grillopensante · teatro · Vitarelle e Rotelle

Sorprese

compleat female stage beauty, jeffrey hatcherAvete visto un film chiamato Stage Beauty? Ebbene, in principio c’era il play di Jeffrey Hatcher, che s’intitola Compleat Female Stage Beauty, ed è notevole*.

Siamo, dovete sapere, a Londra nel 1661, e il neo-restaurato Carlo II è andato a teatro per un >Otello messo in scena da una compagnia in voga. A sipario chiuso, per dir così, il capocomico Tom Betterton discute i regali commenti con la sua stella, Ned Kynaston, e un paio di ospiti…

BETTERTON […] E il Re mi dice: “Bravo, Betterton, bello spettacolo, brividi e spaventi, sabato torniamo a vederlo. Però vi chiedo: si può fare un po’ più allegro?” “Allegro?” dico io. “Sì,” mi fa Carletto, “Un filo più gaio.” E io m’inchino e gli faccio, tutto mellifluo: “Forse Vostra Maestà preferirebbe vedere una commedia?” E lui: “Oh no, assolutamente Otello – però fatelo allegro.” E io: “Be’, Vostra Maestà, c’è il fatto che Mr. Shakespeare finisce con Desdemona strangolata, Emilia pugnalata, Iago arrestato e Otello che si sbudella. Ci suggerite di cassare tutto quanto?” E lui dice: “Cielo, no! Fateli fuori tutti – solo, fatelo più allegro.” Che vuol dire una critica così?**

E mentre il diarista Pepys se ne esce con l’idea di non far morire Desdemona del tutto, è il Duca di Buckingham a centrare il punto, sostenendo che in realtà il Re ha espresso una teoria registica più che rilevante:

VILLIARS Vuole sorprese. È stato via, e i teatri sono stati chiusi per diciotto anni. Adesso è tornato, i teatri riaprono e che cosa trova? Tutto come allora. La poesia l’approva, le idee le approva, amore e morte e tragedia e commedia vanno bene  – però sorprendetelo!

E ci vorranno due atti prima che Kynaston, Betterton, il Re, la sua amante Nell Gwynne, le prime attrici donne, il pubblico, il Duca e Pepys giungano ciascuno alla propria conclusione in fatto di “sorprese”.

Ma il sugo della faccenda, per quanto riguarda la particolare questione delle sorprese, è già tutto lì, e non si applica soltanto alla regia: il Re non vuole storie diverse – why, non vuole nemmeno la stessa storia modificata***. Vuole la vecchia storia, raccontata in modo originale.iliade, compleat female stage beauty, strutture narrative, temi, narratologia

Perché in realtà la quantità di storie – di strutture – che si possono raccontare, dice Hatcher, è limitata. E infatti, ventotto o ventinove secoli dopo siamo ancora qui a raccontarci di gente che vendica amici caduti in battaglia, individui specializzati nell’ingannare spettacolarmente il nemico e donne per amor delle quali accadono guai su larga scala. Però abbiamo eliminato gli dei impiccioni, meschini e prepotenti, Elena e Briseide mute&passive e i grossi cavalli di legno imbottiti di soldati.

Non è affatto facile, e non è questione di rivestire le vecchie storie in abiti moderni. C’è una ragione se non tutte le regie d’opera attualizzate**** funzionano, e la si trova nel fatto che non basta eliminare scene dipinte, crinoline e pose da monumento in piazza… Il senso della faccenda risiede tutto nell’esplorarle daccapo, queste vecchie storie, e rigirarle per farne uscire significati nuovi. Significati rilevanti per noi – adesso.

eneide, compleat female beauty, jeffrey hatcherQuando George Bernard Shaw e Ursula K. Le Guin riscrivono l’Eneide, ciascuno dei due riprende la storia che Virgilio aveva a sua volta ripreso dai miti precedenti. Però Virgilio ne aveva fatto la celebrazione del fato di Roma, una grandezza così ineluttabile che nemmeno gli dei potevano opporsi, Shaw sposta tutto nei Balcani ottocenteschi per fare della satira sulla retorica della guerra e sulla “buona società”, e Le Guin esplora il punto di vista di una Lavinia che è molto meno un pegno politico di quanto si possa pensare…
Quando Robert Carsen sposta Die Walküre in un Novecento diviso tra paesaggi devastati dalla guerra e i cupi saloni di un’élite in disfacimento, ne fa una storia di conseguenze sfuggite a ogni controllo.

