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Ricapitolando…

E mi rendo conto  solo adesso – tempo di bilanci and stuff – che all’inizio del Ventuno non ho fatto propositi pubblici. Nemmeno l’ombra, né qui né su Scribblings…

Qui addirittura avevo iniziato l’anno rimuginando cupamente su come e perché avessi rinunciato a un concorso importante sull’Isoletta. Gloomy, nevvero? Niente propositi – e una rinuncia… Continua a leggere “Ricapitolando…”

scribblemania · scrittura

Piccolo Bollettino di Maggio

Oh, guardate: un Piccolo Bollettino! Da quanto tempo non scrivevo un PB di alcun tipo…? Un tempo c’erano i Piccoli Bollettini Notturni, i Piccoli Bollettini Soddisfatti, all’occasione i Piccoli Bollettini Furibondi…

Well, never mind. Questo è un Piccolo Bollettino di Maggio – giusto per vedere come stanno andando le cose. Continua a leggere “Piccolo Bollettino di Maggio”

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Una storia al giorno – di nuovo

Ricordate #StoryADay, Julie Duffy e le 23 storie in 31 giorni?

Una di quelle sfide internettiane, dicevamo l’anno scorso – la cui versione completa richiederebbe di scrivere ogni giorno la prima stesura di un racconto, per tutto maggio. Però poi in realtà si è invitati a stabilire le proprie regole – perché l’idea non è quella di affondare nelle sabbie mobili di un obbiettivo irragionevole, ma piuttosto quella di spingersi “oltre”. E converrete tutti che “oltre” può essere una faccenda molto, molto soggettiva… Continua a leggere “Una storia al giorno – di nuovo”

gente nei guai · scrittura · Vitarelle e Rotelle

Ancora Gente nei Guai

E così lunedì scorso abbiamo terminato la prima edizione online di Gente nei Guai, il mio corso di scrittura narrativa.

Mi dichiaro molto soddisfatta. Con la mia mezza dozzina di partecipi e bravissime allieve abbiamo esplorato principi narrativi, discusso di massimi sistemi applicati alla narrativa – e narrativa applicata ai massimi sistemi – dissezionato storie classiche, giocato con l’arco aristotelico e ogni genere di conflitti, immaginato personaggi, coltivato idee e trame, sperimentato, offerto mutuo incoraggiamento e soprattutto, si capisce, abbiamo scritto.

Dal mio punto di vista è stato interessante e stimolante – e i commenti delle allieve sono stati molto positivi.

Il mezzo… well, yes – Zoom non è come incontrarsi una volta la settimana, starsene seduti nella stessa stanza, discutere e scrivere insieme… Ovviamente non è la stessa cosa. Però è più semplice dal punto di vista logistico, annulla le distanza (un’allieva si collegava da Milano, un’altra da Verona…), e permette comunque un buon grado d’interattività. Una chat dedicata su Whatsapp e la posta elettronica per dispense ed esercizi fanno il resto.

Per quanto mi riguarda, direi che l’esperimento è riuscito, e Gente nei Guai 2.0 si è rivelato un sentiero felicemente percorribile.

Tanto che ho ogni intenzione di ripetere. Cominciando dal 13 aprile, per otto martedì.

Siete interessati a esplorare con me i meccanismi della scrittura narrativa? Conoscete qualcuno a cui l’idea potrebbe interessare? Trovate una certa quantità di informazioni – e un form per chiederne altre, se volete – sulla nuova pagina dedicata

scrittura

Gente nei Guai – un corso di scrittura

Parlando con C. mi è albeggiata in mente una cosa: sono secoli che non propongo Gente nei Guai, il mio corso di scrittura narrativa. E mi è albeggiato in mente anche questo: se lo rifacessi? Online?

Partendo dal presupposto che gli ingredienti fondamentali di ogni storia siano il conflitto e i personaggi, Gente Nei Guai propone una serie di teorie, principi, tecniche ed esercizi – strumenti per imparare a maneggiare gli elementi base della narrazione scritta.

