Storia&storie

Napoleone e il Parroco

Nap3Qualche anno fa mi capitò l’occasione di consultare e trascrivere dei registri parrocchiali di fine Settecento, in un villaggio qui vicino. Ero a caccia di informazioni dirette sul passaggio delle truppe napoleoniche dalle mie parti tra il 1796 e il 1797 – e, mentre la maggior parte dei parroci tagliò l’angolo all’arrivo dei Francesi, finii col trovar traccia di uno che non l’aveva fatto.

Nap2Don Francesco Doni non solo rimase bravamente nella sua parrocchia, ma annotò quel che accadeva nei suoi registri, tra una nascita, un matrimonio e un funerale: annotazioni, segnate da frettolose manicule,  e scritte in un curioso miscuglio di Latino ecclesiastico e quelli che dovevano essere ricordi degli studi classici di Don Doni*. La scrittura era scolorita e sbavata qua e là – grazie alla qualità dell’inchiostro e al clima men che asciutto delle mie parti – ma ancora ragionevolmente leggibile. NapArcole

E così lessi dell’attesa trepidante, dello stillicidio di notizie sull’avanzata inarrestabile dei Francesi – preceduti da una nomea di saccheggiatori violenti e miscredenti che spinse parroco e parrocchiani a tentar di proteggere il poco argento della piccola parrocchia. Nel villaggio, come altrove, ci si affrettò a redigere nuovi inventari che attribuivano a privati la proprietà di oggetti preziosi e opere d’arte – misura ingenua e destinata a rivelarsi del tutto inutile. Tale era la paura che, quando una ragazza diciassettenne del villaggio morì di malattia, la si seppellì in gran fretta e senza cerimonie… a quel punto i Francesi erano vicini: stavano assediando Mantova, a una decina di chilometri appena.

La grafia e le manicule di Don Doni segnavano un’agitazione crescente, man mano che gli invasori si avvicinavano. Alla fine arrivarono, e alcuni furono alloggiati nel villaggio. Ci scappò anche il morto – un cinquantenne locale che riuscì a litigare con i soldati per motivi sconosciuti, e ne ebbe tre colpi di sciabola (ensis, nell’aulica e precisa descrizione di Don Doni) in faccia, morendo dopo quattordici ore di dolorosa agonia.

NapReddition_de_MantoueMa quel che davverò abbatté il parroco, se dobbiamo fidarci della sua grafia viepiù disordinata e del linguaggio drammatico, fu la caduta di Mantova, nel febbraio del 1797, dopo mesi di battaglie e vani tentativi di rompere l’assedio. Alla fine gli Austriaci si ritirarono e i Francesi, che avevano lasciato il villaggio qualche settimana prima, tornarono e requisirono l’argento. Don Doni allegò al registro il breve inventario e un verbale in Italiano – notevolmente acido sul rifiuto dei Francesi di firmare una ricevuta. Nap1

Una piccola storia, alla fine – e senza la minima traccia della battaglia nel mio villaggio che stavo cercando di documentare… Eppure c’era un che di toccante nella prosa latina di Don Doni, viepiù colorita con l’incalzare degli eventi. Nel trovare in quelle piccole annotazioni la paura del parroco, la sua indignazione, il suo rancore e la sua afflizione. Per quanto ne so, dopo la caduta di Mantova se ne tornò a segnare nei registri nascite, morti e matrimoni e nient’altro. Forse la calata dei Francesi fu il solo momento della sua vita in cui Don Francesco Doni si sentì passare accanto la storia – e le sue annotazioni ne restituiscono un resoconto molto vivido.