Quando uno scrittore a scelta conduce il suo protagonista attraverso un viaggio inziatico, non fa altro che riprendere una struttura che, nei suoi tratti essenziali, significa per noi quello che significava per la gente che ascoltò per la prima volta la storia di Ulisse…

Dopodiché, se è bravo, lo scrittore a scelta saprà intrecciare attorno alla struttura vecchia come le colline strati su strati di significato, e idee nuove, e sfumature inattese. Saprà girare il prisma in modo che prenda e rifletta la luce in angolazioni che prima non c’erano e che sono significative per i suoi lettori – adesso. Significative e sorprendenti, perché poi è di quello che si tratta. È quello che vuole il Re d’Inghilterra/lettore/spettatore/melomane: ritrovare la vecchia storia e trovarci dentro qualcosa che non si era aspettato di trovarci.

___________________________________________________

* Anche il film è tutt’altro che male, sia chiaro. Peccato che i ragazzi del marketing o abbiano pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in Love“. In realtà è anything but

** Traduzione mia.

*** Del che, tutto sommato, penso che riparleremo…

*** Orrida, orrida, orrida parola…

teatro

Mai Innervosire la Saggia Atena

odisseaBC’era una volta una piccola e allegra compagnia, che aveva in repertorio una riduzioncella teatrale dell’Odissea, e ogni tanto la portava attorno.

Quella volta che c’era, parve bello alla piccola e allegra compagnia di portare l’Odissea in un Villaggio Lontano Lontano, in occasione di un mercato romano rievocato piuttosto in grande. Peccato che, proprio quel giorno lì, la Regista avesse altri e improrogabili impegni, e decidesse di affidare la direzione della faccenda al suo Aiuto – namely la Clarina che, nell’occasione, doveva anche coprire un’assenza, recitando la parte della Saggia Atena.

Immaginatevi dunque la Piccola&Allegra Compagnia (henceforward PAC), che sbarca nel Villaggio Lontano Lontano, nel bel mezzo del mercato romano – e, per prima cosa, scopre di dover recitare nel bel mezzo di una caotica piazza, senz’altro palcoscenico che un quadrato di moquette. E il quadrato di moquette, di un rosso che interferisce con la navigazione aerea, è stretto tra la strada e una rumorosissima fontana e cosparso di orribili (e leggerissime) colonne di polistirolo dipinto.

Un po’ meno allegra di prima, la PAC studia ingressi e uscite, e si rifugia in un salone municipale. L’intento della Clarina è quello di fare una prova – magari anche due – per a) fissare i nuovi ingressi e uscite; b) far sì che la persona alla consolle si faccia un’idea. Una prova, magari anche due… Lo  sentite questo rumore? È l’eco del Fato Beffardo che sghignazza. E infatti, non appena prova a schierare le sue truppe in fila per tre, la Clarina scopre che mancano tre persone all’appello, di cui una centralissima e una inespertissima – e spaventosamente bisognosa di prove… Una rapida indagine telefonica rivela due dispersi nel traffico e un disperso tout court.

La Clarina ingoia la furia montante e prova a provare con la gente che ha, tra interruzioni continue e strilli all’indirizzo delle ancelle di Penelope, cui non par di dover fare altro che truccarsi come cubiste… In mezzo a tutto ciò, arriva Odisseo.Od3

“Sai,” annuncia, “abbiamo trovato una rastrelliera – e siccome abbiamo con noi, per puro, purissimo caso, le lance e i giavellotti del Somnium Hannibalis, abbiamo pensato di metterli in scena…”

“No,” taglia corto la Clarina. “Nemmeno per sogno. Davvero: non fatelo, perché…”

E in realtà c’è un’ottima ragione per non farlo, ma la spiegazione viene interrotta da richieste di chiarimenti e comunicazioni urgenti. Odisseo si allontana, la Clarina recupera per l’ennesima volta le ancelle, si cerca di riprendere una parvenza di prova.