L’idea è quella di otto incontri in cui esploreremo i misteri della struttura drammatica e del conflitto narrativo; costruiremo personaggi, li faremo agire e parlare; passeggeremo dietro le quinte della scrittura e analizzeremo i Grandi all’opera; passeremo al setaccio la pubblicità delle macchine da caffè e impareremo a misurare la tensione delle storie, delle scene e dei dialoghi…

In video-conferenza, una volta la settimana in orario serale.

Che ne dite? Se siete interessati, qui c’è la brochure, e per informazioni o adesioni, potete contattarmi qui.

 

 

scrittura · teatro · Utter Serendipity

Segni del Destino

Ieri sera ho ricevuto in regalo un segno del destino.

Un regalo di compleanno – poi ci si sono messi in mezzo il virus, l’Africa e cose così – composto di due parti: il numero di Topolino uscito tre giorni dopo la mia nascita (perché P. è il tipo di persona che ha questi pensieri deliziosi e whimsical) e poi… il segno del destino.

E il segno del destino è una versione a fumetti di Lord Jim. Opera di Fabio e Stelio Fenzi, supplemento a il Giornalino del 4 agosto del 1993.

Sapevo dell’esistenza di questa cosa e ne ero curiosissima – ma non ero mai riuscita a procurarmene una copia fino a ieri sera, quando P. me l’ha messa tra le mani a titolo, come dicevasi, di regalo di compleanno. E naturalmente poi ieri sera l’ho divorato, e ho finalmente placato la mia curiosità. Nonostante le mie radicate perplessità sul fatto che LJ sia in alcun modo una lettura da fanciulli, devo ammettere che Fabio Fenzi ha fatto un discreto lavoro nel semplificare e smussare la storia senza snaturarla completamente*. Persino il finale… Well, se nella vostra infanzia siete stati lettori de Il Giornalino, saprete anche voi di una certa tendenza a edulcorare il finale negli adattamenti dei classici.** Oddly enough, al desolatissimo finale di LJ Fenzi aggiunge dosi di zucchero radicali ma, tutto sommato, ridotte .

Quindi alla fin fine posso dire che, pur non approvando l’operazione editoriale in sé, inorridisco solo in parte al modo in cui è stata realizzata.

E tutto ciò è molto bello e istruttivo, o Clarina, mi par quasi di sentirvi mugugnare a questo punto, ma non vagare per i prati. Ci hai promesso un segno del destino: in che modo la versione a fumetti di LJ è un segno del destino?

Giusto – il segno del destino. Ebbene, il fatto si è i tempi dell’arrivo sono di una serendipitudine perfetta oltre ogni dire. Proprio qualche giorno fa ho cominciato a dirmi che è tempo di rileggere LJ – perché non lo rileggo da secoli, e perché è ora di rimettere mano all’idea di un adattamento.

Un adattamento, sì. Idea già accarezzata secoli orsono, quando ero una matricoletta alle prime*** armi in fatto di scrittura teatrale e adattamenti. Per cui l’idea all’epoca era dissennatissima, considerando le complessità molteplici e stratificate del testo… E infatti cominciai piena di sacro fuoco – ma mi fermai presto.

Adesso, però…

Adesso è passato un quarto di secolo. Ho scritto molto, in questi anni, adattato molto, studiato e praticato, letto e riletto, pensato… Ogni tanto l’idea tornava a galla, e io la contemplavo un pochino e poi la spingevo di nuovo sotto il pelo dell’acqua. Non ancora. Non ancora.

Fino a qualche giorno fa, quando è riemersa più lucida e compatta. Pronta, forse? E forse sono pronta anche io? E ho cominciato a strologare e buttar giù qualche appunto, e a chiedermi se ho davvero il coraggio di riprovare. Perché a parte il mio legame*** con questo particolare romanzo, c’è il fatto che questa non è una faccenda discussa con un regista e destinata con certezza a uno specifico palcoscenico, e non ho idea se se ne potrà mai fare qualcosa, e a dire il vero non so nemmeno in che lingua farlo, e voglio davvero impelagarmi in una faccenda del genere? E…? E…? E…?