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* No, non c’è modo di scriverlo senza che sia lievemente buffo – per cui…

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La Battaglia delle Battaglie – II Parte

Rieccoci qui. Waterloo, dicevamo. Waterloo di carta, precisa e dettagliatissima per Hugo, impressionistica e confusa secondo Stendhal. E fin qui, Waterloo francese, dunque. Ma in Inghilterra? Ebbene, in Inghilterra Napoleone ha lasciato una traccia profonda. Possono negarlo fin che vogliono, ma provate a guardare quanto è alta la colonna di Nelson a Trafalgar Square. Oppure provate a vedere quanta narrativa storica è incentrata sulle guerre napoleoniche… Noi oggi ovviamente ci concentriamo su Waterloo, e cerchiamo di attenerci (more or less) a quel che si trova di tradotto. E allora vediamo un po’…

WaterlooHeyerNon è della scuola Stendhaliana Georgette Heyer, che in An Infamous Army (in Italiano L’incomparabile Barbara) subordina la vicenda sentimentale tra Audley e Barbara (ispirata a Lady Caro Lamb) a una descrizione della battaglia così rigorosa e interessante al tempo stesso da essere stata per anni lettura obbligatoria per i cadetti dell’accademia militare di Sandhurst. Ms. Heyer, indipendentemente dal fatto che in Italia sia tradotta in genere così così e classificata come autrice di romanzetti rosa, era una romanziera storica di tutto rispetto, non aveva simpatia per la ricerca approssimativa di Thackeray, secondo cui i cannoni di Waterloo si potevano sentire fin da Bruxelles.WaterlooThackeray

Ma d’altra parte a Thackeray la battaglia interessava pochino dal punto di vista militare. Lui voleva l’impatto sulle vite dei suoi personaggi, le ironie del fato, le reazioni individuali. Così in Vanity Fair (La fiera delle vanità) la notizia arriva durante il celebre ballo, e tutti partono di corsa, e il fatuo George Osborne muore in battaglia lasciandosi dietro una vedovella adorante e ignara, e il fido Dobbin sopravvive, così come Rawdon Crawley, alla cui moglie, l’irrepressibile Becky, la vedovanza non sarebbe dispiaciuta poi troppo. A Thackeray interessano i suoi individui più che i destini continentali, e quindi il carattere di spartiacque di Waterloo varia alquanto in base alle aspettative di ciascun personaggio.

WaterlooDoyleDiverse sono le cose per l’irresistibile Gérard, il protagonista napoleonico di Arthur Conan Doyle, (qui e qui in originale e qui in Italiano): la battaglia diventa un’avventura molto personale quando il nostro spavaldo giovanotto s’impadronisce del cappello dell’Imperatore per distrarre nove ferocissimi cavalieri prussiani decisi a cambiare la storia a modo loro – ma persino l’egocentrico e vanitoso Gérard si rende conto di che terremoto stia accadendo tutt’attorno a lui – e, come spesso accade in questi libri, l’allegra avventura assume un vago colore amarognolo.WaterlooCornwell

E poi c’è l’avventura-avventura di Bernard Cornwell. In Sharpe’s Waterloo (non ancora tradotto, credo) Richard Sharpe si ritrova, dopo un pessimo inizio, a ricacciare indietro la Guardia Imperiale – e scusate se è poco. D’altra parte questo modo di reclamare per i propri personaggi fittizi l’una o l’altra azione chiave è una delle colonne portanti della narrativa storica. Basta vedere che cosa ne ha  fatto Susanna Clarke in Jonathan Strange & Mr. Norrell, il cui protagonista semieponimo, mago tattico di Wellington, sposta strade, villaggi e conformazione del terreno a beneficio degli Inglesi, ma soprattutto procura quella pioggia secondo cui, a sentire Victor Hugo, Napoleone avrebbe vinto.

E così siamo tornati all’inizio – e siamo tornati in Francia, perché è facile e piacevole immaginare che Ms. Clarke, leggendo questa frase di Hugo, abbia cominciato a domandarsi: e se non fosse piovuto? oppure, se la pioggia non fosse stata naturale? Il che fa di JS&MrN quasi una seconda generazione, una Waterloo di carta (parzialmente) ispirata da un’altra Waterloo di carta…

E questa è la punta dell’iceberg, perché ripeto: ci sarebbe molto di più, ma non in traduzione. Epperò è evidente già così, direi, che duecento anni più tardi Waterloo è ancora, nell’immaginazione generale e in quella degli scrittori in particolare, una di Quelle Battaglie.

guardando la storia

Ei Fu… in Ucronia

Molti anni fa – neanche moltissimi, pensandoci bene: nel 2001 – ho partecipato a un gioco promosso da Rai Radio Tre. Si trattava di una versione del celebre What If, in cui si stabilisce un’ipotesi ucronistica e poi ci si ricama sopra. Cosa sarebbe successo se, invece di X fosse successo Y?