Ed ecco arrivare il fido porcaro Eumeo, partner in crime abituale di Odisseo. “Sai che abbiamo una rastrelliera per le lance?” domanda con aria innocente. “Io dico che in scena farebbero un gran bel vedere…”

“No!” sbotta la Clarina. “Non potete mettere le dannate lance in scena, perché altrimenti…”

OdAtenaAnasEd è qui che le pecore smarrite arrivano, e bisogna ricominciare tutto daccapo, e non si fa in tempo a fare nemmeno un quinto di prova, e la Clarina si cambia al volo nel suo peplo arancione che pare una divisa dell’ANAS, ed è ora di correre in piazza. A questo punto la Clarina è già un po’ più che idrofoba, tanto che nessuno si azzarda a dirle che ha un occhio truccato per le grandi distanze e uno… no. Tuttavia Odisseo&Eumeo si azzardano ad avvicinarsi per un attacco a tenaglia.

“Perché non vuoi le lance in scena, Clarina? Un po’ di colore antico…”

“Sempre meglio di quelle colonne del cavolino sauté che ci hanno appiccicato…”

È un bene che gli sguardi non possano incenerire sul serio, perché altrimenti O&E sarebbero ridotti a un toast.

“Nnnnnno!” ringhia la Clarina. “Vi ho detto di no. Altrimenti quando…”

E di nuovo il Fato Beffardo interrompe nella persona del tecnico in prestito, che ha ogni genere di lamentele dell’ultim’ora, e la Clarina galoppa a fingere di dargli retta.

“Niente lance in scena!” ordina da sopra la spalla. Odisseo ed Eumeo fanno cenno di sì – e la Clarina (quale candore!) si illude che abbiano recepito e intendano agire di conseguenza.

Poi si comincia, ed è il disastro, perché i microfoni non funzionano se non per raccogliere ogni gorgoglio della dannata fontana, e nessuno ha pensato ad avvertire che alle quattro le campane suonano per cinque minuti solidi, e quindi occorre surgelarsi in posa mentre il vento abbatte le colonne di polistirolo una dopo l’altra… E comunque tutti e ciascuno sembrano avere obliato il concetto di entrata e di uscita, e Telemaco è ridotto a mimo da un malfunzionamento, e le ancelle vagano truccatissime e vaghe per la scena, e… e… e…

Homer, The Odyssey. Ulysses (Odysseus) killing the Suitors of his wife Penelope on the island of Ithaca Homer, blind Greek poet, c. 800 - 600 BCE, Trojan War, epic; illustration after Flaxman (Photo by Culture Club/Getty Images)

E poi giunge il momento in cui Odisseo si rivela con il suo terribile arco, e i Proci cominciano ad agitarsi in cerca delle armi, le armi, le armi per difendersi…

Ed è allora che l’affannata e furibonda Clarina le vede. Lì, in scena, in piena vista: sei lance, una spada e un giavellotto appoggiati alla maledetta rastrelliera.

L’hanno fatto, i delinquenti.

“Adesso,” pensa la Clarina, sull’orlo dell’autocombustione, “Adesso balzo in scena in tutta la mia gloria arancione, e punto un dito verso la panoplia. Ecco le armi, o Proci! grido. Armatevi e macellate Odisseo e il suo fido porcaro, che hanno osato disobbedire a me, la Saggia Atena! Adesso lo faccio – tanto, peggio di così…”

E ha già i muscoli tesi per balzare in scena… Ma poi il pensiero della Regista assente si affaccia prepotente, per non parlare del fatto che i Proci potrebbero gelarsi a guardarla basiti anziché agire. Il momento è perso e Odisseo stermina i Proci, beatamente ignaro di quanto sia stato sull’orlo di un finale alternativo. Il Destino Beffardo si rotola per terra in una crisi di cachinni.

