Shakeloviana

Shakeloviana: (La Morte Di) Kit Marlowe

Scoperta recente – recentissima.

RixeOgni volta che credo di avere esaurito i plays in materia, ne salta fuori un altro… Questa volta, in realtà due in uno – anche se uno non è un play. Ma andiamo con ordine.

Per cominciare, Kit Marlowe’s Death, play in un atto di William Leonard Courtney, pubblicato nel 1908, ma scritto prima. Millenovecentootto significa prima di Leslie Hotson, l’uomo che, scoprendo le carte dell’inchiesta a Deptford e del processo a Ingram Frizer, chiarì dinamica, attori, bizzarrie e improbabilità varie della morte di Marlowe.

Scrivendo prima di questo spartiacque, Courtney aveva un nome – il più mal-trascritto che misterioso Francis Archer – e la tradizione spuria di quello che in altre circostanze si sarebbe chiamato un delitto passionale. Così creò Nan, la dolce cameriera di taverna, e un Archer locandiere, geloso e seccante.

La trama è semplice. Archer, vedovo bilioso e collerico, sposerebbe volentieri la sua giovane cameriera Nan – ma lei non ci sente. È innamorata di uno scavezzacollo di poeta, il celebre Kit Marlowe – che le è sì affezionato, ma ha la testa persa dietro cose più grandi dell’amore di e per una ragazzina di campagna. È il 30 maggio del 1593, e Kit arriva alla locanda con un paio di altri poeti, l’attore Ned Alleyn e il mecenate e amico Thomas Walsingham – ma ci arriva di umor cupo. Non aiuta che i suoi amici gli leggano pezzi del “testamento” di Robert Greene, in cui gli si dà dell’ateo e gli si prospettano terribili punizioni…

Sì, lo so – anch’io, se avessi un amico poeta e umorale, cercherei qualche altra cosa da leggergli, ma in questo play molto si basa su presagi, presentimenti e visioni. Avete presente il senno di poi, quello di cui son pieni i palcoscenici? Ecco. Per cui Kit ha questa vaga impressione di avere già vissuto quel che c’era da vivere, eccetera eccetera. Ed è anche profeticamente certo che un brillante futuro attenda non tanto lui, quanto quel nuovo arrivato, Will Shakespeare da Stratford. Dalle paturnie si riscuote un pochino quando una sconsolata Nan gli annuncia che sta per cedere alle pressioni matrimoniali di Archer. Giammai! Piuttosto che lasciare la semplice ma poetica creatura nelle mani del locandiere, è disposto a sposarla di persona – intanto per finta, con Alleyn che interpreta il sacerdote, e poi si vedrà. Er… sì. Quando Archer irrompe furioso e armato, non sappiamo biasimarlo del tutto, vero? Ma poi volano le coltellate, Kit la prende nelle costole e muore proclamando la bontà delle sue intenzioni verso Nan e qualche rimpianto per una vita mal spesa. Sipario.

No, non è granché. Gonfio e magniloquente, dominato da un Marlowe tanto profetico e maudlin da essere irritante. Dalla sua, però questo play ha un’idea originale e ragionevolmente interessante. Quando Ned Alleyn insiste per avere un altro di quei ruoli che conquistano il pubblico, Kit rivela che sta scrivendo qualcosa di nuovo: Tito Andronico, che ovviamente resterà incompiuto e finirà per le mani di quel certo provinciale, Will Shakespeare… Considerando quanto “poco Shakespeariano” sia parso per secoli il violentissimo TA, l’idea ha il suo genere di fascino.

E siccome un’opera ci mancava, sono lieta di comunicarvi che da questo play fu tratta anche un’opera – musica e libretto di Herbert Bedford. La musica apparentemente è introvabile, ma il libretto no – e bisogna dire che è peggio del play. Legato alle necessità musicali e narrativamente più semplici del teatro d’opera, Beford sfronda diversi personaggi e il Tito Andronico, infila un balletto del tutto gratuito e (come resistere?) Come live with me and be my love. Aggiungeteci una Nan cassandresca e grandiloquente e un Marlowe innamorato e nient’altro, dei versi ancor più purpurei e legnosamente pseudoelisabettiani della prosa di Courtney, e il disastro è completo. È possibile che la musica riscattasse il libretto, ma non ci giurerei. In my experience, se un’opera lirica esce da tutti i repertori, di solito un motivo c’è. E quindi l’opera l’abbiamo – ma non riesco a credere che sia una meraviglia.