Il gioco è affascinante, e ha intorno tutto un genere letterario, il cui maestro indiscusso è Harry Turtledove. Avete presente il suo Per Il Trono d’Inghilterra, in cui la Envencible Armada, anziché affondare ingloriosamente, conquista l’Inghilterra, e Shakespeare si ritrova invischiato in un intrigo politico letterario per rovesciare l’occupazione spagnola? Assolutamente fantastico. In Italia c’è La Saga di Occidente, in cui Roberto Farnesi ipotizza un’Italia in cui il Fascismo non è caduto. Affascinante serie di speculazioni.

Se parlo oggi di tutto ciò è perché nel gioco radiofonico di cui dicevo all’inizio, l’ipotesi era che Napoleone fosse fuggito dall’Elba negli Stati Uniti (e per dissennata che l’idea suoni adesso, c’erano fumosi piani in proposito e cospiratori intenzionati a metterli in atto). Come sarebbe cambiata la storia europea?

La mia ucronia cominciava così:

Napoleone raggiunge gli Stati Uniti dove, con sua somma delusione, si ritrova circondato soltanto da gruppi di bonapartisti alquanto velleitari e non troppo bene informati che agiscono in semiclandestinità, concionano di Ideali Rivoluzionari e, in un patetico tentativo di segretezza, si affannano a chiamare il loro ospite “Mr.Goodside”…

Napoleone non moriva più a Sant’Elena il 5 maggio 1821, ma nell’America del Sud, quindici anni più tardi. E Alessandro Manzoni dedicava all’avvenimento un’ode intitolata Il Quattordici Settembre:

Ei fu. Di guerra il fulmine

nel Messico lontano

si tacque. E rugge il tuono

che mosse la sua mano,

che il suo voler, mancando,

dietro di sé lasciò.

 

Dorme la spoglia immemore

nell’or di Montezuma.

Gloria, potere ed impeto

svaniro come bruma,

e ‘l due volte imperadore

il capo alfin posò.

 

E via dicendo per altre quindici o venti sestine – che non ho scritto. Però, se qualcuno avesse voglia di leggere l’intera storia, la può trovare qui.

cinema e tv · fenomenologia dello sbregaverze

Vagamente Imparentato

MSG non è celebre come altri suoi colleghi Sbregaverze in pantaloni, ma conta ugualmente una dozzina di adattamenti cinematografici e televisivi al suo attivo, a partire dal 1900 (anno, non secolo), quando doveva trattarsi di Sardou filmato. Per la maggior parte si tratta di produzioni francesi, ma ce ne sono alcune dal passaporto bizzarro, come il tedesco Napoleon und die kleine Waescherin (1920) e l’italo-portoghese, nonché ineffabilmente improbabile, Il Figlio di MSG* (1921). Don’t ask. Ci sono anche due produzioni USA, una del 1924, con Gloria Swanson, che si può considerare un film perduto, se è vero che tutte le copie sono svanite**, e quella che forse è la più celebre, del 1962, con Sophia Loren e Robert Hossein. Credevo che in anni più recenti la nostra Catherine fosse uscita di moda, ma apparentemente non è così. Almeno non in Francia, dove tra il 1974 e il 2002 ne sono state prodotte tre versioni, una delle quali con Annie Cordy (voce di Nonna Salice nella versione francese di Pocahontas***, amongst many other things).

Per una volta, YouTube mi delude, e non ho trovato granché da proporre, se non questa clip della versione USA del 1962, che è vivace e colorata, ma non ha molto in comune con Sardou… Però ha un buon ritmo.