E, se piace agli dei, giunge la fine – e gli applausi miserelli sono, francamente, più di quel che la PAC abbia meritato anyway.

Od2“È stato bello avervi qui,” mormora l’organizzatore, mentre la PAC raccoglie armi e bagagli (soprattutto armi) e si avvia verso casa  mogia e un po’ avvilita. Vale la pena di notare che tutti girano un po’ in punta di piedi attorno alla Clarina dalle narici frementi e dal singolo occhio dipinto…

E qui finisce la storia – ma ancora oggi la Clarina si domanda: che sarebbe accaduto se avesse ceduto all’impulso ardente e subitaneo e avesse dato all’Odissea un finale rivisitato? Dite la verità, non sarebbe stato epicamente pittoresco?

Salva

Salva

grillopensante · pennivendolerie

E Vedi Di Mentirmi Per Bene

Non è come se fosse la prima volta che ne parliamo, ma in questi giorni varie cose sono capitate a farmi rimuginare di nuovo sulla questione di arte & verità – che messa così suona terribilmente pretenziosa, ma abbiate pazienza mentre rimugino.

Varie cose, vi dicevo.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveUna è stata una discussione con un attore che, in occasione di una rappresentazione all’aperto, voleva assolutamente scagliare davvero la freccia di Ulisse – you know, quella che passa attraverso gli anelli di dodici asce in fila. Ora, a parte l’atroce pericolosità di scagliare frecce in direzione casuale in un luogo affollato, a parte il fatto che l’attore in questione, pur appassionato d’arcieria, dubito sia capace di centrare una dozzina di anelli, il mio punto era un altro*: non c’era affatto bisogno della freccia. Il suo mestiere d’attore non è scagliare frecce vere, bensì far vedere al pubblico una freccia che non c’è.

Come ha detto G. La Regista in un momento d’ispirata esasperazione: “Quello che voglio da voi è solo verità nella finzione!”

Perché quello che succede sul palcoscenico è, signore e signori, finzione dipinta con colori di verità. Non è vero nemmeno per un momento – se non dentro il cerchio disegnato dal buon vecchio patto narrativo: raccontatemi una storia e, per il tempo che voi impiegate a farlo meglio che potete, tutti fingeremo che sia vero.

Ma l’efficacia e la bellezza della rappresentazione non hanno nulla a che vedere con quanto c’è di vero nell’interpretazione degli attori o di autobiografico nel testo.

Ci siamo fin qui?

O quanto meno dovremmo esserci – ma è un fatto che molti, troppi lettori** sono divorati dall’ansia di quel che c’è di vero in ciò che leggono e, specularmente di identificare l’autore con quel che scrive. emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutive

Guardate Salgari che, per tutta la vita, ha millantato una captaincy di marina mercantile – mai conseguita, ma molto adatta all’autore di tante avventure marinare. “Navigò per sette anni… visitò quasi interamente tutti gli oceani,” recita la sua nota biografica nel catalogo dell’editore Cogliati per il 1898 – ed è tutto falso.

Questo rende per caso i romanzi di Salgari meno avventurosi o meno marinari? Ovviamente no, ma il grado e i viaggi fittizi, oltre ad appagare grandemente Salgari stesso, servivano al marketing editoriale, a sdoganare personaggio e libri. A tanti lettori, un Salgari terricolo sarebbe parso meno Salgari del supposto capitano di gran cabotaggio…

E per contro, leggete il guest post di Carlotta Sabatini su strategie evolutive, e le sue considerazioni amarognole su come sia facile essere etichettati in base a quello che si scrive – perché se si scrive narrativa erotica è chiaro che si è cattive ragazze, e se si scrivono romanzi storici è chiaro che si condividono i pregiudizi dei propri personaggi d’altri secoli. E quando voi provate a far notare che scrivere non consiste nell’aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla pagina, di sicuro qualcuno inizierà a guardarvi con qualche grado di disapprovazione. Perché se è vero che non condividete le superstizioni medievali del vostro narratore in prima persona vissuto nel XIII secolo, allora dovete essere bugiardi. Avete mentito. Avete ingannato il lettore.  