E a questo punto forse no – ma se per caso vi fosse rimasta qualche voglia di leggere il play, lo trovate qui, parte della raccolta Dramas and Diversions, courtesy of the Internet Archive.

 

 

commercials · musica

Opera… Ma Non Troppo

Ecco, avevo programmato per questa mattina un post con il piccolo video domenicale…

Ma naturalmente non c’è verso e non c’è modo.

Il dannatissimo blog si è mangiato la programmazione e, già che c’era, anche il video…

Per cui, se lo volete vedere, dovrete andare qui.

E io intanto mi rodo il fegato, perché le cose, anziché migliorare, peggiorano di giorno in giorno.

Buona domenica a tutti.

angurie · musica

Tutte Le Grandi Opere In Dieci Minuti

Premessa: ho avuto un mentore melomane mentre crescevo, ho passato una ventina d’anni della mia vita ascoltando opera, leggendo di opera, girando Italia ed Europa per andare all’opera e in via generale adoro l’opera, per cui sì: sono pienamente consapevole del sacrilegio che Kim Thompson ha compiuto e io sto avallando. 

E tuttavia…

Spero che apprezziate la difficoltà insita nel crescere come sono cresciuta io e conservare un sense of humour in fatto di opera…

Buona domenica.

musica

I Pescatori Di Perle

A quanto pare, negli Anni Novanta in Francia uscì questa collezione di video d’opera – non le opere intere, ma le storie raccontante con i brani più celebri. Una faccenda à la Baricco, per capirci. Oppure Baricco faceva faccende à la Opéra Imaginaire.

Ad ogni modo, ecco a voi Les Pêcheurs de Perles*, di Bizet. Nicolai Gedda ed Ernest Blanc cantano Au fond du temple saint – che fa sempre un bel sentire – e una delicata animazione riesce a far sembrare quasi sensata la storia. Quasi, perché il libretto è di un’inconsistenza notevole persino per gli standard del genere – al punto che dell’opera esistono varie versioni, a riprova di più tentativi di dare un’ombra di credibilità drammatica all’insieme.

Oh, e da qui non si capisce – ma non vi stupirete se vi dico che le necessità drammatiche implicano la morte del baritono, pugnalato da uno dei pescatori cui ha messo a fuoco il villaggio per creare un diversivo**. Ma a voi non dispiace la maniera in cui tutti all’opera si aspettano che il baritono muoia/si faccia da parte/si penta/parta per le Americhe/si sacrifichi variamente per consentire al soprano di convolare con il tenore?

Oh well.

Buona domenica.

_____________________________________________

* Sono indecorosamente soddisfatta perché, tentando uno shortcut a caso, ho imbroccato al primo colpo la e con l’accento circonflesso. Per la cronaca, Alt + 0234. No, così…

** Ammetto che, se fossi un pescatore di perle, forse vorrei pugnalare il baritono che mi ha incendiato la capannuccia con vista mare per far scappare il tenore e il soprano. Tanto più che tenore e soprano li aveva denunciati lui in un momento di furia gelosa… Still, povero Zurga.

grillopensante · musica

Tenori? No, Grazie

Prima una segnalazione di servizio: leggete il post odierno di Davide Mana sul blog strategie evolutive*. A dire il vero, fareste bene a leggerli spesso, i post di Davide, ma oggi si parlerà di fenomeni sociali e fenomeni culturali – indulgendo a un prurito scatenato da questo post. Credo che Davide tenda a postare nel corso del pomeriggio, per cui recatevici verso sera, magari. Ne riparleremo anche qui.


Detto questo, se non vi dispiace, oggi parliamo di tenori.


“Che cos’hanno i tenori, in fondo, a parte gli acuti?” chiede il booklet di questo disco, No Tenors Allowed, e procede a dimostrare che bassi e baritoni sono tutta un’altra musica.