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* Sì, uso l’acronimo perché non ho voglia di andare continuamente a caccia dell’accento circonflesso che andrebbe su Sans-Gène. Il giorno in cui qualcuno inventerà una tastiera multilingue, sarà sempre troppo tardi. O forse esiste già, solo che io non lo so?

** Curiosa scelta lessicale, svanite. Non è mia, però: presa tale e quale da IMdB. Vanished. Ho già voglia di scrivere una storia sulle copie di un film muto che spariscono una dopo l’altra…

*** Non so come so questo dettaglio, anche perché non ho mai visto Pocahontas in Francese, però sono certissima che è così. Una di quelle cose che restano impigliate tra i lobi del cervello, suppongo…

fenomenologia dello sbregaverze

Madame Sans-Gêne, lo Sbregaverze in gonnella

ptlavandiere_aa.jpgEbbene sì, ci sono anche le Sbregaverzesse. Quanto meno ce n’è una, e parliamo di Catherine Lefebvre, nata Huebscher, Marescialla di Francia, Duchessa di Danzica, meglio conosciuta come Madame Sans-Gêne.

Ora forse, bisognerebbe chiarire che MSG è esistita veramente, ma non si chiamava affatto così. La vera MSG era una sua contemporanea, una donna che si era arruolata in abiti maschili sotto il comando di Napoleone*, e che ha finito con l’essere quasi dimenticata, perché Sardou e Moreau hanno sottratto il sobriquet e l’hanno usato per il loro personaggio, che era ricalcato su Catherine Lefebvre. Morale, ci sono una vera-vera MSG e una falsa-vera MSG, e a noi interessa la seconda. Chiaro?

Comunque, sempre in era napoleonica siamo, e sempre in uniforme: Catherine, che faceva la lavandaia a Parigi (e a quanto pare aveva tra i suoi clienti uno squattrinatissimo tenentino còrso, tale Napoleone Buonaparte), sposò François Lefebvre, un bel sergente delle Guardie, e lo seguì al campo come vivandiera. Erano i tempi in cui un giovanotto cominciava con i galloni da sergente, e finiva con un bastone da Maresciallo, per non parlare di una corona ducale. Il tenentino còrso, che aveva fatto buona carriera a sua volta, e aveva la mania di distribuire titoli nobiliari, si tirò Lefebvre a corte, con la consorte al seguito. Ma, a differenza del resto della nuova nobiltà napoleonica, Catherine non aveva nessuna intenzione di fingersi diversa da quella che era: intelligente, sboccata, pronta di lingua e più franca di quanto fosse salutare, l’ex lavandaia non la mandava a dire a nessuno, men che mai alle sorelle dell’Imperatore, ed era una costante fonte d’imbarazzo per il marito, che tuttavia non volle mai sentir parlare di divorzio. Catherine aveva  a corte nemici (prime fra tutti Paolina ed Elisa, nées Bonaparte), estimatori (Tayllerand pare si divertisse moltissimo ad ingaggiare schermaglie verbali con l’abrasiva Duchessa) ed amici, il più importante dei quali era Napoleone in persona. Madame Sans-Gêne ripagò l’appoggio dell’Imperatore con una fedeltà a tutta prova, fino ai Cento Giorni, fino a Waterloo, e anche dopo.