E a questo proposito, badate anche… ok, badate a tutto il post, perché è interessante e istruttivo – ma badate in particolare all’elenco delle motivazioni per cui si scrive, soprattutto la voce n° 2:

perché proviamo piacere (fidatevi, sono un’esperta) nel mettere delle idee nella testa degli altri, e giocarci, giocare con loro, attraverso quelle idee

E a dire il vero, anche se non sappiamo di trovarci gusto, anche se non ci consideriamo consapevolmente dei manipolatori***, è quello che facciamo: usiamo mezzi tecnici al fine di produrre un effetto nel lettore. È, se ci pensate bene, l’essenza del nostro mestiere di narratori, perché potremmo limitarci a dire che il nostro protagonista va in battaglia e ne esce vivo per miracolo, ma per quello basta il sussidiario di terza elementare. Da narratori, quel che facciamo è descrivere la battaglia attraverso gli occhi del nostro protagonista – completa di colori, odori, rullar di tamburi, deflagrazioni, urla, schizzi di sangue e quant’altro. E per farlo usiamo tecniche descrittive per far immaginare la battaglia al lettore nel modo più vivido possibile.

Mezzi usati per ottenere un effetto.

Manipolazione.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveNello stesso modo in cui un pittore manipola lo sguardo dell’osservatore con le linee, i colori e la prospettiva. Che diamine: l’occhio di cielo nella Camera Picta non è vero. Non c’è nessun putto arrampicato sulla balaustra, nessun cesto di verzura in bilico su un bastone… Vogliamo dire che Mantegna è un bugiardo manipolatore perché vuole che crediamo a una finestra circolare aperta sull’azzurro spazio e popolata di gente che guarda giù?

Però se uno scrittore dice questo genere di cose ad alta voce, si guadagna ulteriore disapprovazione – bugiardo e manipolatore…

Ma, chiedevo in un commento in coda al post di cui si diceva, se non si vogliono menzogne ben confezionate, se non si è disposti ad essere manipolati, se non si è pronti a farsi amabilmente condurre attorno, perché perché perché diavolo leggere narrativa, andare a teatro, andare al cinema?

Per passare il tempo, suggerisce sogghignando il padrone di casa – ed è una risposta legittima, seppure un nonnulla triste.

Ma mi vien da pensare che per passare il tempo siano ottimi anche il tennis, il piccolo punto, i francobolli e il ballo latinoamericano. O, se si è ansiosi di verità inadulterata, l’enciclopedia Treccani****…

A parte tutto il resto, non vi pare che ci sia qualcosa di sbagliato nel cercare affannosamente la verità nella narrativa che si fonda su un patto riassumibile in “E vedi di mentirmi per bene”? 

 

______________________________________

* Col che non voglio dire che non fossi preoccupata della possibilità di un omicidio colposo in scena. Lo ero eccome – solo che, essendo tutte, ma proprio tutte le mie meschinissime competenze in fatto di arcieria derivate dall’uno o dall’altro romanzo, è stato subito chiaro che in materia non avevo un briciolo di standing.

** Lettori e theatre goers, ma per snellezza parleremo di lettori.

*** Personalmente ci trovo un gran gusto e mi considero una manipolatrice per mestiere – ma si sa che sono cinica…

**** Niente battute, grazie. Sono certa che anche la Treccani possa sbagliare all’occasione – ma lasciatemi la mia ingenua fiducia nel fatto che l’estensore medio e sano di mente non estenda lemmi deliberatamente menzogneri e manipolatori.

teatro

Lo Spirito Del Bardo Alla Clarina

E poi ci sono volte, o Clarina, in cui nemmeno io ci posso fare nulla – con tutto che sono lo Spirito del Bardo. E allora è inutile che tu mi supplichi di tenerti la man sul capo, o che tu indossi e cincischi in continuazione la Life of Shakespeare in miniatura che ti fa da portafortuna teatrale…

Sono lo Spirito del Bardo, o sciagurata ragazza, mica un incrocio tra Santa Rita e Superman!