Per cui capite che quando ieri sera P.  mi ha messo in mano il suo regalo… Oh, magari non subitissimo, al di là della sorpresa e della soddisfazione. Ma più tardi, mentre guidavo verso casa nel silenzio della campagna estiva, ho avuto la mia piccola epifania: un segno del destino!

E se volete, si può aggiungere questo: agosto del Novantatre. A poche settimane di distanza dal mio primo malguidato, acerbissimo tentativo di adattamento. Scritto a mano su una vecchia agenda, ascoltando per qualche motivo la Crown of India Suite di Elgar, rannicchiata alla scrivania della mia stanza di collegio a Pavia… E levate pure il sopracciglio, se volete – ma quando suonava la campana della cena mi ritrovavo con le spalle indolenzite dall’intensità del lavoro.

E poi nulla – un piccolo naufragio, perché allora non conoscevo il mestiere. Ma adesso sì. E ci sono persino i segni del destino. Per cui…

Vi saprò dire. Intanto grazie, P. Grazie davvero.

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* A dire il vero non so immaginare le reazioni di un implume interamente digiuno di Conrad. Forse potrei procurarmene uno e sperimentare? O rischierei di bruciarmi un potenziale futuro lettore adulto per LJ? Difficile decisione…

** Magari di questo tipo di politica editoriale discuteremo un’altra volta.

*** Yes, well – anche di questo parleremo, prima o poi.

**** E sì – per i miei standard questo è un post altamente sentimentale. Ecco.

 

 

grillopensante · scrittura · teatro

E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

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* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

scrittura · teorie · tradizioni

Prima che si chiuda il sipario…

E questa volta non inizierò il post con una stupefatta constatazione su come – oh dear! – sia già la fine di dicembre, di come gennaio sia già dietro l’angolo… no, stavolta non lo farò affatto.

Inizierò invece osservando come, d’abitudine, qui su SEdS si facciano bilanci e consuntivi alla fine di novembre, perché con novembre d’abitudine finisce il mio Writing Year. Dicembre è per le carole, il pudding, il piccolo artigianato natalizio, gli ospiti e la generale frenesia festiva… d’abitudine.

D’abitudine – ma non quest’anno.

Quest’anno si è scritto anche a dicembre: la dodicesima storia, cose per il teatro, altre faccende piuttosto promettenti, di cui spero potremo parlare presto… non che si sia scritto tutti i giorni – anzi: il mio calendario di scrittura ha tanti buchi che sembra colonizzato dalle talpe. Però si è scritto un po’, ed è più di quanto abbia scritto in dicembre da non so quanti anni a questa parte. Mi è piaciuto scrivere in dicembre? Ni… Non ho mai obiezioni a scrivere un po’ di più, sia chiaro – ma farlo in questa maniera “quando si può” mi mette un nonnulla d’ansia. O meglio: l’ansia non me la mette affatto scrivere “quando si può”: è non scrivere quando non si può che mi getta in qualche genere di sconforto… All else apart, avevo deciso di infilare in dicembre un ulteriore piccolo adattamento – e non l’ho fatto. Non ho nemmeno iniziato, nemmeno creato il file all’uopo in Scrivener. E badate, era una decisione del tutto irragionevole: non so come potessi pensare di farcela… A un certo punto è stato irrevocabilmente chiaro che non ci sarei mai riuscita e ho accantonato l’idea – il che è stato un anno di buon senso, ma non la più piacevole delle cose. Quindi non so dire come andrà l’anno prossimo – ma di certo, se mi deciderò per un altro Writing December, le cose andranno programmate meglio.

Per il resto… non posso nemmeno fare i conti con i buoni propositi di quest’anno – perché ai primi di gennaio ero talmente influenzata che non li ho nemmeno fatti. Si direbbe che per il 19 abbia navigato a vista.