marechale01.jpgFin qui la storia, e non è che Sardou e Moreau, una volta perpetrato il furto del nome, abbiano aggiunto granché. C’è un’amicizia con il Conte di Neipperg (ancor lungi dall’essere il secondo marito di Maria Luisa), le cui peripezie forniscono l’intrigo centrale della commedia**, insieme alle macchinazioni delle soeurs Bonaparte per imporre il divorzio al buon Lefebvre. La commedia è deliziosa, frizzante, vivace, e Catherine tiene sempre il centro della scena, prima lavandaia e poi duchessa, circondata da un profluvio di coprotagonisti, antagonisti e comprimari: l’elenco dei personaggi ne conta la bellezza di quarantotto, chi più chi meno vero. Napoleone è irritabile ma giusti; Paolina ed Elisa sono meschine; Lefebvre è coraggioso, geloso e un po’ ingenuo; Neipperg è del tutto privo di buon senso; Fouché è soave e sarcastico; Savary un idiota; Catherine è generosa, Catherine è imprudente, Catherine è sveglia, onesta nel profondo, leale e linguacciuta. Ed è una Sbregaverze. Appartiene alla varietà femminile della specie, e quindi non è del tutto identica ai suoi colleghi maschi, ma non c’è da sbagliarsi, cosa che ora procederò, siore e siori, a dimostrare scientificamente.

Ricordate quando abbiamo elencato in via preliminare le caratteristiche salienti dello Sbregaverze qui? Ebbene, ripercorriamole una ad una, per vedere come si applicano a Madame Sans-Gêne.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Ebbene, l’abbiamo detto: Catherine fa la vivandiera. Check.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. A parte la promozione a Duchessa, dovreste vederla, nel prologo, affrontare senza paura il tumulto delle strade parigine il giorno della presa delle Tuileries, e tenere testa alle guardie nazionali che vogliono frugarle casa e bottega! Così si fa, ragazza!

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Già detto. Sardou e Moreau ne fanno una specie di amica di gioventù di Napoleone, ma è probabile che fosse un po’ lo spaventapasseri della corte.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura. Catherine deve i suoi guai principalmente a due fonti: la sua boccaccia e il suo buon cuore. Rispondere a tono alle Bonaparte non è una buona idea; dare asilo a giovani aristocratici feriti nemmeno; difendere amici in disgrazia, idem come sopra. E tuttavia, Catherine è furba e coraggiosa a sufficienza da togliersi per lo più da sola dai guai in cui si caccia. O in alternativa, è talmente in buona fede che chi dovrebbe/potrebbe punirla ci rinuncia.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. Per dirla tutta, Catherine è molto più straightforward dei suoi colleghi maschi. Non rimugina, non alambicca, non strologa, non cerca vie traverse. Vuole qualcosa? Agisce per averla. Non vuole qualcos’altro? Si batte per evitarla. Qualcuno le sta sul gozzo? Lo dice candidamente (e pittorescamente). Also, Catherine non si fa vanto della sua neo-nobiltà, e non finge di disprezzare i titoli: essere duchessa le sta sul gozzo, piuttosto che altrimenti, proprio come lo strascico degli abiti da corte. E’ il sincero fastidio che si ha per un intralcio, non snobismo. Tutto molto, molto più semplice.

tomba-madame-sans-gene-.jpg* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. La Catherine storica ebbe quattordici figli, raggiunse la matura età di 83 anni ed è sepolta nel cimitero del Père Lachaise***. La Catherine della commedia è (prologo a parte) una donna matura che ricorda con nostalgia i tempi fiammeggianti della Rivoluzione e delle campagne militari, che rimpiange la sua lavanderia e il suo carro di vivandiera.

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Che cosa fa la fidanzata di un sanculotto, quando si vede piombare in bottega un contino austriaco ferito e braccato dagli amici del sanculotto stesso? Provate a indovinare. E quando lo stesso Austriaco, vent’anni dopo, ha di nuovo bisogno d’aiuto? Appunto.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Una volta a Corte, Catherine è una outsider in tutti i modi possibili, e lo è con gran gusto e allegria. Bisogna vederla dare la baia ai maestri di etichetta, alle principesse e ai duchi, compreso suo marito.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. No, questo no. Catherine s’infiamma quando le circostanze lo richiedono, e allora risponde per le rime, e si difende quando l’attacco merita risposta. Sennò fa allegramente spallucce. Se c’è qualcosa che Catherine non ha, sono i complessi. Il nome di Madame Sans-Gêne non sarà suo, ma le sta a pennello.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. lefebvre-2.jpgL’unico personaggio che potremmo considerare sidekick di Catherine è suo marito, il bravo, geloso, affezionato Lefebvre, ma ci discostiamo non poco dai canoni. Lefebvre non è un sottoposto adorante, però talvolta è la voce della ragione, e cerca di mediare tra Catherine e la corte. E’ anche, giusto per complicare un po’ le cose, l’oggetto dell’amore di Catherine. Oggetto ottenuto: a differenza dei suoi colleghi maschi, Catherine ottiene quel che vuole, anzi: ce l’ha fin dall’inizio.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. E sì, suvvia: buona, generosa, coraggiosa, astuta, piena di risorse, onesta, spiritosa, gaffeuse irreprimibile, retta e leale… come si fa a non voler bene a Catherine Lefebvre, duchessa-lavandaia?