Quel che posso fare è esprimermi per via di segni – e devi ammettere che non li ho fatti mancare. Di tutto è capitato in questo giro di prove: incidenti, litigi, forfaits, spostamenti d’orario, sostituzioni avventurose, assenze,  incomprensioni, date incerte, compensi dimezzati, ruzzoloni da autoveicoli adibiti al trasporto di vegetali, raffreddori, allergie, dubbi degli organizzatori, psicodrammi di varia natura… praticamente vi stavo abbattendo uno per uno… che potevo fare di più – a meno di ricorrere all’omicidio?

Una compagnia appena più assennata avrebbe colto lo hint e trovato una scusa per defilarsi. Ma no, voi no. Avete persistito con l’inscalfibile pervicacia di un branco di lemming – e non venirmi a dire, o Clarina, che non è colpa tua. Quando la sapiente Atena ha dovuto rinunciare, non hai forse accettato di coprire il buco? E quando siete rimasti senza la fida nutrice Euriclea a tre giorni dalla rappresentazione, non sei stata forse tu a suggerire una soluzione di ripiego che prevedeva, of all things, del playback?

Per cui, quando domenica mattina ti sei ritrovata nel bel mezzo di una piazza assolata, davanti a un tappeto di un rosso che interferiva con la navigazione aerea, circondato da colonne doriche di polistirolo e appoggiato contro una rumorosissima fontana, avrei anche potuto commuovermi davanti al tuo sgomento. Avrei potuto – ma non l’ho fatto perché, o insensata creatura, eri colpevole quanto e più degli altri.

E poi, se anche mi fossi commosso, che avrei potuto farci?

Che avrei potuto fare mentre rinegoziavi entrate, uscite e movimenti con metà del tuo cast? Che avrei potuto fare mentre l’altra metà del tuo cast tardava, tardava e tardava per i più svariati motivi? E, bada bene, non solo gente veterana ed esperta, ma anche qualche nuova leva disperatamente bisognosa di un’ultima prova?

Che poi, diciamocela tutta: tu per prima eri disperatamente bisognosa di un’ultima prova, perché avevi ereditato il ruolo da poco, perché eri nervosa come tre gatti in un sacco, perché c’erano treni merci di cose che volevi sistemare, perché continuavano a chiederti perché non volevi le lance in scena, perché alcune fette dello spettacolo non erano mai state provate – ma proprio mai, non una singola volta…

E che avrei potuto fare mentre chiosavi un copione annotato a beneficio della persona fortunosamente reclutata per badare alla musica – visto che tu, essendo in scena, non potevi occupartene?

E che avrei potuto fare quando, finalmente riunito il cast nell’aula consiliare del locale municipio (of all places…) ha avviato uno stracciolino di prova, se così vogliamo chiamarla, e le tre fanciulline che facevano le ancelle di Penelope continuavano a sgusciare via appena le perdevi di vista per andare a truccarsi in bagno?

E a questo proposito, chi l’avrebbe detto che, anatrella che non sei altro, sapessi come si fa ad amministrare una sfuriata? È proprio vero che l’ira della gente che si arrabbia di rado fa più effetto… Ammetto che è stato divertente vedere come tutti ti giravano attorno in punta di piedi, dopo.

E tu continuavi a cincischiare il tuo ciondolo shakespeariano, ma ripeterò ancora una volta: che potevo farci?

Lo Spirito del Bardo non ha controllo sull’affluenza agli spettacoli. Non è colpa mia se c’erano quattro gatti seduti sulle sedie (pochine) che i municipali avevano disposto al di là della strada. Né è colpa mia se, sulla strada lasciata libera, la gente seguitava a passare a piedi e in bicicletta, mangiando il gelato e facendo conversazione… Non sono, o Clarina, un vigile urbano.