A meno che non consideriamo un buon proposito le dodici storie – e allora ci siamo, perché le ho scritte. Tutte e dodici. Qualcuna meglio, qualcuna peggio – ma ci sono.

E non solo le storie, perché ho scritto con una certa intensità, quest’anno. La mia prima sceneggiatura cinematografica feature-length, che alla fine dei giochi è troppo, troppo, troppo lunga. Dovrò sfrondarla, o cambiare prospettiva in qualche modo, o trovare la maniera di ridurla a dimensioni accettabili. Ecco un’altra cosa da fare per il ’20.  E poi tre traduzioni/adattamenti – di varie dimensioni, di vari argomenti, da varie lingue – tutti destinati ad andare in scena nell’anno nuovo. Ne parleremo di volta in volta.

E poi c’è quest’altra cosa… non posso ancora scendere in dettagli – o a dire il vero non so se posso, ma diciamo che ancora non voglio… anche di questo parleremo ma, per farla breve, ho cominciato a mandare Là Fuori il mio romanzo, e ci sono stati sviluppi di natura inaspettata, e la cosa ha condotto a scrivere parecchio, e chi può dire che cosa abbia in serbo il fato capriccioso? Ecco – so che non è spettacolarmente chiaro – ma per ora mi fermo qui.

E non è come se potessi lamentarmi nemmeno del lato teatrale delle cose: una serie di commissioni andate a buon fine, la mia prima piccola regia autonoma in Campogalliani con Caramelle per la Piccina, il felice e richiestissimo ritorno sulle scene di Canto di Natale…

Un buon anno, nel complesso.

Se proprio volessi lamentarmi di qualcosa, potrei mormorare che sono uscita poco dalla mia zona di sicurezza. A meno di voler considerare escursioni i diversi racconti di ambientazione contemporanea nella mia dozzina di storie… so che non sembra – ma per me scrivere robe contemporanee è davvero poco confortevole. Nondimeno l’ho fatto, e più di una volta – e quindi, tecnicamente… ma non mi pare che basti. Bisogna far di meglio, non vi pare?

Otherwise, un buon anno, nel complesso. E voi, o Lettori? Soddisfatti del vostro Diciannove?

Adesso c’è questo Venti pronto da spacchettare… Anno nuovo, decade nuova. Ah well. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare!

 

grillopensante · scrittura

“Il mio non è un libro intelligente…”

Cara Allieva,

in mancanza di termine migliore, ti chiamerò così, visto che hai seguito un mio corso e che mi hai mandato i compiti via email.

Uno dei primi esercizi che avevo assegnato, immagino che te ne ricordi, consisteva nello strutturare una trama attorno a una serie di punti narrativi fissati da me – il più nudo scheletro di una storia iniziatica.

Tu mi hai mandato il tuo lavoro, corredato di questa premessa:

Sto  scrivendo una storia, o per lo meno diciamo che ci sto provando, e l’ho inserita nell’esercizio B della prima lezione. Dalla lettura della trama capirà che si tratta più che altro di una storiellina alla “Federico Moccia” che non di un romanzo impegnativo e intelligente, ma mi piacerebbe comunque sapere cosa ne pensa e se ha dei suggerimenti per migliorarne la struttura.

Confesso che questo mi ha fatto subito levare un sopracciglio. Il destinatario di un’introduzione siffatta non può fare a meno di chiederselo: suppondendo che tu non sia insincera nel valutare il tuo romanzo, se tu stessa lo consideri una storiellina non troppo intelligente, perché credi che dovrebbe interessare a un editore o a un lettore? Certo non giova presentarsi come l’autrice del romanzo del secolo, ma è meglio non scivolare nemmeno nell’eccesso opposto.

Tuttavia, siccome ricordo fin troppo bene il tumultuoso momento delle prime volte in cui si sottopone il proprio lavoro agli occhi di un estraneo dotato di qualche competenza, mi sono ripromessa di darti qualche suggerimento tattico in proposito, ho aperto l’allegato e mi sono applicata alla lettura della sua trama.