Morale? Direi che ci siamo. Catherine fits the bill sotto la maggior parte degli aspetti, discostandosi dal canone solo là dove è una questione di pragmatismo: quando si viene al dunque, le donne sono più pragmatiche degli uomini, e questo è quanto. 🙂 E non è nemmeno bella. Sì, a teatro è stata incarnata da Réjane, al cinema dalla Loren, ma lei… visto il ritratto in cima al post? Ecco. Ci si può chiedere dove sia la malinconia di Madame Sans-Gêne . Non è triste, lei? Non ha aspirazioni inappagabili? Ne ha, ne ha… Ho detto, poco più sopra, che Catherine ottiene quel che vuole, ma forse sarebbe meglio dire che all’inizio ha quello vuole. Poi lo perde. A lei piace fare la lavandaia, ama il suo sergente così com’è, e se segue l’Armée è per restargli accanto. Non ha chiesto di diventare Duchessa, e certo non le piacciono le conseguenze. Rimpiange il mondo più semplice e più diretto in cui stirava camicie (senza farsi pagare dai tenentini còrsi), o distribuiva gamelle di zuppa tra le cannonate, e poteva dire quel che le pareva senza che nessuno la guardasse storto. Nella Rue Sainte Anne, Catherine è popolare ed apprezzata proprio per la sua franchezza e il suo candido coraggio. Non la vediamo sui campi di battaglia, ma possiamo scommettere che è la beniamina di tutti i soldati. Una volta a Corte, ogni gesto e ogni parola di Catherine sono intrisi di nostalgia per la semplicità e la libertà della sua giovinezza, libertà e semplicità che, e lo sa bene, non riavrà mai più. Catherine potrebbe essere un simbolo della Rivoluzione: la lavandaia diventata Duchessa. E non è felice. Ecco, quindi, la malinconia di Madame Sans-Gêne, che talora, quasi controvoglia, il Napoleone di Sardou mostra di condividere: bisognerebbe essere cauti con i sogni di gloria e le ambizioni. Una volta afferrato il premio, è tutto finito. Tranne, s’intende, la nostalgia, i rimpianti e la disillusione.

Volete vedere che, alla fin fine, è più fortunato chi il premio non lo afferra?

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* Capitava. Anche al di fuori dai romanzi. Si arruolavano facendosi passare per maschi, e alle volte mi domando dove avessero gli occhi i reclutatori… Ma è pur vero che quando c’è bisogno di gente non si va per il sottile. Lasciatemi citare, benché c’entri fino a un certo punto, Renée Bordereau, detta Langevin, soldato nell’Armata Cattolica e Reale di Vandea, di cui tutte le fonti, per qualche motivo, si affrettano sempre a dire che era brutta.

** Personalmente ho un’edizione BUR del 1961, quando ancora si italianizzavano i nomi di autori (Vittoriano Sardou ed Emilio Moreau) e personaggi (Caterina, Giuseppe e via dicendo). Traduzione vivace di Giacomo Falco. Il libro, trovato alla già citata Libreria Parnaso di Pavia, ha un ex-libris che recita così: Scampato all’alluvione del Ticino 7 novembre 1994.

*** Prima che qualcuno chieda: no, non ci sono statue. C’è solo la lapide riprodotta lì sopra.