E a proposito, ti sei accorta che avevi un occhio molto più truccato dell’altro? Ma forse nessuno se ne è accorto. Forse erano tutti ipnotizzati dall’arancione vivido del tuo peplo. Atena, la dea dell’ANAS. Che poi, a dire il vero, una volta visto sul tappeto rosso, quasi non si notava nemmeno quello…

Ma non divaghiamo, non divaghiamo.

Lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sulle campane. A nessuno era passato per il capo di avvertirvi che alle cinque in punto le campane avrebbero cominciato a squillare con gaio abbandono sopra le vostre teste – continuando per non meno di cinque minuti, mentre tu cercavi d’impedire ai tuoi attori di cercar di farsi sentire lo stesso…

Probabilmente è stata una buona idea ricominciare daccapo. Anche se il vento e l’acqua…

Ma si capisce che lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sul vento che soffia nei microfoni, né sul chioccolare delle fontane – che i microfoni stessi raccolgono con micidiale sensibilità. E parlando di microfoni, no: lo Spirito del Bardo non ha un briciolo di controllo nemmeno sui fonici che si prendono su e vanno a passeggio durante gli spettacoli, e meno ancora sugli archetti che non funzionano, trasformando Telemaco, Demodoco, la spudorata Melanto e, a tratti, anche la sapiente Atena, in mimi a tutti gli effetti pratici.

Per non parlare delle colonne doriche di polistirolo che rotolano come birilli alla minima provocazione… oh, non te n’eri accorta? Sì, forse eri in scena, quando è successo alle tue spalle. Due volte. I tuoi le hanno rincorse e rialzate. E non so se vuoi sentirtelo dire, ma è stato spassosissimo. E, ça va sans dire, anche su questo lo Spirito del Bardo non ha controllo.

Sui tuoi attori che, incuranti dei tuoi cenni frenetici a bordo tappeto, sbagliavano un’entrata e un’uscita dopo l’altra e recitavano da un pochino a orribilmente al di sotto delle loro possibilità, avresti dovuto avere più controllo tu.

Vero: non avevate provato abbastanza, e c’era troppa gente nuova, e avevate dovuto modificare troppe cose all’ultimo momento – ma lascia che te lo dica, o ragazza: non è che aveste proprio sempre l’aria di sapere quel che facevate.

Oh, e le lance.

Avresti potuto anche aspettartelo: a M. & C. (associazione a delinquere) le lance in scena piacevano proprio tanto – no matter che tu avessi detto di no, no e no. Per cui i Proci che cercavano disperatamente le armi e le avevano bene in vista sono riusciti più che un po’ buffi. E sì, so che, avendo ripetuto più e più volte che non volevi lance in scena ti aspettavi che non ci fossero lance in scena, e so che te ne sei accorta solo al momento fatidico, con un tuffo al cuore…

Di nuovo, avrei potuto commuovermi – ma non l’ho fatto. Serves you right. Così impari a dare per scontato che la gente faccia quel che dice la regista supplente…

E quindi sappi, o Clarina – ma direi che lo sai già – che i pochi applausi che avete preso erano più di quanto meritaste. Credo che il pubblico si sia intenerito un pochino per la combinazione di débacle fonica e campane. Quelle, dopo tutto, non erano colpa vostra.

Il resto sì.

Per cui, alla fin fine, tutto quello che puoi fare di questa esperienza raccapricciante è trarne insegnamento. Si spera che tu e la compagnia tutta abbiate imparato che a volte, se è appena possibile, è il caso di dire di no. Che chiunque abbia detto che Lo Spettacolo Deve Andare Avanti si sbagliava. Che quando non si è pronti non si è pronti. Che non si può sempre far conto sui miracoli dell’ultimo istante.

Che quando lo Spirito del Bardo si danna a far piovere segni inequivocabili, forse è il caso di dargli retta.

E sì, tu l’avevi detto, e non una volta sola, ma è chiaro come il giorno che non l’hai detto con sufficiente energia, non credi? E sperando che, se non è stato piacevole, sia stato almeno istruttivo, prende congedo e ti augura giornate con meno travasi di bile,


Lo Spirito del Bardo