 

Il disco è una gioia da ascoltare, con Thomas Hampson e Samuel Ramey in gran spolvero e una scelta di duetti quasi completamente felice (personalmente avrei potuto fare a meno di Un Giorno di Regno), e anche il booklet comporta una certa quantità di soddisfazione se si è di quelli che non riescono a simpatizzare con il Tenore, a nessun patto.

 

Voglio dire, so che la solidità narrativa del libretto non è precisamente una priorità, ma prendiamo il Tenore ottocentesco medio: nella maggioranza dei casi, l’infermità mentale resta l’ipotesi più benevola. Ovviamente non parlo dei cantanti, ma dei personaggi, che per psicologia, motivazioni, complessità e sfumature riescono quasi sempre ad essere il buco drammaturgico del libretto, e che tendono a suggellare il proprio destino con atti di una stupidità epica.

 

C’è il Trovatore, bandito, fuorilegge, ladro di fidanzate altrui, che invece di far liberare la mamma zingara dalla masnada che comanda, va a cacciarsi di persona nell’ovvia trappola, cantando “Di quella pira”; c’è Foresto, capace solo e soltanto di mugugnare perché Odabella, catturata da Attila, se ne resta prigioniera, salvo respingerla con sdegno ogni volta che lei trova il modo d’incontrarlo; c’è il Principe Calaf, che due minuti scarsi dopo avere visto Turandot da lontano, decide che ha sofferto troppo per amore, e quindi si getta nell’impresa suicida, abbandonando il vecchio babbo cieco e bisognoso, appena ritrovato in mezzo alla folla (per non parlare della fulminea prontezza con cui perdona alla principessa l’assassinio preterintenzionale di Liu). E che dire di Don Carlo, così ansioso d’informare il Re suo padre che il defunto Marchese di Posa  si era accollato colpe non sue solo per salvare lui, Carlo? Peccato che, una volta svelato l’arcano, Carletto torni ad essere (comprensibilmente, se lo chiedete a me) sulla lista nera del Re, col risultato che il Marchese ha preso una fatale archibugiata nelle costole per nulla.

 

E in tutto questo, che fanno bassi e baritoni? Dipende: il Conte di Luna (Baritono) si barcamena tra instabilità politica, amore non corrisposto e vendette personali, finendo coll’uccidere involontariamente il fratello perduto che aveva cercato per tutta la vita; Attila (Basso) comanda un’orda, distrugge Aquileia, respinge con sdegno un’alleanza disonorevole, ed è così carismatico che nessuna donna che non fosse costretta dal libretto lo scarterebbe a beneficio di Foresto; Re Timur (Basso) sopporta con dignità i colpi della sorte e si affanna per le intemperanze del figlio dissennato; il Marchese di Posa (Baritono) esita tra i doveri dell’amicizia, il destino dell’umanità, e un vecchio re pronto a fidarsi di lui, riuscendo solo a produrre conseguenze tragiche per tutti; e Re Filippo, ah, Re Filippo deve vedersela con le Fiandre protestanti, una moglie (forse) infedele, l’Inquisizione feroce, i cortigiani sicofanti, un figlio mentecatto, la solitudine della corona, il tradimento di un giovane amico, e il fantasma di suo padre, e scusate se è poco.

 

Insomma, il Tenore sarà anche l’eroe eponimo, ma spesso è una figura bidimensionale che fa cose mortalmente stupide. Da un punto di vista narrativo, molti Tenori sembrano avere una funzione sola: innescare situazioni della trama in cui si esplicano i ben più complessi e convincenti conflitti che tormentano Bassi&Baritoni… E siccome si parla di librettisti diversi e fonti letterarie di provenienza diversa, temo di doverne concludere che il ruolo di “primo amoroso” sia stato lungamente abbandonato a una caratterizzazione sommaria.

 

Tenore: tizio provvisto di acuti, di un cervello sommariamente equipaggiato e di (almeno) un soprano determinato a sposarlo, per motivi non sempre comprensibili.

