveva la pessima abitudine di essere spesso al piano di sotto quando io ero a letto, oppure sul mio comodino quando ero fuori casa…

Notebook Paper MugE siccome però era evidente che un’idea non annotata è un’idea persa, ho cominciato ad annotare tutto e sempre – dove capita, come capita – con la vaga intenzione di trasferire poi le annotazioni sull’Un Taccuino. Cosa che evidentemente non ho mai imparato a fare, a giudicare dalla quantità di biglietti ferroviari o del teatro, vecchie buste, volantini, quadratini di cartone e whatnot che  continuano a saltar fuori da tutte le parti, magari coperti di annotazioni per cose che ho pubblicato, rappresentato o venduto da anni… Una volta ho trovato due battute di dialogo scritte su uno di quei tovagliolini da bar con quella che ha tutta l’aria di essere una matita per occhi blu – e io non uso la matita blu…taccuini

Finché non mi è albeggiata in mente la soluzione – una soluzione di una semplicità luminosamente lapalissiana: non ho bisogno di Un Taccuino, ma di più taccuini.

Così adesso ho Più Taccuini:

– Un Moleskine classico, con la copertina rigida e le pagine non rigate. Questo è quello ufficiale, quello su cui, in teoria, dovrei trascrivere le annotazioni randagie – o almeno quelle rilevanti.. Qualche volta se ne viene in giro con me, qualche volta no – ma questo non è terribilmente importante, perché poi ci sono…

– Un taccuino più piccolo che risiede stabilmente sul mio comodino. Perché non importa quanto sia sicura di ricordarmelo domattina, l’esperienza mi ha insegnato che è sicurezza mal riposta. Però adesso ho imparato, ed è diventato del tutto normale accendere la luce nel cuore della notte per prendere appunti.

taccuini2– Un taccuino ancora più piccolo per la borsetta. In realtà di questi ce ne sono diversi, sparsi tra le mie numerose borsette. È vero che ho fatto progressi da questo punto di vista, e in genere quando cambio borsetta il taccuino è la prima cosa che sposto – ma non si sa mai…

– Un taccuino davvero piccolo per borsettine da sera, tasche e marsupi. Perché è facile dirsi oh che diamine, che può mai venirmi in mente di così vitale mentre cammino/ceno/ballo/scio/sono a teatro… e se avete mai scritto alcunché, sapete fin troppo bene come vanno a finire queste cose.

Ecco. Che altro? Oh sì: quando viaggio mi porto sempre dietro due taccuini, e naturalmente ciascuno ha sempre al seguito due penne o matite – perché non c’è nulla di peggio che avere idea e carta, e niente per annotare. O di avere una penna sola che rende l’anima all’improvviso. Avete mai provato a graffire qualcosa con una biro defunta, a mo’ di stilo, come uno scriba antico? Io sì, e posso dirvi che, otlre a non essere facile, tende ad accendere bizzarri sospetti negli occhi di eventuali osservatori. TakingNotes

E questo è tutto, direi. Significa che non mi perdo più nessuna idea? Alas, no – però è d’aiuto.

Tutto ciò che vale la pena di essere ricordato, vale anche la pena di essere annotato, dice McNair Wilson – e a mio timdo avviso, è proprio vero. E questo significa taccuini, taccuini e ancora taccuini.

grillopensante · Utter Serendipity

Chi Ha Detto Che Deve Essere Facile?

Era una notte buia e tempestosa, tornavo dalle prove di Somnium Hannibalis ed ero di umor tetro, perché la regista latitava causa bronchite e le prove erano andate… vogliamo dire così-così? Diciamolo pure, ma è la più spudorata sottovalutazione di un disastro impellente che si possa immaginare. All’improvviso, la mia posizione di aiuto-regista si era fatta assai meno teorica, ed ero terrorizzata. Altrettanto all’improvviso, la compagnia mostrava una limitata propensione a darmi retta, e naturalmente mancavano pochi giorni al debutto, eravamo tutto fuorché pronti, mancavano dei costumi, mancava una persona e l’uomo delle luci non si era fatto vedere per la terza sera di fila…

Così mi preparai una tazza di tè (deteinato) al bergamotto, mi piazzai davanti al computer e cominciai a controllare un po’ di posta, senza badarci nemmeno troppo. Era stata proprio una pessima giornata, a teatro le cose erano andate come erano andate e, per di più, non avevo scritto un bottone, e il progetto in corso si mostrava riottoso alle mie intenzioni.

Mentre sorseggiavo il tè sentendomi doomed & gloomy, l’occhio mi cadde sulla mail di un’amica americana che cantava le lodi del blog di McNair Wilson, uno di quei personaggi difficili da catalogare, scrittore, autore teatrale, regista, attore, imagineer per la Disney e chi più ne ha più ne metta. “E poi gli piace il tè al bergamotto,” commentava H. “Devi assolutamente vedere il suo blog!”

E che avevo mai da perdere? Diedi un’occhiata al suo blog, Tea With McNair* – e per prima cosa vidi che aveva promesso di non postare più e invece postava ancora. Cominciamo bene. E poi, mentre saltellavo di qua e di là, m’imbattei in questa affermazione: It’s supposed to be hard. It’s art. Ovvero: “Deve essere difficile: è arte.”

Folgorazione.

E’ vero, è vero, è vero – e non parlo solo, e non tanto, di SH: chi ha detto che deve essere facile? Non deve affatto essere facile. Se fosse facile, se venisse fuori quasi da sé, se non richiedesse sforzo, e pensiero, e fatica, e rigore, non sarebbe arte. Se non rendesse necessario pretendere tanto da sé e dagli altri, se non comportasse una ricerca continua, se non svegliasse nel cuore della notte per annotare un’altra idea, se ci si potesse accontentare, se non fosse il lavoro e la quest di tutta una vita, allora non sarebbe arte. Se trovasse sempre tutti d’accordo, se non andasse difeso con le unghie e con i denti, se non implicasse miracoli di manipolazione, bellicosità e diplomazia, allora non sarebbe arte.

Non importa che cosa sia: scrivere, suonare, comporre, dipingere, mettere in scena, scolpire – non fa differenza, ma non è, non può essere, non deve essere una passeggiata per praterelli fioriti: è una truculenta, appassionante, faticosa, infinita, splendida battaglia. Non deve affatto essere facile: è arte.

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* Di cui per il momento Steno mi costringe a passarvi il link in questa maniera incivile: http://www.teawithmcnair.typepad.com/tea_with_mcnair/#tp