La trama è ordinatamente suddivisa all’interno di una tabella, le cui colonne riportano a mo’ d’intestazione i punti del mio esercizio – e questo, alas, è l’unico legame evidente fra la traccia e lo svolgimento. La mia prima reazione è di lieve sconforto: sono stata così criptica e inefficace nell’illustrare trama e struttura? Ho dunque mancato del tutto il bersaglio nel tentare di trasmettere la teoria del punto di svolta in una narrazione? Può darsi, e allora mi cospargo di cenere il capo – ma perdonami se azzardo un’altra ipotesi. Può essere che tu abbia capito benissimo la teoria della lezione, ma poi ti sia lasciata prendere la mano dal desiderio di mostrarmi il tuo lavoro? Se è così, lascia che ti suggersica, la prossima volta, di non avere fretta: prima fai gli esercizi come si deve, mostra che hai capito ciò che dovevi capire, e poi l’insegnante sarà ben lieta di dare un’occhiata al tuo lavoro.

E tanto negli esercizi quanto nel sottoporre la sinossi del tuo manoscritto, stai bene attenta alla sintassi, alla grammatica, alla battitura. Sono solo esercizi? Vero – ma esercizi in una disciplina le cui basi fondamentali sono proprio sintassi e grammatica. Oggi l’insegnante del corso di scrittura creativa si limita a farti notare la magagna; domani l’editor si chiederà: se non riesce a concordare soggetti e verbi in una sinossi di 250 parole, come può scrivere professionalmente un intero romanzo? Bada, è del tutto possibile che tusappia benissimo come concordare soggetti e verbi, ma allora vuol dire che non ti sei presa la briga di ricontrollare ciò che hai scritto prima di mandarmelo e, nel nostro campo, la sciatteria è un peccato tanto grave quanto una sintassi traballante. Tu e io, cara Allieva, scriviamo: per noi la forma è sostanza, e non dar retta a chi dice il contrario.

Ti ho rispedito l’allegato con qualche annotazione sulla struttura del suo romanzo – facendo notare però che non avevi svolto l’esercizio e che la forma era imprecisa, ripromettendomi una buona chiacchierata di persona dopo la lezione successiva…

Però tu non sei più venuta, né alla lezione successiva né ad alcuna delle altre. Posso solo immaginare che la mia risposta ti abbia offesa e scoraggiata, e me ne dispiace molto. Spero di non averti dissuasa dal coltivare la scrittura. Se non è stato così, se sei decisa a continuare, se fai sul serio, permettimi di offrire qui qualche consiglio che non ho avuto modo di discutere di persona:

* Non minimizzare o disprezzare il tuo lavoro. Mai. Fallo leggere ad altri solo se credi che ne valga la pena – non solo quando è perfetto, ma solo quando è, per lo meno, qualcosa a cui tieni, per cui sei disposta a lavorare, imparare e migliorare. Se pensi davvero il contrario, allora non è qualcosa che dovresti far leggere ad altri.

* Fai quello che ti viene richiesto di fare: un interlocutore deve poter capire che hai capito, altrimenti dialogare diventa difficile e improduttivo. Una volta instaurati dialogo e reciproca comprensione, il resto verrà.

* Non lo ripeterò mai abbastanza: in fatto di scrittura, la forma è sostanza. La migliore delle idee non farà di te una scrittrice, se non la sai trasmettere al lettore in modo chiaro, elegante e avvincente.

* Le critiche fanno male, e credi: non ci si abitua mai. Tuttavia, se vuoi scrivere ed essere letta, abituati all’idea che le critiche verranno sempre. Imparare a distinguere quelle costruttive da quelle gratuite è un primo passo importante.

In conclusione, cara Allieva, scrivere è un’arte, ma è anche un mestiere. Scrivi, leggi, studia, lavora sodo, con passione, con umiltà, con rispetto del lettore.

Ti auguro ogni bene,

Chiara