________________________________________________

* Sic, sic, sicchissimo. Dietro specifica richiesta dell’autore. Sono stata amichevolmente redarguita una volta per avere usato le maiuscole e non lo faccio più…

grillopensante

Storie nelle Storie

Siccome ieri sera sono andata a vedere e sentire (ho sempre difficoltà a scegliere il verbo giusto per l’opera) Thomas Hampson che cantava l’Evgeni Onegin di Tchaikovskij, si discuteva se si tratti o meno di una storia di presunzione punita.

Sì, naturalmente, perché Evgeni – per ennui o poco meglio – rifiuta con supponenza l’amore della giovane e ingenua Tatjana quando la conosce in campagna, ma poi, ritrovandola maturata, raffinata e principessa a Mosca, è lui a innamorarsi e lei a rifiutarlo. Evgeni capisce troppo tardi che sono proprio le qualità della ragazzina di campagna a fargli amare la principessa, ma lei adesso è la moglie leale di un altro uomo. Per cui sì: lui si credeva molto dappiù, ed è punito con perfetto contrappasso.

“Ma come, non è una storia d’amore, allora?”

Ecco, è questo il punto. l’Onegin è anche una storia d’amore, anzi, più d’una considerando anche Olga e Lenskij; ed è anche una storia di amicizia (Evgeni e Lenskij), di rimorso, di peso delle convenzioni sociali, di rinuncia, di maturazione, di occasioni perdute…

Le buone storie tendono a non essere mai storie di una cosa sola. La complessità che fa di una storia un piccolo mondo nasce dalla stratificazione di temi diversi e correlati, dall’incrociarsi e ostacolarsi (più o meno volontario) degli scopi contrastanti di diversi personaggi, e dal modo in cui ciascun aspetto illumina o modifica parzialmente gli altri.

Il povero Lenskij è un poeta e sogna un idillio campagnolo con Olga, la sorella allegra di Tatjana. Nel primo atto Evgeni non sa troppo bene che cosa vuole, ma la sua annoiata vaghezza di propositi finirà per scontrarsi tragicamente con il sogno di Lenskij. Tatjana, considerata una specie d’intellettuale da amici e vicini, appare ad Evgeni come il prototipo della piccola provinciale cresciuta a romanzi. Il fatto che Evgeni incarni l’uomo ideale che Tatjana ha atteso e sognato rende ancora più amaro il gelido rifiuto di lui… E via dicendo, in un continuo intersecarsi di prospettive. Ed è questo che fa dell’Onegin una buona, soddisfacente, ricca e commovente storia.

Non tutte le storie complesse sono necessariamente belle, ma di sicuro una storia di cui, alla domanda “di che cosa parla?” si può rispondere con una parola soltanto, faticherà molto di più a catturare il cuore del lettore – e a tenerlo prigioniero.

 

blog life · scrittura

Prossimamente Su Queste Pagine

Dunque, la fine dell’anno si avvicina e si fa tempo di buoni propositi. La prima cosa che mi viene in mente è che mi è piaciuto molto fare la Fenomenologia dello Sbregaverze, e chissà, magari si potrebbe pensare a qualche altra serie di post a tema. Qualche ideuzza ce l’avrei.

Ci si potrebbe occupare, per esempio, di Scrittori e Città, del modo in cui un dato scrittore incarna lo spirito di un dato posto in una data epoca. Oppure di Malvagi Letterari… posso confessare di avere sempre avuto un debole per i Vilains, sia nei romanzi che all’opera? Così come mi sono sempre piaciuti i Sidekicks, quella gente messa in ombra dal protagonista, quelli che l’autore non preferisce. Anche i Romanzi per Fanciulli si prestano: da un lato l’allegra e criminale noncuranza con cui certi classici finiscono nelle biblioteche scolastiche (o sono consigliati in libreria a donatori ignari), e dall’altro l’altrettanto criminale spirito con cui si scrivono libri per l’infanzia. E che dire di quei Falsi Storici prodotti dalla letteratura ad uso propagandistico? Poi non prometto di trattenermi indefinitamente dallo scrivere di opera, non foss’altro che per il sublime nonsense scaturito dal combinare musica meravigliosa e libretti scritti nel modo più dissennato…

Hm, sì. Dopo tutto non credo che mi annoierò particolarmente, nell’anno nuovo.